L'Oman, a cavallo tra le "Mille e una notte" e la spinta alla modernità

in viaggio con BEA in Oman

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L'Oman, a cavallo tra le

Nulla di programmato, per questo viaggio: un giorno di particolare stanchezza e scoramento in ufficio, mesi molto pesanti alle spalle, l’ennesimo tentativo fallito di ritagliarmi con Ivo una settimana di vacanza in Grecia, la sensazione che le vacanze siano incredibilmente lontane e l’e-mail di un tour operator specializzato in viaggi per sub a proporre questa insolita destinazione per il mese di agosto, a un prezzo decisamente interessante, visti gli standard di costo dell’Oman. Quasi senza rifletterci, scrivo al t.o. per sapere se siano previste partenze a breve, all’inizio di luglio: nel giro di poco ho risposta positiva e prenoto.
Nei circa 10 giorni che mancano alla partenza non riesco a trovare il tempo di informarmi sul paese, ma del resto so che la stagione non è la più adatta a fare tour e la mia idea è di passare più tempo possibile a prendere il sole e godermi lo splendido mare delle isole Damanyan, meta privilegiata per sub e snorkellers, per i quali il mio hotel costituisce il punto di partenza per ogni escursione.Un mare favoloso, ma anche paesaggi sospesi nel tempo e un popolo degno di essere conosciuto3 luglio 2005
Ci vogliono circa 6 ore di volo a temperatura tropicale con la Qatar Airways, tra bambini urlanti e un paio di film proiettati su un piccolo schermo troppo lontano dalla mia postazione; poi, una breve sosta in un a dir poco caotico aeroporto di Doha, ormai del tutto inadeguato in quanto a dimensioni per il grosso traffico che la compagnia di bandiera riesce a muovere; successivamente, un’altra ora di viaggio, ben più tranquillo e a temperatura controllata, fino a Muscat; alle 23.00 circa sono già alle prese con il modulo per l’immigrazione in terra omanita. Previo pagamento dell’equivalente di 20 dollari, il visto viene comodamente rilasciato nel giro di pochi minuti.
Il suo pagamento mi porta per la prima volta a contatto con la triste realtà della valuta omanita: mi riferisco al fatto che un rial omanita vale la bellezza di 2,30 € circa, così che qualsiasi acquisto diventa un vero stillicidio di soldi, mantenendo però l’apparenza di cifra ragionevole. Insomma, si tratta dello stesso dramma del passaggio da lira a euro, ma più che raddoppiato: il problema risulta poi amplificato dal fatto che negli ambienti frequentati dai turisti, le frazioni di rial, dette baisa, sono praticamente inesistenti. Ciliegina sulla torta è costituita dal costo dell’operazione bancaria di cambio: per ottenere l’equivalente di 50 euro in rial, mi viene addebitata una commissione di ben 2 rial, qualcosa come 9.000 lire! Cominciamo bene.
Al banco dell’Al Sawadi Resort, situato vicino all’ingresso dell’aerostazione, procurano la vettura che in circa 50 minuti mi porta all’Hotel. Malgrado una certa stanchezza, comincio subito a guardarmi in giro, colpita dalla bella e funzionale autostrada che percorriamo: tre corsie per ogni senso di marcia, ben tenuta, quasi esageratamente illuminata, intervallata da rotonde arricchite da monumenti e decori (anche un po’ kitsch, a dire il vero, come la copia in cemento colorato del baule pieno di gioielli dato in dote alle donne omanite!). Scoprirò poi che il rispetto del limite di velocità è garantito da uno speciale monitoraggio con radar e dallo spettro della patente a punti: tant’è che tutte le vetture hanno un segnalatore che indica il raggiungimento del limite max di 120 km/h. Tutta l’autostrada è poi affiancata da un controviale, su entrambe le carreggiate, destinato a un traffico locale più lento, e su cui si aprono spesso negozi e parecchie moderne stazioni di servizio.
Durante una sosta per il rifornimento, ho anche modo di scoprire che la benzina qui costa solo 20-25 centesimi di euro al litro, dandomi così l’idea di quello che potrebbe essere un regalo gradito da portare in Italia. Ancora di più mi colpisce la quantità di verde, aiuole, palme, siepi perfettamente potate che costeggiano la strada e che ornano lo spartitraffico; e, insieme a questo, la perfetta pulizia che regna ovunque, tanto più se si considera che questa autostrada è lunga più di mille chilometri, in quanto collega a nord il Musandam, una porzione di Oman oltre confine, con Dubai, Muscat, e infine con Salalah, nell’estremo sud del paese.
Nel frattempo scopro anche che alla Tim si sbagliavano: prima di partire avevo infatti chiesto informazioni e dopo ben due chiamate (necessarie a far appurare all’operatrice che il Sultanato dell’Oman esiste!), mi avevano spiegato che gli accordi con l’operatore locale consentivano soltanto le comunicazione e non i messaggi sms. Mi accorgo invece che posso inviare e riceverli, fatto che mi risolve più agevolmente il problema di tenere informata la mia famiglia sulla mia sorte. Si sa: una donna sola in giro per un paese mussulmano, specialmente di questi tempi, può dare adito a qualche timore. In realtà mi renderò conto che, conformemente a quanto mi era capitato di leggere qua e là, non esistono problemi di sicurezza personale in Oman: la delinquenza è a livelli da record minimi (esistono solo due carceri in tutto il paese), il turista, in quanto ospite, è pressoché sacro, e la gente omanita in parecchie occasioni mi dimostrerà tutta la sua ospitalità, simpatia e disponibilità.

4 luglio 2005
Provo ad alzarmi presto ma il viaggio mi ha evidentemente provato più di quanto immaginassi. In Oman non si usufruisce dei vantaggi dell’ora legale, perciò le ore di sole sopportabili sono quelle che vanno dalle 7 alle 9 del mattino; io, invece, comincio la mia esplorazione del resort solo verso le nove e mezza: il caldo è già molto intenso e, a differenza di quanto potessi supporre, estremamente umido. Ragion per cui, nel giro di poco crollo su un lettino in riva al mare e resto lì a boccheggiare con l’impressione di trovarmi davanti a un forno aperto: fortunatamente, nei giorni successivi, il mio corpo si abituerà a questa condizione e inizierò a non patire più di tanto.
La spiaggia di fronte al resort è lunghissima, di un colore ocra, che riprende quello di alcuni isolotti rocciosi a picco sul mare, poco distanti dalla costa: le Al Sawadi. Su una di queste isole fa bella mostra di sé un forte, il primo della lunga serie di fortini e castelli che vedrò nell’arco del soggiorno. Mi viene anche riferito che è possibile raggiungere la vetta dell’isola e visitare il castello, ma rimando questa esperienza a giorni migliori, in cui la temperatura non arrivi a 39° come oggi.
Il mare sarebbe una delusione, se non fossi preparata all’acqua intorbidita dal costante moto ondoso, ma so bene che il mare spettacolare mi attende alle isole Damanyat, e per questo motivo mi iscrivo all’escursione del giorno seguente, alla non modica cifra di 16 RO (€ 36,80)
Verso sera, decido che è il momento di dedicarmi a qualche relazione sociale: quindi quale posto migliore della piscina? Ed è qui che infatti conosco alcuni ospiti italiani ed in particolare due coppie, una valdostana e una di Vimercate (praticamente dei vicini di casa, visto che io sono di Monza). Scopro che anche loro desiderano fare l’escursione a Nizwa, ex-capitale omanita, famosa per il bel castello circolare e per un antichissimo suk perfettamente restaurato, e si offrono di chiedere alla loro agenzia se mi posso aggiungere a loro: i prezzi sono veramente assurdi. In hotel, l’escursione viene offerta alla bellezza di 100 RO a vettura (€ 230,00 ), addirittura 120 RO, se si è in più di due: loro hanno trovato lo stesso giro a 73 RO (€ 168,00), che è comunque una bella cifra, e che nel caso non ci fosse posto sulla loro vettura, non mi sentirei di spendere da sola.
Mi ritiro presto, dopo cena, per prepararmi adeguatamente alla tanto attesa escursione del giorno successivo.

5 luglio 2005
Sono le 8 circa quando mi apposto sul mio lettino per sfruttare le prime ore di sole, e già si suda più che abbondantemente. Alle nove si parte e in quaranta minuti circa, eccoci a destinazione: le isole Damanyat. L’impatto non è dei migliori: una serie di scogli, più o meno alti, completamente brulli, dove l’unica forma di vita sembrano essere piccoli stormi di uccelli. I sub vengono portati dal lato dell’isola che dà sul mare aperto, per seguire dei percorsi tra l’isola stessa e la barriera lì vicina, che variano dai 5 ai 20 metri di profondità. Noi snorkellers veniamo invece lasciati liberi di muoverci sul versante interno, dove la barriera digrada più dolcemente fino a un massimo di 3 / 4 metri, consentendoci una buona visuale della vita sul fondo. La barca resta vicino a noi tutto il tempo, per ogni necessità, allontanandosi solo per recuperare i sub, in un luogo prestabilito, dopo circa un’ora. Questa operazione viene poi replicata.
Inizio la mia esplorazione in un punto poco appariscente ma poco dopo eccomi a pinneggiare su un immenso prato di coralli di colore verde lavanda e qualche macchia di colore indefinito; ecco poi gruppi di coralli imponenti, color ruggine, con ramificazioni fino a 2 metri di diametro; e in mezzo a questo giardino sottomarino, eccoli: centinaia di pesci di barriera, multicolori e di varie fogge, minuscoli o di medie dimensioni, in navigazione solitaria o in folti branchi. Così dall’alto, mi sembra di osservare una città del futuro come viene spesso immaginata dai registi hollywoodiani, con alte torri e flussi di traffico velocissimo che si intersecano a più livelli.
Mi ci vuole più di un’ora per avvistare quella che sarà la protagonista indiscussa di questa vacanza: la tartaruga. Soprattutto nei giorni successivi, ne vedrò decine, lunghe da trenta a sessanta centimetri, sul verde, ma con una splendida screziatura marrone sul carapace. Alcune decisamente schive, appena si accorgono della mia presenza, si allontanano; altre, invece, si avvicinano curiose e mi girano intorno per qualche minuto, prima di ritornare a dirigersi elegantemente verso la loro destinazione; ne trovo di profondamente addormentate sul fondale sabbioso, protette da formazioni rocciose; ma più frequentemente, se ne stanno in folti gruppi a “pasturare” sul fondo, talmente prese a brucare, da non rendersi conto della mia presenza.
Piccola sosta sulla barca con snack veloce, cambio di isola e sono di nuovo immersa nel verde smeraldo di questa meraviglia di mare: il pomeriggio mi riserva l’incontro con alcuni squaletti, del tutto innocui e quasi un po’ timorosi della mia presenza: anche loro saranno una costante di ogni escursione. In più, in questa prima giornata vedo tonni, pesci trombetta, un paio di razze piuttosto grandi e un’ aquila di mare (saranno gli amici valdostani a spiegarmi di cosa si tratta, sulla base della mia descrizione: in effetti me ne intendo molto poco).
Al rientro, tappa obbligata al dive center per prenotare l’escursione del giorno dopo, malgrado un certo bruciore che sento alla schiena, martoriata da circa tre ore passate a pelo d’acqua, nonostante l’abbondante crema solare ad alta protezione spalmata a più riprese!
Passo il resto del pomeriggio a dormicchiare e leggere in piscina, rigorosamente supina.
Dopo una piacevole cena in compagnia degli italiani e quattro chiacchiere sulle esperienze del giorno, raggiungo al pool bar uno degli ospiti omaniti dell’hotel, Samir, che già ieri mi aveva invitato a bere qualcosa con lui. E’ sempre complicato quando si viaggia sole: è abbastanza comune ricevere inviti, che, scanso equivoci, sono portata a declinare, come ho fatto per esempio con il mio vicino di posto sull’aereo. Allo stesso tempo, però, sono dispiaciuta di perdere l’opportunità di conoscere gente e in particolare gente del paese che mi ospita, come in questo caso. Del resto, trovandomi in un resort frequentato prevalentemente da turisti stranieri, fare la conoscenza di un omanita, che non sia una guida o un membro dello staff dell’hotel, è un’occasione che mi spiace lasciarmi sfuggire: perciò gli spiego che sono sposata e, in maniera anche un po’ brusca, gli dico che non cerco avventure. Se il suo scopo è scambiare due parole con una persona nuova, sono però disponibile. Si tratta di una scelta di cui non avrò da pentirmi per tutto il soggiorno, vista la gentilezza e disponibilità che dimostrerà in tutti i momenti trascorsi insieme; inoltre, con inesauribile pazienza, si presterà a rispondere alle mie continue domande, costituendo una fonte perenne di informazioni su curiosità e abitudini di vita della società omanita. Anche gli altri italiani se ne avvantaggeranno abbondantemente, proponendomi giorno per giorno piccoli quesiti da sottoporgli. E tutto questo comportandosi da perfetto gentleman, in conformità a quanto premesso al nostro primo incontro (e forse anche perché mi sono ritrovata volutamente a menzionare spesso mio marito e a mostrargli, in un’occasione, una sua foto).
Durante questo primo incontro, parliamo soprattutto di quali siano gli svaghi di cui godono gli omaniti: gli omaniti uomini, in realtà, perché anche se non lo dice chiaramente, pare che le donne stiano a casa propria o a casa di amiche, salvo alcune eccezioni che valgono solo per le cittadine.
Fuori della città, c’è ben poco da fare, tanto che nel bar e nei due locali notturni che fanno parte del resort, si danno appuntamento tutti gli uomini di una certa levatura che abitano nel raggio di cinquanta chilometri. E’ questa una cosa che mi risulta incomprensibile: l’attuale sultano Qaboos bin Said ha lavorato molto negli ultimi trent’anni per trasformare un paese che all’inizio degli anni ‘70 si poteva considerare immerso nel medioevo, in un paese moderno. Grazie alle ricchezze del suolo, petrolio ma soprattutto gas naturale, e a una gestione del potere decisamente illuminata, ha costruito infrastrutture, ospedali, scuole, università: ha mandato la classe dirigente a studiare all’estero, prevalentemente in Inghilterra, di cui l’Oman era stato protettorato, creando una società colta e benestante. E’ riuscito a mantenere un discreto grado di laicità e la separazione del potere temporale da quello religioso e lavora tuttora al mantenimento delle tradizioni e al recupero del patrimonio artistico e architettonico del paese.
Ma malgrado tutto ciò, mi sembra di capire che queste stesse persone, dopo il lavoro, non hanno di meglio da fare che trovarsi a scambiare quattro chiacchiere in un bar o a vedere delle ballerine scollacciate che si agitano su un palco. Questa stessa situazione mi era stata raccontata in aereo da un giovane omanita di ritorno da Londra, dove studia ingegneria del settore petrolifero: si lamentava che i genitori erano andati a prenderlo per costringerlo a tornare a casa per qualche tempo, durante le vacanze, ma che lui in Oman si annoia e non vedeva l’ora di tornare in Inghilterra. Alla mia domanda se avesse intenzione di rientrare almeno una volta terminati gli studi, mi aveva risposto che non lo sapeva, che l‘idea di passare mesi nei campi petroliferi non gli piaceva affatto.
Nonostante la piacevole conversazione, mi ritiro presto: l’ustione alla schiena si fa sentire. Prima di andare a letto, di fianco a pinne e maschera, preparo una maglietta a mezze maniche per lo snorkelling di domani!

6 luglio 2005
Il mio angelo custode deve aver reputato troppo grave la situazione della mia pelle per lasciarmi andare scelleratamente a prendere altro sole e quindi ha convinto qualcuno nelle alte sfere a rendere impossibile l’uscita in barca. Il mare oggi è troppo mosso e siamo costretti a rinunciare all’escursione. Insieme agli altri italiani, mi piazzo allora in piscina: sembra ancora più caldo del solito e soprattutto l’umidità è tangibile; tanto che verso le undici si forma una cappa tale da precluderci la vista del sole. I valdostani ed io decidiamo che è l’occasione giusta per visitare Muscat: prenotiamo alla reception un taxi per le 15,00 alla incredibile cifra di 30RO (€ 69,00) e trascorriamo il resto del tempo a mollo.
Un’ora prima dell’orario prestabilito scopro una realtà che ancora mi era del tutto sconosciuta: quanto sia difficile lavarsi quando non c’è l’acqua fredda! Entrambi i rubinetti della doccia della mia camera erogano acqua alla stessa altissima temperatura: che poi si avvicina molto a quella che è la temperatura della pelle della mia schiena, ma questo non fa che aggravare la situazione. Perciò mi accontento di darmi una veloce ma dolorosa sciacquata e parto alla volta della capitale. Poco male: 5 minuti all’aperto e ricomincio a colare, pensando con una certa stizza a tutti quelli che dicono che in prossimità del deserto, il caldo è sempre secco e quindi non si suda. Qui il deserto c’è ma qualcuno si è dimenticato di spiegargli questa semplice regola.
Nell’aria traslucida del pomeriggio rovente, arriviamo a questa insolita capitale. La peculiare configurazione di questa città merita una speciale menzione: a ridosso della costa si erge una catena di bassi rilievi aguzzi che ha precluso la possibilità di uno sviluppo armonico di Muscat. La città è quindi cresciuta “infilandosi” negli spazi concessi dalla natura e cioè lungo la stretta costa, nei canaloni che interrompono qua e là queste insolite montagnette rocciose e spoglie, e, al di là dei rilievi, anche profondamente nell’entroterra. A coronamento di ciò, una serie di antichi forti e torri di avvistamento segnalano il passaggio da una zona all’altra, creando un insolito ma affascinante “effetto presepe”.
In pratica la città sembra costituita da diverse cittadelle, tra cui le più importanti sono: Muscat, dove si trovano il palazzo reale e alcuni palazzi di rappresentanza e di governo, dominata dai bei forti di Jalali e di Mirani, in una zona di costa particolarmente bella, con baie e calette suggestive; Muttrah, il cui forte domina il Suk, la Corniche, cioè il lungomare, e la zona del famoso mercato del pesce, situata nella profonda baia del porto; Ruwi, la zona più moderna, trafficatissima e piena di negozi, banche, hotel a 5 stelle, centri commerciali e ristoranti alla moda, nell’entroterra.
L’esistenza di una sola strada che passa nelle strettoie tra una zona e l’altra determina momenti veramente critici per la circolazione, come potremo testimoniare in serata al rientro. Al di là delle code per rientrare, non è che la nostra visita risulterà particolarmente gratificante: già sappiamo che l’Oman Museum e la Moschea Qaboos sono chiusi nel pomeriggio, ma a questo si aggiunge un grosso problema di comunicazione con l’autista che purtroppo non parla altro che omanita e che dopo la visita del souk “cerca” di riportarci subito in albergo. Con l’intervento della receptionist del resort, riusciamo a fargli capire che vogliamo dare un’occhiata in giro e con molta fatica alla fine riusciamo a vedere:
** il souk - dato il massiccio impiego di cemento, risulta troppo moderno per affascinare quanto i tanti suggestivi mercati del mondo arabo. Inoltre noi lo visitiamo in un orario poco indicato, quando alcuni negozi sono ancora chiusi e gli altri stanno appena uscendo dal letargo del primo pomeriggio e quindi risulta ancora meno vivace. Anche in tema di shopping, non è particolarmente interessante: l’artigianato tradizionale è stato praticamente soppiantato da quanto importato dall’India, che produce a prezzi molto più contenuti, e perciò sulle bancarelle gli oggetti non sono molto tipici. Le gioiellerie sono tante e già affollate ma la qualità dei manufatti risulta piuttosto grezza: si sa che in queste zone l’oro costituisce una forma di investimento, soprattutto come dote matrimoniale, e si dà meno importanza alla foggia. Gli argenti sono quelli tipici del mondo indiano e in particolare della regione del Kashmir, visto che quasi tutti i mercanti con cui mi intrattengo sono di quella zona. E’ peraltro un fenomeno che ho già avuto modo di osservare in tanti paesi, forse a causa di una sorta di diaspora causata dai continui conflitti che vedono come protagonista questa terra contesa. Durante questa prima visita non ho modo di vedere altro ma ne ho in programma un’altra per venerdì sera e mi accontento.
** la Moschea Qaboos - imponente e moderna, affascina con l’elegante ripresa dei tipici temi dell’architettura islamica e un impiego massiccio di candido marmo. E’ un peccato che a quest’ora non sia possibile visitarne l’interno, ma al mattino sono ammesse anche le donne straniere, se adeguatamente abbigliate, fatto che costituisce un grande segno di apertura. Ci dobbiamo accontentare di ammirare i giardini ben curati dove una serie di giochi d’acqua cercano di rinfrescare un po’ l’aria. Alcuni bambini si bagnano allegramente nelle fontane e si schizzano con gli annaffiatoi automatici: l’atmosfera è decisamente piacevole.
** Muscat - nel crepuscolo, si notano soprattutto i bei forti illuminati che sovrastano il Palazzo Reale, attualmente in parte sottoposto a lavori di ristrutturazione. Si tratta tuttavia della residenza ufficiale, quella delle visite diplomatiche: il vero Palazzo Reale si trova nei pressi dell’aeroporto ed è veramente immenso.
** l’Al Bustan Palace Hotel - non propriamente un’attrattiva turistica, questo splendido hotel viene indicato tra i più belli e lussuosi al mondo. In un sussulto di mondanità, ci permettiamo di dare un’occhiata alla grande hall e non troviamo gli sfarzi e le esagerazioni degli hotel dei vicini Emirati, ma eleganza e misura in tutto, a partire dalla gradevole atmosfera creata da una pianista che accoglie gli ospiti con brani di un repertorio interculturale.
Rientriamo giusto in tempo per una meritata doccia prima di cena e un’oretta nel Russian Bar del resort. Dopo la conversazione di ieri circa le abitudini omanite in fatto di divertimenti, Samir si è offerto di farmi da accompagnatore nel Night Club del resort, dove risulto essere l’unica donna. Del resto mi pare logico che gli altri ospiti occidentali non siano interessati a vedere queste quattro ballerine russe che, sulle note suonate da un boliviano (ma cosa ci fa, qui?), ballano come veline mal assortite e poco dotate. E non mancano vari ammiccamenti poco velati ad alcuni habitués e canzoni e balletti su richiesta.
Alla mia domanda di come sia possibile che non si annoino, la risposta di Samir è molto semplice: non hanno altro che questo. O meglio, un’alternativa c’è: e prima che io mi ritiri mi mostra l’altro locale che fa parte del complesso. Si tratta di un altro Night Club, un po’ defilato rispetto alle altre costruzioni, tanto che io non ne avevo neanche sospettata l’esistenza: qui si suona solo musica araba e le tante ballerine, in abiti succinti e taglie… diciamo comode, si muovono sui ritmi di questa musica sinuosa. Un addetto si aggira tra i tavoli vendendo delle specie di catene, che, mi spiega Samir, rappresentano delle collane: l’addetto riceve dei soldi e consegna la “collana” alla ballerina prescelta, che danzerà giocando con la catena e ricevendo poi, al termine, l’equivalente di una mancia.
Mi trattengo solo per pochi minuti, qui, temendo di attirare troppo l’attenzione ma in realtà mi rendo conto che la mia presenza ha incuriosito ma non ha infastidito nessuno. Samir incontra un amico e, oltre a stringergli la mano, fa una cosa stranissima: avvicina il volto al suo e appoggia o strofina il suo naso a quello dell’altro. Ovviamente mi faccio spiegare, dopo, cosa significhi: mentre tra conoscenti o anche tra sconosciuti che però si ritiene meritino rispetto, incontrandosi ci si stringe sempre la mano (e Samir passa le sue ore in piscina a stringere mani, in quanto pare che sia piuttosto noto), con gli amici intimi, il saluto è più affettuoso e, io trovo, simpatico.
C’è da dire, a spiegazione di questa pratica, che tutti gli uomini omaniti di un certo livello sono sempre abbondantemente profumati e pertanto sicuramente non è spiacevole come ci si potrebbe aspettare in un paese così caldo. In Oman, profumarsi fa profondamente parte della tradizione e non significa semplicemente spruzzarsi un po’ di essenza sul collo: significa farsi creare una miscela su misura, secondo il proprio gusto, dai profumieri del souk, e i prezzi possono essere nettamente superiori a quelli dei nostri profumi confezionati. Profumarsi, spesso significa impregnare tutti i vestiti, lasciandoli appesi sopra un incensiere in cui si fa bruciare qualche sostanza adatta allo scopo: non per niente l’Oman è, insieme allo Yemen, il maggior produttore mondiale di incenso, che ha costituito per secoli la sua maggior fonte di ricchezza. Il vestito tradizionale omanita, che tuttora la maggior parte degli uomini indossa, è una tunica che all’altezza del collo presenta una insolita nappina, apparentemente senza funzione. Questa serviva per profumarsi ai tempi in cui, a causa di alcune sostanze che contenevano, le essenze macchiavano i tessuti: per evitare antiestetici risultati, solo questa “dishsasha” veniva intinta nel profumo.
Oltre ad essere molto profumati, gli omaniti sembrano sempre estremamente eleganti e ordinati, con la loro tunica candida e perfettamente stirata, e il tipico cappello, detto “kumma”, quando noi occidentali ci presentiamo scarmigliati e spiegazzati. Samir mi dice infatti che è un indumento fresco e comodo, anche se in assenza di aria condizionata, vedo sudare abbondantemente anche lui, così da essere costretto a sistemarsi continuamente la kumma sulla cima della testa. Ma guai a toglierla: sarebbe estremamente inelegante.

7 luglio 2005
La mia schiena è nettamente migliorata dopo una giornata di astinenza dagli ultravioletti e affronto molto più tranquilla questa nuova sessione di snorkelling: il sole è tornato al suo impietoso massimo splendore in questa giornata prefestiva. Oggi è giovedì, che corrisponde al nostro sabato, e in molti si sono uniti a noi dalla capitale, per la gita alle Damanyat. Tanto interesse è premiato, lungo il tragitto, dall’incontro con un gruppetto di delfini, che seguiamo per un po’ nel loro ritmico incedere.
Lo spettacolo è lo stesso dell’altro ieri, per fortuna: mare splendido, colori che mettono allegria, pesci abbondanti e tartarughe in ogni anfratto. La visibilità è forse minore, per via del moto ondoso di ieri, ma per noi che sguazziamo su un fondale di due, massimo tre metri, il risultato non cambia molto. Mi dispiace solo di non avere una macchina fotografica subacquea per poter immortalare tanta bellezza, ma mi faccio promettere dai connazionali di mandarmi via e-mail qualche foto, al rientro.
La sosta snack viene fatta davanti a un’isola con una spiaggetta di sabbia bianchissima, ma dopo aver fatto qualche foto, sono di nuovo in acqua, completamente conquistata da quanto c’è sotto: sono sicura che per qualche tempo non farò che sognare questo mondo di smeraldo.
Al ritorno, sfinita, passo 4 ore a dormire in piscina, fino a quando l’ombra di una palma mi raggiunge e mi sveglio.
Per la serata, Samir mi propone una gita “fuori porta”: sono molto titubante a lasciare il resort ma in effetti non mi attira per niente l’idea di osservare di nuovo l’ancheggiare provocante delle russe, e accetto.
Mi porta a trovare i suoi amici, che sono soliti riunirsi il giovedì sera per una cena nel deserto. Oggi, visto il caldo, invece del deserto, hanno scelto un campo a breve distanza dalle loro abitazioni. Pare che si tratti di un’abitudine ben radicata, trovarsi tutti insieme, accendere lo stereo di un fuoristrada, stendere le stuoie per terra e cuocere in un paio di pentoloni un capretto. Mi spiega Samir che lo scopo non è mangiare il capretto ma aver qualcosa nello stomaco per reggere l’ingente quantità di whisky che amano bere mentre chiacchierano. Mi salutano cordialmente, informandosi brevemente delle mie origini: Samir trova nella sua macchina disordinatissima (e da questo ho dedotto che il suo invito non è stato premeditato) una sedia pieghevole per me e una stuoia per lui, e prendiamo parte alla festa. Non sono invadenti con me, mi parlano ma senza eccessiva enfasi, si interessano ma non sono curiosi. In certi momenti, il botta e risposta tra loro si intensifica e ridono tutti spensieratamente. Chiedo a Samir quale sia la ragione di tanta ilarità e lui, imbarazzato, mi spiega che stanno parlando di Viagra; mi consolo: a quanto pare gli uomini si divertono allo stesso modo in tutte le parti del mondo.
I toni cambiano: si mettono a parlare degli attentati di Londra, di cui avevo sentito qualcosa alla CNN in albergo. Non sono sicura di aver capito come vedono la questione ma molti di loro hanno studiato a Londra e alcuni dei loro figli sono là per lo stesso motivo. La situazione è molto delicata e si rendono conto che tempi duri li aspettano per il giro di vite che le autorità inglesi daranno all’immigrazione. Improvvisamente uno mi chiede: e tu, non hai paura ad essere in un paese mussulmano? E qui, da sola, in mezzo a noi? Ci penso su brevemente ma la risposta è no. Sembra sorpreso, poi mi sorride e mi dice che faccio bene.
La visita si conclude nel giro di un’oretta, dopo aver fatto un assaggio di capretto, morbido e delicato, e bevuto una birra fresca portata da Samir (salta fuori di tutto da quella macchina!): malgrado le ore di sonno in piscina, ho bisogno di riposo, anche perché domani è prevista un’altra giornata di snorkelling.

8 luglio 2005
Gli altri italiani oggi non ci sono a esplorare il regno sottomarino: è il giorno prescelto per la loro gita a Nizwa. L’agenzia li ha informati che non c’era posto per una quinta persona sulla vettura che li avrebbe portati a visitare questa antica capitale dell’imanato (in realtà poi si scoprirà che la vettura è una jeep e ci sarebbe stato posto per più di 5 persone!) ma nel frattempo mi sono organizzata con altri due italiani conosciuti in albergo per fare la stessa gita domani.
Le ore scorrono in splendida monotonia: le tartarughe, la spiaggia bianca e la schiena che brucia.
Al rientro ho poco tempo per riposare perché alle 17,00 la navetta dell’hotel mi porta nuovamente a Muscat: questa escursione era infatti inclusa nel mio pacchetto di viaggio.
Ho quattro ore per girare ed esplorare il souk, e sono decisamente troppe. Passo al setaccio le varie botteghe cercando qualcosa che non abbia già visto nei miei viaggi in India; trascorro del tempo a chiacchierare con gli annoiati venditori (luglio è bassa stagione e ci sono pochissimi turisti); nei vicoli osservo i bellissimi gatti omaniti, la cui caratteristica comune è avere degli occhi particolarissimi, con un taglio molto caratteristico ed espressivo; mangio uno shawarma, la carne allo spiedo avvolta da una sottile fetta di pane arabo, spendendo pochi baisa (e così finalmente scopro che esistono veramente!); compro una sveglia a forma di moschea, con tanto di muezzin che urla per segnalare l’ora (il massimo del kitsch!); e infine faccio razzia di frutta secca e spezie in un fornitissimo (e pulitissimo) negozio del souk.
Dopodiché non mi resta che aspettare che la navetta passi a prendermi e mi riporti in hotel. Malgrado mi sia aggirata per ore, sola e in certi casi evidentemente annoiata, nessuno mi ha importunata, e neanche i venditori sono stati particolarmente insistenti: una vera novità per un paese arabo.

9 luglio 2005
Partenza alle 7,00 per questa gita nell’interno del paese: in realtà Zohar, la guida/autista si presenta serafico alle 7,30 mentre io sono già in preda a una mezza crisi, temendo di aver frainteso gli accordi telefonici con l’agenzia. I due italiani, evidentemente provati dalla levataccia, mi guardano malissimo già da un quarto d’ora.
La visita di Nizwa, a cui abbiamo aggiunto quella di Jabrin, non richiede molto tempo: questa città dista 143 km da Muscat, meno di tre ore di viaggio dall’Al Sawadi, ma lo scopo è trovarsi in loco ad un’ora in cui la temperatura sia ancora accettabile. Ieri si sono registrati ben 46°! Noi siamo fortunati e raggiungeremo al massimo i 43°C. Anche se in questo caso si tratta di un caldo secco, assicuro che si fanno sentire.
Il bel forte circolare di Nizwa risale alla metà del XVII secolo e fu dimora dell’imam, autorità religiosa e politica, per tre secoli. E’ perfettamente restaurato, nella struttura e nei singoli ambienti interni. Colpiscono le stanze destinate all’imam, attentamente ricostruite con oggettistica originale, ma la cosa di maggior rilievo è la sua imponenza (ben 45m di diametro) e lo splendido panorama che si gode dalla cima della sua merlatura, con una vista a 360° sulla città, il souk e la campagna circostante.
Meta successiva è quindi il souk: anche questo è completamente restaurato, anche se fortunatamente non rinnovato come quello di Muscat, ma l’ordine e la pulizia che vi regnano lo snatura completamente. Inoltre la giornata migliore per visitare Nizwa è il venerdì, giornata di grossi scambi e del mercato del bestiame, perciò oggi l’attività risulta nettamente sotto tono. Una rapida escursione a un paio di negozi di souvenir completano la visita a Nizwa. Neanche i tipici Khanjar in argento, i pugnali ricurvi tradizionali, che ne ornano intere pareti, mi spingono all’acquisto. Raggiungiamo la nostra vettura che, ci fa notare Zohar, ha raggiunto la temperatura interna di 52°.
Prossima tappa, a una trentina di chilometri da Nizwa, è il forte di Jabrin. Lungo la strada Zohar ci segnala la cittadina di Bahla con i suoi 12 km di mura difensive e un forte in fase di restauro. A breve, sarà sicuramente meritevole di una sosta e di una visita.
Siamo ancora a qualche chilometro dalla meta, quando scorgiamo Jabrin: isolato al centro di un’ampia pianura, cattura infatti subito lo sguardo. Costruito nel 1670 da un Imam amante dell’arte e della poesia, venne riccamente decorato e arricchito nel corso degli anni fino a diventare il piccolo gioiello che visitiamo ora. Zohar si dilunga a spiegare la funzione di questi forti: nei periodi oscuri, di vacanza di potere o quando le guerre interessavano una certa regione, la popolazione andava a rinchiudersi in questi luoghi sicuri, in attesa di tempi migliori. Qui in particolare, visti gli interessi del “padrone di casa”, alcuni ospiti occupavano il tempo scolpendo arabeschi nei corridoi o dipingendo delicati disegni floreali sui soffitti di legno. Le stanze decorate, e perfettamente restaurate, sono molte, tutte nei piani alti.
L’accesso alla parte interna del forte è dato da un cortile stretto su cui si aprono gli ambienti comuni, come cucine e dispense, e dove si trovano anche un pozzo e un pratico sistema di canaline che portano l’acqua nei vari ambienti, con il duplice scopo di distribuire acqua corrente e rinfrescare l’aria; più in alto, finestre di varie fogge e un balcone in legno decorano i muri monocromi.
Alcuni ambienti decorati sono veramente ampi e molti soffitti sembrano una trasposizione aerea dei tappeti che dovevano, a suo tempo, ricoprire i pavimenti: sicuramente creava un bellissimo colpo d’occhio.
All’ultimo piano, su una terrazza che dà l’accesso alle torri di guardia, si trova la scuola, con i libri e tutto il necessario per l’apprendimento. Il panorama è decisamente notevole ma con il caldo che fa è impossibile resistere per più di qualche minuto sotto il sole cocente.
Raggiungiamo con sollievo il nostro veicolo dotato di indispensabile aria condizionata e cominciamo il rientro. Lungo la via, facciamo una sosta per ammirare dalla cima di un’altura l’oasi di Birkat Al Mauz, un villaggio di terra battuta ai piedi delle Jebel Akhdar, le Montagne Verdi. Ci sarebbe la possibilità di effettuare una passeggiata tra le palme da dattero e raggiungere il villaggio. Zohar ci fa presente però che recenti piogge hanno rovinata buona parte delle costruzioni: a noi fa comodo credergli e rinunciamo all’escursione.
Per le 16,30 sono già a mollo nella piscina dell’albergo, a programmare la serata: durante il rientro avevo infatti chiesto a Zohar se era possibile trovare un locale per fumare la shisha, cioè il narghilè con tabacco aromatizzato, nel mio caso, alla frutta. Lui si era prontamente offerto di passare a prendermi in serata per portarmi in uno dei pochi luoghi in cui sia ancora possibile, visto che come dice la Lonely Planet, lo Stato ha ostacolato e contrastato questa abitudine al fumo, responsabile, a quanto pare, dell’allontanamento degli uomini dalle famiglie per lunghe ore. Ho declinato l’invito e l’ho girato a Samir, di ormai comprovata affidabilità, che ovviamente mi accontenta.
Dopo cena, raggiungiamo un villaggio vicino dove un suo amico è proprietario di un locale. Lungo la strada assisto a una scena stranissima: in un campo, una cinquantina di uomini stanno seduti su delle stuoie, ordinatamente rivolti nella stessa direzione. Samir mi spiega che stanno celebrando un matrimonio: alla mia obiezione che non c’era una sposa, mi spiega che le donne non prendono parte al matrimonio! Sono tutte riunite in un casa con la sposa, la quale raggiungerà il marito solo dopo il termine della cerimonia pubblica, a cui assistono esclusivamente gli uomini. Rimango esterrefatta!
Il locale per fumare è una catapecchia con due o tre ambienti e qualche divano, dove molti sono intenti in vari giochi da tavolo. La maggior parte della gente è però all’aperto, di fronte a un mega-schermo su cui trasmettono partite di calcio, prima, e un Karaoke arabo, poi. Samir si fa assegnare un tavolo un po’ appartato, sempre, mi rendo conto, per non rendermi oggetto di eccessiva curiosità: dopo poco veniamo raggiunti dal proprietario che, ci racconta, arriva giusto allora dalla casa della sua seconda moglie, a circa 400 km di distanza. Passa infatti la settimana con la prima moglie e tutti i week-end con la seconda: bella organizzazione, ci fa notare! Un amico, che intanto si è unito a noi, interviene dicendo che lui di mogli ne ha tre e vivono tutte insieme, vanno d’accordissimo e se potesse se ne prenderebbe qualcun’altra. Il gruppo si infoltisce e il tempo passa molto piacevolmente: rientro in hotel con la sensazione che questi omaniti siano dei grandi burloni, molto appassionati alle cose della vita.

10 luglio 2005
Ultima gita alle isole. Ieri l’escursione non è stata possibile a causa del vento: anzi, erano già per strada quando sono stati costretti a rientrare. Ma oggi il tempo è bello e si preannuncia un’altra esperienza da sogno.
Mi sento però un po’ malinconica mentre mi aggiro tra le mie amiche tartarughe e mentre incontro lo squalo più grosso mai visto fino ad oggi, lungo un paio di metri, che appena mi vede, scivola via affrettatamente. Beh, meglio così, in effetti.
Al ritorno, mi metto ancora una volta d’impegno a prendere il sole per rendere omogenea l’abbronzatura e diminuire l’effetto double face. Ma è inutile: mentre la schiena comincia a virare dal rosso a un discreto marroncino, il viso e tutto questo lato rimane poco più che bianchiccio. Evidentemente non è il tipo di vacanza adatta per un’abbronzatura perfetta.
La giornata vola letteralmente: è già sera, ed è già ora di fare un’ultima scappata a fumare la shisha. Dopo aver visto le varie bottiglie di whisky al picnic nel deserto e le varie birre che maneggia perennemente Samir, mi rendo conto che al locale non vi sono bevande alcoliche e chiedo spiegazione alla mia paziente guida. Mi spiega che, come già sapevo, l’alcool è vietato dall’Islam e quindi viene venduto solo nei locali per turisti. Tuttavia a molte persone, per determinati meriti e per non so quali altri motivi, vengono assegnati degli speciali permessi per acquistare alcolici in spacci autorizzati, fissando l’importo mensile che possono spendere, e quindi di fatto controllandone i consumi. Non tutti sono in possesso di questi permessi ma tutti hanno un amico che ce l’ha e quindi il consumo di alcolici è in pratica consentito. Alla mia domanda su come questo possa accordarsi con la condotta di un bravo mussulmano, invece di mandarmi al diavolo come ci si aspetterebbe per questa ennesima intrusione nella privacy, Samir mi spiega che quando deve andare alla Moschea passa alcuni giorni in astinenza per purificarsi, e che a suo avviso questo è sufficiente.
Bicchiere della staffa al Russian Bar, dove ormai mi pare di conoscere tutti, molta tristezza nel dover salutare un amico che appena cominciavo a conoscere ed è ora di andare a fare la valigia perché domani si parte molto presto. E’ stata una vacanza breve ed ha costituito solo un piccolo assaggio di un Paese che conoscevo poco ma che mi ha incuriosito moltissimo; un assaggio prima di una prossima occasione, che sicuramente capiterà, per andare ad esplorare altri luoghi e altri bracci di mare. Possibilmente, però, in una stagione meno torrida.

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