Aotearoa - Nuova Zelanda parte seconda

in viaggio con leander in Nuova Zelanda

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Aotearoa - Nuova Zelanda parte seconda

Aotearoa, vale a dire “il paese della grande nuvola bianca” è il nome con il quale la Nuova Zelanda fu battezzata dalle moglie di Kupe, il primo esploratore polinesiano che verso il 950 d.C. vi sbarcò, proprio per la coltre di nubi in mezzo alla quale scorsero la costa.
E’ anche la veste in cui spesso l’abbiamo vista noi (Leandro, Walter, Enzo e Marina) durante il nostro viaggio di 23 giorni.
Il resoconto della prima settimana di permanenza è già stato narrato su questo sito nell’articolo dal titolo “Kia ora”; esattamente al suo termine si riallaccia questa seconda parte. Dalla Bay of Islands a Te Anau, a cavallo tra nord e sudIl diario di viaggio di questa seconda parte ha inizio il 6 febbraio 2004 con le celebrazioni del Waitangi Day, dopodiché il nostro itinerario procede per diversi giorni in direzione sud.
Dopo una tappa per visitare le fantasmagoriche Waitomo Caves, abbiamo sostato nella zona di Rotorua, area di forti manifestazioni geotermiche nella quale sono particolarmente radicate le tradizioni Maori.
Rinviata al ritorno, causa maltempo, la visita del Tongariro National Park, abbiamo puntato sulla costa orientale della North Island, toccando la piacevole cittadina di Napier per giungere poi a Wellington, la bellissima capitale.
Dopo avere traghettato sulla South Island, l’itinerario lungo la sua costa est ha toccato Kaikoura (crociera per l’avvistamento delle balene) per poi spostarci, tramite la strada panoramica dell’Arthur’s Pass, su quella occidentale: scendendo verso sud, eccoci davanti ad alcuni degli scenari più spettacolari del viaggio, con i laghi, i ghiacciai, le grandi montagne e i fiordi. Di là, il 15 febbraio ha avuto inizio la risalita verso nord, di cui riferirò nella terza parte.


Venerdì 6 febbraio
PAIHIA E DINTORNI (km. 102/930)
Ka mate! Ka mate! Ka ora! Ka ora! / Ka mate! Ka mate! Ka ora! Ka ora!
Tenei te tangata puhuru huru / Nana nei i tiki mai
Whakawhiti te ra!
A upa... ne! ka upa... ne! / A upane kaupane whiti te ra!
Hi!!!
(Io muoio! Io muoio! Io vivo! Io vivo!
Io muoio! Io muoio! Io vivo! Io vivo!
Questo è l’uomo irsuto che afferrò il Sole
e lo fece splendere ancora!
Un passo in alto! Un altro passo in alto!
Un passo in alto, un altro… Il Sole splende!)

E’ questa l’esclamazione corale che accompagna la Haka, la tradizionale danza di guerra dei Maori. Proprio oggi, 6 febbraio, si festeggia il Waitangi Day, anniversario del trattato tra i nativi e gli Inglesi che simbolicamente segna la nascita della moderna nazione neozelandese. Sia del fatto storico con le sue implicazioni, sia della Haka ho già parlato diffusamente nella prima parte di questo resoconto.
Il periodo da noi scelto per questo viaggio ha fatto sì che ci trovassimo proprio a Waitangi in questa giornata, un valore aggiunto che ha arricchito la nostra esperienza.
La giornata rimarrà atmosfericamente splendida, cosicché, fatta un’abbondante colazione con le dotazioni del Pickled Parrot Hostel di Paihia in cui siamo alloggiati, ci rechiamo ai Waitangi Treaty Grounds; l’accesso alla zona è oggi precluso alle auto e lasciamo la nostra a circa un chilometro di distanza. La passeggiata è molto piacevole: sulla destra, in tutto il suo splendore, le acque della Bay of Islands percorse dalle canoe storiche, al loro passaggio salutate da gruppetti di Maori (ma anche da singoli) che sulla spiaggia improvvisano mosse della Haka; sulla sinistra, una vasta ed affollata estensione a prato sulla quale sono allineate un gran numero di bancarelle di ogni tipo, per un’animazione che, a parte il fatto di essere agli antipodi rispetto a casa, non è in fondo molto dissimile da una Festa dell’Unità o da una delle nostre sagre paesane.
Ci capita, in prossimità di un palco in via di allestimento, di consultare due persone dell’organizzazione; veniamo subito riconosciuti come italiani e ben presto… “ci tocca”! Per la serie “senza vergogna”, ci troviamo in breve con un microfono in mano e non la scampiamo da un inevitabile “O’ sole mio”; beh, poteva anche riuscire peggio e la nostra estemporanea esibizione è premiata con un cappellino e una tee-shirt celebrativa, souvenirs davvero “vissuti” come pochi altri!
Raggiungiamo l’area dei Treaty Grounds dove, nella parte più elevata dominata dalla bandiera nazionale, visitiamo la Treaty House, in cui fu firmato il trattato del 1840 e oggi memoriale in cui sono esposti cimeli dell’evento. Subito di fronte, ammiriamo la Te Whare Runanga, la casa di riunione col tetto a due spioventi edificata nel 1940 secondo la simbologia tipica di questi edifici: i pilastri verticali rappresentano le braccia degli antenati, la trave sommitale la spina dorsale e quelle laterali le costole; il suggestivo interno, al quale è d’obbligo accedere senza scarpe, è riccamente decorato con intagli in legno dipinti in diverse tonalità di rosso raffiguranti idoli e simbologie della spiritualità Maori.
Sulla Hobson Beach hanno nel frattempo avuto inizio i vari intrattenimenti previsti dal cerimoniale, in particolare la Messa, che viene officiata con un curioso rito misto cristiano-maori; seguono esibizioni in costumi tradizionali, musicali e di danza, di gruppi Maori sia maschili che femminili e misti, nonché un concerto della Marina Militare. Il caldo non è indifferente, tant’è vero che la Canoe House, la tettoia che di solito ospita la War Canoe (oggi in mare), è gremita di gente; il resto del pubblico assiste sull’ampio prato circostante in parte protetto da alberi, ma l’organizzazione ha pensato a coloro che hanno trovato posto solo allo scoperto: alcune donne passano infatti tra la gente fornendo gratuitamente crema solare!
Rimaniamo nei Treaty Grounds fino alle 13, quando constatiamo che la successione delle esibizioni, pur se piacevoli, sta ormai diventando ripetitiva. Del resto, già ci eravamo resi conto ieri di quanto fosse stato più appagante assistere alle prove rispetto al programma ufficiale e inoltre alle 15 è previsto il ritorno a terra delle canoe, termine della parte culminante delle celebrazioni. Decidiamo così, dopo una puntata in ostello per uno spuntino, di occupare il resto del pomeriggio tornando a Kerikeri (dove pernottammo tre sere fa) per gustare in pieno sole il tratto che l’altro ieri era stato penalizzato dal maltempo.
In un ristretto raggio nei dintorni di Kerikeri, 40 km. da Paihia, si concentrano alcune attrazioni: subito fuori dalla cittadina, prospiciente il fiume, si trova lo Stone Store, il più antico (1835) edificio in pietra della Nuova Zelanda, e subito adiacente la Kerikeri Mission House, che è invece la più vecchia casa in legno rimasta intatta (1819). Di analoghi Historic sites sono disseminati Paesi giovani che abbiamo già visitato, oltre questo l’Australia e gli Stati Uniti, e francamente a noi Europei fanno un po’ sorridere… preferiamo quindi risparmiare i 10 NZ$ previsti per la visita degli interni.
Su un dosso pochi minuti sopra la strada diamo un’occhiata ai resti (tracce di muretti) del Kororipo Pa, luogo di riunione e fortificazione Maori del 1820. Più interessante, al di là del fiume, è Rewa’s Village (ingresso NZ$4), ricostruzione fedele attuata nel 1969 di un villaggio di pescatori Maori: un percorso ad anello che parte dalla marae (spazio di riunione davanti alla casa del Capo) mostra, tra l’altro, il pataka (magazzino sopraelevato per i viveri), il kauta (spazio della cucina comune), il recinto del tohunga (l’esperto di costruzione di case e canoe, scultura, tatuaggio - moko - ma anche di pratiche mediche e religiose), il deposito delle armi, una tettoia che custodisce due antiche piroghe e il paepae haumati, la latrina costituita da un semplice sedile su un pendio nei pressi del fiume che due volte al giorno era… bonificato dall’alta marea.
Torniamo in Paihia giusto in tempo per assistere a un tramonto strepitoso sulla Bay of Islands, rientriamo in ostello e preferiamo tenerci ancora leggeri mangiando un po’ di frutta. Ci intratteniamo poi in conversazione con altri ospiti nel cortile del Pickled Parrot Hostel, con un risvolto fastidioso di cui ci accorgiamo troppo tardi: trovandoci circondati da vegetazione tropicale, trionfano i sunflights, piccolissimi moscerini che dopo il tramonto volano rasente il terreno e pungono anche attraverso le calze lasciando ponfi che producono prurito per diversi giorni.
Da domani (almeno finché saremo sull’isola del nord, più calda che quella del sud) non dimenticheremo più di tenere a portata di mano spray e pomate repellenti!

Sabato 7 febbraio
PAIHIA - AUCKLAND - WAITOMO CAVES - ROTORUA (km. 602/1532)
L’esigenza di assistere al Waitangi Day, come ho detto, ci ha fatto prolungare la permanenza a Paihia al di là del tempo strettamente necessario per visitare la zona. Non lo rimpiangiamo, anzi ne avremo sempre ricordi indelebili, però adesso bisognerà cercare di giocarsi bene le tre giornate e i 1300 km. che ci dividono dal traghetto Wellington - Picton del 10, durante le quali ci aspettano diverse attrattive di grande interesse.
Saldato il conto con l’ostello, eccoci quindi alle 8 in punto in macchina per una giornata che si preannuncia piuttosto intensa; e fortunamente perdura il sereno.
Buona parte del percorso odierno si svolgerà lungo la strada n. 1, che nel tratto di 220 km. da Paihia ad Auckland prende il nome di Twin Coast Discovery Highway. Coperti una cinquantina di km., un bivio porta, dopo altri 15, a Whangarei e alle omonime cascate, considerate tra le più fotogeniche della Nuova Zelanda: i tre salti paralleli di 26 metri possono essere ammirati in una passeggiata ad anello di una ventina di minuti che offre vedute dall’alto e dal basso.
Ripresa la n. 1, siamo ben presto al bivio di Brynderwyn: da qui ad Auckland l’itinerario ricalca esattamente quello percorso all’andata, il che ci consente di procedere spediti. Superata velocemente, grazie alla circonvallazione esterna, la metropoli, proseguiamo limitandoci a soste tecniche fino ad Hamilton, 347 km. dalla partenza.
Qui lasciamo la n. 1, che prosegue verso est, e deviamo a sud sulla n. 3, la Waitomo Caves Scenic Drive, così battezzata per l’omonimo complesso speleologico situato 70 km. più avanti.
L’area delle Waitomo Caves è preavvisata da un ampio parcheggio antistante il Visitor Centre. Qui è opportuno soffermarsi sull’interessante museo, anche come preparazione alla visita delle grotte. A breve distanza si estendono tre differenti cavità, due delle quali, le Aranui e le Ruakuri, non rientrano però nei nostri programmi: per quanto spettacolari, non crediamo infatti che aggiungano molto di diverso alle tante grotte già viste in giro per il mondo né tantomeno nella stessa Italia. Fissiamo quindi la visita, al prezzo di NZ$ 22 a testa (compreso il museo), di quelle davvero imperdibili per via di un fenomeno unico al mondo, le Glowworm Caves.
Il termine glowworm è traducibile con “lucciola”, che ne è infatti la caratteristica peculiare. Il percorso guidato, della durata di circa un’ora, passa lungo quattro livelli di grotte, la Banquet Chamber e il Pipe Organ ricche di stalattiti e stalagmiti, la Cathedral, dotata di un’acustica eccezionale, per concludersi con il clou della Glowworm Grotto. In un buio quasi totale appena attenuato dalla pila della guida, si sale su una barca che poi percorre nella completa oscurità un fiume sotterraneo di un centinaio di metri; è raccomandato il massimo silenzio e anche l’imbarcazione scivola sull’acqua solo grazie a una fune fissata a un paio di metri di altezza lungo la quale scorrono le mani della guida/timoniere. Il tutto per non nuocere al delicato equilibrio in cui vive una colonia di migliaia di lucciole (Arachnocampa Luminosa) di cui il soffitto della grotta è letteralmente tappezzato, per un effetto di indescrivibile suggestione. Si torna infine alla luce nel folto di una foresta pluviale attraverso l’apertura nella quale nel 1887 entrarono su una zattera i primi esploratori della grotta, l’inglese Fred Mace e il capo Maori Tane Tinorau.
Conclusa con soddisfazione una delle esperienze più significative del viaggio, ripercorriamo a ritroso il tratto di strada (40 km.) fino a Kihikihi, lungo il quale scopriamo, grazie a uno dei tanti depliants raccolti in giro, un altro luogo degno di una sosta: si tratta, in località Otorohanga, della Kiwi House and Native Bird Park, una grande uccelliera che annovera oltre 300 specie di fauna avicola della Nuova Zelanda, tra cui uno spazio separato dedicato al Kiwi. Data la scarsa probabilità di vederne in libertà, potrebbe essere l’unica occasione del viaggio: giungiamo sul luogo dieci minuti dopo la chiusura delle 17, ma la signora che gestisce la biglietteria e il piccolo shop è molto gentile e ci consente, gratuitamente, una breve visita limitatamente all’area del Kiwi. Una coppia dei rari volatili notturni, grossi come una gallina e inetti al volo, vivono in un recinto che riproduce il loro habitat naturale, protetto da vetrate trasparenti solo dal lato dello spettatore, nel quale con la luce artificiale è stato invertito il ciclo giorno-notte: ciò consente di vederli in azione nella semi-oscurità, mentre scorrazzano raspando il terreno a caccia di cibo con il lungo becco. Beh, almeno due li abbiamo visti, anche con quel po’ di rammarico che suscita vedere degli animali costretti in uno spazio limitato…
Non rimane ora che percorrere senza ulteriori soste i circa 150 km. che ci dividono da Rotorua, dove abbiamo in previsione di pernottare. E’ proprio vero quello che si legge sulle guide: anche senza guardare i cartelli stradali Rotorua già si preannuncia a distanza per il penetrante odore di solfuro di idrogeno che proviene dalle numerose sorgenti calde della zona; la cosa ha indotto comprensibilmente un business, tant’è vero che la maggior parte degli hotel incorporano uno stabilimento termale.
Pur non essendo un albergo di lusso, dispone di piscina e di alcune vasche di acque solforose anche il Boulevard Motel in Fenton Street (boulevard@xtra.co.nz) che scegliamo per alloggio: un’ampia self contained unit con ingresso, cucina attrezzata e due camere da letto ci costa NZ$ 150 (circa 20 € a testa), cifra davvero irrisoria in relazione al conforto e alla pulizia della struttura!
Ci preme ora recarci al Lake Plaza Hotel, indicato dalla Lonely Planet per gli spettacoli serali di danze Maori: l’esibizione, della durata di un’ora, è in programma alle 20,30 e la prenotiamo al prezzo di NZ$ 25 a testa.
Giusto il tempo di una veloce doccia ed eccoci lì puntuali: il palco su cui avrà luogo lo spettacolo è situato su un lato della sala da pranzo in cui hanno appena cenato tre gruppi di tedeschi, australiani e giapponesi, il che ci fa subodorare una “turistata” ad uso di vacanzieri di bocca buona…
I fatti ci danno ampiamente ragione. Il gruppo in costume è composto da sei donne e sei uomini, ma, se le donne sono graziose e ben compenetrate nella parte, tre degli uomini non hanno certo i caratteri dei Maori e sembrano piuttosto impiegati del catasto capitati lì per caso o, chissà, inservienti dell’hotel addobbati per l’occasione. In linea con il trito copione di un certo tipo di show è anche il finale, che coinvolge alcune spettatrici nelle danze e spettatori in una improbabile Haka: che strazio, al pensiero delle emozioni “vere” provate l’altro ieri sulla Hobson Beach di Waitangi! Di certo anche il “Maestro” Maori disapproverebbe questo sputtanamento (concedetemi il termine) delle tradizioni in nome di una turistata tra le più deprimenti.
Ci consolano solo le fette di torta che siamo riusciti a ghermire proprio un attimo prima che il carrello dei dolci fosse portato via!
Concludiamo la serata cenando da Sizzler’s, una buona catena di self services all you can eat a prezzo fisso già sperimentata in Australia, e facendo un po’ di provviste per il viaggio da Countdown, il supermarket dall’inconfondibile insegna verde e arancione destinato a diventarci familiare.

Domenica 8 febbraio
ROTORUA - NAPIER (km. 284/1816)
Il tempo è cambiato: nella notte è piovuto e la mattinata si presenta nuvolosa. Dobbiamo, giocoforza, fare l’abitudine alla variabilità delle condizioni atmosferiche di questo Paese.
Cominciamo la giornata con una breve visita di Rotorua, che è una città di 70.000 abitanti piuttosto attraente presso l’omonimo lago, con ampie strade rettilinee, molti spazi verdi e piacevoli edifici. Tra questi, l’elegante Bath House in legno, in stile pseudo Tudor con le facciate a graticcio e i tetti a spiovente: si tratta dell’ex stabilimento termale, oggi riconvertito a centro di servizi turistici e spazio espositivo nonché sede del Rotorua Museum of Art and History, ricco di manufatti Maori.
Nelle immediate vicinanze si estendono i Government Gardens, che, con lo sfondo della Bath House, offrono un bel colpo d’occhio che costituisce una delle “cartoline” della città.
Ma Rotorua, come ho accennato, si trova nel cuore di una regione caratterizzata da potenti fenomeni geotermici, in particolare in due siti ubicati all’esterno del centro abitato.
Una strada di 16 km. in direzione nord-est, che costeggia in parte il Rotorua Lake, conduce alla riserva di Tikitere o Hell’s Gate. Pagati 16 NZ$ a testa d’ingresso, si segue un percorso a piedi obbligato di circa 2 km., in certi punti agevolato da passerelle, attraverso un’area vulcanica disseminata di sorgenti calde, pozze di fango bollente, rocce cristallizzate, sbuffi di vapore, segnalati da pannelli esplicativi, con nomi in cui la fantasia popolare si è davvero sbizzarita: bagno del diavolo, porta dell’inferno, Sodoma e Gomorra, gola del diavolo e così via.
Tornati a Rotorua, ci portiamo a Whakarewarewa, importante area al limite meridionale della città. Il complesso, il cui biglietto d’ingresso costa 18 NZ$, è percorso da una rete di sentieri che conducono ai vari punti d’interesse, che sono:
* il New Zealand Maori Arts and Crafts Institute, dove viene insegnata la scultura in legno e sono esposti bei manufatti e tessuti;
* la Geyser Flat, una terrazza naturale in cui si concentrano sette geysers, tra cui il Pohutu, il più famoso, erutta una ventina di volte al giorno con un getto alto trenta metri;
* il villaggio termale, cioè Whakarewarewa propriamente detto, che è a tutti gli effetti un insediamento vivo; infatti la comunità che vi abita convive (con i rischi connessi…) con la “caldera” in attività pochi metri sotto la crosta terrestre, traendone anzi dei vantaggi quali l’utilizzo delle pozze bollenti per cuocere le vivande;
* il cimitero (urupa), curiosamente conformato a terrazzamenti, dipinti a calce e decorati sia da croci cristiane che da piccoli idoli Maori rossi, gradinati e rialzati per tenere i corpi lontani dal terreno caldo.
L’avvento del turismo ha, com’è naturale, modificato la quotidianità degli abitanti del villaggio, che in coincidenza con le visite guidate danno luogo a una performance in costume alla Wahiao Meeting House: non si differenzia molto da quella di ieri sera, per cui (non fosse altro perché un po’ meno artefatta ed eseguita “in casa loro”) consiglio di limitarsi a questa evitando di sborsare i 25 dollari al Lake Plaza Hotel.
Non mancano botteghe di artigianato, principalmente in legno: è preferibile acquistare souvenirs qui anziché nei grandi negozi, si risparmiano i ricarichi e il guadagno va direttamente alla fonte!
Abbiamo giusto il tempo, lasciata Whakarewarewa, di tornare alla macchina; la pioggia, che finora ci ha risparmiato, comincia a cadere e ci accompagna lungo gli 80 km. che portano a Taupo. Le condizioni non ci consentono di apprezzare, poco prima della cittadina, le Huka Falls, una serie di rapide frequentate per il rafting, e ci limitiamo a uno sguardo dal belvedere superiore.
La strada che stiamo percorrendo è la n. 5, che porta la denominazione di Thermal Explorer Touring Route per la presenza di fenomeni geotermici che di tanto in tanto si preannunciano già da lontano con nuvole di vapore; tra l’altro, passiamo di fianco alla Geothermal Power Station, una centrale che sfrutta le forze sotterranee per la produzione di energia, e poco oltre una deviazione porta a un’area eloquentemente chiamata Craters of the Moon.
Taupo è situata all’estremita nord dell’omonimo lago, il maggiore della Nuova Zelanda con 619 kmq., ed è una frequentatissima meta di villeggiatura, dove giungiamo alle 13, momento giusto per uno spuntino. Ci indirizziamo su Pizza Hut e, mentre divoriamo i tranci che continuiamo a prelevare dal self-service, decidiamo di modificare il nostro itinerario: il maltempo penalizzerebbe la prevista visita al magnifico Tongariro National Park che si estende subito a sud del lago e preferiamo rinviarla al ritorno fra un paio di settimane.
Puntiamo invece verso sud-est con meta Napier, 143 km. da qui: è una bella città che si affaccia sulla Hawke Bay, nel cuore di un territorio vocato alla coltivazione della frutta alla quale si è aggiunta negli ultimi vent’anni quella della vite, con produzioni vinicole di alta qualità. Per lunghi tratti, ai lati della strada, si estendono vigneti allineati con straordinaria precisione, vasti frutteti e coloratissimi campi di lavanda, colture favorite da un clima particolarmente mite.
Nei pressi di Te Pohue, in un contesto di fitte foreste, scolliniamo oltre un passo sul quale sorge The Summit, un vecchio pub pieno di cimeli e vecchie foto che ci ricorda le atmosfere fuori dal tempo delle roadhouses dell’Australia; mentre si sta facendo largo una schiarita sempre più ampia, copriamo gli ultimi 20 km. che ci dividono da Napier, dove giungiamo intorno alle 16.
Ci sistemiamo al City Close Motel (50, Munroe Str. stlundie@xtra.co.nz), vecchiotto ma tranquillo, spendendo 135 NZ$ per l’ormai solita “unit”, dopodiché dedichiamo un paio d’ore alla scoperta della città.
Napier, circa 55.000 abitanti, è considerata un simbolo dell’Art Déco: distrutta da un terremoto nel 1931, fu ricostruita con criteri antisismici e i nuovi edifici furono accomunati da quello stile, all’epoca molto diffuso in Europa. Gli abitanti tengono molto a questa caratterizzazione della città ed è attivo l’Art Déco Trust, con iniziative che vanno dalla conservazione del patrimonio architettonico alle visite guidate.
Particolarmente gradevole è una passeggiata nella zona pedonale del Napier Mall, ben mantenuto ai limiti della leziosità, con facciate in colori pastello, colonnine decorate, aiuole fiorite, bei lampioni, panchine piastrellate in ceramica ciascuna con motivi differenti.
Vista l’immancabile presenza di Countdown, per la cena ci orientiamo sul “fai da te”: acquistiamo il necessario e, grazie alla cucina del nostro appartamento, ci prepariamo un’abbondante minestra di verdure che esaltiamo con una bottiglia di ottimo Sauvignon neozelandese.

Lunedì 9 febbraio
NAPIER - WELLINGTON (km. 398/2214)
Approfittiamo della giornata soleggiata per trascorrere ancora qualche ora a Napier. Ci godiamo in particolare la Marine Parade, splendido viale alberato che costeggia il mare in una sequenza di villette in legno e giardini fioriti; lungo una carrozzabile tortuosa saliamo poi ai 102 metri di Bluff Hill, ammirando un vasto panorama che si estende dalle montagne del Kawera Park a ovest fino al promontorio di Cape Kidnappers a est.
Concludiamo con l’Aquarium, soprattutto per la presenza in un suo settore di Kiwi in semilibertà riferita da alcune guide; è una mezza delusione (anche tre quarti a dire il vero…), visto che l’acquario, seppure ben curato, non è nemmeno lontano parente di quello di Genova che abbiamo sotto casa, mentre una coppia di Kiwi vive in un’ambiente del tutto simile a quello visto due giorni fa a Otorohanga. Quindi, consiglio scontato: risparmiate senza rimpianti i 12 NZ$ dell’ingresso!
La strada che porta a Wellington è classificata con il n. 2 e la denominazione di Classic New Zealand Wine Trail. Sono infatti frequenti i vigneti con adiacenti aziende vinicole che si alternano a vaste estensioni tenute a frutteto; una curiosità che da qualche giorno stiamo notando è che le proprietà confinanti, sia i terreni coltivati che quelli a pascolo, sono divise da fitte siepi alte diversi metri, tanto da far pensare a veri e propri muri!
Come già vedemmo in Australia, sono frequenti lungo le strade gli avvisi contro il pericolo di incendi: sono cartelli suddivisi in cinque settori di diversi colori, dal giallo chiaro al rosso vivo, di cui uno è evidenziato da una freccia a seconda del livello di rischio.
Sono le 13 quando raggiungiamo, 170 km. oltre Napier, Woodville, cittadina simile a tante altre con vie trasversali che incrociano una strada principale sulla quale prospettano tutti i servizi; tra questi, un fast-food cinese, dove consumiamo per pochi soldi dei toast gustosi e abbondanti.
Ormai puntiamo decisamente sulla capitale, dalla quale ci dividono circa 200 km.; superata Masterton, ha inizio il tratto paesaggisticamente più interessante mentre la strada si fa tortuosa e a saliscendi con vedute verso destra (ovest) sulla catena delle Tararua Ranges. Punto culminante e meritevole di una sosta è Rimutaka Summit, un valico a quota 555: da qui si gode un’ampia vista su entrambi i versanti, ammirando l’arditezza della strada a tornanti che taglia pendii coperti di boschi impenetrabili.
Come in ogni luogo, anche il più sperduto della Nuova Zelanda, pure qui vi sono le toilette, pulite e ben fornite di carta igienica, sempre accessibili anche ai disabili: un segno di grande civiltà e una delle note più positive di questo Paese!
Poco più di un’ora ed eccoci a Wellington, che già da lontano si preannuncia per quella bellissima città che in effetti è. Visto che ne abbiamo tutto il tempo, cerchiamo subito la sede della Omega e il molo di partenza del traghetto che domattina alle 9,30 ci trasborderà sull’isola del sud; reputiamo utile conoscere già le modalità della riconsegna dell’auto e dell’imbarco evitando così perdite di tempo o disguidi all’ultimo momento.
Accertiamo con piacere che le formalità saranno minime e otteniamo anche, dall’impiegato della Omega, una buona dritta per il pernottamento: l’Apollo Lodge Motel (49 Majoribanks Street, accommodation@apollo-lodge.co.nz) è infatti facilmente raggiungibile dal molo in una quindicina di minuti d’auto e al contempo centrale e conveniente (150 NZ$ per un appartamento ampio e confortevole). Anzi, dato che abbiamo in programma di traghettare al ritorno il giorno 20, prenotiamo già il pernottamento per quella sera.
A Wellington faremo sosta anche in quell’occasione, ma intanto approfittiamo delle due o tre ore di splendido sole che questo tardo pomeriggio ci regala per effettuare due gite in macchina vivamente raccomandabili.
Essendo alloggiati praticamente ai piedi del quartiere collinare di Mount Victoria, ci rechiamo subito sulla sua sommità (m. 196): l’andatura lenta imposta dalla strada a stretti tornanti consente di ammirare la bellissima zona residenziale di eleganti villette in legno (spesso di kauri) a uno o due piani risalenti in buona parte a fine Ottocento. Dal belvedere sulla cima dell’altura si gode una vista ad ampio raggio che ci fa apprezzare il magnifico contesto ambientale in cui la città è inserita; il luogo dovette piacere anche ai Maori, che lo considerarono sacro e lo battezzarono “Matai-rangi” (“guardare il cielo”).
Tornati sul lungomare, imbocchiamo la Oriental Parade per intraprendere il classico itinerario costiero di 30 km.; il percorso, a forma di “U”, si dipana lungo la costa ed è giustamente reputato tra le più belle strade litoranee del Paese per la successione di insenature, spiagge tranquille che alternano distese sabbiose a scogli, piccoli nuclei di pittoresche casette, piazzole panoramiche sulla Evans Bay e le isole dello Stretto di Cook.
Per la cena, facciamo un giro nella zona portuale ma la scelta finisce per restringersi su tre locali nella stessa via del nostro motel, una vivace birreria che ha il “tutto esaurito”, il “Gengis Khan Mongolian Barbecue” e l’adiacente “Royal Thai”: ci decidiamo per quest’ultimo, dove possiamo apprezzare una buona cucina thailandese, speziata ma senza esagerare.
Quella mongola la sperimenteremo quando ripasseremo da qui tra dieci giorni.

Martedì 10 febbraio
WELLINGTON (traghetto) - PICTON - KAIKOURA (km. 170/2384)
E’ la giornata del traghettamento dall’isola del Nord a quella del Sud. Con due “piccioni viaggiatori” come Enzo e Walter al volante, ci districhiamo con disinvoltura nel traffico di Wellington e, con un’ora abbondante di anticipo, eccoci al molo di partenza; lasciati Walter e Marina con i bagagli, io ed Enzo andiamo alla Omega, dove riconsegniamo la macchina (non viene nemmeno controllata, tanto abbiamo la copertura assicurativa totale…), sulla quale veniamo riaccompagnati al molo da un meccanico dell’agenzia.
Fatto velocemente il check-in di persone e bagagli, approfittiamo del tempo di attesa per prenotare il traghetto di ritorno per il giorno 20: un pensiero di meno!
Il traghetto “Arahura” della Interisland Line ha una lunghezza di 148 metri, 60 uomini di equipaggio e può trasportare 997 passeggeri, 126 veicoli e 60 vagoni ferroviari; a bordo sono disponibili tutti i servizi, oltre quelli consueti di bar e ristorazione anche un centro di servizi turistici, una sala cinematografica, la nursery e uno spazio giochi per i bambini. La traversata ha una durata di tre ore e prevede, dopo l’uscita dalla baia, il passaggio dello Stretto di Cook e l’entrata nei Marlborough Sounds, uno scenografico intrico di fiordi, insenature e isolotti che non possiamo godere al meglio per il tempo uggioso.
Attracchiamo al molo di Picton in perfetto orario alle 12,30. Nell’area del ritiro bagagli sono già allineati gli emissari delle agenzie di noleggio auto che esibiscono le lavagnette con i nomi dei clienti e in pochi minuti entriamo in possesso della nostra seconda vettura, una Toyota Camry decisamente più nuova rispetto alla Vista utilizzata nella North Island.
Subito fuori dalla cittadina, facciamo sosta in una panetteria per uno spuntino a base di gustosi tortini caldi, per poi puntare decisi verso sud: la strada che seguiremo è sempre, anche se abbiamo… cambiato isola, la n. 1, che fu evidentemente la prima arteria di collegamento ad essere tracciata in Nuova Zelanda.
Ci guardiamo intorno e notiamo subito una forte differenza tra i paesaggi visti finora e questa parte settentrionale della South Island: mentre a sinistra siamo prevalentemente in prossimità dell’oceano, sulla nostra destra (ovest) si estende una regione di arenarie movimentate da ondulazioni brulle e di tanto in tanto scavate da calanchi. Dopo Blenhelm, trenta chilometri oltre Picton, in lontananza si scorge la catena dei Kaikoura Ranges, con cime di poco inferiori ai 3000 metri.
Particolarmente suggestivo è il costiero Lake Grassmere per l’intensa colorazione rosa delle sue acque, dovuta alla presenza di sale che, estratto e raffinato, copre la maggior parte del fabbisogno del Paese.
La strada rettilinea e poco trafficata invoglia a premere l’acceleratore e, manco a dirlo, la… scontiamo subito! Un’auto senza alcun contrassegno ci segue per qualche minuto, dopodiché aziona riflettore e sirena invitandoci a parcheggiare; il nostro “misfatto” è di procedere a 116 km/h, cioè, come ci fa notare il policeman (che è anche cortese e simpatico), 16 km. oltre il limite consentito. La multa è proporzionata ai km. in eccesso, nel nostro caso 120 NZ$, ma l’agente, consegnandoci il verbale, ci fa capire che come stranieri sta a noi decidere se pagare o meno: solo se dovessimo tornare in Nuova Zelanda, l’autista potrebbe essere perseguito per legge.
Secondo voi, abbiamo pagato o no…?
Nei pressi di Kekerengu, un nucleo di poche case, facciamo sosta a The Store, un pub storico splendidamente strutturato in legno massiccio con una bella veranda prospiciente il mare, oggi assai burrascoso per il forte vento: consiglio una sosta per l’ambiente accogliente e le gigantesche fette di torte casalinghe alle quali non opponiamo alcuna resistenza.
Arriviamo a Kaikoura intorno alle 16 e già parecchie strutture ricettive sul lungomare espongono il cartello “no vacancy”. Svoltiamo su strade laterali e troviamo un’ottima soluzione in posizione un po’ discosta, una bella villa in mezzo al verde che affitta una dipendenza, un ampio cottage autosufficiente che ci costa la sciocchezza di 120 NZ$: davvero un tipo di sistemazione conveniente e ideale per un gruppo di quattro persone ben affiatate!
La prima tappa è al Whale Watch Kaikoura, l’operatore presso il quale abbiamo prenotato, già da Paihia, la crociera per l’avvistamento delle balene. Confermiamo la prima partenza di domattina, anche se il permanere del tempo perturbato che ha fatto annullare tutte quelle di oggi pomeriggio non promette niente di buono: come dicevano Mogol-Battisti, lo scopriremo solo vivendo…
La cittadina è decisamente piacevole, soprattutto per il ricorrente motivo delle balene e della ricca fauna marina nel quale si sono sbizzarriti negozi e locali con insegne che inalberano grossi pesci, cozze o crostacei.
Stasera decidiamo di trattarci bene e ci indirizziamo sul Sonic on the Rocks Bar & Cafe, inconfondibile per il gigantesco pesce in alluminio che sormonta l’ingresso, dove ci concediamo il freschissimo assortimento della casa: gamberi, cozze, salmone, pesci fritti, mezza aragosta per uno. Il conto totale ammonta a 254 NZ$, vale a dire sui 35 € a testa, senza dubbio concorrenziale ai ristoranti italiani, pensando che vi sono comprese due birre a testa, un bis di cozze per tutti non addebitato e due pizze omaggiate per ingannare l’attesa. Mica male, vero?

Mercoledì 11 febbraio
KAIKOURA - PUNAKAIKI (km. 498/2882)
Anche se non piove, il tempo non è granché migliorato rispetto a ieri. Ad ogni buon conto, ci alziamo di buon’ora per essere puntuali al check-in della crociera previsto per le 7,15.
Giunti al Whale Watch Kaikoura, la buona notizia è che si parte: ci alleggeriamo quindi di 110 NZ$ a cranio, assistiamo a un breve filmato sulle balene e sulla sicurezza in mare e saliamo infine sul pullman che ci porta all’attracco che dista un paio di chilometri.
Il catamarano “Aoraki”, 15 metri di lunghezza e confortevole cabina per 48 passeggeri, salpa alle 8,10. Le condizioni non sono le migliori, con mare un po’ irrequieto e cielo coperto, ma per contratto l’organizzazione garantisce il rimborso dell’80% del biglietto in caso non sia avvistata nemmeno una balena nel corso delle 2 ore e mezza di navigazione.
Evidentemente sanno il fatto loro: la perfetta conoscenza dei fondali ricchi di nutrimento, delle abitudini degli animali e l’uso di microfoni subacquei danno la quasi certezza di vederne qualcuno. Infatti non tardiamo a individuare, a distanza di una mezz’ora l’uno dall’altro e un centinaio di metri dal battello, due capodogli di una dozzina di metri: secondo un rituale di precisione cronometrica, si scorge la lunga pinna dorsale seghettata a pelo d’acqua, per una decina di minuti il cetaceo rimane in superficie per inspirare ossigeno ed infine si immerge mostrando la coda, in un coro di scatti di macchine fotografiche.
La crociera si prolunga poi verso una zona frequentata da delfini e lungo un tratto di costa rocciosa popolata di foche, adagiate pigramente sugli scogli.
Sbarchiamo alle 10,30, facciamo un sostanzioso spuntino con una fetta di torta al cioccolato e alle 11 lasciamo definitivamente Kaikoura con il programma di attraversare la South Island per la sua larghezza passando così dalla costa orientale a quella ovest: una tappa particolare, che ci vedrà partire dall’Oceano, penetrare in un paesaggio alpino e arrivare sulle coste del Mare di Tasman.
Seguiamo la Highway n. 1 in direzione sud per il tratto di 150 km. fino a Rangiora che è classificato Alpine Pacific Triangle Touring Route; percorriamo poi una cinquantina di km. della Inland Scenic Route 72 fino al bivio di Waddington.
Ha qui inizio la 73 o Great Alpine Highway, lungo la quale lo scenario va via via mutando: l’ambiente rurale delle fattorie, dei frutteti e delle immense greggi di pecore lascia gradualmente il posto a un paesaggio brullo di grandi spazi. Siamo ormai sulla strada dell’Arthur’s Pass, la via di comunicazione più elevata e panoramica che scavalca le Southern Alps; salendo verso il Passo, si attraversano estesi bacini di origine glaciale caratterizzati da vegetazione bassa sullo sfondo di formazioni calcaree spesso di forme curiose quali Castle Hill, poi si costeggiano alcuni laghi nei quali è praticata la pesca della trota e infine foreste di faggi.
Si scollina ai 924 metri dell’Arthur Pass, si percorre l’Otira Viaduct, capolavoro d’ingegneria costruito nel 1999 per evitare una serie di stretti tornanti su terreno soggetto a frane, e si scende ripidamente lungo il versante occidentale. Superato Jacksons Pub, sito di una vecchia stazione di posta, costeggiamo per una quarantina di chilometri il bacino del Taramakau River che si fa via via sempre più largo, per giungere al mare all’altezza di Kumara Junction.
Da qui il nostro itinerario punta verso sud, ma prevede prima una deviazione di 50 km. a nord per una delle attrattive più curiose del viaggio; visto l’orario, sarà anche il luogo in cui sosteremo per la notte. Si tratta di Punakaiki, un piccolo centro prospiciente una lunghissima spiaggia al largo della quale si elevano imponenti faraglioni che ci ricorda un po’ la Great Ocean Road della South Australia (vedi mio articolo “Victoria, South Australia e New South Wales”). Diverse strutture ricettive sono esaurite e ci tocca investire un budget un po’ superiore alla media: si parla peraltro di 240 NZ$ totali (poco più di 30 € a testa) per due camere di buon conforto al “Punakaiki Rocks Villas” (info@punakaiki-resort.com), un complesso di lodges su più livelli immerso in un bel palmeto.
Prima di cena, abbiamo il tempo di fare un giro alle Pancake Rocks, rocce stratificate che sono la motivazione primaria che ci ha condotto qui: sta ancora piovigginando, ma domattina… potrebbe essere anche peggio, così ce ne facciamo almeno un’idea. Male che vada, torneremo con ombrello e mantella!
Ceniamo alla Punakaiki Tavern (anche perché in paese c’è solo quella…), un locale dalla simpatica atmosfera western dove divoriamo quattro saporiti fisherman’s baskets (fritti misti di pesce) con due giri di birre per un conto di 102 NZ$.

Giovedì 12 febbraio
PUNAKAIKI - HAAST (km. 431/3313)
La notte è stata piovosa ma la giornata si presenta serena, così ci rechiamo immediatamente al luogo di visita cui ho accennato, distante un paio di km. dal nostro lodge. Si tratta delle Pancake Rocks (letteralmente “rocce a frittella”), il sito più singolare del piccolo Paparoa National Park: un’alternanza di rocce calcaree con materiali argillosi, unitamente a millenni di erosione dovuta alle onde e alle intemperie, ha prodotto un labirinto di blocchi dalle forme bizzarre costituite da infiniti strati sovrapposti che fanno appunto pensare a una catasta di frittelle. Quando il mare è mosso, le numerose cavità al loro interno si riempiono d’acqua che viene poi sospinta verso l’alto per la pressione dando luogo a potenti sfiati alti diversi metri. Il cuore del complesso prende il nome di Dolomite Point ed è visitabile lungo un percorso ad anello di una ventina di minuti, agevolato anche per le carrozzelle e intervallato da piazzole panoramiche.
Lasciata Punakaiki, puntiamo in direzione sud e, ripetuto a ritroso il tratto di 50 km. fino a Kumara Junction coperto ieri, ne percorriamo un’altra ventina per raggiungere Hokitika.
Viaggio dopo viaggio, abbiamo imparato ad essere selettivi nella scelta dei souvenirs, sia personali che per gli amici: insomma, pochi ma buoni e bando alla paccottiglia destinata a raccogliere polvere sugli scaffali in attesa dell’inevitabile cestino!
Hokitika è indicata dalle guide come il posto giusto: infatti, oltre che essere una cittadina piacevole con interessanti edifici storici tra i quali spicca la torre dell’orologio al centro della piazza principale, è rinomata per la lavorazione della giada. La durissima greenstone (pounamu in lingua Maori) ha origine negli strati rocciosi delle vallate alpine ed è portata a valle dai fiumi della West Coast, da dove viene estratta per essere poi trasformata in oggetti ornamentali. Come accade in tutto il mondo per ogni tipo di prodotto, conviene indirizzarsi a laboratori certificati per avere una garanzia di qualità.
Pagato alla “Westland Greenstone Ltd.” l’inevitabile “pedaggio” del viaggiatore e consumato uno spuntino in un fast-food alla buona, partiamo da Hokitika intorno alle 14 puntando alla zona dei ghiacciai, che merita una visita per due caratteristiche dovute a particolari condizioni del terreno, dei venti e delle precipitazioni: sono gli unici al mondo, oltre al Perito Moreno in Patagonia, che avanzano periodicamente anziché ritirarsi e quelli che raggiungono la quota più bassa (300 metri) e la minore distanza da mare (12 chilometri in linea d’aria).
Poco più di un’ora ci separa dal Franz Joseph Glacier e omonimo villaggio che offre tutti i servizi; da qui, sei km. portano a un parcheggio dal quale iniziano le escursioni. Noi effettuiamo il Glacier Valley Walk, passeggiata di un’ora e mezza a/r che, dopo avere percorso il greto del fiume Waiho, porta a toccare la lingua terminale del ghiacciaio. Il locale consorzio di guide alpine organizza visite a pagamento di diverse durate e ogni livello di difficoltà: avendo tempo, credo valga la pena di orientarsi su quelle più lunghe verso le quote più elevate evitando, ad esempio, quella “turistica” di tre ore, che ricalca più o meno la nostra con in più una breve camminata su un sentiero tracciato nel ghiaccio marcio e insudiciato da migliaia di passaggi.
Una ventina di km. più a sud, sempre lungo la Highway n. 6, è situato il Fox Glacier: il villaggio, i servizi, le distanze e le escursioni ricalcano più o meno quelli del “gemello”. Di conseguenza, effettuiamo solo la parte iniziale del Fox Glacier Valley Walk fino al tornante che offre un colpo d’occhio complessivo sul ghiacciaio mentre, secondo il consueto copione di instabilità atmosferica, si stanno addensando sopra di noi nuvoloni neri; torniamo così al parcheggio, procedere oltre non aggiungerebbe nulla a quanto già visto.
Anche la successiva passeggiata intorno a Lake Matheson, che con cielo sereno regala la celebrata veduta di Mount Cook che si specchia nell’acqua, non ci gratifica e rimane solo la ricerca di una sistemazione per la notte. La possibilità più vicina è offerta da Haast, 100 km. a sud, ma la cosa non si rivela così scontata: la località (300 abitanti) è piccola, vi arriviamo alle 20 passate e le poche accommodations sono esaurite.
Decidiamo di chiedere consiglio alla piccola stazione di polizia, chiusa anche se dalla casa accanto si affaccia un agente in borghese, presumo l’unico del paese, un bonaccione più simile a un contadino dalle grosse mani callose; ci indirizza alla Collyer House (collyerhouse@xtra.co.nz), una decina di km. fuori città, presso la quale fissiamo telefonicamente due camere. Si tratta di un cottage prospiciente la Haast Beach, bellissimo e confortevole; e vorrei vedere non lo fosse, al prezzo di 180 NZ$ per stanza, il pernottamento più caro di tutto il viaggio!
A quest’ora (sono le 21) la zona non offre alcuna possibilità di ristorazione, ma la padrona di casa, partecipando anche con del salmone e due bottiglie di vino, consente a noi e agli altri ospiti, Bridget e Denis, una giovane coppia irlandese, di utilizzare l’ampia cucina: raduniamo le provviste che abbiamo nelle rispettive macchine e mettiamo su una cena di tutto rispetto che riempie una serata davvero simpatica. Tra l’altro, Denis gestisce il “Cafè Paradiso”, un ristorante vegetariano a Cork, e allestisce una pasta con verdure degna di un grande cuoco (e lo è, visto che ha già scritto tre libri di cucina)!

Venerdì 13 febbraio
HAAST - QUEENSTOWN (km. 228/3541)
La lezione che abbiamo tratto dall’esperienza di ieri sera è chiara: rispetto a quella del Nord, l’Isola del Sud, meno popolata, con meno centri abitati, maggiori distanze tra di essi e grosse attrazioni su cui si riversa il flusso turistico, consiglia una strategia più oculata nel reperimento delle strutture ricettive e decidiamo di appoggiarci ai numerosi Visitor Centre per prenotare con un certo anticipo. Per questa sera provvederemo a Wanaka, 141 km. da Haast, che lasciamo dopo un’abbondante colazione intorno alle nove.
Ma lungo la strada (sempre la n. 6), che per una quarantina di km. costeggia l’Haast River, non mancano le attrattive che invogliano a frequenti soste, anche grazie alla giornata di splendido sole. Molto belle sono ad esempio le Thunder Creek Falls, una cascata di 30 metri nel folto della foresta a pochi minuti di cammino dalla carrozzabile.
A Makarora, villaggio composto da un chiosco di ristoro e un paio di case vicino a un piccolo campo di aviazione, ci aspetta un’esperienza inattesa quanto gradita: dei piccoli Cessna da sei posti effettuano voli panoramici e cogliamo “al volo” (è il caso di dirlo) l’opportunità di essere arrivati nel posto giusto al momento giusto: una breve trattativa con il responsabile della “Siberia Experience” (“o partire subito o niente”) e sconto del 10% sulla tariffa di 330 NZ$ a testa, ed eccoci a bordo del piccolo velivolo con rotta su Mount Cook!
Il volo, della durata di un’ora e un quarto, offre una sequenza di vedute via via più spettacolari prima sui laghi Wanaka e Hawea, poi sulla piana percorsa dai meandri di diversi fiumi, per entrare infine nel cuore delle Southern Alps, estesi massicci granitici coperti da nevi perenni e ghiacciai; il giro a 360° attorno alla piramide di Mount Cook (m.3754, un centinaio di km. in linea d’aria dalla partenza) e del tormentato Tasman Glacier, che rasentiamo a poche decine di metri di distanza, rimarrà una delle emozioni più strabilianti del nostro viaggio!
Bel colpo! In due ore abbiamo praticamente guadagnato mezza giornata, visto che abbiamo fatto (e in condizioni magnifiche) il volo panoramico che avevamo in programma dal versante opposto sulla via del ritorno, mentre invece così potremo risparmiare una deviazione di 70+70 km. e tirare via dritto.
Uno spuntino al chiosco con un toast e una macedonia di frutta, e risaliamo in auto: costeggiamo i laghi Wanaka e Hawea in una successione di bellissimi panorami e raggiungiamo dopo una cinquantina di chilometri Wanaka. Individuiamo subito il Visitor Centre, presso il quale, con la consueta efficienza, ci viene fissato il pernottamento in un lodge di Queenstown; evitati così i patemi di ieri, possiamo prendercela comoda e goderci una tranquilla passeggiata al lago sotto un sole estivo.
Wanaka, all’estremità sud dell’omonimo lago, è una quotata stazione di villeggiatura che offre un ventaglio di attrazioni e svaghi per ogni stagione: pesca, canoa, vela, kayak in estate, sci sulle montagne circostanti in inverno. Proprio presso una di queste aree sciistiche passiamo di lì a poco sulla via di Queenstown, quella di Cardrona: in un paesaggio in questa stagione spoglio e spopolato, dà l’impressione di un salto indietro nel tempo lo storico Cardrona Hotel restaurato in conformità all’originale, un edificio in legno beige bordato di granata come l’automobile di servizio modello Anni Trenta posteggiata all’esterno.
La strada continua in lieve salita fino a che, scollinato a quota 1076, si presenta sotto di noi l’abitato di Queenstown, situato in magnifica posizione in riva al Wakatipu Lake dalla caratterstica forma a Z. Entrati di lì a poco in città, prendiamo possesso per 210 NZ$ dell’alloggio prenotato, una “self contained unit” del complesso “Lofts Apartments” (61 Shotover Street, stay@lofts.co.nz), perfino sovrabbondante visto che dispone di nove posti letto!
Facciamo subito la tappa d’obbligo al Visitor Centre, dove fissiamo la crociera di domani sul Milford Sound (60 NZ$ a testa), quella di dopodomani sul Doubtful Sound (185 NZ$ a testa) e il pernottamento di domani sera a Te Anau (150 NZ$ totali). Oggi ci troviamo ad avere speso una barca di soldi, ma del resto si tratta di gite già in programma all’atto della progettazione del viaggio, anzi non ci asteniamo nemmeno da un po’ di shopping nella zona pedonale della città, che è considerata una vera e propria “capitale sportiva” della Nuova Zelanda: tranquilli passatempi come bungee jumping, deltaplano, parapendio, rafting, jet-boat, surf fluviale, mountain-bike, snowboard trovano l’ambiente ideale in questa splendida regione di acque e montagne.
Equilibriamo però il bilancio rinunciando al ristorante: facciamo spesa al supermercato e, pur non facendoci mancare niente, ci cuciniamo un’abbondante cena che ci costa non più di una decina di dollari a testa!

Sabato 14 febbraio
QUEENSTOWN - TE ANAU (km. 391/3932)
Siamo così giunti all’ingresso del Fiordland, il più esteso Parco Nazionale della Nuova Zelanda con 21.000 kmq. e uno dei “fiori all’occhiello” del nostro viaggio. Milford Sound, cittadina che porta lo stesso nome del fiordo (il termine sound, come in Scozia, definisce uno stretto braccio di mare), dista in linea d’aria da Queenstown non più di sessanta chilometri ma, essendoci in mezzo le montagne, tocca percorre un largo giro che ne prevede circa 270. La crociera da noi prenotata è quella delle 13, ma preferiamo metterci in moto poco dopo le 8 per goderci con calma una strada di grande valore paesaggistico, anche se il tempo si è di nuovo fatto incerto.
90 km. in direzione sud da Queenstown a Mossburn lungo la n.6, altri 69 verso ovest fino a Te Anau sulla n. 94, ed eccoci puntare a nord per i 116 km. della Milford Road che dovremo necessariamente ripetere anche al ritorno: è una delle strade più spettacolari della Nuova Zelanda, continui saliscendi e stretti tornanti in un ambiente severo di fitte foreste dominate da imponenti pareti rocciose dalle quali scendono una quantità di cascate, cascatelle e ruscelletti. Di tanto in tanto si diramano sentieri escursionistici di grande soddisfazione che consentono di penetrare nel cuore del Parco.
A quota 921, in uno scenario grandioso di ripidi pendii solcati dall’acqua e da lingue di nevi perenni, si imbocca l’angusto Homer Tunnel, buio e a unica corsia con qualche slargo per i veicoli incrocianti. Dopo 1240 claustrofobici metri si sbuca sul versante occidentale, dove è d’obbligo una sosta sulla piazzola panoramica per ammirare dall’alto la Cleddau Valley, in buona parte avvolta nelle nuvole, lungo la quale si distingue il nastro della strada che in 19 km. scende a Milford Sound; sullo slargo si aggira una coppia di Kea, grosso pappagallo di montagna a rischio di estinzione, che vola poco e saltella volentieri nei pressi delle auto ferme nella speranza di rimediare qualche boccone da parte dei turisti (anche se cartelli dell’ente parco avvisano “Don’t feed the Kea”).
Si è intanto messo a piovere e quando, allo scoccare di mezzogiorno, arriviamo al molo, in direzione del fiordo non si vede quasi niente. Consumato uno spuntino, si fa per fortuna largo una schiarita e, giusto pochi minuti prima dell’imbarco, siamo premiati dalla classica veduta del Milford Sound sul quale si erge in tutti i suoi 1692 metri la piramide granitica del Mitre Peak, una specie di Cervino degli Antipodi.
E’ quasi del tutto sereno quando la motonave "Milford Monarch”, che può ospitare 400 passeggeri, salpa, e ci va bene così: se infatti ancora ci fossero dei dubbi, abbiamo la conferma di trovarci nella regione a più alta piovosità della Nuova Zelanda. Come già lungo la Milford Road, le scoscese pareti rocciose rivestite di fitta vegetazione che delimitano il fiordo sono una successione continua di rigagnoli e salti d’acqua, tra i quali spiccano le impetuose Bowen Falls alte 160 metri, a breve distanza dal molo e raggiungibili anche con una passeggiata su passerelle.
La rotta segue all’andata la riva sinistra (sud) del fiordo e al ritorno quella opposta, su una distanza di 20+20 km. fra l’attracco e il mare aperto regalando stupendi scenari di una natura primordiale; sulla via del ritorno, mentre il cielo si va di nuovo coprendo, il battello si porta ai piedi dalle Stirling Falls che precipitano per 155 metri in una fenditura nella roccia sostandovi qualche minuto, con doccia e arcobaleno assicurati!
Sbarchiamo alle 14,40, come da tabella di navigazione, e risaliamo in macchina con meta Te Anau dalla quale ci separano i 116 km. già percorsi all’andata, compreso l’Homer Tunnel con tanto di Kea che gironzolano intorno alle auto in sosta. Gli ultimi 30 km. costeggiano il lungo e stretto Te Anau Lake, bellissimo nella luce del sole che per tutta la giornata odierna ha proprio dato l’impressione di voler giocare a nascondino.
Su una parallela al lungolago, la Quintin Drive, individuiamo in breve l’Anchorage Motel (info@teanaumotel.co.nz), affacciato su un prato all’inglese ben curato, dove ci è destinato un cottage indipendente che ci costa 150 NZ$. Ormai conosciamo bene questa tipologia abitativa e ci avvaliamo dell’attrezzata cucina per prepararci, dopo la consueta visita al supermercato, un’altra cena “fai da te”. Questa sera rinfresco i miei ricordi di cucina vietnamita per cimentarmi nei noodles con legumi, verdure e gamberetti: la memoria non mi ha evidentemente tradito, visto gli entusiastici apprezzamenti degli amici! O non sarà perché da stamattina abbiamo mangiato solo un tramezzino e una mela?

Domani, in una giornata in buona parte dedicata al Doubtful Sound, altro “must” del Fiordland National Park, raggiungeremo il punto più meridionale del nostro viaggio (ma anche della mia vita, in attesa di un’auspicabile prossima Patagonia…) e avrà inizio il lungo ritorno verso nord, altri 2648 km. per raggiungere Auckland. Ma in mezzo ne vedremo ancora delle belle, come vi racconterò nella terza e ultima parte di questo resoconto!

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