A Capo Nord passando... per la Russia!

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A Capo Nord passando... per la Russia!

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Partiamo domenica 1° agosto. Siamo in tre: Balos e Serjei con le fide XT 550, e io con la mia Tenerè 600 prototipo.
Ci fermiamo a pranzo a Tolmezzo da Italo Barazzutti, un biker che con la sua fida Thelma (Honda Gold Wing del '86 con al suo attivo 260.000 km) ha viaggiato sino al lago Baikal in Siberia e ritorno.
Alle 15 ci rimettiamo in movimento, sperando di non incappare in qualche etilometro: attraversiamo velocemente l'Austria quando, poco prima di Vienna, la mia moto ammutolisce improvvisamente in autostrada. Dopo mezz'ora di rimaneggiamenti all'impianto elettrico riesco a farla ripartire pur senza fari, frecce, clacson ecc.
Comincia a piovere e usciamo dall'autostrada trovando poco dopo una locanda. Ci fermiamo lì e la mattina successiva individuo il guasto, dopo avere smontato mezza moto. Lo riparo velocemente e possiamo ripartire: attraversiamo la Slovacchia, transitiamo per la Repubblica Ceca ed entriamo in Polonia, sotto un temporale dell'accidente.
Ci fermiamo ad Oswiecim (Auschwitz) e visitiamo il tristemente famoso lager-museo, con il vicino campo di Birkenau. Riprende a piovere e pernottiamo in un accogliente motel.
Il mattino dopo ci dirigiamo verso le vicine miniere di sale di Wieliczka, dove trascorriamo la mattinata nelle fantastiche gallerie che si snodano sino a trecento metri sotto terra.
Proseguiamo il viaggio verso nord per giungere nel tardo pomeriggio a Terespol, cittadina di confine con la Bioelorussia. Troviamo una locanda e, alla mia richiesta di garage, la proprietaria ci fa entrare con le moto nel corridoio dove si trovano le camere e parcheggiamo lì.
Il mattino alle 7,30 siamo alla dogana bielorussa: spegniamo le moto e ci mettiamo in attesa nella fila riservata ai veicoli occidentali. Alle 9,15 siamo ancora allo stesso punto, e nessuno si è interessato a noi. Cominciamo ad innervosirci quando arriva una vecchia Lada: ne scendono due tizi che si avvicinano e ci chiedono il perché ce ne stiamo lì. Rispondo che nessuno ci ha controllato nulla sino ad ora, e i due s'infervorano: non dovete stare lì, venite, superate le auto e raggiungete il posto di controllo.
Uno dei due fa accostare le auto davanti a noi e tentiamo di passare: niente da fare, sto facendo la fiancata ad un furgone tedesco ma non ci passo…
Interviene l'altro e mi incita a salire sul marciapiede e a superare la fila da lì: guardo i poliziotti ma li vedo indifferenti alla cosa.
Allora saliamo sul marciapiede e ci portiamo in testa alla colonna di mezzi, davanti al posto controllo passaporti. I doganieri non fanno una piega e noi facciamo finta di niente. Arrivano i due e parlottano con un poliziotto (che siano anche loro poliziotti?), che ci domanda i passaporti. Tempo dieci minuti e siamo a posto, pronti a partire.
A questo punto i due ci chiedono 15 $ per comprare la Vodka. Gliene diamo 10 e ci stringono la mano con foga, ringraziandoci. Altro che poliziotti, sono faccendieri che trascorrono la giornata in frontiera aiutando (a pagamento) chi non è pratico. In ogni caso ci sono stati preziosi.
Superiamo altri due controlli, cambiamo un po’ di dollari in rubli e partiamo. Faccio due conti: abbiamo 550 chilometri per arrivare a Gomel, e dobbiamo fare tappa prima a Mozir. Bisogna darci dentro.
Sono al mio quarto viaggio in Bielorussia, e noto subito la differenza con l'ultima volta che sono stato qui. Il parco macchine è cambiato: non più vecchie Lada scalcinate ma Audi o Golf in discrete condizioni. In quattro anni c'è stato un notevole miglioramento di vita.
Percorriamo poche decine di chilometri ed ecco che ci ferma il primo poliziotto: controlla le carte verdi e ci lascia proseguire. Altri venti chilometri e veniamo fermati di nuovo: l'agente è perplesso, guarda i due collettori di scarico e mi domanda: "Due cilindri?"
Gli spiego che no, sono due uscite di scarico ma il cilindro è unico. Mi chiede se l'avviamento è elettrico e, avuta risposta affermativa, ci lascia andare soddisfatto.
Ci diamo dentro e verso le nove arriviamo a Gomel. La città è cambiata: manco da sette anni e non riesco a trovare la via dove abita la famiglia di Olga. Dopo mezz'ora di girovagare per la città mi arrendo e le telefono, e in pochi minuti ci vengono a prendere.
Trascorriamo due giorni a Gomel, a zonzo tra parchi e musei. Le moto pernottano da "Garage-Man", un simpatico personaggio che ha la passione per la motoristica. Ci mostra la sua ultima creazione: una vecchia Ural alla quale ha sostituito la ruota posteriore con una tolta a chissà quale auto, montata con modifiche allucinanti alla trasmissione.

Venerdì 6 agosto
E' ora di partire: entro stasera dobbiamo essere fuori dalla Bielorussia, poiché il nostro visto di transito scade. Ci mettiamo in marcia: la strada attraversa immense foreste, talvolta sul ciglio della strada notiamo piccoli cartelli recanti il simbolo dell'atomo, che avvertono che il terreno è contaminato. Chernobyl è ancora vicina!
Ci fermiamo in un chiosco a bere un caffè ma al momento di pagare le due ragazze che lo gestiscono, saputo che siamo italiani, insistono per offrirci la consumazione. Facciamo loro un paio di foto e poi via su una ruota sola, per la gioia degli spettatori.
Arriviamo al confine russo verso le 15 e, superato un primo controllo, spegniamo le moto. Dobbiamo stipulare una polizza assicurativa perché la nostra non è valida: dopo un'ora trascorsa tra uno sportello e l'altro possiamo partire.
Proseguiamo in direzione Nord seguendo strade secondarie. Per decine e decine di chilometri non incontriamo anima viva, poi l'ennesimo posto di blocco: altro controllo della carta verde e via di nuovo.
Verso il tramonto giungiamo in una città, Velikije Luki, dove ceniamo in un chioschetto nella piazza principale. Qui conosciamo quattro simpatiche signore un po’ sbronze, la più snella delle quali pesa circa novanta kg. Tra una risata e l'altra arrivano le undici, salutiamo le nostre amiche e usciamo dalla città per una decina di km, fermandoci poi in un campo dove piantiamo le tende.

Sabato 7 agosto
La notte trascorre tranquilla: partiamo presto con l'illusione di trovare un altro chiosco dove bere un caffè, ma inutilmente. Proseguiamo verso Nord attraversando una regione tra le più misere: l'asfalto è distrutto e ci obbliga ad un continuo slalom tra le buche, mentre nei villaggi attraversati ci sono poche case fatiscenti e tante baracche.
Dopo un centinaio di km giungiamo in una cittadella. Sento le note di una banda musicale e ci fermiamo incuriositi: c'è un enorme parco dove l'intera popolazione sta facendo festa. Parcheggiamo le moto e ci uniamo ai festeggiamenti, mescolandoci tra la gente che ci guarda incuriosita. Ci sono numerose bancarelle dove si vende di tutto: in una di queste acquistiamo alcune pagnotte farcite di cipolle e ce le sbafiamo. Alla bancarella successiva riusciamo a berci i nostri sospirati caffè e decidiamo quindi, un po’ a malincuore, di riprendere il viaggio verso San Pietroburgo. Firmiamo alcuni autografi che un gruppetto di ragazzine ci richiede e abbandoniamo quest'atmosfera bucolica.
Verso le due arriviamo a Novgorad, una bella cittadina a 200 km da San Pietroburgo. Pranziamo con calma e ci rimettiamo in viaggio, arrivando nel tardo pomeriggio nella capitale degli zar. Qui affittiamo un appartamento in centro, rinchiudiamo le moto in cortile e partiamo alla scoperta della città.

Domenica 8 agosto
Le moto restano blindate: dedichiamo la giornata alla visita della città, che veramente meriterebbe più giorni. Noi già nel tardo pomeriggio ne avremmo abbastanza, ma abbiamo pagato l'appartamento per due notti e restiamo.

Lunedì 9 agosto
Impieghiamo un'ora per centrare la strada giusta ma finalmente siamo fuori da questa megalopoli: inizia a piovere e la temperatura si abbassa notevolmente. Procediamo su questa strada, la Murmanskaja, incontrando cartelli stradali che ci informano: Murmansk dista 1450 km. Spero di non doverli percorrere tutti con questo tempaccio: la temperatura è piombata dai 30 gradi di San Pietroburgo a 10 gradi nel volgere di 50 km, e continua a piovere.
Procediamo spediti lungo questa noiosa strada: il paesaggio diventa sempre più nordico, immense distese erbose lasciano spazio ad altrettanto immense foreste di conifere. Il traffico è praticamente inesistente: ogni tanto incrociamo uno scassatissimo camion che trasporta legname, o qualche Lada carica di persone che chissà dove sta andando.
Verso le 20 ci fermiamo infreddoliti ad un distributore: facciamo il pieno e cerchiamo di cenare in un piccolo chiosco. Ci sediamo ad un tavolo e stiamo sorseggiando una birra quando arriva un'auto della polizia. L'agente fa rifornimento, parcheggia ed entra anche lui. Butta una rapida occhiata al nostro tavolo, dove troneggiano tre bottiglie di birra, si siede e beve una Coca Cola.
Bisogna sapere che in Russia, per chi guida, la tolleranza verso l'alcool è ridotta a zero: la polizia è inflessibile con chi alza il gomito anche se di poco, e in caso di positività alla prova del palloncino spesso scatta l'arresto.
Stiamo seduti per un'ora sperando che se ne vada, ma nulla da fare. Decidiamo di andarcene noi e ci alziamo per avviarci all'uscita quando il poliziotto, che sino ad ora non ha mai proferito parola, si rivolge alla cassiera abbaiandole qualcosa. Non capisco nulla di quello che dice ma afferro una parola: "pivo". Cosa le avrà chiesto? Forse quante birre abbiamo bevuto a testa?
Con calma montiamo in sella e io sbircio nella sua direzione: è sempre seduto, anche se guarda verso di noi. Partiamo ma, percorsi un paio di chilometri, lasciamo l'asfalto e ci infiliamo in una strada sterrata che entra nella foresta. E' sabbia soffice con profonde pozzanghere, e in una di queste Serjei fa un capitombolo. Io nel frattempo vado avanti in perlustrazione: la carrareccia esce dalla foresta e si addentra in un campo, ideale per piantare le tende. Balos e Serjei nel frattempo hanno rialzato la moto e mi hanno raggiunto, e cominciamo a scaricare le moto.
Tempo 5 minuti e arrivano alcuni miliardi di fameliche zanzare: montiamo le tende velocemente e ci chiudiamo dentro, addormentandoci cullati dal brusio delle bestioline affamate…

Martedì 10 agosto
Sveglia alle sette, anche se il sole è già alto da alcune ore. Il tempo di preparare il pentolino per il caffè e arrivano le zanzare, cattive come non mai. Beviamo in fretta la nostra brodaglia, prepariamo le moto e partiamo.
Dopo un paio d'ore veniamo fermati da due poliziotti che ci mostrano la solita pistola radar: andavamo a 80 km/h con un limite di 50. Ci fanno entrare nella loro auto, chiudono le portiere e uno dei due ci spiega: la multa è di 300 rubli, e dobbiamo andare in banca a pagarla dove ci verrà rilasciata regolare ricevuta…
Il poliziotto lascia il discorso in sospeso, ed è sin troppo chiaro. Tiro fuori i 300 rubli e glieli metto in mano, dicendogli di portarli lui in banca. Ci riconsegna le patenti e usciamo dalla Lada, per rimetterci subito in viaggio.
Proseguiamo per qualche centinaio di km sempre in direzione Nord. Deviamo solo per andare a Kem, sul Mar Bianco, a vedere l'imbarco da dove durante il regime di Stalin i prigionieri venivano spediti sulle isole Soloveckje ai lavoro forzati.
Nel pomeriggio, mentre siamo fermi lungo la strada a fare qualche foto, compare un tizio in mimetica e ci chiede se possiamo dare una spinta alla sua auto, ferma nella foresta. Acconsentiamo e quello parte correndo a piedi, con noi che lo precediamo.
Dopo un km arriviamo a una radura dove c'è la solita Lada: gli diamo una spinta poiché è in panne di batteria, e l'uomo dopo mille ringraziamenti salta in macchina e se ne va.
Stiamo per andarcene anche noi quando Serjei nota un fungo: è un porcino ma qui nessuno li raccoglie. Organizziamo una piccola spedizione e dopo 20 minuti abbiamo un buon raccolto di funghi, che però lasciamo sul posto quando ci rendiamo conto che non abbiamo nulla per cucinarli.
Proseguiamo il viaggio tra un piovasco e l'altro: il paesaggio è immutato, alternando lunghi tratti di tundra con altrettanti di foresta. Può capitare di fare 200 km senza trovare un distributore di benzina, e dobbiamo organizzarci per evitare di rimanere a secco.
Verso le 9 di sera arriviamo a Murmansk: la vista della città non è certamente delle più belle, con centinaia di orrendi garages di lamiera sparsi dappertutto sui fianchi della montagna circostante.
Scendiamo in città alla ricerca di una pensione ma siamo costretti ad alloggiare all'hotel internazionale. La mattina, appena sveglio, mi affaccio alla finestra ma solo per scoprire che il tempo è quello di ieri: piove. Carichiamo le moto e partiamo, questa volta direzione Nord-Ovest. Siamo in cima all'Europa, sul mare di Barents, quasi alla stessa latitudine di Capo Nord.
Il paesaggio è cambiato: ora è tundra, la strada sale su colline poi ne ridiscende per tornare a salire. Il tutto sempre immersi nel verde della vegetazione e nel grigio plumbeo del cielo.
Primo posto di blocco: rapido controllo passaporti e la sbarra che chiude la strada viene alzata. Si avverte che il confine non è lontano.
Alcuni chilometri dopo incrociamo il primo carro armato: alla svolta successiva ne incontriamo altri 4 o 5 che filano di lato alla strada. Strada che ha una caratteristica: così come da noi ci sono le piste ciclabili lateralmente alla carreggiata, qui ci sono le piste "carrabili". Carrabili nel senso che ci passano i carri cingolati. Sono larghe tre metri circa, e affiancano la strada per vari chilometri, poi spariscono in qualche piccola valle per ricomparire poco più avanti. Sono sterrate e solcate da profondi solchi
Percorriamo una trentina di km quando notiamo che l'aria è diversa: l'erba non c'è più, sostituita da un terriccio nero. Dopo una svolta ci appare un'immensa vallata senza un filo d'erba, con ciò che resta di pochi alberi scheletrici. Il colore predominante è il nero: al centro di questa valle si erge un megacomplesso industriale che vomita un denso fumo da varie ciminiere.
Siamo a Nikel, cittadina che deve il suo romantico nome appunto a un giacimento di nikel. Mi ritorna alla mente il commento della guida Lyonelet su questo posto: "Un orrendo buco nero posto al centro di una zona di straordinaria bellezza".
Nikel è un paese con poche case e condomini, e ha le dimensioni di un quinto dello stabilimento. Mentre stiamo a guardare inorriditi questa scena spunta un raggio di sole, che conferisce al paesaggio un aspetto ancora più assurdo.
La Norvegia è a venti km in linea d'aria da qui: i norvegesi da qualche anno stanno finanziando un progetto di salvaguardia dell'ambiente per recuperare il salvabile. I russi sono accusati tra l'altro di avere fatto esplodere testate atomiche per arrivare più in fretta al giacimento, anche se hanno sempre negato tutto.
Riprendiamo la marcia e giungiamo dopo alcuni km all'ennesimo posto di blocco: ai lati della strada una rete restringe la carreggiata ad una sola corsia, e una sbarra ci chiude il passaggio. Solo adesso notiamo che la rete è attraversata da una corrente elettrica certamente sostanziosa, come testimoniano i grossi isolanti in ceramica.
Da una baracca escono due soldati armati del solito Kalasnikov, i quali compilano un modulo con i nostri dati. Uno dei due ci chiede se abbiamo sigarette da dargli, ma rispondo che non fumiamo.
Interviene l'altro, chiedendo un "souvenir". Gli dico che, se vuole, ho un paio di cioccolate. Gli si illuminano gli occhi e risponde: "Da, da!"
Serjei tira fuori un paio di scatolette di Simmenthal, oltre ad un vasetto di sott'aceti. In cambio chiediamo una foto con loro, e acconsentono con entusiasmo. Mi sa che hanno i viveri razionati!
Dopo un'energica stretta di mano ci salutiamo e ripartiamo. Percorriamo lentamente tre chilometri di una stretta strada, sino a giungere al confine. Qui ci fanno parcheggiare le moto e ci chiedono di togliere i bagagli. Siamo riluttanti a smontare tutto, e togliamo solo i bauletti. Li portiamo in uno stanzone e aspettiamo. Dopo tre quarti d'ora usciamo, uno per volta, senza che nessuno ci abbia controllato il bagaglio. Spingiamo le moto pochi metri più avanti, convinti che il controllo norvegese sia solo una formalità. Invece ci tengono fermi venti minuti prima di lasciarci ripartire, augurandoci poi buon viaggio.
Allietati da un sole splendido ci godiamo la Norvegia: arriviamo a Kirkenes e parcheggiamo in una piazza, lasciando le moto incustodite. Pranziamo con una bistecca e cominciamo a rimpiangere la Russia: spendiamo 25€ a testa per una bistecca e due patatine.
Un'ora dopo siamo di nuovo in viaggio: entriamo in Finlandia a caccia di Euro e nel frattempo inizia a diluviare. Ci fermiano in vari locali a bere un caffè, o a mangiare una fetta di torta, solo per cambiare un po’ di Euro. Dopo tre ore siamo di nuovo in Norvegia, direzione Capo Nord.
Lungo la strada incrociamo un bizzaro veicolo e torniamo indietro per vederlo meglio: è un triciclo con annesso rimorchietto e lo conduce un inglese sui 40/50 anni. Facciamo due parole e scopriamo che è partito in febbraio da Gibilterra, ha girato mezza Europa e ora sta tornando in Inghilterra.
Incontriamo numerose renne che brucano beate. Ad un certo punto ne vediamo una sull'asfalto, di lato alla carreggiata: è appena stata investita presumibilmente da un'auto e credo sia morta. Questo ci scuote un po’ e ci fa rialzare la guardia: ce ne sono tantissime e non ci vuole niente ad incrociarne una.
Arriviamo al tunnel che collega l'isola di Capo Nord con la terraferma: la strada scende sotto il livello del mare e procede per 7 km, poi inizia a risalire. Viaggiamo immersi nella nebbia fino alla fine del tunnel, finchè risaliamo e arriviamo al casello di uscita. Paghiamo il pedaggio e siamo sull'isola più a nord d'Europa.
Sono le dieci di sera, piove e ci sono 7 gradi. Arriviamo a Honningsvag, unica cittadina presente sull'isola e troviamo una locandiera che per 35 Euro a testa ci affitta una bella e calda stanza con bagno.
Prepariamo una spaghettata in camera e, dopo avere acquistato tre birre dalla locandiera per 15 Euro, ci concediamo una lussuosa cena stando seduti sui letti e commentando la giornata. Stamattina eravamo a Murmansk, in Russia; siamo passati in mezzo a carri armati ammucchiati in ogni dove, siamo entrati in Norvegia, poi in Finlandia, di nuovo in Norvegia e arrivo a Capo Nord.
Per oggi può bastare e andiamo a dormire, ma dopo un po’ mi sveglio di soprassalto: sta diluviando e c'è chiaro. Guardo l'orologio, convinto che siano almeno le otto, ma sono solo le tre. Ho dimenticato a che latitudine siamo!
Alle sette ci alziamo e non crediamo ai nostri occhi: splende un sole radioso. Dopo avere consumato una sostanziosa colazione nordica prepariamo le moto e partiamo: percorriamo con calma i 30 chilometri che ci separano dal punto più a Nord d'Europa, godendoci il paesaggio e la bella mattinata.
Arriviamo al fatidico casello che delimita l'ingresso dell'estremità dell'isola e teniamo consulto: l'accesso costa 25 Euro a testa, e ci sembra una rapina. Viene proposto di aggirarlo in fuoristrada, ma è chiaro che saremmo notati subito. Alla fine decidiamo di sottostare alla gabella, anche in considerazione del fatto che i norvegesi stanno facendo un ottimo lavoro: nonostante le migliaia di turisti che si riversano sull'isola non si trova in giro una cartaccia o una lattina, e tutto appare incontaminato.
Ci fermiamo un paio d'ore, scattando foto a raffica. Visitiamo anche il bazar fuggendone inorriditi: i prezzi dei vari souvenir sono mediamente quintuplicati rispetto al reale valore della merce.
Visitiamo un paio di villaggetti di pescatori, con decine di piccoli pescherecci ancorati ai moli: siamo lontani dalla strada principale e in giro non c'è anima viva.
Il tempo inizia a cambiare: folate di nebbia c'investono e decidiamo di ritornare. Percorriamo a ritroso i pochi chilometri che ci separano dal tunnel e finalmente sbuchiamo sulla terra ferma.
Proseguiamo in direzione Sud-Ovest: ora sta piovendo e la temperatura è sui 7 gradi. Verso sera troviamo un bungalow tutto per noi: spaghettata gigante e poi a dormire.

Venerdì 13 agosto
Risveglio con la pioggia. Percorriamo 500 km e verso il tardo pomeriggio arriviamo, piuttosto infreddoliti, sulle isole Lofoten. Qui abbandoniamo la strada principale ("C'è troppa gente!") per una via secondaria, e verso sera giungiamo ad un piccolo villaggetto di pescatori dove abbiamo una sorpresa: la strada finisce. C'è però un traghetto, che scopriamo partirà l'indomani alle 8,30.
C'è poco da fare: decidiamo di goderci il lato positivo di quella sosta forzata e fortunatamente troviamo una locanda con due camere libere. Scarichiamo le moto, facciamo una passeggiata in riva al mare poi torniamo in camera, dove diamo fondo ai nostri spaghetti prima di dormire.

Sabato 14 agosto
Il traghetto arriva puntuale e saliamo a bordo. È una piccola chiatta e oltre a noi sono imbarcate altre tre auto. La traversata dura 40 minuti, in un arcipelago d'isolotti che talvolta sfioriamo di pochi metri.
Sbarchiamo e continuiamo il viaggio, fermandoci ogni poco su spiagge di sabbia bianchissima stile caraibico. Attraversiamo villaggi di poche case, ma sempre con un porticciolo e piccoli pescherecci attraccati. In uno di questi incontriamo un italiano, trasferitosi quassù vent'anni fa. Vive preparando e vendendo articoli di bigiotteria che costruisce durante l'inverno. Ci racconta che lì la temperatura non scende mai sotto lo zero, grazie alla Corrente del Golfo. Sarà vero?
Il cielo si mantiene coperto, anche se a tratti il sole tenta di apparire con scarsi risultati. Decidiamo di traghettare per Bodo, sulla costa norvegese. Siamo al paese di A, il regno dello stoccafisso. C'è pure un museo dedicato a questo pesce, che visitiamo nell'attesa del traghetto. È praticamente una vecchia fabbrica dove veniva preparato, dallo sbarco dal peschereccio all'essicazione finale.
Una caratteristica comune a quasi tutti i paesi di queste isole è l'odore di baccalà, probabilmente dovuto alle ampie rastrelliere che s'incontrano dappertutto dove il pesce viene fatto essiccare.
Dopo quattro ore di traversata sbarchiamo a Bodo, sotto una pioggia battente. Dormiamo in una pensione maleodorante, ma essendo l'unica della zona non ci formalizziamo troppo.

Domenica 15 agosto
Piove: decidiamo di andare velocemente verso sud, almeno sino a quando il tempo non si metterà al bello. Superiamo il Circolo Polare Artico, con tanto di neve nelle immediate vicinanze, per proseguire sino a sera sempre sotto una pioggerella continua.
Scopriamo che la domenica i norvegesi se ne stanno chiusi in casa: nelle cittadine non c'è anima viva fino a mezzogiorno, ora nella quale si comincia ad intravedere qualcuno.
Nelle vicinanze di Trondheim affittiamo un bungalow e trascorriamo la notte.

Lunedì 16 agosto
Il viaggio continua in direzione sud. Nel pomeriggio lasciamo la stada principale per prendere una stretta strada secondaria, che ci porterà in una foresta fuori dal mondo. E' un parco naturale e le indicazioni sono scritte solo in norvegese, ragion per cui ci dirigiamo alla cieca sempre verso sud su strette strade sterrate. Dopo un centinaio di km sbuchiamo su una strada provinciale a 60 km dal confine svedese. Siamo nella direzione giusta, anche se ci siamo portati un po’ troppo all'interno.
Entriamo in Svezia e piantiamo le tende in un campo.

Martedì 17 agosto
Ci svegliamo immersi nella nebbia ma almeno non piove. Percorriamo trenta km e ecco le prime gocce: indossiamo le tute impermeabili e poco dopo si scatena un autentico diluvio. Siamo in autostrada e il traffico pian piano si ferma, causa l'impossibilità di vedere alcunchè. Noi proseguiamo, anche se a velocità da funerale. Facciamo sosta a Goteborg, dove pranziamo divinamente in un ristorante nei pressi del porto.
Nel pomeriggio siamo a Malmoe, dove imbocchiamo il lunghissimo ponte che ci porta a Copenaghen. Ci fermiamo in un parco naturale per la notte, con un daino che viene a curiosare nei pressi dell'accampamento e stormi di oche selvatiche che ci sorvolano a bassa quota.

Mercoledì 18 agosto
Ormai si sente aria di casa: entriamo in Germania e poco dopo siamo investiti da un altro fortunale, con pioggia a catinelle. Pernottiamo in Austria e il giorno successivo, dopo una "scorciatoia" sulle montagne attorno a Innsbruck che ci fa perdere tre ore, arriviamo a casa dopo19 giorni di viaggio e 10700 km sotto il sedere.Tredici Stati, 10700 chilometri, tanti popoli e tante realtà diverse

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