Incredibile Mugu

in viaggio con masalemme in Nepal

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Incredibile Mugu

Il mio è sempre stato un cammino lento e solitario, solo nella concentrata solitudine si riesce a percepire il tempo, lo spazio e... l'infinito.
Ho detto sì a Laura, che mi aveva inviato il programma della spedizione in Mugu, senza troppo pensare, sicuramente convinto dal DVD di Franco Castellini “Himalaya - Alto e Basso Dolpo - Così lontano dagli uomini, così vicino agli Dei (forse)”.

NOTE DELL’AUTORE
Foto di Manfredi Salemme, Franco Castellini e Pietro Piras.
Per acquistare il mio libro “Niente è per caso”: http://stores.lulu.com/masalemmeatgmaildotcom
Gli utili sono totalmente destinati ad ADMO di cui sono testimonial.


I preparativi sono stati facili ed immediati. Io sono sempre pronto a partire, vivo in perfetto equilibrio fra il contadino, cuoco, nonno, marito e padre e il viaggiatore antico, senza limiti di tempo, con la curiosità e l'entusiasmo dei primi avventurieri. I componenti la spedizione sono, in ordine alfabetico:
Agostino Domenichelli, Franco Castellini, Laura Stevenson, Manfredi Salemme e Pietro Piras, io sono l'unico alla prima esperienza in Nepal e sicuramente sarò quello più portato a trasmettervi l'emozione di una prima volta.
Il Mugu è una regione del Nepal pochissimo frequentata dagli appassionati delle montagne Himalayane, lontano dalle facili vie di comunicazione e spesso soggetta ad improvvisi e lunghi isolamenti con ogni parte limitrofa.
Le vere o quasi vere strade sono solo un'illusione; se per caso ci si deve affidare ad un mezzo a quattro ruote, jeep o trattori, lo facciamo solo con altissimo rischio: le frane e spesso l'incoscienza di giovani ed ubriachi autisti possono creare situazioni di pericolo, comportanti anche la possibilità di perdere la vita... più avanti scoprirete che questa opportunità ha fatto parte della nostra permanenza nell'incredibile Mugu.
E' tutto pronto, ho fatto il biglietto Pisa - Londra e Londra - Kathmandu direttamente dal mio computer, 880 euro andata e ritorno; sto aspettando Franco che transita in treno da Chiavari e insieme andremo a Pisa dove ci aspettano Laura ed Agostino per iniziare questa avventura. Pietro parte da Milano, lo troveremo a Kathmandu.
Mi sono pesato: kg 74,50, il borsone della North Face ed il mio zaino insieme superano i 20 kg di pochissimo... perfetto!Un viaggio avventuroso in una regione nepalese estranea ai flussi turistici, dove scoprire realtà lontane ma anche ritrovare sé stessiIl volo per Londra e quello per Delhi servono a finire un libro che avevo iniziato tempo fa, ma durante la tratta Delhi - Kathmandu sono troppo occupato a guardarmi intorno. Due categorie di passeggeri occupavano i posti: uomini d'affari indiani e gruppi di spedizioni himalayane. Pochissimi italiani, molti francesi, spagnoli e americani... gli italiani si distinguono per la ricercatezza dei particolari, naturalmente grandi firme!
L'arrivo a Kathmandu è caotico. In cinque minuti i bagagli sono ai nostri piedi, gente che si avvicina e vuole portarti via, quasi tu fossi una loro preda... finalmente arriva Amar e la sua gente che ci accompagnano ad un pulmino sgangherato e così prendiamo il battesimo del traffico di questa incredibile città.
Attraversare Kathmandu in auto significa non avere la percezione del movimento cosiddetto a destinazione, ma di una sorta di carica con altri verso o contro altri con variazioni di colore, sostanza e suono.
Per meglio farvi capire: a destra un risciò, davanti a voi una vacca (sacra), dietro un trattore, a sinistra un venditore di olio Tigre (quello balsamico) che vi ha contattato all'aeroporto e non si stacca più da voi perché gli avete fatto un sorriso di scusa per non aver comprato il balsamo.
Le motociclette superano le auto, ma la polvere e le mosche sono insuperabili, li avete ovunque.
Arriviamo in albergo, io sono in camera con Agostino, con lui ho già fatto il GR20 in Corsica a giugno ed è un compagno ideale.
Dopo la doccia subito tutti e cinque per le strade, in mezzo alla gente. Non puoi incrociare lo sguardo con un venditore, che subito vuole venderti qualcosa. Arriviamo al ristorante e qui per la prima volta assaggio e divoro il "DALBATH" (riso basmati e lenticchie) e lo yogurt lassi e qualche chapati. Tenete presente che le spezie in oriente fanno parte dell'aria che respirano e qui l'accostamento del profumo e del sapore è armonicamente perfetto.
Non voglio fare dei miei ricordi un racconto cronologico ma per ora vado avanti così per introdurvi attraverso piccole fasi nel magico mondo dell'incredibile Mugu.

Il primo briefing il giorno dopo in hotel. La presentazione del programma, della guida e dell'aiuto guida, un cuoco ed un aiuto cuoco portatore, tre portatori e due mulai con 6 muli. In totale con noi 14 persone.
Un primo volo a Nepalganj, con la Yeti Airlines con hostess Reena Shakya, poi, dopo un'attesa infinita, una carrozza trainata da un cavallo ci conduce fino alla guest house per la notte.
Il giorno dopo secondo volo per Jumla, Sita Airlines... un aereo da 15 posti, un pulmino... sgangherato e arruggunito, ma volava, e grazie all'ovatta nelle orecchie neppure rumoroso e apparentemente pressurizzato... siamo finalmente nella zona quasi inesplorata, si vede l'Annapurna, i 3000 sono ormai a due passi!
Una folla di bambini ci circonda, sono sorridenti, chiassosi e sporchi... ma sono bellissimi, quasi tutte le bambine hanno il fratellino o sorellina sulle spalle avvolto dallo scialle. Ci incamminiamo verso la piazza del paese inseguiti dai ragazzini, è un continuo giungere le mani e ripetere: "Namastè... Namastè..."
La Guest house è accettabile; il bagno molto meno, ma da domani avremo la natura per svolgere certe funzioni liberatorie e sarà meno disagevole!

Il giorno 9 inizia il trekking. Saliamo fino a 3000 metri e ci fermiamo in un bel prato; potevamo andare oltre, ma bisogna stare attenti con le altitudini: piccoli passi portano lontano.
I portatori raccolgono la legna per il fuoco, il cuoco comincia a tritare le verdure, i profumi si spandono intorno a noi, sono speziati, fragranti, infatti la cena è veramente tipica e squisita: Dalbath, verdure cotte e patate lesse profumatissime.
Dormiamo così per la prima volta in tenda, un cielo stellato ci fa attardare il sonno che vorrebbe prendersi cura di noi, ma poi finalmente le cerniere isolano i pensieri e con loro ognuno di noi si ranicchia nel caldo sacco a pelo... namastè... namastè.

L'obiettivo è il grande lago Rara ma per raggiungerlo bisogna camminare tanto; per fortuna ci sono i bambini che spuntano dai tetti a terrazza delle tantissime case che troviamo lungo il cammino, sentiamo il loro saluto prima di vederli, ci toccano le braccia e ci tirano i peli. I nepalesi non hanno peli nè sulle braccia nè sulle gambe e sul volto presentano una leggera peluria intorno alla bocca.
Anche i capelli bianchi di Franco sono un'attrattiva. Pietro invece con il suo blocchetto continua ad aggiornare il suo vocabolario nepalese... ha sempre una parola da dire ai bambini. Io mi limito ad accarezzarli, a fotografarli e a distribuire le matite colorate ed il pongo.
Devo dire qualcosa sui portatori: a parte che a vederli sembrerebbero gracilissimi ed invece sono fortissimi, la caratteristica più sconcertante è che ai piedi portano le Superga (taroccate). In confronto alle mie Tibet della Gronell è come vederli camminare scalzi... infatti dopo pochi giorni due di loro sono quasi a piedi nudi e decidiamo di comprare loro le scarpe nuove... naturalmente Superga made in China. Vorrei vederli con delle scarpe come le mie… sarebbero irraggiungibili!
Bumra, Pina, Rara, Gamgadhi, Lumsa, Chhailla, Mangri, Kimri... tutti paesini che vivono di agricoltura e pastorizia.
A volte il capo villaggio ci ha messo a disposizione un tetto per pranzare ed allora era un corteo di malati, che chiedeva qualcosa per un occhio infiammato, chi ti faceva vedere la spalla dicendo che era dolorante, Agostino e Pietro spalmavano, massaggiavano e cercavano di spiegare come prendere i farmaci che distribuivano; io e Franco a fotografare, Laura naturalmente era preda delle signore che cercavano di carpirne i segreti di eterna giovinezza: laggiù la vita media della donna è circa 68/70 anni.
Un dato di fatto appurato più volte... i monaci bevono gran quantità di birra, non lavorano ed anche le loro mogli oziano e sicuramente bevono.
Il popolo nepalese nei confronti del lavoro è così distribuito:
- Donne tutte nei campi a zappare, seminare, raccogliere, portare, battere, tritare, conservare, cucinare, lavare, partorire, accudire, crescere.
- Uomini tutti a casa a bere, giocare con gli amici, e alla sera appena le mogli hanno finito i lavori e vanno a letto... si ricordano di un passatempo che a loro piace e poi, in fondo, anche a quelle povere disgraziate.
Bambini maschi tutti a giocare, bambine tutte a pulire la casa, a badare ai fratellini piccoli, a lavare i panni e quando arrivano a circa 8 anni a portare i pesi (legna, pietre, acqua, eccetera).
Il lago Rara è molto bello e farci il bagno è stato veramente emozionante. La consapevolezza di nuotare a 3000 metri l'avverti solo nel momento in cui hai raggiunto la ventesima bracciata e... non ce la fai più! Vedi la riva lontana e non sai se riuscirai a raggiungerla, il cuore ti scoppia, i polmoni sembrano piccoli non riesci a prendere ossigeno...
Il prossimo bagno sarà solo un tuffo e mai più una nuotata!
Gamgadhi ci appare come una metropoli, dopo tanti giorni di piccoli villaggi, case sparse e grotte o tende tibetane... vedere un agglomerato di case tutte con i pannelli solari e qualche parabola... beh, siamo in una metropoli!
Per strada il solito andazzo: le donne che cariche portano ceste enormi piene di materiale, gli uomini che giocano fra loro ad una specie di carambola ad un tavolo quadrato con le sponde, i bambini che ti circondano e i vecchi e le vecchie che fumano marijuana. Inoltre vacche, capre, muli e... mosche, sterco, galline, profumi di spezie, occhi immensi che ti osservano, occhi grandi e profondi che ti catturano…
A volte basta un sorriso, una carezza per star bene, a volte basta anche solo immaginarlo... ma qui, credetemi, si viene catturati, imprigionati dalla bellezza della perfezione.
Perfetto è ciò che si appartiene e prende niente in prestito da altri.
Perfetto è quello sguardo, quasi ti sconvolge perché non è costruito da un pensiero, è uno sguardo nudo, vero e unico nel suo genere, frutto esclusivamente di un sentimento improvviso, quale la curiosità, la paura, il sospetto, la sorpresa...
Noi, civili esseri abitanti un mondo civilizzato, abbiamo perso questo dono, abbiamo perso lo sguardo puro del bambino, della sorpresa, dell'incertezza... ed i nostri volti sono ormai solo maschere inespressive, perfettamente inserite in un mondo che non ha quasi più niente da mostrarci se non la nostra stessa immagine.
Siamo ormai da diversi giorni su un sentiero lungo il fiume Karnali che raccogliendo tantissima acqua si riversa in India, durante il periodo dei monsoni, facendo danni enormi. Qui è impetuoso ma affascinante, e l'acqua è leggermente lattiginosa a causa del silicio, abbondante nelle rocce.
Ci fermiamo per la notte in una piccola valle presidiata da un monastero buddista, ormai chiuso ma in perfetto stato conservativo.
I portatori provvedono a montarci le tende, i cuochi a preparare la cena.
Mi faccio una specie di doccia ad una fontana di acqua gelida, ma dopo sto decisamente meglio. Franco, che è sempre alla ricerca di volti da immortalare, torna eccitato... c'è un uomo in una specie di baracca, in un campo di marijuana, pare sia un eremita, un monaco o qualcosa del genere... torniamo da lui e ci sediamo al suo fuoco... è bellissimo, ha una treccia lunghissima arrotolata sul capo, uno sguardo che va oltre le montagne, oltre le nubi, accenna un leggero sorriso, sicuramente siamo buffi per lui… e ne ha pienamente ragione!
Bisognerebbe avere il dono di uscire dal nostro corpo e riuscire a guardarci con i loro occhi per restare increduli da quanto vuoto ci sia dentro e intorno al nostro corpo civilizzato.
Dobbiamo vestirci per sentirci bene, loro invece non hanno niente addosso, se non stracci logori ed incolori, eppure suscitano interesse ed ammirazione.
Lo guardo, e guardo la sua "casa": poche cose essenziali, pochissimo vasellame, una pipa, gesti lenti per attizzare il fuoco e... quello sguardo sereno e vivo. Ti legge nel cuore ma non può rivelarti ciò che vede di te, forse per questo ha quel sorriso leggero, educato, timido.
Lo fotografo e gli lascio delle rupie... namastè.

Andiamo verso Mugu Village, l'ultimo paese prima della Cina... prima dicevamo: prima del TIBET!
Seguiamo un affluente del Karnali e dopo due giorni arriviamo al villaggio... una delusione!
A parte il contesto meraviglioso, una pianura a circa 3500 metri, attraversata da lenti ruscelli e circondata da montagne di circa 6/7000 metri, il villaggio è stracolmo di teloni di plastica che vengono utilizzati sui tetti delle case per lavorare i semi raccolti dalle piantagioni.
Due monasteri, uno antichissimo e l'altro, più in alto del paese, gestito da un monaco ubriaco. Franco nel fotografare Budda non si accorge che sulla sinistra troneggia una bottiglia di birra.
I bambini sono come al solito la vera ricompensa di tanto cammino, ci seguono festanti e si lasciano fotografare.
La guida, Naharan, ci propone un cambiamento di percorso, a causa di un’enorme frana che si è abbattuta verso Dolphu: tornare a Jumla passando da Nadai Kadh Lek.
Oltre 2000 metri di dislivello, con il cielo che si copre, ci portano a quota 4.200 dove ci fermiamo per dormire...
Una notte quasi insonne per il vento e la neve che copre tutto per almeno 20 centimetri. Al mattino il mulaio ed un portatore, ben equipaggiati con le nostre giacche a vento, salgono verso il passo per verificarne le condizioni. Dopo circa 5 ore tornano, consigliandoci di desistere. I muli rischierebbero di farsi male ed il vento è fortissimo.
Torniamo indietro delusi. Laura, davanti a tutti di almeno trecento metri, sembra che pianga. La lasciamo andare. All'arrivo al posto tappa, presso un ponte prima di Kimri, la carovana di muli ci raggiunge e notiamo che uno di questi è senza carico, la zampa posteriore destra è ferita, Pietro lo cura con acqua ossigenata, lo fascia e lasciamo il bivacco per riposare in tenda, al caldo dei nostri sacchi a pelo, mentre il cielo si accende di miliardi di stelle.

Ripercorriamo a tappe forzate il sentiero lungo il fiume Karnali, che in 10 giorni ci ha fatto stupire. Dobbiamo essere a Jumla il giorno 27! Oggi è il 22... abbiamo solo cinque giorni.
Passiamo dai paesi e dalle case che avevamo incontrato giorni prima. Una vecchia ci fa vedere che ora sta meglio, la cura da noi adottata ha fatto effetto, ci salutano festanti, ci riconoscono!
Nei miei trekking ho sempre dato una particolare importanza alla cura dei piedi, la sera prima di mettermi nel sacco a pelo ho sempre provveduto a lavarli e cospargerli di crema idratante, spesso su punti particolarmente esposti ho quasi sempre avuto un senso di leggera vertigine, da questa nuova esperienza posso dichiarare di essermi mai curato dei piedi, di aver mai avuto momenti "imbarazzanti" a causa della paura del vuoto, nonostante i ponti tibetani altissimi su cui sono transitato. Il mal di schiena che spesso mi ha tormentato, questa volta non si è presentato, alcun problema alle articolazioni, niente ha impedito la mia serenità durante il cammino.
Tutto questo beneficio sono certo di doverlo attribuire alle solette che da quest'anno sono parte indispensabile per il mio cammino.
La ricerca attraverso le esperienze dirette può fare passi da gigante; sinergie fra aziende e università, proposition value... parolone che spesso lasciano il tempo che trovano ma non qui, non con me, non quando si può "sentire" il beneficio passo dopo passo ed anche in questo momento, mentre scrivo, il mio benessere fisico è totale.

A Jumla una sorpresa infine ci toglie l'ultimo respiro: niente voli fino al 30 e poi si vedrà.
Decidiamo di tornare a Nepalganj in jeep, dobbiamo lasciare tre persone al loro destino, il cuoco, la seconda guida ed un portatore.
Non potrò mai trovare le parole giuste per descrivervi la jeep ed il viaggio... immaginate un sentiero pietroso, attraversato da fiumi, con pendenze impossibili, nel caldo e nella polvere che entra dai vetri assenti, immaginate di farlo sotto un sole implacabile e di notte, nell'incerto fascio di luce dei fari, mentre la jeep rimbalza su sassi enormi, si inclina quasi a rovesciarsi e noi in silenzio, aggrappati a tutto ciò che si trova, increduli e rassegnati.
Immaginate di trovare la strada bloccata da un sasso enorme e doverlo spostare con delle leve, di scendere e guardare la jeep che attraversa un guado mezza trascinata via dall'acqua, immaginate enormi trattori che trascinano carrelli carichi di materiale bloccati in mezzo al sentiero e dovervi adoperare per poter passare fra loro ed un precipizio, immaginate l'impossibile... è successo durante 380 km! Ma siamo arrivati a Nepalganj e quell'autista non era un uomo qualunque! Era un semplice nepalese con una vecchia e malridotta jeep che per 400 euro (cifra enorme per lui) ha reso possibile un nostro desiderio: tornare a casa.

Da Nepalganj il mattino stesso prendiamo l'aereo per Kathmandu e torniamo all'albergo dove avevamo passato la nostra prima notte nepalese.
Una doccia calda, la prima dopo 22 giorni e un letto con lenzuola e cuscino, non ci danno quella sensazione di benessere che avevamo durante il viaggio nel Mugu. Saranno i clacson e l'odore di città. Il rumore anche quello leggero che non appartiene alla natura ma orchestrato dalla civiltà ci entra come assordante nei pensieri che si accavallano, nel ricordo delle 30 ore di jeep.
In un giorno intero attraversiamo la città, guidati da Franco. I mercatini si succedono in quartieri ben definiti: qui fanno le bandiere, qui sacrificano gli animali, qui bruciano i loro morti, questo il tempio delle scimmie, in questa piazza il tempio bianco, per di qua ci sono gli incensi.
Circondati da migliaia di persone, sfiorati da motociclette e da risciò, ci lasciamo condurre verso i luoghi più caratteristici ed acquistiamo incenso, bandiere, abbigliamento, maschere, pietre lavorate, incensieri, collane, braccialetti, sciarpe.
Beviamo the su terrazze panoramiche, mentre il sole tramonta e tinge di rosso un cielo a righe, i voli per e da Kathmandu sembrano non finire mai.
La sera in un ristorante la cena d’addio, con le ormai famose sciarpe gialle che vengono annodate ai nostri colli, un dalbath buonissimo come tutti quelli mangiati durante il viaggio, finalmente la birra e le ultime foto con chi ci ha guidati lungo i sentieri di questa parte del Nepal poco frequentata dal turismo di massa.
Lasciare Kathmandu fa male, il mal di Nepal è fortissimo, è un male che ti entra dentro e lascia nel tuo cuore un insieme di piccoli benefici che senti di dover abbandonare.
L’aeroporto, i controlli, l’imbarco, l’arrivo a Delhi nel lusso esagerato, il passaggio in continui controlli che ti fanno sentire un oggetto e poi, come sardine, stretti e allineati fino a Londra, nella pioggia, nel freddo e umido clima autunnale, fra gente come noi, che corre e non si guarda intorno… namastè, namastè.
Pisa, mia moglie, autostrada, casa.

Oggi è il 14 novembre, fuori di casa mia sventolano le bandiere tibetane, nel computer tutte le foto di questo meraviglioso viaggio ed io che le guardo e sento ancora le risa dei bambini, il chiasso e la confusione di Kathmandu…
Ho cucinato per la mia famiglia il dalbath, ho acceso l’incenso, ho realizzato il DVD, e parlo, parlo, parlo…
Nei miei polmoni il profumo del Nepal, nel mio cuore tantissime piccole tracce delle emozioni provate durante il cammino e negli occhi i colori e le foto che ho fatto e quelle che non ho avuto il coraggio di fare.
Dovrei cominciare a lavorare al mio prossimo viaggio: GR10 e GR11, i Pirenei andata e ritorno… ma non ci riesco, ho il mal di Nepal, continuo a pensare a chi ho lasciato, a cosa ho lasciato per tornare solo, senza Nepal.
E’ freddo e fuori piove, brandelli di natura volano impazziti, spinti da un vento gelido ed io penso…
Là, oltre l’orizzonte, dove il tramonto lascia spazio alla notte, è quasi buio, l’aria è calda e profumata, il rumore della natura assordante ed io ricordo: verdi montagne altissime, cime innevate, terrazze scavate su pendii impossibili, orlati di fiori purpurei, ceste colme di messi pronte per le portatrici senza età che lente lasciano sui tetti delle case il frutto della terra per batterlo, separarlo con gesti antichi, chiamando il vento a separar le scaglie inutili che volano nell’aria.
Nudi bambini osservano il lavoro dai bordi non protetti di queste semplici case, si arrampicano su tronchi scavati per i loro piccoli piedi, mentre in basso razzolano polli, ruminano armenti.
Formiche umane che vivono il lavoro in funzione del vivere quotidiano, senza null’altro sperare se non la quotidiana vita di sempre.
Lontani dalla civiltà che cancella, lontani dalle novità che allontanano le antiche e confermate usanze, lontani dal desiderio di rinnovarsi.
Mai statici e assenti, mai oziosi e insoddisfatti, ma sempre felicemente consapevoli del giusto cammino intrapreso dai vecchi saggi, sempre felicemente ubbidienti al naturale ciclo della vita.
Questo è il popolo saggio, questo dovremmo essere noi che abbiamo la storia come esempio di crescita sociale.
Un giorno ho letto questa frase: “La guerra è quella lezione di storia che il popolo non ricorda mai abbastanza.”
La storia ci insegna, i proverbi sono antica saggezza popolare, l’esperienza di altri dovrebbe essere frutto di meglio agire… invece?
Invece andiamo dietro al primo che ci promette di occuparsi di noi, seguiamo i consigli di chi, per suo interesse, ci propone dei cambiamenti, siamo avvezzi alla frase: - quest’anno è di moda questo e non più quello -. Dove stiamo andando? Qual è la nostra identità? Chi stiamo diventando?
Vorrei tornare in Nepal, fra quella gente ricca, nella semplicità di una vera amicizia, per vivere nella maniera primordiale seguendo le fasi della luna, il sorgere ed il calar del sole, le stagioni magre e quelle grasse, lontano dai governi, dalle false apparenze e rinascere uomo vero e libero, come quelle figure apparse nella tenue luce di un mattino, intorno ad un albero, che con incensi e preghiere salutavano Shiva e l’inizio del giorno, raccolti e discreti, senza un pubblico, senza una platea… sotto il mio attento sguardo, incredulo di tanta semplice e naturale devozione e amore.
Per me è stata la prima volta e non sarà l'ultima.

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