Namibia, terra di emozioni

in viaggio con rosylaleonessa in Namibia

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Namibia, terra di emozioni

Un viaggio in Namibia non è semplicemente una vacanza, è un sogno, il ritorno alle origini, forse perché vivi l’avventura nel deserto più antico del mondo: il Namib. Distese di rossa sabbia infuocata, un mare di dune che si stendono a perdita d’occhio, alcune alte sino a 500 metri.
Data inizio viaggio: sabato 17 agosto 2002
Data fine viaggio: sabato 31 agosto 2002
Itinerario
Mercoledì 21 agosto 2002: ETOSHA PARK - OKAUKEUJO REST CAMP
Ricordo con intensa emozione l’arrivo al rest camp nell’Etosha Park: la nostra guida, Elena, una ragazza veneziana, simpaticissima, ci parla della pozza d’acqua illuminata nei pressi del campo, dove, dopo il tramonto, gli animali si recano per abbeverarsi. Un pò scettica, per esperienze avute in precedenza, dopo cena, munita di macchina fotografica e telecamera, mi reco alla pozza, convinta di avvistare al limite qualche sciacallo… ma una volta giunta nei pressi, la pozza mi regala una visione incredibile: decine di elefanti, un intero branco, composto da femmine con piccoli sosta sulle sponde; rimango, nel silenzio generale, rotto solo dai clic delle fotocamere, ad osservarli per lungo tempo, emozionandomi per le cure che queste gigantesse della savana dedicano ai loro piccoli e per i giochi che questi fanno tra loro, rincorrendosi come bambini, spruzzandosi, con ancora qualche incertezza, con le loro tenere e buffe proboscidi, vigilati costantemente dalle mamme, che, come tutte le genitrici del mondo, sono in continua apprensione.
Ma l’emozione continua… Il branco, in piccoli gruppi, lentamente si allontana dalla pozza, per esser sostituito da alcune famiglie di rinoceronti, i quali, forti della loro potente arma offensiva-difensiva, scacciano, in più riprese, altri erbivori che tentano l’approccio all’acqua. Dopo un po’ è il turno delle giraffe, che poverine, devono compiere uno sforzo enorme per bere… in pratica divaricando al massimo le lunghe zampe per portare la testa al livello del terreno. Le guardo col fiato sospeso… in questo momento sono completamente vulnerabili all’attacco di un predatore!
Le sorprese non sono terminate: intuiamo, più che vedere, che stanno arrivando finalmente quelli che tutti aspettano dalle 20,30, praticamente quando il lungo muro che circonda la pozza, alla distanza di sicurezza, per la tutela soprattutto della tranquillità degli animali, ha cominciato a riempirsi di ospiti. Si bisbiglia appena, con emozione, nelle varie lingue… lowen, leeuwen,.lions, leones, leoni! Freneticamente, cerco con il mio binocolo e magicamente si materializza un trio, formato da due femmine ed un maschio, che sta uscendo dalla radura e lentamente quasi con indolenza si sta avvicinando all’acqua. Uno sssssssssssssss… gira velocemente nei vari gruppi che si agitano a questa apparizione, ma siamo sottovento e non possono udirci, infatti, tranquillamente si avvicinano alla pozza e cominciano a bere. Per l’eccitazione provocata dalla visione del gruppetto non avevo notato l’arrivo di una quarta leonessa, che sta beatamente sdraiata dal lato della pozza più vicina alla nostra postazione. La inquadro perfettamente con la telecamera, posso vedere i suoi occhi che pigramente si chiudono di tanto in tanto. Sono trascorse cinque ore da quando sono arrivata alla pozza e soltanto l’atavica paura che mi prende, poiché sono rimasta quasi da sola, mi fa desistere dal rimanere ancora.
Queste immagini rimarranno per sempre nella mia mente e nei miei occhi…

Sabato 24 agosto 2002: ETOSHA PARK
Ma altre avventure ci attendono. Siamo stati alcuni giorni nell’Etosha Park, abbiamo percorso in lungo e largo il “pan”, una depressione salata, arida e asciutta, dove sulla sua abbagliante distesa migliaia di animali, soprattutto erbivori, sono alla perenne ricerca dell’acqua: springbok, kudu, impala e gli splendidi oryx (tutte antilopi), struzzi, zebre, giraffe, gnu.
Ci fermiamo alla prima grande pozza dove una miriade di animali sono intenti a bere. È un qualcosa di incredibile, non pensavo che così tanti animali potessero raggrupparsi così tranquillamente. Mi diverto ad osservare un gruppo di zebre che gioca schizzandosi l’acqua, per poi scappare, spaventato dal volo di uccelli che girano sopra le loro teste.
Purtroppo è già tempo di lasciare questo posto meraviglioso, ci attendono tantissimi chilometri di strada sterrata per raggiungere l’isolatissimo villaggio di Opuwo da cui partiremo per raggiungere il nord della Namibia e le Epupa falls.

Domenica 25 agosto 2002: KAOKOLAND - OPUWO
Sveglia alle 4,00. Un gruppo di zombi esce lentamente dalle camere per avviarsi al tavolo dove servono i pasti, all’aperto, sotto una larga tettoia in legno; si parte alle 5,30, è ancora buio, alle 5,45 sorge finalmente il sole… tutto tranquillo!
Levataccia! Ma per fortuna non sono sul treno per Caserta (sede del lavoro)!
In viaggio per l’Epupa falls, attraversando il territorio del Kaokoland, ci aspettano 400 km. di strada sterrata e, nonostante la levataccia, nessuno dorme, un po’ per i continui sobbalzi che hanno i fuoristrada, ma soprattutto per lo splendido paesaggio.
Il Kaokoland è un territorio desertico vastissimo, siamo davvero lontanissimi dalla “civiltà”: qui non funzionano radio, telefonini, non ci sono abitazioni, pochissimi veicoli circolano su queste strade che si perdono all’infinito.
Ci si ferma per uno spuntino, consumato velocemente sul pianale del portabagagli: panini al formaggio, uova sode, succo di frutta e nescafè. Le vetture ferme incuriosiscono dei ragazzi Himba, la popolazione locale, sono dei giovani pastori, offriamo loro dei panini, che accettano volentieri e si lasciano fotografare con noi.
Tanti km. ci aspettano ancora, quindi tutti velocemente a bordo, sono due vetture che viaggiano distanti l’una dall’altra per via della finissima polvere che copre completamente la strada, che ti impedisce la visuale e la ritrovi anche… negli slip.
Lungo la strada ci fermiamo a visitare qualche villaggio Himba. Gli Himba sono uno degli ultimi popoli africani a non essere ancora intaccati dallo stile di vita occidentale. Vivono ancora in modo selvaggio, organizzati in villaggi tribali composti da una o più famiglie. Sono molto fedeli alle proprie tradizioni e non si lasciano facilmente abbagliare dal benessere offerto dalla "cultura" occidentale.
Le capanne sono composte da una struttura sorretta da tronchi d'albero e ricoperta di terra mista a sterco animale essiccato.
Gli Himba sono nomadi e i villaggi sono composti da poche capanne. Vicino alle capanne ci sono i recinti per gli ovini da pascolo, fonte di sostentamento di questo popolo. Le donne Himba usano cospargersi il corpo con una mistura umida di terra e argilla rossa che conferisce alla pelle un aspetto rossastro, ritenuto molto accattivante. I capelli sono acconciati accuratamente con oggetti in metallo e in cuoio e anch'essi vengono impastati in ugual misura.
Gli Himba sono generalmente molto ospitali (nelle zone sperdute in cui vivono non c'è affollamento di turisti). Si lasciano fotografare tranquillamente. All'arrivo al villaggio gradiscono, in segno di benevolenza, l'offerta da parte dei turisti di sale, zucchero o (purtroppo) sigarette, unica concessione ai beni di consumo di provenienza dal mondo cosiddetto "civilizzato".
Non tantissimi km. ci separano dalle cascate, ma ci vogliono molte ore perché lo sterrato è durissimo, attraversa greti di fiumi e costringe chi guida a una fatica enorme.
Nelle vicinanze delle cascate il territorio muta improvvisamente, su tutto domina l’acqua, ed il verde prevalente è quello delle palme. Fa un caldo umido asfissiante e la visione di tutta quell’acqua non dà certo refrigerio. Tra quelle rocce si sono formate delle piccole piscine naturali, dentro si stanno bagnando allegramente alcuni gruppi di abitanti della zona e turisti del vicinissimo campeggio.
Devo dire che li invidio fortemente, mi è venuta voglia di fare lo stesso…
Ma stoicamente, con il resto del gruppo, siamo in 14, compresa Elena, la nostra guida italiana e l’altro driver, un ragazzo sudafricano, effettuo una breve escursione sulle collinette che circondano le cascate.
E’ già ora di pranzo, attrezziamo il tavolo, si tirano fuori dal bagagliaio i contenitori col cibo che Elena ha fatto preparare dalla cuoca dell’hotel di Opuwo: insalata di riso, mangiamo poi del formaggio tipo gorgonzola, banane ed arance. C’è poi il rito del caffè, ognuno si serve da un grosso barattolo di nescafè la dose necessaria, diluendola con l’acqua bollente di un thermos, quasi calda è anche l’acqua da bere… a bordo non c’è spazio per un frigo, è stata la costante in questo viaggio, quando si era in escursione, si è bevuto quasi sempre acqua tiepida.
Dopo un breve riposino, necessario soprattutto per le due guide, ci si rimette in viaggio, ci aspettano tanti chilometri di massacrante percorso che si vivono in allegria perché siamo affascinati dal paesaggio che attraversiamo. Le soste sono altamente tecniche, far pipì, fumare, sgranchirci le gambe e riposare la schiena massacrata dai sobbalzi continui!
Il villaggio di Opuwo ci vede giungere ormai a sera inoltrata, stanchi ma felici per la meravigliosa giornata vissuta.

Martedì 27 agosto 2002: PARTENZA PER IL NAMIB
L’indomani ci attente il deserto del Namib, il più antico del mondo. Questa è la terra delle nostre origini, qui correvano svelte nella pianura, per nulla protette dagli animali, le donne della stirpe di Lucy, la mamma di noi sapiens.
E l’avventura continua…
Ricordo bene l’emozione provata al primo incontro col deserto: rimasi ammutolita, cercavo di “far scorta” d’immagini negli occhi e nell’anima quanto più possibile… il desiderio immediato, anche un po’ infantile, era rotolarmi giù da quelle dune, camminare a piedi scalzi nella sabbia resa più fresca dal tramonto incombente. Oppure starmene seduta da sola ad ascoltare il vento che pettina e modifica di continuo il profilo di queste magnifiche collinette rosso fuoco e guardare la strada, una fettuccia di raso nero, che sembra perdersi nell’infinito, più distante dei nostri orizzonti.
Per provare la suggestione e forse anche la soggezione del deserto bisogna scalare le dune all’alba o al tramonto, camminando sulle loro creste affilate. Da quelle sommità si possono abbracciare gli infiniti spazi del deserto e percepire l’ineffabile voce del suo silenzio. Alzi lo sguardo e lo vedi incantarsi per un cielo di un intenso cobalto, che t’illumina l’anima ed il tempo si arresta in un silenzio irreale.

Venerdì 30 agosto 2002: IL SALUTO
Provo sempre un senso di sofferenza ad allontanarmi da questo incanto, dalla visione degli innumerevoli animali che popolano queste regioni, che a volte stenti ad incontrare (i felini in particolar modo) tanto è immenso il loro territorio.
Ritornerò, di sicuro, infatti nel 2004... ma questa è un'altra storia ed un altro racconto.
Buon viaggio a tutti!
RosannaPaesaggi mozzafiato, grandi Parchi, animali in libertà: il trionfo del Bello!

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