La Namibia in fly & drive - parte seconda

in viaggio con Vittorio A in Namibia

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La Namibia in fly & drive - parte seconda

E' la parte conclusiva del resoconto la cui prima parte è già presente su questo stesso sito con il medesimo titolo.Il piacere di girare lo splendido Paese africano in autonomia8° giorno, 2.10.2009
Epupa falls – Palmwag
C43 dir. Sud fino ad Opuwo 200 km
C43 dir sud fino a Sesfontein 123 km
C43 dir sud fino a Palmwag 101 km
Pernottamento al Palmwag lodge: costo totale N$ 190 (N$ 100 per il veicolo e N$ 45 a persona)
Partiamo dalle Epupa con il rammarico di lasciare un posto speciale. Un Eden.
Rifacciamo la strada all’indietro per arrivare ad Opuwo. Questa volta vogliamo dare quanti più passaggi possibile. E l’occasione non tarda ad arrivare. Un ragazzo Himba con tanto di bastone, pugnale e machete. Non capita tutti i giorni di guidare con un machete accanto al freno a mano (anche se servirebbe più sulle nostre strade che sulle loro). Dopo poco prendiamo a bordo anche un altro ragazzo che deve raggiungere un villaggio lungo la strada per portare delle bacche ed altri prodotti a Okongwati. E dopo pochi altri chilometri facciamo salire anche una ragazza con la mamma e la bimba piccolina.
Così non soffriamo di solitudine. Io davanti con il giovane pastore Himba, Patrizia dietro, nel cassone, con le altre quattro persone. Lungo la strada ci fermiamo un paio di volte per permettere a qualcuno di loro di salutare, amici o parenti non lo abbiamo capito, nei villaggi lungo la strada.
Poi arriviamo a Okongwati. Qui i due ragazzi scendono, sono arrivati, mentre le due donne devono proseguire per Opuwo. La ragazza approfitta per un giro nel villaggio e noi rimaniamo ad attendere con la nonna e la nipotina, una bimba di tre anni di nome Linda. Una bimba bellissima, lineamenti da principessa, una dolcezza enorme. Mentre aspettiamo diamo delle mele a Linda, alla nonna e ad una giovanissima ragazza Himba che è venuta a vedere cosa facevamo. L’immagine, forse più bella del viaggio, è quella di Linda che mangiando la mela, si toglie di bocca le bucce e le mette nelle mani di Patrizia perché le butti. Non so cosa avrei dato per potermela portare a casa e rivedere quegli occhini tutti i giorni.
Nell’attesa vengono a salutarci anche alcuni vecchi del paese. Probabilmente è circolata la voce che stiamo dando passaggi e sono venuti a vedere chi è che si ferma 30 minuti tra quelle povere capanne a mangiare mele insieme a loro in attesa di ripartire.
Adeguarsi alla loro visione della vita vuol dire anche questo. Dare un diverso senso al tempo, lasciare da parte la velocità che regola imperante la nostra società e riappropriarsi della lentezza e della calma dei gesti.
Sinceramente ci dispiace ripartire. Non sarebbe stato male rimanere più tempo ma il viaggio deve procedere.
Lungo la strada, visto che riabbiamo nuovamente posto, prendiamo a bordo un’altra ragazza con un bimbo piccolissimo. Anche loro vanno ad Opuwo.
E qui invidio Patrizia. Deve subire la scomodità del cassone di un pick-up che fa 100 km/h su una strada sterrata ma si può godere Linda che gli si addormenta in braccio.
Portare queste persone a casa ci ha permesso di vedere un’ Opuwo diversa rispetto a due giorni prima. Ci addentriamo in un labirinto di baracche e capanne passando per strette strade piene di cumuli di rifiuti e buche. Ma anche qui la gente si fa da parte e ci saluta con enormi sorrisi.
Siamo rimasti nuovamente soli. Io continuo a ripensare a Linda, a quella bimba bellissima che durante tre ore di scomodo viaggio non ha mai aperto bocca per un capriccio. Me ne sono innamorato.
Comunque dobbiamo andare avanti e per prima cosa serve fare rifornimento; di benzina e di cibo.
Prima tappa il take-away dove riprendere la pasta fritta e le patate. I ragazzi si ricordano di noi e ridono ancora più della prima volta nel vedere che abbiamo sicuramente apprezzato. Seconda tappa al distributore ed al market. E qui è veramente dura rintuzzare l’attacco di tutte le ragazze che vogliono vendere qualcosa e dei ragazzi vestiti di stracci che chiedono acqua, scarpe, magliette od anche solo le taniche o le bottiglie vuote.
E per la seconda volta rimpiango di non aver portato tutte quelle magliette che a casa non metto mai e rimangono anno dopo anno ad occupare spazio nell’armadio. Gli lascio un paio di T-shirt e via per il resto della tappa. Lungo la nuova strada prendiamo a bordo cinque bimbi, di età varie, che tornano a casa dopo la scuola. Sono tutti dietro e li sentiamo ridere e scherzare di continuo. L’allegria dei ragazzi è uguale in tutto il mondo.
I primo due, più piccoli scendono dopo 45 minuti / 1 ora. Li vediamo correre, scalzi, veloci come gazzelle per raggiungere le loro capanne nel mezzo alla savana. Gli altri tre scendono dopo altri 30 minuti. Ci chiediamo. Ma se non gli davamo un passaggio quando tornavano a casa? Vorrei risposta dai nostri ragazzi, quelli che non vanno a scuola se non hanno il motorino, il cellulare ed i vestiti e le scarpe “firmate”.
Passato Opuwo la strada continua ad essere sterrata ed in alcuni tratti un po’ più dissestata. L’importante è riuscire a trovare quella velocità che permette alle ruote di passare da una sommità all’altra di tutte le ondulazioni che ci sono nel manto stradale. Ed è per questo che non solo è consentito dai limiti ma diventa naturale pigiare sull’ accelleratore fino a superare gli 80/90 km e spesso anche i 100km/h.
Una velocità inferiore vuol dire che le ruote invece di saltare da una gobba all’altra scendono e salgono tutte le ondulazioni. Con il risultato che il fuoristrada diventa un enorme vibratore, un po’ come quelle fasce vibranti che promettono miracoli dimagranti nelle tv private.
Quindi il consiglio è quello di non intimorirsi per la velocità e l’inevitabile tendenza del fuoristrada a micro sbandate dovute alla scarsa aderenza. Non sarà un problema abituarsi a controllarle, anzi alla fine diventa molto divertente guidare in queste condizioni.
Molta attenzione è poi da prestare quando si incontrano gli avvallamenti del terreno. Nella stagione delle piogge si allagano ma anche quando sono asciutti non sono da prendere sotto gamba e costringono a bruschi rallentamenti. Molti sono talmente profondi e bruschi nel cambio di pendenza che arrivarci troppo veloci vuol dire picchiare una botta enorme sul fondo dell’avvallamento con il rischio di toccare il terreno con il muso del pick-up che mentre scende per l’abbassamento degli ammortizzatori incontra il terreno che risale. In alcuni il cambio di pendenza è così ravvicinato che mentre le ruote anteriori iniziano a salire quelle posteriori devono ancora arrivare sul fondo.
E ce ne sono un’infinità. Quindi serve tanta attenzione ai cartelli che ne segnalano la presenza e capacità di valutazione del tipo di avvallamento per capire in anticipo a che velocità affrontarlo.
È principalmente questo aspetto che rende consigliabile l’uso di un fuoristrada. La sua maggiore altezza da terra e la sua robustezza permettono maggiori velocità e perdonano più errori alla guida.
Nella stagione secca infatti, anche per l’attenzione che hanno nella cura del fondo stradale, sono pochi i casi in cui è necessario ricorrere alle quattro ruote motrici od addirittura alle ridotte.
Una di queste è stata proprio su questo tratto della C35 che in un punto per circa 100/150 metri attraversa e segue il fondo di una specie di torrente (chiaramente secco) con pietre e buche difficilmente superabili da un’auto.
L’arrivo al Palmwag ci riserva la sorpresa di un bellissimo campeggio con tanto di pista per elicotteri e piccoli aerei.
Ci assegnano una piazzola lungo le sponde di un Wadi in secca, bella comoda e completa di tutto, dal barbecue, alla luce, al piano cottura, al lavandino.
Purtroppo, come spesso capita, il fatto che sia un posto per turisti ricchi e comodi non vuol dire che attiri persone educate. E così verso le 22:30 / 23:00 Patrizia è costretta ad andare a chiedere il rispetto delle regole sul silenzio a qualche turista un po’ troppo “ilare” per il tasso alcolemico oltre i limiti. Il riccone andrà a sud con l’elicottero, noi con la macchina e quindi vogliamo dormire.
Da segnalare che questa nottata ha segnato l’inizio del calo della temperatura notturna. 14 gradi.

9° giorno, 3.10.2009
Palmwag – Uis
C43dir. Sud per 39 km
C39 dir. Est per 43 km
Poi prendere la D2612 dir. Sud-est per 77 km
C35 dir sud per 55 km
Pernottamento a Uis al Brandberg rest camp: costo tot. N$ 120 (N$ 60 a persona)
Oggi partiamo per Uis.
Ancora una volta il paesaggio cambia radicalmente. Abbandoniamo le distese piatte e le dolci colline dominate dai colori gialli e marroni per un paesaggio di cime tagliate di netto, come se fossero tante formine di panna cotta o budini, dominate dai rossi. Un paesaggio che per qualche aspetto rammenta la Monumet Valley americana.
Abbandoniamo la strada principale. Uis non è eccessivamente lontano e ne approfittiamo per arrivarci facendo strade minori che si addentrano nel territorio del Damaraland. Lungo una di queste deviazioni ci fermiamo a comprare alcuni souvenir. Sul bordo della strada vedo un piccolo banchetto custodito da una bambina piccola che vende bamboline vestite da donne Herero. Al di là della bellezza delle bambole, fatte di panno, ci attrae il contesto in cui vengono vendute. Siamo nel mezzo di un ampia vallata semidesertica, quasi per niente abitata, nella quale spiccano i colori delle bambole. Appena ci avviciniamo la bimba viene raggiunta dalla sorellina maggiore e poi dalla madre, che stava stendendo i panni fuori dalla loro baracca di lamiera di 3 metri per 3. Ne compriamo 3 per trecento Nad (circa 25 euro) ed in pratica gli svuotiamo il negozio. In tutto erano 5 bambole.
Su un’altra deviazione, quella per Sorris Sorris, incontriamo un altro fuoristrada con una coppia. Ci chiedono di fare quel tratto insieme perché dovremmo affrontare un guado a forte pericolo insabbiamento. In certe situazioni la solidarietà è spontanea perché poter contare su un secondo mezzo di appoggio da tanta sicurezza in più. In caso di necessità può rappresentare la differenza tra l’uscire da una situazione di difficoltà e rimanere fermi per ore o giorni in attesa che passi un aiuto.
La strada è molto più dissestata e anche se non assolutamente indispensabile uso le quattro ruote motrici. Abbiamo un fuoristrada, sfruttiamolo per quello per cui è stato progettato. Nel guado, che poi è più una specie di fangose sabbie mobili, le quattro ruote motrici sono assolutamente necessarie.
Un ammissione la devo fare. Guidare in queste condizioni mi ha divertito tantissimo.
Dopo un po’ ci separiamo dall’altra coppia, loro proseguono diretti per Swakopmund, noi ci fermiamo ad Uis. Nel campeggio dobbiamo incontrare Basil, il proprietario che quando abbiamo prenotatoci ha chiesto di portargli una birra dal nostro paese. È così che da 9 giorni mi porto in giro per il mondo una bottiglia di birra di castagne, tipica dell’Amiata, che ritengo proprio Basil non abbia nella sua, sicuramente vasta, collezione.
Basil, un tedesco di circa 50 anni, è un incrocio tra Conan il barbaro, Federico barbarossa e Mangiafuoco di Pinocchio, ma con la faccia di chi si sa godere la vita con allegria e simpatia senza farsi mancare niente. Insomma un orco godurioso.
Grande figurone con la birra. Grazie, oltre che alla particolarità di una birra fatta con le castagne, delle grosse figurone di c---a fatte dagli italiani che ci hanno preceduto e che gli hanno portato solo la Peroni.
Il pomeriggio lo passiamo ad oziare in piscina. Sole, caldo secco, venticello ed una piscina solo per noi per nuotare. Una pacchia. Unica nota stonata il sentirsi come padroni colonialisti ogni qualvolta vediamo le ragazze di colore fare le pulizie mentre noi ce la godiamo sdraiati sui lettini.
Questa sera proviamo il nostro primo barbecue. Prima di darci all’ozio abbiamo fatto un salto al market ad acquistare un po’ di carne. La scelta è caduta su due pezzi di ossobuco, visto che nel banco della carne solo quelli c’erano. Non era proprio la nostra Coop o l’Esselunga. Ma nel mezzo al nulla anche il poco è già tanto. Meno male che abbiamo trovato anche una confezione di wurstel. Il nostro salvacena. Infatti la carne si è rivelata ottima come pneumatico o cavo da traino per autoarticolati. Abbiamo avuto difficoltà anche a tagliarla con il coltello, figuriamoci masticarla.
L’unico che ha dimostrato di apprezzarla è stato il cagnolino che ci ha fatto compagnia.
Dopo cena, mentre scrivo, approfitto della brace che è rimasta, in pratica sono a sedere sul braciere, ma la temperatura sta calando velocemente. Questa notte 9 gradi.

10° giorno, 4.10.2009
Uis – Swakopmund
C35 dir. Sud per 114 km fino a Hentiesbaai
C34 (asfaltata) dir. Sud per 72 km fino a Swakopmund
Pernottamento all’Alternative Space (guest house): costo totale N$ 500 (N$ 250 a apersona)
Mondesa tour: costo tot. N$ 800 (N$ 400 a persona)
Oggi andiamo a Swakopmund. Durante la prima parte del viaggio la temperatura rimane molto bassa e siamo costretti ad attingere, per la prima volta, alla scorta di maglioni.
Il paesaggio cambia nuovamente. Il bush e la savana , con la loro vegetazione scarsa e rada, lasciano il posto ad un deserto di sassi punteggiato qua e là di qualche cespuglio, spesso neppure da quelli. Immense distese piane, senza fine all’orizzonte, di breccino colorato composto da frantumi di varie pietre e minerali, nelle quali vivono quasi esclusivamente i licheni che riescono ad attingere acqua dall’umidità portata dall’oceano atlantico, che è a soli 50 / 60 chilometri. Una caratteristica di questa zona è infatti la nebbia che è presente tutti i giorni fino a tarda mattina, inizio del pomeriggio. Una nebbia che avvicinandosi al deserto si mostra come un muraglione nero che avvolge tutto. Arrivati al mare ci fermiamo ad Hentiesbay per vedere l’oceano. Il tempo rimane brutto con una fitta foschia e vento freddo. Sorprende che un posto così vicino al mare e con tante nuvole sia un deserto.
Arriviamo a Swakopmund verso le 12:00, facciamo la spesa ed andiamo a mangiare qualcosa di veloce in un parcheggio in riva al mare. Swakopmund è la città balneare della Namibia, la città delle seconde case e delle ville dei bianchi ricchi, abitate in estate od i fine settimana per andare a pesca. Molte case sono in puro stile bavarese, qui più che altrove si trovano i segni della passata colonizzazione tedesca, altre sono in uno stile a metà strada tra europeo ed africano, ma in ogni caso parliamo di ville bellissime, con ampie vetrate in faccia all’oceano ed interni da riviste di arredamento. E come in una piccola Las Vegas l’essere sorta nel mezzo al deserto non impedisce, grazie ai soldi, di avere giardini verdi e fioriti, sia quelli privati che quelli pubblici.
Molte case sono chiuse e le strade quasi deserte, siamo ancora a fine inverno inizio primavera, per le strade si vedono solo poche macchine, tutte rigorosamente Suv o Pick-up enormi.
Alle 14:00 andiamo all’hotel. Ci dobbiamo preparare per il giro con Charlotte nel sobborgo di Mondesa. L’Hotel, a conduzione familiare, è momentaneamente chiuso, la proprietaria Sybille si è assentata per andare in città. Approfittiamo, visto che siamo all’estrema periferia della città verso l’interno per andare a vedere le dune di sabbia che cingono Swakopmund. Il primo contatto con il deserto di sabbia.
Poco prima delle 15:00 torniamo all’hotel.. L’Alternative space è molto particolare e carino e la nostra camera, enorme e particolarissima per impostazione ed arredamento ha una grande vetrata che affaccia su un giardino interno. Non facciamo neppure in tempo a guardare tutto che arrivano a prenderci per il tour. Apprendiamo che Charlotte, la ragazza con cui abbiamo preso contatti prima di partire, è morta in un incidente stradale il mese scorso. Al suo posto ci accompagnerà la figlia con due suoi cugini. La ragazza ha 16 anni e parla correttamente inglese, tedesco, afrikaners e la lingua dei Damara (quella fatta di schiocchi). E se consideriamo che vive in una baracca in un sobborgo e che si fa ogni giorno due ore di cammino per andare a scuola è impossibile non sorridere pensando alla nostra italica pigrizia per le lingue straniere.
Il tour offerto dalla famiglia di Charlotte ha lo scopo di promuovere il turismo oltre le dune, portarlo verso la città nera per far conoscere la vera Africa, quella delle etnie indigene. Con l’intento di riscuotere soldi che verranno utilizzati per la promozione ulteriore del turismo e per aiutare le attività locali, principalmente quelle legate all’istruzione. Il tour infatti costa 400 Nad (35 euro) ed una percentuale di questi soldi verrà distribuita alle persone che andremo a conoscere.
Prima tappa la casa della nonna. Siamo a Mondesa, sobborgo di Swakopmund che conta circa 4000 abitanti. L’altra faccia di Swakopmund, quella dei neri, quella povera. Quella che vive nascosta alla vista dei ricchi bianchi dalle dune di sabbia. La casa è poco più di una baracca in muratura con tetto in ondulato di ethernit, composta da tre stanze per un totale di forse 30 mq arredate con poche cose logore e cadenti.
Ci accoglie la nonna con tre delle nipotine piccole. Una di queste ha gli occhi strabici, uno strabismo che in Italia sarebbe stato tranquillamente corretto, ma con un sorriso che la fa diventare ugualmente bellissima.
La nonna ci racconta la vita della famiglia, di come sono arrivati a Mondesa e della loro felicità quando il governo ha assegnato loro quell’alloggio. Una felicità che hanno voluto condividere con tutti aprendo la propria casa al prossimo, con quello spirito che poi ha portato la figlia Charlotte a voler far arrivare a casa loro il turismo straniero che si fermava di la’ dalle dune, dove sono gli alberghi belli da ricchi. Una felicità che ancora si vede negli occhi e si sente nella voce della donna che, nonostante la vita non facile i lutti ed i sacrifici di tutti i giorni, ride con gusto.
Fuori ci fanno provare come si fa la farina pestando i semi in un mortaio con un enorme pesto fatto con un grosso ramo. Pochi minuti sono per noi una fatica mostruosa. E le donne lo fanno per ore, per la precisione ne servono 3 in due persone o 6 da sole per raggiungere il giusto punto di macinazione.
La seconda tappa è la casa di una ragazza Herero che ci accoglie vestita con il loro tipico abito di stile vittoriano. Ci spiega la cultura Herero e la sua vita di ragazza aperta alla modernità ma fortemente legata ed orgogliosa della propria identità etnica. Fino a qualche anno fa indossava abiti occidentali ma ora indossa con piacere il vestito tradizionale che pur essendo più scomodo per tante attività giornaliere, la fa sentire elegante, rispettata dagli altri e felice di essere una Herero.
Salutata la ragazza ci dirigiamo verso DRC (Democratic Republic Community) una baraccopoli ancora più povera di Mondesa, nata intorno alla discarica della città di Swakopmund, popolata da circa 2000 persone che in buona parte vivono della discarica stessa. Da lì riciclano tutto ciò che può essere utilizzato per costruire le baracche, dai laminati alla plastica, dal compensato al ferro o all’ethernit, dalle vecchie finestre alle porte. Lì recuperano quello che può essere riutilizzato per arredare, dai frigoriferi alle cucine, dai divani ai tavoli. Oppure tutti gli oggetti per la vita quotidiana, dai piatti ai catini, dalle scarpe ai vestiti, dalle bottiglie alle suppellettili. DRC è una sequenza infinita di baracche multicolori e multimateriali nella polvere del deserto.
I più fortunati hanno pantaloni, magliette e scarpe, ma molti sono vestiti di stracci e sono scalzi.
Prima di addentrarci nel mezzo a quell’espressione di povertà ci fermiamo ad ascoltare un gruppo di ragazzi che guadagna qualcosa cantando e vendendo i loro cd registrati.
Rimaniamo affascinati dalle loro voci “nere”, potenti e calde allo stesso tempo. Dal loro senso del ritmo che si manifesta nel ballo. Come solo i neri sanno fare, bastano loro pochi semplici movimenti per esprimere grazia ed armonia.
Dentro DRC andiamo a visitare la stravagante baracca di quello che potremo definire un artista, un Cimabue nero. Tutta la struttura, dalle pareti esterne a quelle interne, dal soffitto alla mobilia è come un’unica grande tela su cui ha dipinto coloratissimi motivi geometrici, segni tribali o semplici macchie di colore. All’interno il padrone di casa ha sapientemente riciclato e disposto mobili da cucina, armadi, divani, tavoli ed altro arredamento in un modo da dare un senso di comodità ed accoglienza. Ma il tocco dell’artista si ritrova anche nella miriade di oggetti, i più disparati ed improbabili possibili, che affollano gli spazi come in un caleidoscopio di colori e forme. Così si vedono poster di Bob Marley, zampe di elefante imbalsamate, cristalli e pietre, monitor di computer, tappeti, dischi in vinile cuciti alle tende od incollati al soffitto, cartoline, libri, statue di legno, vecchi mangianastri e tutto ciò che una discarica può dare. Ed artista lo è anche nello spirito. Conosciamo una persona che come lui stesso ama dire, parlando in un miscuglio di inglese, damara e chissà quante altre lingue, incarna, rappresenta e vive secondo lo spirito di “mama Africa”. Non a caso è un seguace di Bob Marley. Una persona serena con se stessa e con il mondo, allegro e gioviale, felice della sua vita. Prova con poco, anzi nessun risultato ad insegnarci la lingua degli schiocchi tipica dei damara. Quattro tipi di schiocchi fatti con la lingua che da soli, o nelle varie combinazioni tra loro, anteposti alle medesime parole danno loro significati diversissimi.
La tappa successiva è l’asilo di DRC. Una stanza di lamiere di quattro metri per sei in cui studiano insieme bambini di pochi anni e ragazzi di 13 / 14 anni.
Al nostro arrivo i bambini piccoli che stanno giocando fuori ci saltano in collo. La voglia di contatto fisico, di carezze e di coinvolgerci nei loro giochi è fortissima e contagiosa. È impossibile non abbracciare quei corpicini mal vestiti e fare una carezza, dare un bacio a quei visetti sporchi, con gli occhi lucidi e lacrimosi ed il naso col “moccichino”per il raffreddore. Sono tutti bellissimi ed ognuno di loro è l’espressione di un sentimento. In quegli occhi abbiamo visto tutto.
Dopo l’asilo andiamo a casa dei nostri “ciceroni” dove ci aspetta una prova molto impegnativa. Tra i vari piatti della cucina tipica che ci offriranno ci saranno pure i vermi dell’albero del Mopane. Iniziamo con polenta di farina di mango, spinaci e pollo, ma poi non possiamo rimandare più di tanto l’appuntamento con il piatto dei vermi. Mettere in bocca il primo richiede un po’ di sforzo ma il sapore è buono. Hanno la consistenza, ed anche la grandezza, di un gamberetto mangiato con il guscio. Alla fine ci prendiamo gusto e ce li mangiamo come se fossero una delizia a cui siamo da sempre abituati.
Alla cena conosciamo altri membri della famiglia tra i quali un ragazzetto fan sfegatato di Michael Jackson (balla continuamente il moon walking) ed una ragazzina che oltre alla bellezza dei lineamenti lascerà nella nostra mente il ricordo del suo sorriso della bocca ma anche, e soprattutto, degli occhi.
Arriva poi il momento di salutare i nostri amici e tornare all’albergo, nella nostra stanza comoda, ben arredata, con tanto di bottiglia di champagne (usuale dono di benvenuto che la proprietaria offre ai propri clienti). Impossibile non pensare al contrasto tra quei due mondi fisicamente così vicini da sfiorarsi, ma poi così lontani nel modo di vivere.

11° giorno, 5.10.2009
Swakopmund – Sesriem (Namibia Naukluft park)
B2 dir. Sud fino a Walvis bay per 30 km
C14 dir. Sud/est fino a Solitarie per km 230
C19 dir. Sud per 82 km
D826 (anche chiamata C27) per 12 km fino a Sesriem
Pernottamento al Sesriem camp site: costo totale per 2 notti N$ 1.200 (N$ 150 per persona al giorno + N$ 300 al giorno per la piazzola)
Colazione fai da te nella cucina, fornitissima, dell’Alternative Space: uova, pancetta ma anche e soprattutto Nutella. Mirabile visione!!!
Questa mattina ce la prendiamo proprio comoda, anche per il viaggio, almeno fino a quando ci accorgiamo, guardando gli appunti, che i chilometri da fare sono molti di più di quelli che avevamo in mente.
Come se non bastasse un altro errore “bischero” alla fine della tappa ci costringe a 50/60 chilometri in più. La nutella ci ha rincoglioniti.
L’arrivo al Sesriem ci riserva quella che sul momento è una brutta sorpresa.
Un po’ per colpa di uno scivolone linguistico di Patrizia ma ancora di più per la non troppo simpatica, cordiale ed efficiente accoglienza della ragazza alla reception ci sentiamo richiedere un pagamento di 300 Nad che capiamo non essere l’ingresso al parco ma un ulteriore permesso di transito. Inviperiti (il vero termine è censurabile) neri per non aver trovato traccia in nessun sito di questa sovrattassa, con la convinzione quindi di dover pagare il conosciuto e dovuto ingresso il giorno dopo, ci avviamo a visitare un canyon all’interno del campeggio. Ma la testa è sempre lì. Per cosa è quella tassa? Permesso di transito per dove? Per girare dentro il campeggio ed arrivare al cancello del parco (500 metri)? E quelli che non dormono al Sesriem ma nelle altre sistemazioni fuori lo pagano ugualmente? Eppure Patrizia gli ha chiesto molto precisamente se quel pagamento era per il biglietto di ingresso al parco. E la risposta è stata altrettanto precisa: no! È una tassa di transito. Ma la domanda deve avere una risposta, ci arrovelliamo troppo il cervello. Così decidiamo di tornare indietro e fare un tentativo al cancello di ingresso del Parco. Proviamo a chiedere al guardiano. E lì la notizia meravigliosa. Quello che abbiamo pagato è il biglietto di ingresso al deserto valido per due giorni.
Al di là della contentezza per la buona notizia ci chiediamo come mai di loro iniziativa ci abbiano fatto pagare il biglietto per due giorni. Potevamo anche voler rimanere il pomeriggio in tenda e entrare nel parco solo il giorno dopo. Ma a questo punto cercare di capire è inutile. È andata così. Prendiamo la parte buona di ciò che è successo. Possiamo andare ora a vedere il tramonto e domani l’alba.
Ad aver capito subito come stavano le cose ce la potevamo prendere più calma, visto che per le 20:00 dobbiamo uscire dal parco, ma tanto vale sfruttare il giorno il più possibile. Così entriamo e senza badare troppo al limite di 60 km cerchiamo di raggiungere le prime dune. Per i primi 20 chilometri non si vede niente poi arriviamo all’inizio del deserto sabbioso. A questo punto tiriamo ancora un po’ per arrivare alle tre dune al km 35. Per chi non si ricorda di prendere nota del contachilometri ci sono cartelli indicatori ogni 5 km. Come letto in molti resoconti e confermato da una guida incontrata mentre stavamo ancora interrogandoci sulla tassa di transito la duna 45, benché sia la più famosa, conviene lasciarla come seconda scelta. È perennemente troppo affollata di turisti che rovinano l’atmosfera magica con pic-nic, urla, risa e la confusione di squadroni d’assalto. La guida ci ha consigliato di guardare l’alba alle tre dune al km 35 e poi tirare dritti fino a Soussuvlei. Considerato il vantaggio del doppio ingresso faremo le dune 35 e la 45 questa sera ed il resto domani mattina. Così dopo una prima sosta di fronte alle tre dune al km 35 per ammirarne il loro lento cambiare di colore, ci dirigiamo alla duna 45.
Capiamo che è la più famosa non solo per la vista che si gode dalla sua sommità ma anche e soprattutto perché l’ascesa inizia in prossimità della strada. È quindi la più comoda per i gruppi di turisti pigri e sovrappeso. Ed anche questa sera ce ne sono tanti, molti dei quali già pronti con birre, vini o champagne da gustare al tramonto. Tutti in fila a sedere lungo la cresta e ….. accidenti a molti di loro….. non si scansano neppure a tirargli le cannonate. Come se non fosse evidente che per camminare quella è la linea migliore, l’unica, perché molto battuta, in cui è possibile tenere i due piedi quasi sullo stesso piano. Cosa gli cambierà stare a sedere 40 centimetri più in basso. E poi si lamentano se camminandogli addosso sollevi la sabbia che gli rovina l’aperitivo!!!!! Quanta voglia di dargli una bella spinta e vedere chi rotola più velocemente.
La prima salita su una duna è un esperienza molto particolare. La sabbia è molto fina, affondiamo fin sopra le caviglie. Procediamo lenti lungo la cresta che divide in modo netto il versante al sole, con sabbia calda e di un bell’arancione, dal versante all’ombra con sabbia fredda e di color rosa scuro. Poco prima della sommità, in un punto dove non ci sono altri turisti, ci mettiamo a sedere ed aspettiamo il tramonto gustandoci il silenzio ed il vento, con lo sguardo che abbraccia un’enorme vallata contornata da alte dune che al variare del sole, ed a secondo della loro forma, assumono tutte le sfumature dei rosa e degli arancioni.
Una caratteristica di questa latitudine è che il sole tramonta con una velocità impressionante. È possibile coglierne distintamente il movimento nella fase di discesa sotto la linea dell’orizzonte. Si vede che gli spettacoli belli devono durare poco.
Oramai si è fatto buio e così torniamo velocemente al campeggio.
La Namibia oggi ci ha regalato un altro spettacolo.
Barbecue, due buone birre e nanna. Prima però ci rilassiamo nelle comodissime sedie da campeggio della Ferrino guardando in silenzio le stelle nel cielo. Nell’emisfero Australe se ne vedono molte di più che da noi.

12° giorno, 6.10.2009
Questa mattina ci alziamo presto, anche se non così tanto come altri turisti. Quando alle 5:30 beviamo il nostro caffè quotidiano alcuni sono già partiti. Ma abbiamo gia visto la prima parte del parco e quindi ce la prendiamo comoda.
Da segnalare che mentre per chi campeggia al Sesriem il cancello di ingresso al parco apre alle 5:30 per chi pernotta nelle altre strutture, più o meno lontane, l’ingresso è permesso solo dopo le 6:30.
Considerando che le prime dune degne di essere osservate sono dal trentesimo km in poi ed il limite è di 60 km/h , quell’ora in più permette di arrivarci con tutta calma ma anche, soprattutto, prima che si riempiano di turisti. A meno che nelle vostre foto non vogliate immortalare folle tipo suk arabo.
Oggi ci gusteremo i colori della mattina ma dalla macchina. Non ci fermeremo per strada. La nostra meta sarà direttamente Soussuvlei e la duna più alta del mondo.
La mattina è molto fredda, questa notte la temperatura è scesa a 6 gradi, e ciò non invoglia ad uscire dalla macchina per passeggiare nella luce dell’alba. Quindi ci guardiamo le dune con il calduccio del riscaldamento acceso.
Per arrivare a Soossuvlei ci sono 60 km di strada asfaltata fino ad un parcheggio. Gli ultimi 4/5 km sono su sabbia e quindi percorribili solo con fuoristrada. Chi non vuole rischiare con il proprio può lasciare la macchina nel parcheggio e sfruttare delle staffette che fanno continuamente avanti e indietro. Severamente vietato (prevista una multa) fare quell’ultimo tratto con macchine normali. Massimo 100 metri e vi dovrebbero venire a tirare fuori.
Noi decidiamo di farci quei chilometri a piedi.
Ancora oggi non riesco ad essere arrabbiato con Patrizia per aver pensato una cosa del genere. Lo sono con me stesso che l’ho assecondata. Soprattutto nel non voler portare ciò che è più importante quando si vuole fare i “ganzi” nel deserto: L’ACQUA!!. Quante me ne ha dette perché volevo mettere un po’ di bottiglie e panini nello zaino. Stavo perdendo tempo per qualcosa di inutile!!!!
Ripensandoci, pur da sostenitore della non violenza, in questi casi giustifico l’uso di un sano ed educativo cazzottone sulla bocca!!!!!
Sono riuscito a prendere giusto un litro d’acqua e neppure un biscotto. I primo chilometri hanno dato ragione a Patrizia. Temperatura ancora fresca nonostante due magliette e un pile. Ogni tanto passa qualche fuoristrada e chissà cosa penseranno gli occupanti nel vedere due buffi pedoni che vagano alla ricerca dei punti in cui la sabbia è più compatta per non affondare troppo. Sia all’andata che al ritorno abbiamo avuto modo di vedere che solo noi abbiamo fatto quella scelta. Che per tanti aspetti si è però rivelata premiante. Ci siamo goduti la bellezza del luogo non solo con la vista dall’abitacolo di un’auto ma anche fisicamente camminandoci nel mezzo. Solo in questo modo è possibile capire la fragilità dell’uomo e l’immensità e la potenza della natura.
La camminata per arrivare a Soussuvlei non è semplice anche se nulla in confronto alla scalata alla duna più alta del mondo. Salire in linea retta dalla base alla sommità e pressoché impossibile vista la pendenza e la consistenza della sabbia che cede continuamente. Per salire è quindi necessario camminare lungo le creste che una dopo l’altra portano sempre più in alto. E ciò vuol dire chilometri in perenne salita sotto un sole che inizia a farsi sentire sempre più. I pile sono già finiti nello zaino. E così anche per persone allenate come noi la fatica esige, di quando in quando, alcuni secondi di riposo. Per camminare meglio e per un maggior senso di libertà ci siamo tolti le scarpe e procediamo a passi lenti e costanti come in una scalata in alta montagna. Razionare le energie è la prima regola. Ma la fatica è ampiamente ricompensata da ciò che ci circonda. Un mare di sabbia modellata dal vento, dune altissime ed i fondali di antichi laghi prosciugati. Ma il massimo lo si ha arrivando sulla cima. Comodamente seduti e rinfrancati da una bella bevuta osserviamo la vastità del deserto, i rosa, i rossi e gli arancioni delle dune in contrasto con il bianco accecante del fondo secco del lago di Soussulvei e con il blu del cielo. La potenza e la spettacolarità della natura al massimo grado.
Obbligatoria una mezz’oretta di silenzio e riflessione. Poi, anche se a malincuore, dobbiamo ripartire. Per il ritorno non seguiamo le creste ma scendiamo dritti per il versante della duna che porta al lago di Soussulvei. Per centinaia di metri, con una pendenza impressionante, corriamo a balzelloni affondando nella sabbia soffice fino ai polpacci. Ogni tanto ci fermiamo per osservare quanto siamo piccoli in quell’enorme montagna di sabbia e quando arriviamo in fondo ci ritroviamo sulla crosta secca, indurita e screpolata dal sole di Soussulvei. L’attraversiamo e sembra di passeggiare per un luogo che appartiene ad un altro pianeta o ad un’altra era. Le dune, il sole battente che rende tremula l’aria, il bianco della terra in contrasto con il nero dei tronchi secchi di quella che sembra una foresta oggetto di un incantesimo, rendono il luogo quasi soprannaturale.
Quando torniamo sulla sabbia è obbligatorio rimettere le scarpe. Il sole oramai l’ha portata ad una temperatura da ustione.
Tutto il ritorno, benché bellissimo si rivela una vera faticata perché, ringrazio ancora Patrizia, l’acqua è finita; e 4/5 chilometri nel deserto, alle 13:00, con il sole che picchia duro, i piedi che affondano e già diversi chilometri nelle gambe non sono la prospettiva migliore quando la sete inizia a farsi sentire forte.
Quando arriviamo alla macchina grossa bevutona d’acqua, tante arance e poi, in barba all’aspetto fisiologico che non lo consiglierebbe, ci facciamo due birre fresche stando comodamente seduti nel cassone del pick-up.
Una volta rinfrancati non resisto alla voglia, che ho con difficoltà tenuto a freno questa mattina, di fare la pista sabbiosa fino a Soussulvei con il fuoristrada. Non posso tornare a casa senza aver guidato sulla sabbia. E quando mi ricapita!!!!. E quindi via, anche se la mia esperienza di guida su sabbia si limita alla lettura di alcuni siti internet ed il nostro pick-up non è, per gommatura ed assetto, il più adatto a quel tipo di terreno. Ma tanto abbiamo la pala!!!!
E nelle prime centinaia di metri, almeno in un paio di occasioni, qualche rischio insabbiamento lo abbiamo corso, soprattutto quando per incomprensione con una delle staffette mi sono trovato a dovermi fermare fuori dalla traiettoria più battuta. Poi una volta capito l’uso delle marce e la consistenza e reazione del fondo è stato un divertimento. Altro che auto-scontro al luna park. Un continuo di sbandate, sbalzi, ruote che affondano, sterzo che sembra vivere di vita propria e, sottopelle, la continua apprensione per il rischio di dover usare quella pala che abbiamo a bordo.
Patrizia di tutto ciò ha vissuto solo la paura per della pala!!!!!! E per questo non ho potuto fare quel bis che mi sarebbe piaciuto provare.
Ma va già bene così.
Anche se ciò vuol dire che è veramente finita. Non solo la giornata nel Namib ma proprio tutto il viaggio!!!
Per l’ultima sera in campeggio salsiccia alla griglia, birra e la compagnia delle stelle e della luna.

13 giorno, 7.10.2009
Rientro a Windhoek
D826 (oC27) per 12 km
C19 fino a Solitarie per 82km (per il pieno) altrimenti 11 km prima prendere la D1273
C14 dir sud per 14 km
C24 dir. Nord/est per 174 km
B1 dir. Nord per 87 km
Pernottamento al Rivendell guest house: costo tot. N$ 580 (N$ 290 a persona)
Giornata sottotono. La tappa ci ricondurrà nella capitale per l’ultimo pernottamento prima della partenza.
Ci alziamo con calma, puliamo tutta l’attrezzatura da campeggio e partiamo con destinazione Solitarie dove faremo l’ultimo rabbocco di carburante.
Riavvicinadosi alla capitale iniziamo a ritrovare le aziende agricole dei bianchi e poco prima della città torniamo sulla strada asfaltata.
All’arrivo a Rivendell riprendiamo possesso della camera del primo giorno.
La sera, nella cucina comune, cuciniamo ciò che è rimasto nel frigo e poi a letto. Non prima di aver imprecato per incastrare tutti i souvenir nelle valigie. Meno male che nell’ennesima donazione lascio in Namibia anche un paio di scarpe. Giusto il posto per le scatole di tè.

14 giorno, 08.10.2009
Verso le 9:30 andiamo a riconsegnare il fuoristrada. Tutto ok. Non ci sono danni.
Il ragazzo che ci era venuto a prendere 13 giorni fa ora ci riaccompagna all’aeroporto. Consegniamo il navigatore e ci avviamo al banco per il check-in.
Inutile dire con quale stato d’animo ci apprestiamo a lasciare la Namibia e l’Africa. Possiamo solo fare una promessa a noi stessi. Di ritornare, nei prossimi anni, nel continente che ha dato la vita all’uomo. Non so se sia giusto parlare di mal d’Africa. Di sicuro non è un continente che lascia indifferenti. Indipendentemente dal tipo di vacanza preferita e dal senso del bello e dell’affascinante che ognuno di noi può avere.

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