Good bye Namibia - parte prima

in viaggio con anna_mrcs in Namibia

torna alla mappa
Good bye Namibia - parte prima

Tra splendidi parchi, animali in libertà e natura incontaminata14 luglio 2003
Arriviamo in Namibia un lunedì mattina all’ora di pranzo. L’aeroporto internazionale di Windhoek, nonostante sia il più importante del Paese, è molto piccolo. L’aereo atterra e i passeggeri scendono dal velivolo direttamente sulla pista e si avviano a piedi verso l’aeroporto, niente serpentone o bus. Il sole è caldo, il paesaggio circostante è immenso e la luce è strepitosa.
Espletate le formalità alla dogana ci avviamo all’uscita in cerca della persona che doveva venirci a prendere. L’agenzia di noleggio che abbiamo scelto non ha una sede in aeroporto ma solo nella capitale, pertanto un incaricato dell’agenzia sarebbe venuto a prenderci.
Nell’atrio dell’aeroporto ci sono tante persone, con cartelli vari, velocemente cerchiamo quello che ci riguarda. Ci avviamo verso questa persona, che senza troppe presentazioni mi prende la valigia di mano e si fionda fuori dall’aeroporto. Lo seguiamo e ci dirigiamo nel parcheggio dove ad attenderci c’è il suo pullmino e un altro ragazzo. Sistemiamo le valigie, saliamo sul pulmino e via verso Windhoek. Noi siamo stanchi e i nostri accompagnatori non sembrano mostrare nessun interesse a fare conversazione con noi, tant'è che chiacchierano per i fatti loro utilizzando una lingua locale.
Il viaggio non è lungo ma non è nemmeno quello che si dice corto e veloce, nonostante l’alta velocità con cui guidano. Mentre Marco sonnecchiava la mia immensa fiducia nei confronti del prossimo si preoccupava di quello che sarebbe potuto succedere. E se il tizio invece di portarci a ritirare la nostra auto ci dava una bella botta sulla capoccia, ci rubava tutta la nostra roba e poi ci abbandonava lì nel bel mezzo di niente? Il paesaggio circostante è tutto a collinette con il nulla intorno. Insomma… quello non che si definirebbe un ambiente ospitale!
Finalmente arriviamo in città, gira di qui, gira di lì, non è una grossa metropoli ma giriamo parecchio… ad un certo punto entriamo in uno di quei parcheggi sterrati che ci sono tipicamente nelle periferie cittadine, dove non si capisce bene cosa fa la gente raccolta in gruppetti a parlottare. Alcuni lavano le macchine, altri sonnecchiano seduti per terra, altri chiacchierano, mah… Entriamo in questo parcheggio e ci avviamo verso un gruppo di persone. I miei timori si fanno di nuovo sentire, soprattutto perché non vedo nessuna ditta di noleggio nei paraggi! Il pullmino si ferma. Scende l’amico del nostro accompagnatore e noi ripartiamo. Ah, avevamo solo dato un passaggio a quel tipo! Potevano pure dircelo!
Finalmente arriviamo all’autonoleggio. Non si può dire che la prima impressione sia stata delle migliori. L’ufficio si trova direttamente in un garage, ad accoglierci c’è una signora, Molly. Nell’ufficio (che parola grossa) c’è tutto il necessario, computer, telefono, fotocopiatrice, ecc… ma diciamo che l’apparenza non è delle migliori. Forse noi occidentali siamo abituati a standard differenti. Nel cortile è parcheggiato un pickup color crema con delle tendine alle finestre del cassone in perfetto stile da “figli dei fiori”. Ci consegnano l’auto, ci spiegano come funziona. Non hanno una seconda ruota di scorta da darci che noi invece avevamo chiesto esplicitamente! Ci spiega che non sono riusciti a rimediarla in tempo, mah!? Un po’ per la stanchezza del viaggio un po’ perché eravamo già stufi prendiamo l’auto e ce ne andiamo a cercare il nostro primo posto in cui pernotteremo.
Saliamo in macchina e ci avviamo verso la città e, come non detto, ci accorgiamo di aver dimenticato il libretto delle istruzioni della macchina, non si sa mai può sempre tornare utile, e meno male che siamo tornati a prenderlo! Ritorniamo indietro e, già che ci sono, ne approfitto anche per farmi indicare sulla cartina dove ci troviamo, con tutto quel gira di qui gira di lì con il marito di Molly non ho idea di dove siamo finiti. Scopriamo così che la Tamboti guest-house non è lontana. Se non altro non dobbiamo attraversare tutta la città.
Trovata la casa suono il campanello. Mi guardo intorno e vedo tutte le case dotate di filo spinato; mah... che posto sarà mai questo! Viene ad aprirmi una signora a cui chiedo della mia prenotazione. Immediatamente ci fa parcheggiare il nostro mezzo nel suo cortile e ci accompagna a vedere la stanza. Vista l’agenzia di noleggio sono pronta ad andare a dormire nella cuccia del cane, e invece, una bellissima camera arredata in stile africano. Scarichiamo i nostri bagagli, verifichiamo meglio la nostra auto e ci accorgiamo che una delle serrature del cassone non chiude. Non va affatto bene, non possiamo mica lasciare le valigie con il cassone aperto. Risaliamo in macchina e torniamo alla Sanfield Car Hire per chiedere che ci sistemino la serratura oppure che ci cambino mezzo. Arriviamo alla ditta, toh... non è ancora orario di chiusura ma Molly se l’è già filata. I suoi vicini di garage ci fanno sapere che non sarebbe ritornata in giornata. Mentre io cerco il numero di telefono Marco traffica con la serratura e scopre che con un po’ d’olio si può sistemare. E’ solamente un po’ dura, sarà tutta la polvere che ci finisce dentro. Così riprendiamo la nostra macchina e ce ne andiamo alla guest-house.
Alle 17.30 è notte. Il sole tramonta in fretta e in niente è buio. I negozi e gli uffici chiudono tutti alle 17, per cui l’attività frenetica della città si ferma alle 17. Decidiamo di andare a cenare in un fast-food e ne scegliamo uno presente sulla via principale della capitale. Visto che è buio e le strade intorno alla nostra guest-house non sono ben illuminate decidiamo di andarci in macchina. A dirla tutta, non è che faccia così caldo da andare a spasso a piedi.
Con nostra grande sorpresa la città è deserta. Non c’è quasi nessuno per le vie e pochissime macchine per la strada, tant’è che parcheggiamo proprio di fronte al fast-food. E dire che poche ore prima era piena di vita e di persone. E’ bastato il buoi per spegnere anche questa città. Il locale è vuoto, la maggior parte dei clienti prendono e portano via, ai tavoli c’è poca gente. Poco male, a noi non piace la confusione.
Quando usciamo dal locale ci troviamo immersi in un lato di Windhoek che non ci aspettavamo. Le strade sono sempre desolate ma per la via ci sono parecchie persone che chiedono soldi, altre sedute per terra appoggiate alle vetrine dei negozi chiusi. Cosa fanno lo sanno solo loro. Fatto sta che non ci fanno una bella impressione. Ci avviamo verso la nostra auto. Marco apre le portiere ed entriamo. Mentre salgo mi volto indietro e vedo un ragazzo che mi viene incontro correndo. Non immagino minimamente di cosa si possa trattare e vista la realtà che ci circonda, mi fiondo in macchina e dico a Marco di muoversi poiché c’è un tizio che ci sta rincorrendo. Veniamo raggiunti appena in tempo per consentirgli di prendere un foglietto che aveva pizzicato sul nostro vetro, ma noi senza fare o dire niente ce la filiamo subitissimo. Non avevamo visto il foglietto e non abbiamo ben capito l’accaduto.
C’è da dire che il primo impatto con la Namibia ci ha lasciato un po’ perplessi. Avevamo letto sulla guida che non era un posto pericoloso, ma le case sono tutte cintate con il filo spinato (e questo non solo nella capitale ma anche in altre città), alcuni negozi sono dotati di cancello e anche durante l’ora di apertura è chiuso (un po’ come per le gioiellerie da noi, per entrare si deve suonare il campanello), tutta questa gente che c’era per strada. Insomma ci avviamo verso la nostra guest-house un po’ perplessi.
Solamente parecchi giorni dopo, a Swakopmund, abbiamo modo di capire chi era e cosa faceva quel tipo che ci aveva inseguito a Windhoek: era un parcheggiatore! Di sera le strade si riempiono di ragazzi, alcuni dotati di pettorina che ne indica l’attività, che in cambio di una mancia sorvegliano le macchine per tutta la notte o per il tempo necessario per una sosta. Di giorno i parcheggi sono a pagamento, ci sono i parchimetri. Mentre di sera la custodia è affidata a queste persone. Si tratta di un’attività del tutto legale e autorizzata dalle autorità municipali. Ma tutto questo lo abbiamo scoperto in seguito.

15 luglio
Il mattino seguente lasciamo Windhoek e ci avviamo verso sud nella zona del Kalahari dove passeremo la nostra prima giornata africana. Percorriamo una strada asfaltata che appena lasciata Windhoek si rivela un susseguirsi di cantieri. Non abbiamo capito bene che tipo di manutenzione stiano facendo, quello che abbiamo capito subito è che bisogna armarsi di tanta ma tanta pazienza.
Il primo semaforo, per un lungo tratto la strada è a senso unico alternato, è tutto un programma. Un cartello disegna il semaforo, ma il semaforo stesso consiste in un operatore che gira un cartello con su scritto ‘go’ da una parte e ‘stop’ dall’altra. L’addetto al semaforo è in contatto via radio con l’operatore dell’altro semaforo. Insomma un semaforo altamente tecnologico. Fatto sta che aspettiamo un’eternità prima che arrivi il nostro turno. Non sarà ne il primo e ne l’ultimo cantiere che incontreremo in questo viaggio.
La cosa che più ci ha colpito e che quando passi di fianco al cantiere le persone che ci lavorano ti salutano. Notiamo anche che tra le persone che lavorano nei cantieri ci sono anche delle donne, cosa che in Italia non avviene, e soprattutto che il personale è tutto di colore. Beh..ci facciamo già una prima idea di come “girano” le cose in questo paese.
Il lodge (Anib Lodge) dove abbiamo prenotato ci attende per il pranzo. Si tratta di un bel posticino tranquillo situato ai margini di questo deserto. I proprietari sono gentili anche se un po’ troppo tedeschi per i nostri gusti. Nel pomeriggio poi, abbiamo un’escursione nel Kalahari che si conclude con la visione del tramonto nel deserto.
Il deserto del Kalahari alterna paesaggi di dune di sabbia rossa a zone dove l’erba e la vegetazione è cresciuta sulla terra rossa. E’ stata una bella emozione vedere per la prima volta orici e antilopi nel loro ambiente naturale. Ed infine, concludiamo questa giornata con un’ottima cenetta con un arrosto di antilope veramente delizioso e tenero.

16 luglio
Dopo una bella colazione all’Anib Lodge e aver scampato anche per questa mattina le uova con il bacon, partiamo alla volta del Fish River Canyon. Il nostro programma prevede di raggiungere la stazione termale di Ai-Ais.
Prima di partire decidiamo di dare una sistematina ai vari attrezzi della macchina che sono sistemati dietro il sedile. Saranno anche incastrati negli apposti spazi, ma sbattendo contro la lamiera dell’auto fanno un casino mostruoso e come musica di sottofondo per i nostri viaggi è veramente insopportabile. Modifichiamo così la sistemazione degli attrezzi in modo da evitare qualsiasi ‘sbatacchiamento’ vario e da eliminare completamente questo fastidioso sonoro.
La sabbia del Kalahari al mattino e alla sera assumere una colorazione di rosso intenso veramente suggestiva!
Partiamo ma facciamo subito una breve sosta a Mariental per fare il pieno alla macchina, prelevare un po’ di soldi al bancomat (nessun problema, il circuito Maestro funziona ovunque e i bancomat chiamati autobank sono un po’ ovunque) e a fare un po’ di shopping al supermercato. E’ un paese molto piccolo con una via principale su cui si affacciano tutte le attività commerciali. Nonostante sia proprio un minuscolo centro conta almeno due banche, due distributori e un supermercato. Insomma tutto quello che ci poteva servire.
Ci troviamo, verso l’ora di pranzo, nei pressi di Keetmanshoop. Decidiamo di fare una deviazione e andare a vedere se in città c’è qualche locale che ci ispira per pranzare. Keetmanshoop non è quello che si può dire un bel posto, insomma uno di quei posti che non sanno di nulla e i locali che vediamo non ci entusiasmano affatto, meglio che ci facciamo un bel panino con quello che abbiamo acquistato al supermercato.
Riprendiamo cosi il nostro viaggio in direzione sud. Il viaggio è veramente lungo ed è stato anche il nostro primo impatto con un lungo percorso di strada sterrata. Una barba…
Lungo la strada abbiamo modo di ammirare le montagne del Fish River Canyon e del Klein Karasberge. Ed è proprio per fotografare questo massiccio che decidiamo di fermarci. Accostiamo sul bordo della strada, facciamo la nostra foto, saliamo in macchina e… oh oh, siamo rimasti piantati. Scendiamo dall’auto e vediamo che le ruote dietro sono sommerse di sabbia. Marco sale in macchina, prova a spostarla ma invece di muoversi non fa altro che insabbiarsi ancora di più. Ohi ohi… qui si mette male… Liberiamo, così, le ruote dalla sabbia con le mani (sperando di non fare brutti incontri con insetti strani) e collochiamo un bel masso a ciascuna di esse, poi Marco sale in macchina e io provo a spingere. Visto il notevole peso del mezzo, dubito che il mio contributo sia stato fondamentale, in ogni caso l’auto si sposta e ritorniamo sulla strada. Abbiamo così imparato che se si decide di parcheggiare sul lato della strada è sempre bene tenere due ruote sul fondo duro della strada onde evitare altre situazione del genere.
Finalmente arriviamo ad Ai-Ais, si trova circondato tra le montagne del canyon. Ci rechiamo subito alla reception per ritirare la chiave della nostra camera e per pagare i biglietti di ingresso. Nonostante le nostre proteste, ci tocca pagare una piccola differenza per il pernottamento, loro sostengono che i pagamento non sia completo, noi sosteniamo che l’agenzia che ha fatto le pratiche per noi avesse saldato tutto, fatto sta che ci tocca pagare questa piccola differenza che facciamo annotare per benino sul conto. Quando passeremo per Swakpomund, dove ha sede l’agenzia, andremo a chiarire questo malinteso con la titolare.
A discapito dell’ingresso che non promette bene, Ai-Ais è invece un posto molto carino ed emana un senso di tranquillità immenso. Andiamo a cercare la nostra camera e scopriamo che si tratta di un mini appartamento, terrazza con il caminetto per fare il barbecue (quella del barbecue è proprio un mania), di cucina, camera e bagno. C’è anche un piccolo cortiletto di cui non ne capiamo bene il senso e l’accesso diretto alla piscina delle terme che ovviamente sfrutteremo.
Essendo Ai-Ais incastrato tra le montagne del canyon, il sole si nasconde dietro le montagne prima di tramontare e il buio arriva presto ed in fretta. Ceniamo al ristorante del resort dove non si può certo dire che la velocità del servizio sia il loro cavallo di battaglia. Ma tanto siamo in ferie per cui… possiamo anche metterci due ore per cenare, tant’è che dopo aver atteso per molto la nostra cena, decidiamo ugualmente di ordinare il dolce! A cena notiamo una famigliola composta da padre, madre e due figli tra i 15-18 anni. Li notiamo perché il figlio, per sedersi “prova” una serie di seggiole prima di trovare quella che fa per lui. Che fondo schiena delicato!

17 luglio
Oggi intera giornata dedicata alla visita del Canyon; i Namibesi (o Namibini o come altro sono chiamati gli abitanti della Namibia!?!) sostengono che sia secondo solo al Grand Canyon degli Stati Uniti. Non ho visto il Grand Canyon, per cui non posso fare un paragone, ma questo è già di per se molto spettacolare. Veramente un bel posto, ne vale la visita. Osserviamo da diversi punti panoramici il canyon e facciamo anche una passeggiatina che ti permette di osservare il canyon da angolazioni differenti.
Non c’è molta gente e possiamo goderci il canyon in tutta tranquillità. Ci fermiamo per pranzo in uno dei tanti look-out in compagnia di alcuni uccellini e di una strana lucertola modello gigante che se ne sta a prendere il sole su una pietra poco distante. E’ un peccato, che il regolamento vieti i trekking in giornata, un bel giro nel canyon non ci sarebbe affatto dispiaciuto!
In uno di questi look-out incontriamo la nostra famigliola della sera prima. Non lo sappiamo ancora, ma questa famiglia ci accompagnerà per tutto il viaggio! Come si dice… il mondo è piccolo!
Di ritorno ad Ai-Ais, dove pernotteremo anche questa notte, ci fermiamo a fotografare qualche esemplare di kakerboom (o alberi faretra). Ci sono molti esemplari di questo albero disseminati qua e là, non ci resta che scegliere quelli che più ci piacciono e fotografarli. Facciamo anche due passi per vederne uno un po’ più grande degli altri, da vicino, e nonostante il mio terrore non incontro nessun serpente! Nei confronti dei rettili sono un po’ (tanto) fobica, non ci tengo ad avere nessun tipo di incontro ravvicinato con questi animaletti striscianti.
Concludiamo la nostra giornata facendo un giretto per Ai-Ais e poi un bel bagno ristoratore nella piscine delle terme. Per cena, visto che la nostra sistemazione prevede una cucina con tanto di stoviglie in dotazione, ci prepariamo degli spaghetti al pomodoro, che abbiamo trovato nel supermercato del campo. I nostri vicini invece fanno un bel barbecue, così hanno modo di affumicare tutto il campo!

18 luglio
Dopo una tranquilla colazione consumata sul balcone del nostro mini appartamento, partiamo alla volta di Luderitz. Ci aspettano un bel po’ di chilometri di strada sterrata prima di giungere su quella asfaltata.
Non si può certo dire che la Namibia sia un Paese affollato. Tra le nazioni presenti sul territorio africano è quello con il minor numero di abitante per chilometro quadrato (così ho letto), e ce ne siamo accorti. Interminabili ore in macchina senza incontrare un villaggio, una casa, niente. Certe volte poi si incontra una fattoria o un bivio che ne indica la strada, ma la casa non si vede. Toh... lì piazzata nel bel mezzo del nulla. Lontano da tutto il resto. Ogni tanto si incrocia qualche auto o un carretto trainato da uno o due asini che procede piano piano lungo la strada. Di certo il traffico non rappresenta un problema!
E così, chilometro dopo chilometro, oltrepassiamo la città di Aus, collocata sulle pendici di una montagna (forse è meglio parlare di collina) che la rendono paesaggisticamente molto interessante e proseguiamo verso Luderitz. Man mano che il paesaggio si avvicina diventa sempre più desertico, solo più sabbia grigia (non è di colore rosso come quella del Namib o del Kalahari). Oltrepassiamo la città fantasma di Kolmanskop che visiteremo domani e finalmente arriviamo a Luderitz, città sulla costa oceanica.
Visto che sono le 16 passate, cerchiamo subito l’ufficio informazioni dove dobbiamo acquistare il biglietto per andare a visitare la città fantasma. Entriamo nell’ufficio e in attesa di essere serviti troviamo anche la famigliola che abbiamo visto nei giorni precedenti. Toh, com’è piccolo il mondo! Acquistato il biglietto, andiamo a cercare la Kratzplatz Guest-House (meno male che non mi è toccato di pronunciare quel nome) che si trova praticamente in centro, e ci facciamo così un primo giro perlustrativo di Luderitz a piedi.
Per cena scegliamo un locale indicato sulla nostra guida che, arrivati sul posto, non troviamo, non abbiamo capito se è stato spostato o chiuso del tutto, la spiegazione fornitaci dal bar di fianco è piuttosto confusa e contradditoria.
Ci rechiamo quindi da un’altra parte. La scelta non è delle più felici, si tratta del ristorante di un hotel. Sarà per questo ma nella sala c’è un continuo viavai di persone (preciso che sono quasi sempre le stesse che vanno e vengono). La cena non è male, di certo non assomiglia nemmeno lontanamente alla bella cenetta dell’Anib Lodge, se per quello nemmeno il posto ci assomiglia! Dietro di noi c’è un grosso acquario il cui vetro necessita di un’urgente intervento di pulitura e un pesciolino morto galleggia tranquillo sulla superficie dell’acqua. Insomma, la guida ne dava un giudizio molto positivo, certo, un posto molto spartano, non abbiamo mangiato male ma la sera dopo non ci siamo ritornati.

19 luglio
Al mattino, come sempre, ci svegliamo presto e andiamo a fare colazione. Diamo una rapida occhiata al buffet per scoprire che tolto lo yogurt il resto non è di nostro gradimento. Forse siamo un po’ “difficili” in quanto a cibo per la colazione, ma a noi piace la classica colazione dolce, con il pane e la marmellata, o i biscotti con il the o il caffè latte. Tutto il resto, cereali, salumi, formaggi per colazione non ci tentano affatto. Prendiamo così un vasetto di yogurt a testa e ci dirigiamo verso il nostro posto. Al tavolo troviamo due vaschettine microscopiche di marmellata. Chiediamo del the e del pane bianco tostato, mentre osserviamo le altre persone presenti in sala farsi certe mangiate che più che colazione sembra che stiano facendo pranzo e cena contemporaneamente! Uova con bacon, scodellate di cereali, panini di salame e formaggio. Mi chiedo se a casa loro mangiano così tanto per colazione o lo fanno solo ora che sono in vacanza!
Visto che abbiamo un’oretta abbondante di tempo prima di andare a visitare la città fantasma di Kolmanskoop, ci dirigiamo ad Agate Beach. Nulla di particolare se non per il fatto che lungo la strada in prossimità di una zona umida dove la vegetazione è molto rigogliosa (c’è dell’acqua, tutto qui) troviamo degli orici e delle antilopi. Più lontano ci sono dei fenicotteri. Il paesaggio desertico con quest’oasi verde e queste lagune piene di fenicotteri sono qualcosa di spettacolare.
La visita alla città fantasma è molto interessante. Nella sala del teatro della cittadina di Kolmanskoop due guide si dividono le persone presenti in sala. Una sarà la guida Afrikaans, ed ecco la nostra famigliola avviarsi con questa guida. E l’altra di lingua inglese e tedesca. Di chiare origini tedesche, sia nelle fattezze che negli atteggiamenti, la nostra guida alternerà la spiegazione tra le due lingue, ovviamente, non a caso, prima in tedesco e poi in inglese. Il tutto senza fare pause o interruzioni tra una lingua o l’altra (nemmeno variazioni di tonalità, tutto piatto uguale). E così inizia la sua lunga spiegazione. Credo che sia partita dalla preistoria, perché non la finiva più di parlare. Considerato che questa città non può vantare un secolo di storia, la spiegazione introduttiva, certo mica è finita qua, è stata interminabile. Marco, come molti presenti, compresa la sottoscritta, dopo un po’ si è stufato di stare ad ascoltare e si è messo a leggere la spiegazione sulla nostra guida, mentre altri invece si limitavano a guardare il soffitto o le loro scarpe. Se pensavamo di essere ad una semplice visita guidata ci siamo sbagliati di grosso!! La guida interrompe la spiegazione e in tono da vera insegnante riprende Marco “Reading or listening?” Ops.. beccato… Marco, seccato chiude il libro e non ribatte (il nostro inglese da viaggiatori non prevede la frase “fatti i fatti tuoi”, provvederemo ad inserirla per le occasioni future). Va beh… siamo a scuola! Speriamo che alla fine non ci interroghi! La visita prosegue… Interessante la visita dei vari edifici, interminabile quella del museo. La tizia ha spiegato ogni singola fotografia! Abbiamo temuto di dover pernottare in questa città! Finalmente, finita la visita abbiamo potuto girovagare per la città a nostro piacimento per fare un po’ di foto e curiosare nelle diverse case.
Nel pomeriggio invece abbiamo visitato la baia, direi che non è una meta molto ambita visto che abbiamo incontrato una sola macchina. Molto interessante, sia il paesaggio, veramente desolato, che la costa. Riusciamo perfino a vedere i pinguini sull’Halifax Island.
C’è un vento fortissimo e le poche volte che coraggiosamente scendiamo dall’auto per fare due passi per ammirare il paesaggio che ci circonda il vento gelido ci assale! Perfino fare pranzo è stata un’impresa con questo vento.
Nel tardo pomeriggio ci ricordiamo che è sabato e che il giorno dopo ci attende un lungo spostamento. Occorre, quindi, fare il pieno alla macchina. Preoccupati di trovare già chiuso o di scoprire che la domenica sono chiusi ci rechiamo subito dal distributore, dove apprendiamo che i distributori sono aperti 24 su 24 per tutta la settimana, domenica inclusa. Buono a sapersi.
Per cena questa sera cambiamo, ovviamente, locale e scegliamo il ristorante sito all’interno del Kapps Hotel. La scelta si rileva ottima. E’ sabato sera ma non abbiamo nessun appuntamento mondano in programma, per cui ce ne ritorniamo nella nostra camera, il vento è molto forte e l’aria è molto fredda per cui non ce lo sogniamo nemmeno di farci una passeggiata serale per il paese, che tra l’altro è completamente deserto.
Chissà cosa faranno il sabato sera?

20 luglio
Questa mattina la colazione è un po’ più movimentata. E’ saltata la corrente, ma questo, ci dicono, non è un problema. Ordiniamo, ad un cameriere diverso da quello della mattina precedente, il solito pane bianco tostato. Boh, aspetta e aspetta... e ci sorge il dubbio che debbano ancora passare in panetteria a prenderlo. Dopo una lunga attesa se ne arriva il tipo con due piatti colmi di uova e bacon. Piccolo battibecco con il tizio che sosteneva che noi avessimo ordinato quanto lui ci voleva rifilare. Va beh, poco male... i due piatti vengono subito dirottati su un altro tavolo dove il tutto è molto gradito e a noi finalmente viene portato solo il pane tostato (due misere fettine! Che lo pagano loro!?).
Finita colazione partiamo alla volta di Aus. Facciamo una sosta presso il look-out da cui si possono osservare i cavalli selvaggi del deserto. Ce ne sono un branco tranquillo che pascola, assieme a qualche struzzo. Sono un po’ magrolini! Neanche a farlo apposta… arriviamo li e chi vi troviamo? La nostra famigliola, sembra proprio che ci corriamo dietro.
Ripartiamo in direzione Sesriem/Solitarie, passando per il Namib Rand Nature Reserve. Itinerario poco battuto viste le poche auto incontrate, ovviamente incontriamo anche l’auto bianca della nostra famigliola con cui ci siamo sorpassati per tutto il giorno.
La strada da percorrere è tanta e il viaggio è stato lungo e faticoso, ma le montagne del Namib Rand Nature Reserve sono spettacolari e il paesaggio circostante è veramente bello. Vediamo parecchi animali più o meno vicini e spesso ci fermiamo ad osservarli con il binocolo per poterli identificare. Vediamo così un branco di zebre di montagna nella zona delle Naukluft Mountain.
Arriviamo a Sesriem, parcheggiamo e andiamo a vedere l’ufficio del parco e a comperare qualcosa di buono da bere nel piccolo negozio di Sesriem. Proprio vicino all’ingresso ci sono due ‘bei’ (mica tanto) serpentelli sotto spirito! Proprio li dovevano metterli! Ci guardiamo un po’ intorno e ripartiamo alla volta di Solitaire dove si trova la Solitarie Guest House in cui soggiorneremo per ben tre notti.
Arriviamo a Solitarie che il sole sta già calando. A Solitarie esistono due strutture con un nome simile, le nostre informazioni per raggiungere il posto non erano chiarissime e la guida dell’Edt ha fatto anche lei la sua parte di confusione. Fatto sta che esiste sia il Solitarie Country Lodge che il Solitarie Guest Farm (come da indicazioni stradali, mentre si chiama Solitarie Guest House per operatori turistici e i siti internet). La guida dell’Edt descrive il Solitarie Contry Lodge chiamandolo Solitarie Guest House. Insomma è un buco di paese con un negozietto microscopico e un distributore ma sono riusciti a fare una confusione mostruosa!
Riusciamo ad uscire da questo groviglio di nomi e a trovare il nostro lodge. Si trova a 6 km. dalla strada principale circondato dalle montagne. Un bel posto, niente da dire, e il soggiorno nella farm si rivelerà uno dei migliori di tutto il viaggio, sia per il posto, la sistemazione, la gentilezza del proprietario e l’eccellente cucina a base di selvaggina.
Alla fine arriviamo che è già buio, sistemiamo la nostra roba e ci diamo una ripulita. E’ impressionante la sabbia e la polvere che si accumula da tutte le parti. Le nostre valigie non si sa più nemmeno di che colore sono tanto sono polverose. Dopo esserci ripuliti per benino ci presentiamo per la cena. Ci sono solo altre due persone. Abbiamo già avuto modo di notare la presenza nella camera di corni d’orice, in casa notiamo altri corni d’orice adibiti a candelieri, un kudu imbalsamato e altri cimeli di questo tipo. Marco, per ragioni professionali e non, è ovviamente molto interessato a vedere queste cose ed intavola subito una piacevole conversazione con il gentile proprietario della farm su tutti questi animali, etc. La cena, a base di selvaggina, si rileva deliziosa. La corrente viene fornita da un generatore di corrente per cui, alle 22 tutti a nanna, la luce si spegne, il cielo stellato sembra magico e il silenzio della notte è rotto solo dal canto dei gechi.

21 luglio
Oggi visiteremo il deserto del Namib. Le guide consigliano la visita all’alba, ma noi siamo pigri e non abbiamo voglia di svegliarci troppo presto! Eh eh eh... Ci dirigiamo subito alla duna 45 e come tutti anche noi la scaliamo. Pensavo che camminare sulla sabbia fosse come camminare sulla neve invece scopro che è peggio. Dopo esserci guardati intorno e aver fatto le foto di rito ci avviamo verso Sossusvlei. Il deserto si presenta con ampi paesaggi di dune che ogni tanto ci fermiamo a fotografare.
Arriviamo al parcheggio per Sossusvlei. Si può proseguire solo con un mezzo 4x4 e visto che il nostro non lo è, perchè qualcuno ha fatto un bel pasticcio con la prenotazione, ma di questo faremo i conti appena tornati a casa con chi di dovere, decidiamo di non usufruire del servizio navetta ma di farla a piedi. Una delle nostre guide sostiene che si tratti di una bella passeggiatina e a noi camminare piace, per cui ci avviamo con il nostro zaino in spalla con una bella scorta d’acqua. Si tratta di 5 chilometri in piano, un’oretta di camminata, su un terreno che passa dal più o meno sabbioso al molto sabbioso. Effettivamente possiamo goderci con tutta calma il paesaggio circostante e notiamo anche una varietà di intessi piuttosto grossi rispetto a quelli a cui siamo abituati noi che scorazzano sulla sabbia.
Sossusvlei è un posto molto particolare e suggestivo. Pranziamo nella vicina area di pic-nic dove ci sono una serie di tavolini all’ombra, finalmente, di qualche grande albero. Accanto al nostro tavolo, troviamo un tavolo completamente apparecchiato, con tanto di tovaglia quadrettata di rosso e stoviglie in porcellana. Beh… potremmo anche accomodarci, visto che è tutto pronto! Poco dopo arriva una jeep di turisti che si accomodano a questo tavolo e vengono serviti dall’autista come se fossero al ristorante, le portate sbucano da una borsa frigo direttamente disposte su vassoi in metallo, insomma.. come commenterebbe il marito della mia collega “ecco arrivati i turisti puzzoni”. Personalmente trovo tutto questo ridicolo ed eccessivo (oltre che disgustoso), ma non tutti la vediamo allo stesso modo!
Dopo pranzo riprendiamo la nostra strada verso il parcheggio. Incontriamo poche altre persone che come noi hanno scelto di fare la strada a piedi: il turista medio purtroppo si sposta in macchina e non sa cosa si perde! Mentre camminiamo veniamo sorpassati da una jeep, veramente sono molte quelle che ci sorpassano ma su una in particolare a bordo, ci sono quattro turisti. Indovinate di chi si tratta? Ma certo, della nostra famigliola! Effettivamente di oggi non li avevamo ancora visti!
Visitiamo anche il Sesriem Canyon dove facciamo due passi nel canyon, molto suggestivo, anche se, al confronto del Fish River Canyon sembra il canyon dei puffi!
Rientriamo a Solitarie dove ci attende una bella doccia e soprattutto una cenetta superlativa, bistecche di orice con salsa di frutta! Abbiamo fatto anche il bis! Troppo buone! Ci vorrebbe la ricetta! Beh… anche l’orice!
Appena si fa buio iniziamo a sentire, come la sera precedente, il canto o richiamo dei gechi. Inizialmente avevamo attribuito questo verso ad un qualche uccello notturno ma interpellato il proprietario della guest-house scopriamo che il rumore prodotto non è un canto di un uccello ma quello dei gechi. Incuriositi decidiamo di vedere se riusciamo a vederne qualcuno. Prendiamo la pila e andiamo in direzione dei richiami. Nonostante i nostri (molti) tentativi non siamo riusciti a vedere nulla. Certe volte avevamo il canto così vicino che sembrava dovessimo pestarli, puntavamo fiduciosi il fascio di luce della torcia ma… ciccia, non abbiamo visto un bel niente.

Il proseguimento del diario di viaggio, nel successivo articolo "Good bye Namibia - parte seconda".

Lascia un commento
Per inviare commenti è necessaria la registrazione
Vai alla pagina di registrazione
Seguici su Facebook