Golden Rock

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Una delle principali mete di pellegrinaggio buddista della Birmania è la Kyaittiyo Paya, meglio conosciuta come Golden Rock ossia la Roccia d'oro. Questa pagoda è stata costruita su un macigno di forma vagamente rotonda sospeso sul picco di una montagna alta 3600 piedi che sporge sulla sottostante pianura percorsa dal fiume Sittaung.
Le tante leggende popolari nate intorno a questa roccia, oggi interamente ricoperta da migliaia di sottilissime foglie d'oro che i pellegrini vi applicano in segno di devozione, raccontano di due capelli di Buddha che sarebbero conservati nella pagoda stessa e che contribuirebbero in maniera determinante al miracolo del suo apparentemente precario equilibrio sul picco della collina. Oppure raccontano che questo macigno, assolutamente non traballante, nelle giornata di maggior devozione è solito fluttuare libero intorno al picco asserendo addirittura che tuttora un sottile filo potrebbe essere fatto passare tra il macigno stesso e la roccia sulla quale sembra appoggiato.
Affascinato dalla lettura di queste storie accetto con entusiasmo la deviazione necessaria per arrivare a Kyaikto, punto di partenza per l'escursione alla Roccia d'oro, situata ad oriente della strada che collega Yangon al Lago Inle via Taungoo. Noi partiamo al mattino proprio da questa cittadina e, dopo 250 chilometri con direzione sud, raggiungiamo Bago dove imbocchiamo la deviazione per Kyaikto.
Il paesaggio si mantiene abbastanza monotono tra risaie, canna da zucchero e villaggi nascosti da palme e banani. Approfittiamo della consueta sosta a metà strada per rinfrescarci con un ottimo cocomero e fermare lo stomaco con una pannocchia di granturco bollita. Intorno alle 15, superando una specie di posto di frontiera, entriamo nello stato Mon situato sulla costa orientale del Mar delle Andamane e terra di origine della etnia mon, un tempo la più potente del paese ma oggi completamente assimilata alla cultura birmana. Qui, anche se notiamo un inconsueto movimento di lavori stradali e costruzione di ponti, dobbiamo purtroppo constatare un sensibile peggioramento del fondo stradale che ci fa tornare alla mente i tremendi sobbalzi sopportati nel trasferimento da Bagan al lago Inle. Comunque il viaggio continua tra piantagioni di palme, banane, canne di bambù e, novità, alberi di caucciù: vediamo i caratteristici recipienti legati al tronco di ogni albero, a circa 80 cm. da terra, per la raccolta del liquido base per la fabbricazione della gomma.
Poco prima delle 16 attraversiamo Kyaikto senza fermarci in quanto vogliamo raggiungere il nostro albergo per la notte, situato in mezzo a boschi e colline della campagna circostante e dal quale potremo vedere stagliarsi all'orizzonte la silhouette delle montagne ove si trova la nostra meta del giorno dopo, la collina con la pagoda di Kyaikto.
Il mattino successivo quindi torniamo a Kyaikto da dove parte una strada stretta, sterrata e tortuosa che in circa 40 minuti, superando un dislivello di oltre 1000 metri, ci porta al punto di partenza per iniziare la salita a piedi fino alla pagoda della Roccia d'oro. Noi saliamo con la nostra jeep ma, in alternativa, ci sarebbe anche un servizio abbastanza frequente di pick-up e camion stipati di pellegrini sino all'inverosimile.
La strada, dopo un primo tratto quasi normale, comincia a salire e diviene tanto stretta e disastrata da consentire, per gli ultimi venti minuti di percorso, il passaggio dei mezzi solo a senso unico alternato. All'inizio di questo tratto c'è una area di sosta, con baracchina per la vendita di bibite e padiglione per le offerte ai Nat della montagna, dove ci fermiamo insieme ad un'altra decina di mezzi pubblici e auto private per attendere che i camion che stanno tornando abbiano completato la discesa. La sosta si prolunga per una ventina di minuti, dopo di che possiamo iniziare la salita in mezzo ad un nugolo di polvere: lungo la strada ci sono decine di bambini che, sperando di ricevere qualche kiat, gettano tazze di acqua sulla strada davanti all'auto al fine di ridurre lo spolverio della terra provocato dal passaggio delle ruote. Siamo a febbraio e sono ormai più di quattro mesi che non piove; questa strada resta aperta fino a marzo, perché poi, con l'inizio della stagione delle piogge, diventa assolutamente inagibile.
Saliamo lentamente e ringraziamo il cielo di avere una potente 4x4, anche se l'autista non dovrà mai ricorrere all'inserimento delle quattro ruote motrici: il fatto però di sapere che ci sono ci fa sentire più tranquilli. Saliamo attraverso una fitta foresta pluviale di banani, teak, bambù giganteschi e altre qualità di alberi. Al termine della strada ci fermiamo in una grande area di sosta circondata dalle solite baracche che vendono prodotti locali, bibite e spuntini vari.
Rispetto ad altri luoghi turistici notiamo un gran movimento, anche se costituito quasi esclusivamente da fedeli birmani che arrivano da tutto il Myanmar per venerare la miracolosa Roccia d'oro. Fa caldo e ci aspetta un'ora di faticoso cammino in salita. Qualcuno ricorre, dietro lauto compenso, ad una portantina, fatta da due lunghe canne di bambù portate a spalla da quattro magrissimi ragazzi in longyi; ci facciamo forza e iniziamo a salire con le nostre gambe.
La stradina, naturalmente sterrata, è fiancheggiata da una quasi continua serie di piccole baracchette in legno dove uomini, donne e bambini vivono e offrono le loro povere merci ai tanti pellegrini e ai pochi turisti stranieri che arrivano sino a qui. Abbondano venditori di tipici prodotti artigianali della zona come pugnali, pistole, fucili mitragliatori, serpenti e altro fatti esclusivamente, in maniera peraltro molto grossolana e infantile, di canna greggia. Man mano che saliamo e ci avviciniamo alla pagoda si allarga il colpo d'occhio sulle colline e montagne della zona, tutte incredibilmente punteggiate da candidi stupa che sembrano nascere, raggiungendo altezze diverse, dalla fitta foresta.
Purtroppo, già dall'area di sosta, abbiamo dovuto constatare che la famosa Roccia oggi è interamente coperta da stuoie di palma per la necessaria periodica manutenzione che consiste nella stabilizzazione delle migliaia di foglie d'oro che vi vengono attaccate, in segno di devozione, dai pellegrini buddhisti. Saliamo ugualmente insieme a una processione continua di uomini, donne e bambini e alcuni sherpa che si portano sulle spalle un grosso cesto pieno di zaini, borse e valigie. Ci fermiamo a bere una fresca lattina di integratore minerale. Avvicinandosi alla pagoda incontriamo diverse bancarelle che vendono svariate qualità di medicine ricavate da erbe o da parti essiccate di animali. Arrivati alla vetta, per entrare nell'area della pagoda dobbiamo lasciare le nostre ciabattine e proseguire, sopportando il fastidioso calore delle piastrelle in ceramica colorata con cui è ricoperto il pavimento, la visita a piedi nudi.
Ci aspetta un lungo e luccicante piazzale sulla cima della montagna, fiancheggiato a destra da alcuni piccoli edifici colorati, dove i pellegrini sostano per pregare e fare le loro offerte, e a sinistra , a protezione di uno strapiombo, da una semplice ringhiera in ferro che arriva sino al punto più alto, dove, miracolosamente in bilico sul picco roccioso, sta la mitica Roccia d'oro.
E allora mi piace lasciarmi andare e credere senza pregiudizi alla leggenda che racconta di questi due sacri capelli di Buddha messi lì da un eremita, tanti anni fa ma non si sa quanti, per far stare in equilibrio la roccia divenuta sacra; e poi immaginare una notte serena mentre il luogo è affollato da migliaia di pellegrini sinceri venuti da tutte le parti della Birmania che pregano il loro dio in modo così intenso e vero tanto da far sì che la roccia cominci a fluttuare liberamente intorno al picco; e rinunciare infine alla prova del filo sottile da passare tra roccia e picco per cominciare a credere insieme ai birmani che la leggenda sia vera.Il tempo si ferma in uno dei luoghi sacri del Buddismo

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