Il Mozambico: quanto ne sappiamo? - Parte seconda

in viaggio con Bru in Mozambico

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Il Mozambico: quanto ne sappiamo? - Parte seconda

E' la continuazione e il termine del resoconto di viaggio in Mozambico la cui prima parte è già presente su questo stesso sito con il medesimo titolo.
Da non perdere
Martedì 16 agosto 2005
Sono ancora ad Alua. Roberto e Suor Elisabetta devono tornare da Nampula, si spera in giornata e si spera con la macchina riparata, visto che il viaggio a Nampula, tra le altre finalità, aveva anche quella dell’officina.
Passo la mattinata con Marta e Tina all’ospedale, anzi al “Centro De Saùde”. Marta non si sente bene e si è appena fatta il test della malaria: nell’attesa del risultato (che per fortuna è negativo) mi accompagna un po’ in giro. Ci sono ovviamente il padiglione della tubercolosi, un paio di stanze per la maternità con vicino la sala parto, un paio di camere per la pediatria e un po’ di più per la medicina. E naturalmente il pronto soccorso, l’ufficio vaccinazioni e quello per la “pesa” dei neonati ancora sotto controllo della pediatria. Non mancano il laboratorio per le analisi del sangue e per ecografie e radiografie. Per queste ultime, però, la funzionalità è limitata ad un giorno alla settimana, perchè è tutto quel che consente l’energia a disposizione... Anzi sarebbe proprio il martedì, ma oggi l’accumulatore è guasto per cui niente lastre e niente ecografie!
Ovviamente qui non ci sono orari di visita, di solito tutte le famiglie dei ricoverati vengono qui e stanno accampati qui per tutta la durata del ricovero, per cui è stata predisposta una sorta di cucina e di dormitorio (che altro non sono che due tettoie) anche per loro.
L’ospedale è ben dislocato, abbastanza spazioso e pulito, anche se non ha NULLA a che vedere con il nostro modo di intendere l’ospedale! Ma è senz’altro più pulito del centro di salute di Carapira.
Aiuto Marta a “contare” i medicinali: tutte le mattine le compresse vanno contate e annotate su un registro. Qui si rubano con grande facilità i medicinali che poi vengono rivenduti... ovviamente senza sapere bene a che servono! È frequentissimo poi che le terapie da fare a casa “saltino” per il semplice fatto che quando il paziente va a casa regala o più facilmente vende a parenti o conoscenti i farmaci anti-malaria o anti-aids che gli sono stati dati in ospedale! Questo, legato all’onnipresente stregone, crea non poche difficoltà a qualsiasi terapia domiciliare!
Ci sono in giro un sacco di neonati deliziosi, anche se per vederli bisogna scostare le mosche... e in generale l’odore che regna in tutta l’area dell’ospedale non è il massimo. Ma sinceramente mi sto abituando a questo odore d’Africa.
A pranzo parliamo di Islam. Anche qui l’Islam si sta diffondendo ma con caratteristiche tutte africane. Ovvero, al mozambicano interessa poco della religione, crede negli antenati e nello stregone, e sceglie la religione che tutto sommato gli torna più utile o meglio più vicina al suo sentire. Così, se è normale per un mozambicano avere più mogli, sarà molto più facile accostarsi all’Islam piuttosto che al Cristianesimo. Qui l’Islam non ha fondamentalismi di alcun tipo: impone solo di non mangiare maiale (e chi ce l’ha?) e di rispettare il Ramadan. Assolutamente poco impegnativo, dunque: per questo non mancano proseliti.
Dopo pranzo faccio due passi e incontro Suor Malvina, completamente sorda o quasi, con cui parlo (anzi grido) della chiesa moderna e di quanto mi piacerebbe vederla... così va a prendere le chiavi e la apre solo per me! È davvero bella, fatta ad anfiteatro, con sculture di legno che vengono dal Malawi: altare, ambone, tabernacolo, decorazioni varie, formelle non della Via Crucis ma coi misteri del Rosario. Sono vere opere d’arte e tutte ovviamente ritraggono Cristo africano. Anche la Madonna che troneggia dietro l’altare è africana, e infatti la chiesa è dedicata a Maria Madre d’Africa. Altra cosa bella è che nelle formelle in cui Gesù è crocifisso non compaiono i soliti soldati romani ma soldati africani con tanto di anfibi, berretto e divisa militare.
Poi vado in ospedale a ricominciare la “conta” delle compresse insieme a Marta. 635 rosse compresse di ferro, 416 puzzolentissime compresse contro i vermi... Respirare la polvere impalpabile di tante compresse diverse non credo mi faccia bene! Per fortuna arrivano da Nampula Suor Elisabetta, Roberto e Suor Creny così smettiamo di contare e andiamo a farci raccontare.
Tutto ok dal meccanico. Ma sono sconvolti, soprattutto Roberto, dalle condizioni dell’ospedale di Nampula. Raccontano di ammalati stesi per terra con ustioni o ferite coperte di pus e mosche, di donne che hanno partorito da ieri ma che ancora non hanno visto un medico che gli abbia detto come sta il bambino, di una specie di lettighe coperte di sangue di chissà chi, su cui si mettono gli ammalati del pronto soccorso, della sala operatoria SENZA ACQUA, dove i chirurghi si lavano le mani in un secchio e dove gli ammalati entrano con le proprie gambe, con addosso lo sporco di giorni e la polvere della strada. Questo è un ospedale pubblico di un capoluogo di regione!
Padre Adriano ci dice di non scandalizzarci: dice che in Africa la vita vale poco, pochissimo. Vale poco quella di una persona sana, figuriamoci quella di un ammalato.
Il fatalismo degli africani è al tempo stesso causa ed effetto. Il rapporto tra vita e morte è completamente diverso dal nostro modo di sentire: Dio dà la vita e dà la morte, così come dà la malattia. L’uomo non può farci nulla, solo accettare. Se una persona cara si ammala e muore la si piange, certo, ma questa è la volontà di Dio.
Mentre contavo le compresse con Marta abbiamo sentito piangere cantilenando: era appena morta una bambina nel reparto pediatria. La madre ha iniziato la sua cantilena mentre alcuni uomini portavano via un corpicino avvolto nella capulana. Ora faranno il funerale tradizionale, se sono cristiani anche il funerale cristiano. Ogni rito verrà regolarmente portato a termine per dare alla defunta il posto tra gli “antenati” che tuteleranno la famiglia. Poi tutto sarà finito, del morto si parlerà poco o nulla, la vita andrà avanti e verranno altre vite e altre morti.
Questo assoluto fatalismo è difficile per noi da comprendere. E forse giustifica o comunque spiega anche l’inerzia di fronte a tutto, la mancanza di iniziativa. Certo si parla della gente del “mato”, della boscaglia, o di chi non ha studiato, delle classi più povere... insomma dell’assoluta maggioranza. Se le cose vanno così, perchè cambiarle? Perchè andare a votare se tanto vince sempre la Frelimo? Perchè andare dal medico se Dio manda la malattia? Fino alle cose più spicciole: se il padre ha messo un libro sul tavolo perchè spostarlo quando si deve rigovernare? Padre Adriano ci racconta dopo cena una serie di aneddoti gustosissimi sul personale della missione e sulle persone incontrate in tanti anni. Forse è la natura, che tra siccità e inondazioni spesso è davvero matrigna, forse è il retaggio di secoli di colonialismo, ma certo è che gli africani non amano decidere, scegliere, assumersi responsabilità... almeno questo è quel che emerge da tutte le esperienze che ci sono state raccontate dalle persone incontrate sinora, laici e missionari.
In tanta desolazione, devo concludere con una nota lieve, ovviamente gastronomica: stasera abbiamo mangiato per la prima volta il maiale. Cosa c’è di strano?, verrà da dire ai miei ventiquattro lettori... Ma il fatto è che è il maiale semiselvatico di qua, che ieri ho visto in giro per il “mato”. Una specie di incrocio tra maiale e cinghiale, tutto nero e piccoletto. Ma anche che è cucinato a spezzatino con tutta la cotenna nera nera (e forse anche qualche pelo...)! Fa un po’ impressione ma è una carne magrissima e gustosa. Insomma, muito bom!
Urge andare a nanna e spegnere la luce, o meglio la torcia elettrica: stamattina Padre Adriano mi ha rimproverato perchè ieri sera ha visto nella mia stanza la luce fino a tardi... qui si va a pannelli solari e l’energia è comunque un problema.

Mercoledì 17 agosto 2005
Stanotte - non so perchè - ho dormito pochissimo, ma alle 6 mi sono comunque dovuta alzare per andare a Namapa, ad una trentina di km da Alua.
L’ostetrica Daniela deve andare all’ospedale a supervisionare il loro corso e dà un passaggio a Marta che deve telefonare per questioni relative al suo biglietto aereo. Io mi aggrego per fare un giro e vedere il mercato, che in Mozambico è ovunque, tutti i giorni, a qualunque ora del giorno.
Fino alle 8.30 circa il tempo non è bello, c’è una nebbia pesante che infradicia tutto... sembra Val Padana! Poi il cielo si apre ed esce il sole, colorando ancora di più la terra rossa. Il viaggio è sul “carro” scoperto, così mi respiro la mia bella dose di terra rossa. Sembro abbronzata ma in realtà sono color terra!
A Namapa Daniela ci scarica e Marta ed io iniziamo a girovagare. Namapa è tutta situata lungo i due lati di una strada di terra rossa. Solo lungo i lati, ma per diversi chilometri! Sulla strada sono affacciati dal tribunale alla scuola, dall’ospedale al bar, dalla posta alla discoteca, e ovviamente il mercato. Il posto telefonico è vicino ad una stazione di carburante, dove pure fermano le varie corriere. Non appena ne arriva una, decine di venditori ambulanti si precipitano a vendere cibo ai passeggeri, a volte in viaggio da giorni. Offrono pannocchie abbrustolite, pane e frittata, pesce arrosto, polli allo spiedo, polpettine fritte di manioca, frutta e banane. Io sarei molto tentata, Marta anche, ma resistiamo, temendo chissà quale tremenda dissenteria.
Dopo la telefonata... shopping sfrenato! Si fa per dire: si vende effettivamente di tutto, dal pesce secco ad improbabili mutandine cinesi con la zip, da stoviglie di plastica a infradito che sembrano usate, da saponi e saponette a letti e biciclette. Naturalmente cediamo alla sola tentazione della capulana: ne ho già comprate 4 e non so che ne farò! Però compro anche uno “sfilatino” di sapone, che ho già provato e che nonostante il colore dubbio è ottimo per il bucato. Prima delle 11 siamo già alla frutta: il sole, il caldo e la polvere ci hanno già messo ko. Qualche foto ai giovanotti che vendono capulane (tutti giovanissimi e bellissimi... in Europa farebbero i modelli!) e torniamo dai padri, aspettando Daniela ed il passaggio per il ritorno.
Al ritorno ad Alua vado in ospedale a vedere che fanno Roberto e Suor Elisabetta: oggi era giorno di interventi! Infatti trovo Roberto in camice verde che cuce la guancia di una donna dopo averle asportato una ciste: mi invita ad entrare ed io mi lancio in un reportage fotografico! Ma il successo del giorno è stata una brutta frattura scomposta alla gamba di un uomo: Roberto e Suor Elisabetta gli hanno messo i chiodi e lo hanno ingessato ed ora lui è tutto orgoglioso della sua gamba ingessata fino all’inguine...ed io ovviamente devo immortalarlo in un numero imprecisato di foto insieme al gesso, parenti, amici e conoscenti.
Anche Suor Elisabetta vuole un po’ di foto con i suoi ammalati, soprattutto con quelli che l’hanno messa più in difficoltà, facendole azzardare interventi per cui non era preparata ma conclusisi bene. È davvero una bellissima persona, assolutamente spontanea, quasi candida. Preparatissima e coraggiosa sul lavoro, se si considerano anche le condizioni in cui è costretta a lavorare. Sa di non potere fare miracoli, di non disporre di anestesista, di rianimazione, di ossigeno... ma ce la mette davvero tutta.
Anche stasera a cena (siamo invitati dalle suore, Marta ha fatto la pizza) si raccontano altri episodi di mala-sanità ai limiti della realtà. Tipo una donna che tre settimane fa si era presentata con un feto morto in grembo ed un enorme tumore all’utero: l’hanno mandata all’ospedale di Namapa perchè qui ad Alua non c’erano chirurghi e attrezzature per intervenire... ed OGGI era ancora lì, non ancora operata! Sono storie davvero pazzesche. Ci si chiede come lei e le altre suore infermiere riescano ad andare avanti senza arrendersi.
Dopo cena Padre Adriano e Padre Emanuel ci raggiungono dalle suore e anche stasera si finisce con le chiacchiere. Con le punzecchiature a Suor Elisabetta ed ai suoi voti che deve rinnovare tra un mese, con gli aneddoti semi-piccanti di Padre Adriano sui costumi mozambicani, con lo humour british di Padre Emanuel, con le contaminazioni da “curandeira” afro-brasiliana di Suor Creny.
Davvero delle belle persone, che sicuramente riuscirebbero a demolire i tanti pregiudizi comuni su preti e suore.

Giovedì 18 agosto 2005
Oggi deve venire a prenderci la suora guerrigliera, cioè Suor Marlena da Brescia, una ragazzona che è un autentico terremoto. Deve portarci a Chipene, in assoluto il posto più sperduto di quelli toccati dalle comboniane. Ma non sappiamo quando arriverà, così al mattino ciondoliamo in giro per l’ospedale, Roberto a fare visite, io a fare foto.
Durante la mattina in ospedale assisto ad alcune “scene” non del tutto piacevoli, come quella di una ragazza ricoverata per TBC che con tutta evidenza è allergica ai farmaci per la TBC: ha il corpo completamente ricoperto di piccole protuberanze e fa davvero impressione. Vedo anche medicazioni varie e una paurosa gengivite purulenta, il tutto nel solito fetore di urina e sudore che caratterizza tutta l’Africa... e particolarmente l’ospedale! Reggo tutto senza batter ciglio, la mia profonda curiosità batte tutto, anche il fetore: insomma, sono abbastanza fiera di me!
Subito dopo pranzo il rumore di una potente frenata con sgommata ci avvisa che è arrivata Suor Marlena! Saluti di rito e via con lei verso Chipene. Con noi viaggiano anche Rosa e Salimo, rispettivamente ostetrica e impiegato amministrativo del piccolo ospedale di Chipene. Hanno portato due donne gravide con complicazioni ad Alua ed ora portano noi là in mezzo al “mato”, ossia la foresta. Per arrivare a Chipene ci vogliono almeno due ore di pista piena di buche! Arriviamo sbudellati ma quel che si vede è bellissimo: alberi di ogni tipo, terra rossa e mille bambini che sbucano dalle capanne facendo “tà-tà”. Spettacolo visto ormai decine di volte, ma ogni volta sembra nuovo!
Chipene è davvero fuori dal mondo. Per arrivarci dobbiamo attraversare il letto di un fiume: ora è asciutto ma nella stagione delle piogge è impossibile attraversarlo. Il ponte c’è o meglio ci sono i piloni ma manca la copertura... ed è così da tempo. Tutto ciò significa che nella stagione delle piogge Chipene è assolutamente ISOLATA. Questo vale per ogni aspetto: viveri, medicine, emergenze di ogni tipo.
Suor Marlena è infermiera e praticamente dirige il piccolo ospedale di Chipene, ovviamente senza medico, e naturalmente è fuori di sé dalla rabbia per questa situazione. Anche lei, come Suor Elisabetta, ha 33 anni e non ha ancora preso i voti perpetui. E anche lei ha grinta da vendere. E per fortuna che ce l’ha, perché mai si sarebbe aspettata che la sua primissima esperienza di missione (che dura la bellezza di 4 anni senza poter tornare in Italia) l’avrebbe catapultata nel cuore della foresta mozambicana!
A Chipene troviamo Suor Maria Jesus, portoghese, e ritroviamo Marta, la ragazza spagnola che avevamo conosciuto a Nacala e che pure è nipote di una comboniana, Suor Maria Do Amor, spagnola.
Dopo cena che si fa? Ma si parla della missione, of course! In effetti in questi giorni io e Roberto stiamo un po’ diventando i confidenti/confessori/spalla su cui piangere dei missionari! A parte gli scherzi, chi ha voglia di fare davvero missione non ha vita facile ed ha bisogno di sfogarsi. Anche Suor Marlena e Suor Maria Jesus ci dicono le stesse cose di Padre Adriano: che è finita l’ora dell’assistenzialismo e della beneficenza, che gli africani devono assumersi responsabilità, che compito dei missionari è creare comunità autosufficienti, sotto il profilo strettamente ecclesiale e soprattutto sul piano sociale.
La notte a Chipene, come ad Alua, è affascinantissima: anche qui ci sono moltissime palme (e scimmie, ma non è facile vederle) e stasera c’è la luna quasi piena! La luna tra le palme è davvero magica. Ovviamente l’essere fuori dal mondo in mezzo alle palme, agli ananas e alle papaie ha il suo fascino... ma anche qualche lato negativo. Ovvero anche qui non c’è energia elettrica: frigorifero a gasolio, luce a pannelli solari e dunque razionatissima, acqua contata ma almeno una parvenza di doccia c’è. Telefono? Mai sentito nominare.
Ma stavo per dimenticare le cose più belle della giornata: oggi ho tenuto in braccio un sacco di patatini! Stamattina all’ospedale di Alua due bimbetti di pochi mesi, entrambi (temo) assai pidocchiosi e a rischio pipì... così li tenevo in braccio un po’ sulle spine! Nel pomeriggio, invece, al nostro arrivo a Chipene, abbiamo scoperto che la scorsa notte due donne hanno partorito due gemelli cadauna! Ovviamente li ho tenuti tutti in braccio! Credo superassero di poco il chilo l’uno, è come tenere un fagottino di piume!
Due fratellini erano maschio e femmina... e Suor Marlena col suo solito piglio da caterpillar ha chiesto alla madre di chiamarli uno Roberto e una Bruna! Non so se lo farà (comunque qui quasi tutti hanno nomi europei) ma in ogni caso tenere in braccio una Brunina africana tanto tenerina mi ha commosso! La mamma ha già altri 5 figli: perchè non posso mettere la Brunina nel mio zaino...?!

Venerdì 19 agosto 2005
Per la serie “quando si fa qualcosa bisogna farla bene” e “non ci facciamo mancare nulla”... signore e signori, la MALARIA!
Ebbene sì! Non sia mai che mi perdo questa esperienza... Così quando stamattina mi sono svegliata con mal di testa e ossa rotte ho capito che la bastarda era arrivata. Ma per scrupolo mi sono recata fiduciosa a fare il test nel laboratorio del centro di salute, dove una specie di fotomodello mi ha bucato il polpastrello dell’anulare e mezz’ora dopo mi ha dato un foglietto su cui c’era scritto che ero positiva!
Che gran rottura. Tante precauzioni, Lariam, Autan, zanzariera... e nulla da fare! Oddio, a dire il vero se non avessi preso il Lariam sarebbe certamente più pesante e invece tutto sommato non sto malissimo: febbre a 37,5° e dolore alle clavicole, oltre a grande fiacca. È veramente una malattia schifosamente subdola, si presenta con mille sintomi diversi, a volte febbrone e a volte no, a volte diarrea e a volte no, a volte vomito e a volte no. È facilissimo prenderla sotto gamba e non darle importanza... e se non le si dà importanza non perdona, africano o bianco che tu sia!
Prima e dopo il mio test visitiamo il centro di salute. Suor Marlena ci fa pure partecipare alla sua consueta riunione con i vari responsabili dei reparti. Poi insieme ad Agostinho, vicedirettore, visitiamo l’ospedale, che è piccolo ma davvero pulito e ben tenuto.
Pranziamo dalle suore con una deliziosa seppia in umido con carote e manioca fritta. Delizia! Ma dopo pranzo mi infilo a letto, francamente piuttosto arrabbiata, visto che è una splendida giornata, piena di sole e di vento, con colori a dir poco insolenti, specie per chi è ammalato... Qui è un tripudio di bouganville, di palme, di banani e papaie, di piante d’ananas, di ibisco e il cielo è di un blu difficile da sostenere. Ed io devo stare a letto!
Inoltre fervono i preparativi per la festa, domani sarà un gran giorno! Suor Marlena, infatti, per vivacizzare un po’ l’ospedale e fare “gruppo” ha inventato una festa di fine campagna di vaccinazione. Ci sarà un grande pranzo all’aperto con tutto il personale dell’ospedale, l’amministratore del villaggio, ecc. e per incentivare un po’ di sana competizione Suor Marlena consegnerà anche attestati di riconoscimento agli infermieri migliori. Siamo stati reclutati anche noi per i preparativi, o meglio lo saremmo stati... visto che la malaria mi fa passare buona parte del pomeriggio a letto. Roberto invece va a pelare le patate con gli infermieri e nel tardo pomeriggio fa un giro “in centro” con il loro responsabile.
Nel tardo pomeriggio esco anch’io dalla mia tana e faccio due passi: questo posto è davvero fantastico. Il passaggio dal tramonto alla luna piena lascia senza fiato, c’è una vegetazione ricchissima che fa mille giochi di ombre. Verrebbe da dire che è veramente un posto baciato dagli dei ma poi pensi alla malaria, ai cobra, ai leoni che fino a pochi anni fa giravano intorno alla missione... e capisci che il paradiso in terra non può esistere.
La fauna del giorno è arricchita da una new entry: la vedova nera! Mentre prima di cena io, Suor Marlena e la spagnola facevamo le chiacchiere, arriva Roberto dicendoci di andare a vedere uno strano ragno che gironzolava sulla tenda della finestra della sua camera. Una cosa grossa, pelosa e mostruosa. La suora guerrigliera lo butta giù con la scopa e lo spiaccica: fa un bel “croc” ed escono varie schifezze. Non è sicura ma dice che forse è una vedova nera. Ah, che bello.
Poi a cena e poi via con la notte brava: alle 20.35 abbiamo da tempo finito di cenare e da tempo finito le chiacchiere nella sala lettura. Cosa si fa? In Italia si sta facendo appena buio, si sta cenando e si pensa a dove andare a trascorrere la serata... Ma siccome siamo in un angolo sperduto del continente africano, è buio da più di 3 ore, io ho la malaria e di sicuro in incubazione ce l’ha anche Roberto... non troviamo niente di meglio da fare che sederci sotto un palo della luce che francamente non si sa che cosa stia a significare perchè qui non c’è la luce.
La luna illumina tutto quasi a giorno, si potrebbe persino leggere. Nonostante stiamo qui da quasi tre settimane facciamo ancora fatica ad abituarci a questi ritmi e al fatto che alla sera non c’è NULLA da fare. Non si fa fatica ad immaginare come sia facile fare tanti figli qui... che accidenti vuoi fare in una capanna con 12 ore di buio al giorno?!
Roberto sottolinea il fatto che in questo momento tutti i mozambicani fanno l’amore tranne noi e le suore... e in effetti la cosa fa abbastanza ridere! Ma oggi pomeriggio, mentre io ero a letto con la tachipirina e il Coarten, pare che Roberto e Suor Marlena abbiano faticato non poco a spiegare agli increduli abitanti di Chipene come sia possibile che un uomo e una donna siano amici senza fare sesso...! Pare che la nostra presenza abbia scombussolato le loro convinzioni sul rapporto uomo-donna...

Sabato 20 agosto 2005
La malaria sembra essere sotto controllo. Al risveglio mi sento proprio bene... e in effetti è meglio che sia così, perchè stamattina ci sono gli ultimi preparativi del pranzo per la festa di fine vaccinazione e al pomeriggio ripartiremo per Carapira, per cui sono previste 4-5 ore di auto.
La mattina passa con un tranquillo tran-tran: mi lavo i capelli, lavo il pigiama, preparo lo zaino, faccio un po’ di foto, “sorveglio” i preparativi.
Il menu è italo-mozambicano: pizza fatta da Suor Maria Jesus, riso, fagioli e gallina in umido con patate fatto tutto dalla cuoca dell’ospedale e alla fine crostata sempre fatta dalle suore.
Ma prima di pranzo faccio un giro per la missione e vedo anche le sale dove un gruppo di donne, seguite da Suor Maria Do Amor, fanno lavori di cucito, ricavando dalle capulane camicie e pantaloni da vendere al mercato. E infine il lavoro di erborista di Suor Maria Jesus, che ricava da erbe e radici rimedi contro la tosse, la febbre, i dolori articolari, ecc. e vorrebbe insegnarlo anche alle donne della missione.
Arriva mezzogiorno, e col mezzogiorno il momento solenne della premiazione. Per “spronare” il personale, Suor Marlena ha preparato una serie di attestati per la migliore equipe, il migliore coordinatore, ecc. Oltre agli attestati c’è un premio: 6 orribili bicchieri made in China!
E siccome in ogni festa che si rispetti non manca la musica, anche qui abbiamo la colonna sonora! Uno magari pensa che ci siano i migliori cantanti mozambicani... sì, buonanotte! La mega radio coi CD taroccati emette note assai familiari: Phil Collins, Bryan Adams, Elton John! Da non credere. Ad un certo punto sento un attacco familiare che mi catapulta indietro di 20 anni... non ci posso credere, è proprio WE ARE THE WORLD! Mi viene da pensare a cosa significava quella canzone ed al fatto che sono passati 20 anni e l’Africa è sempre uguale, se non peggio! Ai ragazzi di qui la canzone piace perchè è americana... non credo capiscano una parola. Non so se ridere o se piangere, è una situazione così grottesca.
Si inizia a mangiare ed il pranzo riscuote molto successo. Noi “bianchi” facciamo da camerieri e alla fine, quando mi ritrovo seduta per terra a mangiare riso e fagioli con le mani mentre i mozambicani mangiano con le posate, seduti sulle panche... e il tutto con Elton John in sottofondo, in un posto che neppure esiste sulla carta geografica... penso che la situazione è così surreale che dovremmo essere in un film!
Il film prosegue nel pomeriggio ma è un film sui rally! Alle 14 infatti, come previsto, partiamo per Carapira: sono 5 ore di buche e avvallamenti, alcuni profondissimi, altro che montagne russe e attrazioni da luna park! Il tutto con una colonna sonora degna di quella del pranzo. Nell’ordine, Eros Ramazzotti, Laura Pausini, gli 883 e tutto Sanremo 2005. Con Suor Marlena che le sa TUTTE e canta a squarciagola!
Lungo il tragitto passiamo per Memba, sull’oceano, una città semidistrutta dalla lotta per l’indipendenza prima e dalla guerra civile poi, e da allora rimasta tale e quale, con splendide architetture coloniali ridotte a ruderi. Ci fermiamo pochi minuti in una spiaggetta, dove ci sono un piccolo bar dalla tettoia di paglia che serve coca cola e poco altro e un minuscolo alberghetto affacciato proprio sul mare e sulle mangrovie. Un posto così struggente da fare male.
Poi via via via, si riparte, facendo tappa a Namahaca, dove mia zia è stata una quindicina d’anni, fino all’anno scorso. È un posto sperduto nel “mato” più profondo, per arrivarci lo stomaco arriva alle orecchie. Io ed i miei storici braccialetti anti-nausea facciamo faville, nonostante la malaria. A Namahaca ci fermiamo pochi minuti, giusto per salutare Suor Silvana, Suor Teresa, Suor Clara e Suor Lucilla. Qualcuna ha conosciuto mia zia, altre no, ma in qualità di “sobrinha da Irma Iselda” mi prendo sempre la mia dose di baci e abbracci!
Ma inizia a fare buio. Via via via verso Carapira, dove arriviamo alle 19.30 ovvero col buio pesto. Non mi sono ancora abituata all’emisfero australe ed al suo costante equinozio... dalle 5 alle 17: è tutta la luce che il Sole ci concede. Ma stasera c’è una luna pazzesca che quando sorge è gigante e rossa come il sangue e quando si specchia sulle saline di Nacala pensi che anche se è un giorno che inali terra rossa, con la malaria addosso e le ossa rotte... non vorresti essere altrove.

Domenica 21 agosto 2005
Al mattino presto lasciamo Carapira. E mia zia, che nonostante io le dica “ci vediamo tra tre anni in Italia”, so perfettamente che non rivedrò più. Lei vuole finire la sua vita dove l’ha vissuta, e non potrebbe essere diversamente. Ma ha una fibra forte e non è detto che, se certo lei non tornerà in Italia, non torni io a trovarla tra qualche anno. Ma quando dalla macchina la saluto e lei è sotto il portico della casa, un po’ mi si stringe il cuore.
Ma oggi, poi, non sto per niente bene. Forse ho sottovalutato la malaria e ho pensato che le quattro pasticcone ogni 12 ore spazzassero via tutto all’istante... insomma sto peggio oggi, che è l’ultimo giorno di terapia, rispetto a venerdì.
Stamattina neanche il tempo mi aiuta. Partiamo presto alla volta di Nampula perchè dobbiamo lasciare Suor Pina in una comunità lungo la strada, e fin oltre le 9 c’è una fitta e umidissima nebbia. La nebbia e il traffico lungo la strada per Nampula fanno molto... novembre sulla Via Emilia!
Eppure oggi avrei bisogno di essere in forma perchè ci aspetta un appuntamento importante: il mercato di Nampula, unico della zona dove si vendono le statuette in ebano e altri oggetti da portare come souvenir.
La tappa al mercato sarebbe molto piacevole... se non fosse così impegnativa! Tutti finora ci hanno fatto un vero e proprio terrorismo psicologico sui pericoli del mercato: niente borsa, niente macchina fotografica, niente orologio, niente soldi in tasca, niente cose in mano... ma allora CHE CI ANDIAMO A FARE? Con che cosa compro? Con un sorriso? Così vado con i miei meticais belli belli nelle centomila tasche dei pantaloni, ma ben coperte dalla camicia, e metto addirittura la borsettina portasoldi in bella vista a tracolla come specchietto per le allodole...visto che dentro ci sono meticais per l’equivalente di un paio di euro!
E comunque non mi capita, nè capita a Roberto e a Suor Teresina che ci accompagna, ASSOLUTAMENTE NULLA. La vera difficoltà è che il mercato è molto grande e fittissimo di mercanzia. Pare che siamo gli unici bianchi e appena ci avviciniamo agli oggetti di ebano è la fine: decine di ragazzi ci vengono addosso gridandomi ovviamente “Irma” e gridando i prezzi dei loro oggetti. C’è di tutto, dagli orecchini ai crocefissi, dai bracciali alle statue di guerrieri, dai portachiavi a delle colonnine fatte di persone intrecciate che simboleggiano il clan familiare. Alcuni sono molto belli, altri meno curati, ma il problema è che non si riesce a vedere e a scegliere con calma. Ad un certo punto urlo “CHEGA!!” cioè basta! e stanno zitti per un nano-secondo. Poi ricominciano.
Per liberarmi inizio a comprare, non so nemmeno io cosa e per chi. I prezzi sono bassi e basta fare un po’ di lagna in simil-portoghese che li abbassano ancora di più. Viene da chiedersi da un lato quanto effettivamente valgano, dall’altro quanto sono disperatamente bisognosi di vendere. Io alla fine mi faccio prendere la mano e mercanteggio su 5.000 meticais (cioè più o meno 15 centesimi) in più o in meno. La cosa lascia tramortito Roberto, che più tardi mi confessa che quando mi ha visto discutere con un bambino su due statue a 75.000 o 80.000 meticais ha capito che avevo toccato il fondo. Tutti e due, poi, siamo divorati dal fuoco ardente della capulana-mania e continuiamo a comprarle senza ritegno (ma senza mercanteggiare, almeno per queste). Compro pure un tappetino in una specie di corda, ignorando come farò a metterlo in valigia. Onestamente ci sentiamo un po’ due cacche, presi dalla nostra bramosia di shopping, dal potere della nostra moneta, dal nulla di cui vive questa gente. Ma tant’è...
Nel pomeriggio Roberto e Suor Maria vanno a vedere un piccolo ospedale appena fuori Nampula. Io vado a letto perchè sto proprio male. Solo verso le 17, ovvero al tramonto, faccio due passi in fondo alla via, dove dal Bairro Muatala (dove si trova la nostra casa) si arriva nel centro cittadino. Purtroppo nè oggi, nè all’andata siamo riusciti a visitare bene Nampula, ma certo è una città gradevole. Il centro è tutto sommato ben tenuto, i grandi viali sono puliti, le case piuttosto curate, e non c’è il caos della capitale. C’è una bella cattedrale, che però riusciamo a vedere solo da lontano.
Tanto per cambiare, alle 19.30 la cena è già finita e dopo due chiacchiere si va a letto...

Lunedì 22 agosto 2005
Sto malissimo. Stanotte ho dormito poco e male. Alle 5 ho già 37,5 di febbre e dolore in ogni singola parte del corpo. Mi ero davvero illusa che la malaria bastarda se ne andasse in un paio di giorni! Alle 7 dobbiamo essere in aeroporto per prendere l’aereo per Maputo e mi sembra davvero di essere uno zombi. Alla Messa delle 6, nella cappella delle suore, facevo fatica a tenere il libro dei salmi in mano...
Suor Teresa ci accompagna in aeroporto, ci assiste nelle formalità del check in e ci aspetta fino all’imbarco. Queste comboniane sono deliziosamente protettive verso i loro visitatori! Appena Suor Teresa se ne va, ci capita una “carrambata” da manuale. Due ragazzi, presumo fidanzati, giovani e dall’accento romano, ci chiedono se quella era una comboniana e ci dicono che anche loro ne hanno conosciuto una, che li ha ospitati a Chipene...
Non è possibile! Sono i due pazzi del fiume Lurio! Antefatto: la settimana scorsa, quando eravamo ad Alua, Padre Adriano ci raccontò di un ragazzo e una ragazza romani che da Pemba avevano risalito il fiume Lurio convinti di trovare un centro abitato di lì a 3-4 ore di cammino. Avevano camminato per ore lungo il fiume e nel fiume (normalmente popolato da coccodrilli), per ore nella foresta (normalmente popolata da leoni e cobra), per un po’ avevano chiesto un passaggio ad alcuni mozambicani in bici e solo dopo 13-14 ore (con un paio di litri d’acqua a disposizione!), quando ormai erano stremati ma inspiegabilmente NON sbranati, li aveva trovati Padre Adriano, che li aveva portati a Chipene. La loro avventura ha fatto il giro dei comboniani, citata da un lato come esempio di totale incoscienza, dall’altro come prova dell’esistenza e della bravura degli angeli custodi! E oggi ce li troviamo qui davanti. Gli ridiamo praticamente in faccia ma davvero non riesco a trattenermi dal dirgli che sono pazzi!
Finalmente partiamo per Maputo. Anche stavolta le solite fermate a Quelimane e Beira... ed io sto sempre peggio. Oggi per giunta ci sono molte nuvole e l’aereo balla un po’, così mi tocca prendere anche la Xamamina. Sono alla frutta, darei qualunque cosa per un letto.
All’improvviso, quando da Beira si riparte per Maputo, vediamo lo steward aggirarsi con aria perplessa tra i sedili, scrutando tutti. I nostri sguardi si incrociano, lui tira dritto, poi torna indietro e ci chiede se vogliamo andare in BUSINESS CLASS! Io non capisco subito e chiedo “why?” temendo qualche sovrapprezzo, ma Roberto è già scattato in piedi gridando “yes!”. Evidentemente hanno venduto troppi posti in classe economica, ma è un po’ imbarazzante che l’abbiano chiesto solo a noi. È evidente che l’hanno fatto perchè siamo bianchi... in effetti solo noi e i due pazzi del fiume Lurio lo siamo. Ma avranno scelto noi perchè più “anziani” di loro due, perchè più “signorili” di loro due, perchè hanno capito che siamo due stimati professionisti (!) o molto più semplicemente perchè hanno avuto pietà della mia faccia malarica?! Non lo sapremo mai. Comunque l’ultima ora del volo ce la facciamo su comodissime poltrone, con salvietta calda per le mani, posate di metallo, tovaglioli di stoffa, piatti di ceramica con dentro deliziose polpettine fritte e superbi fagottini di pesce e alghe! Malaria o non malaria, chissà perchè a me l’appetito non manca mai...
A Maputo ci aspetta Suor Giuliangela, ovviamente in ansia perchè sono le 12.30! Le comboniane sono tanto brave, ma questa rigidità degli orari è sconvolgente. Cascasse il mondo si prega alle 6 e alle 18, si pranza alle 11.45 o poco più, si cena alle 18.45 o poco più. Onestamente non so se questi orari siano stati dettati da Daniele Comboni... ma mi sembra un tantino fuori luogo in un continente senza orari come l’Africa!
Dopo pranzo io crollo. Roberto va con Suor Laura in un ospedale a trovare malati di aids. Io sto a letto fino a sera, con 38 di febbre e neanche la forza di sollevare un braccio. Malaria maiala!

Martedì 23 agosto 2005
Dopo un pomeriggio e una notte in stato semicomatoso oggi sto proprio bene! Per fortuna, perchè oggi avremmo un programma interessante: al mattino incontriamo quelli di Kulima che ci fanno vedere i loro progetti a Maputo, quindi vorremmo girare un po’ per la città senza l’assillo del pranzo alle 11.45 e andare al ristorante a mangiare pesce. Grazie a Dio sono in discreta forma e reggo bene.
Prendiamo il taxi per andare da Avenida Friedrich Engels a Avenida Karl Marx, passando per Avenida Vladimir Lenin e Avenida Mao Tse Tung... indovina un po’ di che orientamento politico era il Mozambico all’epoca della guerra fredda...?
In Avenida Karl Marx c’è la sede dell’ONG Kulima, ordinata, piena di gente pratica ed efficiente. Aspettiamo un po’ l’arrivo di Giselda, la vicedirettrice, visto che il direttore è un italiano che da anni vive qui ma che ora è in vacanza in Italia. Parliamo un po’ in un misto di inglese e portoghese, poi Giselda ci affida a Joana e Anathalie (due donnone che sembrano precise precise la “Mami” di “Via col vento”) che seguono i progetti sui bambini.
Qui a Kulima sono tutti super eleganti, uomini e donne, con abiti occidentali assolutamente alla moda. Io e Roberto sembriamo due pezzenti, usciti pari pari da un sacco del mercatino dell’usato. Che vergogna.
Le donnone ci accompagnano in due centri che si trovano nei quartieri più poveri: qui vengono i bambini a fare i compiti, si fa attività di formazione sanitaria soprattutto sul tema aids, si fanno incontri con le famiglie, seguendole anche a casa. Il progetto dei bambini, chiamato “Ntwanano” cioè comprensione, è sostenuto in Italia dal CESVI, mediante l’adozione a distanza. Moltissime famiglie italiane hanno aderito, e così in altri paesi. Proprio in uno di questi centri vediamo tre bambini che stanno scrivendo le letterine , con tanto di disegni, ai “genitori” italiani. Ci dice il responsabile che due volte all’anno mandano una lettera con foto alla famiglia sostenitrice.
Ci dicono che Kulima poggia esclusivamente su aiuti internazionali: il governo mozambicano non dà il becco di un quattrino! E figuriamoci se un governo che neppure pensa ai banchi della scuola può finanziare un’attività di dopo- scuola e promozione sociale extrascolastica!
Infatti poco dopo andiamo a visitare la scuola primaria del quartiere, dove i bambini delle prime classi fanno lezione stando seduti per terra... Qualche banco c’è per i più grandicelli, ma per i piccoli nada de nada. Il ministro pensa ai muri, alla lavagna e ai libri (che sono gratuiti), tutto il resto chissenefrega. Il direttore scolastico tiene a sottolineare (come se ce ne fosse bisogno) come sia grave il fatto che bimbi di 6-7 anni debbano stare seduti in terra, stando curvi e in una posizione assolutamente non salutare, e ci chiede aiuto. Noi riferiremo e diciamo a tutti che in ottobre Mani Tese farà una missione ufficiale e valuterà anche il loro caso!
Alla fine del giro sono stordita: per tutta la mattina abbiamo parlato un misto di italiano, francese, inglese, portoghese e spagnolo! Cinque lingue e parlate tutte male! Non so nemmeno più in quale lingua penso! E soprattutto SE penso! E poi abbiamo fame... che novità, eh?! Così chiediamo a quelli di Kulima di consigliarci un ristorante dove mangiare pesce. Ci dicono che il migliore è sulla spiaggia, appena fuori Maputo, è il Ristorante Costa Do Sol. Ci accompagnano loro, poi possiamo tornare in taxi. Cosa vorrà dire migliore? In che senso e a che prezzo? Oltre ad essere vestiti da pezzenti abbiamo pochi soldi con noi e nemmeno il passaporto... sempre per il solito terrore di furti e rapine! Ma ormai non possiamo tirarci indietro e si va.
Il posto è bello, direttamente sulla spiaggia, le palme, le onde, tutto al suo posto. C’è una BASSISSIMA marea, si può camminare per centinaia di metri sul fondo, tra alghe e granchietti. Qualche chiosco di coca-cola e molti ambulanti che vendono oggetti in legno non rovinano l’ambiente. Ci sediamo ad un tavolo all’aperto e ci guardiamo intorno: tutti bianchi! Deve essere sicuramente il migliore ristorante di Maputo perchè poco dopo di noi arrivano le delegazioni partecipanti al vertice africano dell’Organizzazione Mondiale della Sanità! Mangiare in mezzo ad elegantissimi ministri africani ci fa sentire ancora più pezzenti... e ancora più in apprensione per il conto! Mangiamo divinamente, e questo è quello che conta. Un delizioso piatto vegetariano misto, dove si spazia dalle melanzane fritte all’involtino primavera (o simile) dai pomodori alle carotine... e poi un “marisco misto” dove si sono dati convegno i migliori molluschi dell’oceano indiano! Roberto prende anche caffè e bagaceira (liquore portoghese) e non abbiamo il coraggio di guardare il conto... che è di 810.000 meticais, cioè quasi 28 euro! 14 euro a testa quel tripudio di delizie?! Ci vergogniamo ancora di più e lasciamo 40.000 meticais di mancia, anche per fare capire che nonostante l’abbigliamento non siamo pezzenti...!
Dopo pranzo una passeggiata sulla spiaggia, anzi sul mare, è d’obbligo. Non è una giornata bellissima, nel senso che il cielo è un po’ grigio e c’è un po’ di umidità. Ma c’è molto vento e si sta benissimo con i piedi a metà tra sabbia ed acqua. Davvero rigenerante, anche se temo un po’ una congestione a causa del vento, della gran mangiata, della febbre di ieri... e poi, “tenho malaria”!
Così torniamo in centro. Ma come? Roberto vorrebbe prendere un taxi ma io non sono d’accordo. Ancora il taxi? Ancora comodità da bianchi? Eh no, oggi stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità! Così, da nota tirchia, lo trascino verso una specie di pulmino che fa da taxi collettivo.
Prima di tornare dalle suore facciamo un giretto. Maputo è bella. La prima volta che l’avevamo vista era domenica ed era tutto chiuso, ma oggi è piena di vita, di traffico, di negozi, di gente. È molto europea e poco africana, forse, e poi noi siamo nella zona “alta”, residenziale e sede dei vari ministeri, ambasciate, ecc... in ogni caso è piacevole. E poi, sinceramente, dopo 15 giorni di foresta e di capanne non ci dispiace un po’ di traffico! Ma non troppo... a dire il vero non mi sento pronta per tornare a casa. Ieri sera, per la prima volta da che siamo qui, abbiamo visto il telegiornale della Rai. Ho visto Tremonti al Meeting di CL, Schifani in lacoste rosa che sparlava di Prodi, i 60 anni di Rita Pavone...ed ho sentito una stretta allo stomaco, direi nausea e NON ERA la malaria! Ma a questo penserò domani sera, quando salirò sull’aereo per Lisbona...
Una tappa veloce al centro commerciale Polana, con bellissimi negozi, scintillante di specchi. Cerchiamo invano un negozio di CD musicali. Alcuni ragazzi di Chipene ci hanno consigliato come miglior gruppo musicale mozambicano i Massukus, e come musica tradizionale del paese la Marrabenta. Ma nulla da fare, l’unico negozio che troviamo va da Phil Collins agli U2, da Jennifer Lopez ai Roxette, più altri faccioni brasiliani che non convincono molto.
Il resto della giornata prosegue tranquillamente. Un paio d’ore di riposo (non ho la febbre... evviva!) ed è ora di cena. Il TG Uno, unico lusso concesso da queste parti, e alle nove sono già in stanza. Magari mi finisco il libro di Camilleri: ridendo con Catarella forse riesco a non pensare alla malinconia di questa ultima notte africana.

Mercoledì 24 agosto 2005
Avevo tanto sperato in una bella giornata di sole e vento per salutare degnamente la baia di Maputo... invece al mattino presto c’è nebbia, che verso le nove diventa addirittura pioggerellina! Dura poco, ma poi resta la foschia per tutto il giorno. E non c’è un alito di vento. Se questa afa mi dà fastidio quando sono in una delle città più fresche del paese, nel mese più “freddo” dell’anno... non oso neppure immaginare lontanamente cosa si prova a dicembre nel nord del Mozambico! Ma ESCLUDO serenamente di fare questa esperienza: di certo tornerò ma non sarà mai nella stagione calda.
Partiamo per il nostro giro cittadino. Dalla zona residenziale attorno all’Avenida 24 Julho, la cosiddetta città alta, scendiamo verso la città bassa, verso il mare, attorno all’Avenida 25 Setembro (oh! su 365 giorni dell’anno sta sicuro che non ne manca uno nelle vie del Mozambico! possibile che tutti i giorni dell’anno ci sia da ricordare qualcosa?!). Anche questa è una zona “ricca”, non residenziale ma direzionale: ci sono molti ministeri, molte banche, biblioteca, sedi delle compagnie aeree, della televisione di stato, delle compagnie telefoniche ed anche delle poste centrali, dove sono diretta a prendere un po’ di francobolli per mio nipote. Approfitto dell’occasione per prendere un po’ di cartoline da mandare in Italia: non chiedo prima quanto costano e non credo alle mie orecchie. Una cartolina 35.000 meticais e il francobollo altri 35.000 meticais, ovvero in tutto più di 2 euro. Non è molto in sé ma è tantissimo se si considera che per mandare in Italia 6 cartoline ho speso 12 euro, cioè quel che abbiamo speso in due mangiando a crepapelle al ristorante! Sono le contraddizioni del Mozambico!
Poi gironzoliamo un po’ al mercato municipale, uno dei tanti di Maputo. Non è grandissimo, ma carino e pieno di cose interessanti. Ci sono anche qui parecchie sculture di legno, che costano almeno quattro volte rispetto al mercato di Nampula. E noi molto fieri tiriamo dritto! Cedo però sui cajù: ne compro un bel pacchetto già tostati e sgusciati, anche se noto che costano dieci volte di più di quelli comprati sulla strada verso Carapira! Ah, il caro-vita della capitale! Roberto mi prende in giro per la mia tirchieria e per i miei continui controlli sui prezzi... altro che la mamma di Berlusconi! E infatti io oggi prenderei qualcosa di unto e bisunto ma economicissimo in un qualche takeaway... ma invece lui vuole andare al ristorante. Io cerco di resistere, ma poi annuso l’odore di pesce alla griglia che esce dal camino del Ristorante Escorpiao e cedo all’istante! E faccio bene, visto che mangiamo una deliziosa zuppa di gamberi e un mega piatto di calamari grigliati con verdure bollite (lui un tripudio di bistecche farcite di ogni ben di Dio, con patate fritte), spendendo per l’appunto la cifra corrispondente all’invio di sei cartoline. Dopo pranzo inizio un po’ ad accusare la stanchezza: l’afa unita ai calamari giganti uniti al post-malaria unito all’arrivo del ciclo mestruale mi fanno un po’ arrancare mentre torniamo verso la città alta. Ovvero in salita.
Ma mi tengo su con le mie ormai celebri foto socio-economiche. Finito il ciclo della terra rossa, dei bambini, delle palme, delle capanne, in questi due giorni mi dedico a ministeri, pubblicità, contrasti della capitale. Lungo Avenida 24 Julho, scattando foto qua e là, mi cade l’occhio su una cosa sconvolgente: Ristorante RIMINI! La scritta campeggia su di un disegno con un mare contornato di palme... rimango senza parole!
Ci rimangono solo un paio d’ore di riposo prima della partenza, visto che le suore, ansiose e nevrotiche come al solito, vogliono portarci all’aeroporto alle 18 anche se l’aereo è alle 21. Secondo noi è perchè Suor Giuliangela vuole rientrare in tempo per cenare alle 19!
Tutto bene col check in, idem con gli oggetti di legno: nessuno vuole vedere la dichiarazione del ministero... solito eccesso di zelo delle suore? Problemi invece per il posto: nonostante nostra espressa richiesta/supplica di un posto vicino al finestrino ci danno due posti centralissimi, siamo intrappolati da una persona sia a destra che a sinistra, davanti agli occhi abbiamo il monitor costantemente acceso che mostra la rotta e una famiglia con un bimbo piccolo che piange spesso e volentieri!
Insomma, si prospetta una nottataccia.

Giovedì 25 agosto 2005
E infatti la nottataccia è stata degna delle aspettative. Non ho dormito quasi per niente, un po’ avevo caldo, un po’ avevo freddo, avevo mal di pancia, ho tolto le scarpe ma mi si gonfiavano comunque i piedi, non sapevo dove appoggiare la testa ed ero intrappolata con un vecchietto che ronfava da una parte e Roberto e una donna dall’altra parte, per cui anche uscire e andare al bagno non era semplice.
In ogni caso ‘a nuttata passa e - incredibile ma vero - l’aereo arriva puntualissimo a Lisbona, dove riusciamo a prendere senza alcun problema il volo per Venezia, nonostante il poco tempo per la coincidenza. Sembra quasi che la TAP abbia deciso di farsi perdonare per i disagi dell’andata! Peccato però che lì abbiamo perso quasi due giorni di viaggio, mentre adesso, andando a casa, un eventuale ritardo non ci avrebbe creato problemi, anzi! Ma pazienza.
Anche il recupero bagagli fila liscio, le valigie non sono andate a Tallinn o tornate a Maputo. Così prendiamo il bus navetta per la stazione ed a Mestre ci salutiamo. Manca una mezz’oretta ai nostri treni ed è ora di pranzo... io e Roberto senza mangiare!? Non sia mai. Per 20 giorni abbiamo fatto colazione con il latte in polvere ed il caffè solubile della Nestlè, dunque se abbiamo fatto trenta possiamo fare anche trentuno, andando a mangiare un hamburger da McDonald’s! Poi le nostre strade si separano, io a Rimini, lui a Milano.

Che dire ancora su questo viaggio? Cosa posso aggiungere alle riflessioni sull’Africa, sulle persone incontrate, che ho scritto nei giorni precedenti? Ben poco. L’Africa è un calderone di contraddizioni, affascina e sgomenta, seduce e fa rabbia. Quel che è certo è che MAI ti lascia indifferente. Ti dà comunque qualcosa, ti trasmette un’emozione forte che non può non lasciarti il segno.
Davvero valeva la pena aspettare un anno, anche se certo sono tantissime le cose che avremmo voluto vedere ma non ve n’è stato il tempo. Ma un nostro futuro ritorno in Mozambico non è per nulla improbabile, per cui... atè à pròxima!La parte conclusiva di un viaggio indimenticabile nel segno della solidarietà nel cuore della "vera" Africa

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