Il Mozambico: quanto ne sappiamo? - Parte prima

in viaggio con Bru in Mozambico

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Il Mozambico: quanto ne sappiamo? - Parte prima

Quello che segue è il diario (a metà tra il serio e il faceto) di un viaggio in Mozambico, fatto insieme ad un amico medico nell’estate 2005.
Tre settimane in giro per missioni, completamente al di fuori dei circuiti turistici, in un Paese tra i più poveri del mondo.
Un Paese meraviglioso e colmo di contraddizioni, come del resto tutta l’Africa.

Venerdì 5 agosto 2005
Eccomi qua.
È finalmente arrivato il giorno della partenza… è un anno che ho questo viaggio in mente ed ora sto per partire!
Già la partenza in sé è una discreta prova fisica: tutto bene il volo da Venezia a Lisbona ma l’attesa a Lisbona è estenuante. L’aeroporto di Lisbona è brutto, triste, poco climatizzato e l’idea di andare a vedere la città (si va in centro in 20 minuti) è stata scartata perché fuori dall’aeroporto ci sono almeno 40 gradi! Roberto ed io abbiamo provato ad affacciarci all’uscita ed abbiamo rischiato il collasso! Cielo plumbeo, afa che si affetta! Insomma, dobbiamo restare in aeroporto.
Alla fine è arrivata l’ora prevista per l’imbarco e ci siamo fiondati al “gate”, ma qui abbiamo scoperto che la nostra odissea pre-mozambicana era solo all’inizio!
Sì. È successo quel che finora avevo visto solo nei film. Il volo è cancellato per problemi tecnici all’aereo. Quando si parte? Non si sa. Intanto stanotte siamo ospiti a Lisbona della TAP! Da non poterci credere. Ci viene quasi un riso isterico… pensiamo alle suore che domani mattina ci aspettano all’aeroporto di Maputo, ai nostri bagagli che restano all’aeroporto. Senza parole.
Finalmente arrivano i pullman per l’albergo, un certo “Vip Zurique” situato non lontano dall’aeroporto dove prendiamo tutti una stanza doppia a testa, ceniamo mangiando a crepapelle, telefoniamo a casa… tutto a spese della TAP! In compenso ci dicono che domani alle 6.30 parte il pullman per l’aeroporto, speriamo bene!
Da non perdere
Sabato 6 agosto 2005
In effetti è andata proprio così, per fortuna! Alle 6.30 il pullman ci ha prelevato dall’hotel per portarci all’aeroporto, da dove siamo partiti alle 9.20.
Non avevo minimamente preventivato questo lungo viaggio di giorno… doveva essere di notte! Un po’ di abbiocco, un po’ di Camilleri, un po’ di musica, tanto cibo, ma il tempo non passa mai. Viaggiare di giorno, però, ha un enorme vantaggio: la luce. Ovvero si vede cosa c’è sotto di noi! E cosa c’è? Ma il Sahara, naturalmente!
È stata un’emozione fortissima quella distesa rossastra lunga almeno tre ore: dune, oasi, qualche piccola pista appena riconoscibile, oppure onde di sabbia, oppure uno sconfinato nulla rossastro. Da togliere il fiato. Non essendoci umidità non ci sono nuvole, e dunque lo spettacolo è assoluto.
Passato il deserto e avvicinandosi all’equatore le cose cambiano: molte nubi, si riesce a vedere poco della terra, ma quel che si vede è verdissimo, boscoso, solcato da fiumi, la vera foresta tropicale.
La sera scende molto rapidamente nell’emisfero australe: il cielo passa velocemente, quasi a strisce, dal blu al rosso al nero. Uno spettacolo emozionante.
Se Dio vuole, alle 20.20 arriviamo all’aeroporto di Maputo, con un atterraggio dolcissimo e senza scosse, da manuale! Qui facciamo una lunga fila per lo sbarco ma le formalità sono ridotte all’osso.
L’uscita dall’aeroporto di Maputo mi fa un certo effetto: negozi, bar, pubblicità luminose… una città europea! E così è pure l’effetto che fa la strada verso la casa delle comboniane: una città che di africano ha ben poco. Ma queste sono le primissime impressioni, per giunta notturne: a domani ogni altra considerazione. Io e Roberto veniamo, ovviamente, smistati: io dalle suore, lui dai padri. Ma sono vicini di casa. Dopo una cena frugale con le suore e una doccia calda filo a nanna…


Domenica 7 agosto 2005
Oggi alle 13 si deciderà il nostro futuro immediato, ovvero se e quando riusciremo a partire per Nampula, visto che alle 13 apre il check in del volo delle 15.
In attesa, al mattino facciamo un giro per Maputo, insieme a Padre Adriano e ad un altro comboniano. Così finalmente vedremo la città di giorno. La zona dove si trovano le case dei comboniani è una delle più belle, lungo il mare (ma non c’è spiaggia), lunghi viali dove le acacie si alternano alle bouganville, belle villette, rigorosamente tutte con recinzione in filo spinato e guardie private. Pare che qui la criminalità comune sia a dir poco capillare: si ruba tutto a tutti!
Poi, andando verso il centro, inizia la zona più commerciale, con bar, ristoranti, molti negozi, parecchie sedi di ministeri o comunque uffici della pubblica amministrazione. Le strade sono molto ampie, i palazzi grandi, sembrerebbe Europa… ma a ricordarci che siamo in Africa sono i marciapiedi. Se le strade sono tutte asfaltate o quasi, i marciapiedi invece sono completamente dissestati, pieni di buche a volte anche profonde, coperti di cartacce. E dalle buche nel cemento fa capolino la rossa terra africana.
Visitiamo la cattedrale, splendidamente candida, con un altissimo campanile e tanti uccelli che vi hanno fatto il nido dentro, negli angoli più alti delle navate. Poi, tornando verso la casa delle comboniane, ci fermiamo al bar Piri Piri, uno dei più frequentati della città: è tarda mattinata di domenica e molta gente, mozambicani ma anche turisti, sostano ai tavolini. Fuori un mercatino di souvenir, batik e statuette di legno, ad uso dei turisti.
Io al bar faccio la mia prima svista: ordino un succo d’ananas convinta di trovarmi la bottiglietta… e invece mi arriva un bicchierone dove ci sono ananas frullato, latte e certamente ACQUA. È delizioso, ma ormai è troppo tardi per chiedersi da dove venga l’acqua! Pazienza. Sarà dissenteria? Che sia.
Prima di arrivare all’aeroporto riusciamo a vedere l’altra faccia di Maputo. Proprio dietro e sotto gli enormi cartelloni pubblicitari al neon di marche di cellulari e profumi si stende una grande baraccopoli. Un dedalo di viuzze tra piccole baracche, qualcuna in muratura, qualcuna in lamiera, con un brulicare di gente attorno. Ci piacerebbe entrarci e farci un giro, ma non sarebbe il caso, né per la nostra sicurezza, né per la loro dignità, che non può essere trattata come uno spettacolo o un giro allo zoo…
Ma eccoci all’aeroporto. Qui Suor Giuliangela si fa in quattro per trovarci posto sull’aereo per Nampula. Ci riesce, con non poca fatica e una sovrattassa, ma finalmente alle 15.20 decolliamo per Nampula. E dopo quasi 4 ore di volo ci arriviamo. Ci mettiamo così tanto perché l’aereo ferma prima a Beira poi a Quelimane. E ogni volta dobbiamo scendere tutti per mezz’ora, stare all’aeroporto ma nella saletta/lager riservata ai passeggeri in transito, poi risalire. Altro decollo. Altro atterraggio. Uno sfinimento. Però ad ogni tratta c’è un nuovo giro di cibo e bevande! Alle 19 o poco dopo arriviamo a Nampula, dove Suor Teresa ci aspetta. Col fuoristrada ci porta a casa ma è un po’ in apprensione perché dietro è aperto e le nostre valigie non sono protette. Ad ogni rallentamento del traffico teme addirittura assalti da parte di malintenzionati per rubarci le valigie. Che paura…
Tutta la parte di Nampula che attraversiamo è piena di gente, tantissima gente. Anche se è buio ci sono decine di chioschi o piccoli negozietti aperti, e quasi ogni marciapiede è un piccolo mercato, fosse anche solo con pochi spicchi d’aglio. Suor Teresa ci dice che alla sera Nampula è vivacissima ed è normale tutto questo commercio in strada, che dura anche fino a mezzanotte.
Ceniamo poi con le altre suore e dritti a letto. Ancora una volta Roberto non può stare sotto lo stesso tetto mio e delle suore e viene collocato in una piccola stanzetta dall’altra parte del patio. Con l’avvertimento però di non uscire dalla stanza prima delle 5! Fino a quell’ora c’è un grosso cane da guardia che scorazza per il cortile sorvegliando la casa e proteggendo il nostro sonno dai malfattori...

Lunedì 8 agosto 2005
Giornata ricchissima.
Ricca di emozioni, di colori, di sorrisi. Di Africa.
Dormito poco o nulla, credo per colpa del Lariam. Ma l’adrenalina è tanta, l’emozione di vivere questo viaggio è tale che finora reggo bene la stanchezza.
Così ci alziamo (relativamente) presto e nell’attesa che Suor Pina venga a prenderci da Carapira e che Suor Teresa vada a cambiarci i soldi (bello il siparietto: io - “ ma dove va a cambiare i soldi? In banca?”; lei - “no, in un altro posto dove danno di più”; io, angelica - “ma è una cosa lecita o è in nero?”; lei - “certo che è in nero, ma rispondi a me: preferisci più soldi o meno soldi?”; io sempre più angelica - “più”; lei, con la faccia di chi la sa lunga - “e allora lascia fare a me”), andiamo con Suor Linda a fare un giro al mercato. Ovvero Nampula è tutta un mercato. In ogni strada, in ogni angolo tutti vendono di tutto, tanto che c’è da chiedersi chi compra!
La casa delle suore è nel Bairro Muatala, un quartiere molto popolare e popoloso, noto anche come quartiere del mattatoio. Chioschi, negozietti, bancarelle, alternati a casette o capanne fatte di mattoni di fango secco. Sarti alternati a barbieri, meccanici alternati a guaritori di ernia e impotenza… e ancora cipolle alternate a manioca, mutande alternate a caramelle!
Le cose degne di nota: la “capulana”, il telo multicolore con cui le mozambicane si vestono tradizionalmente, e le “calamità”, ovvero una accozzaglia di abiti usati che i soliti indiani prendono dalle organizzazioni umanitarie per rivenderli a poco prezzo… ma pur sempre per rivenderli! Del resto tutto il commercio è in mano agli indiani, e di questo tutti i comboniani parlano quasi come di una piaga, che sfrutta e svilisce i mozambicani e la loro economia.
Qui a Nampula ci sono due case per ragazze gestite dalle comboniane, due strutture importanti, che Suor Linda e Suor Elvira ci portano a visitare. Una è per ragazze dai 13 ai 19 anni, più o meno, che abitano nei villaggi più poveri e che vogliono continuare gli studi ma le famiglie non possono permetterselo. L’altra è per ragazze più a rischio, orfane, o tolte dalla strada, o figlie di alcolizzati o malati di AIDS, ovviamente diffusissimo anche qui come in tutta l’Africa. Qui vivono, giocano, studiano insieme, frequentando altrove le proprie scuole.
Nello studentato c’è una ragazzina che sta male, parecchio, si dimena nel letto e Suor Elvira la porta nell’ospedale delle suore di Anchilo: è malaria. Ecco un’altra delle emozioni della giornata: parlando con le suore non facciamo altro che sentire raccontare di casi di malaria, soprattutto di visitatori venuti per poche settimane nei mesi generalmente non a rischio come agosto e nonostante prendessero il Lariam! Ovvero la FOTOGRAFIA mia e di Roberto… AIUTO! Stanotte avevo caldo e non ho neppure usato la zanzariera (che comunque era bucata).
All’ora di pranzo arriva Suor Pina, che ci porterà a Carapira. Dopo le splendide frittate del cuoco Fernando facciamo una rapida visita alla scuola materna delle comboniane. Da morire. Centinaia di topini tenerissimi dagli occhioni neri e dal moccio al naso… è l’ora della pappa e tutti stanno seduti diligentemente davanti ad un piatto di riso e fagioli che finiscono fino all’ultimo chicco di riso, poi tutti precisi danno il piatto vuoto alla maestra e vanno a bere pescando una tazza d’acqua da una tinozza. E poi via a giocare.
Io e Roberto siamo le attrazioni della giornata. Qualcuno piange perché pensa siamo dottori venuti a vaccinarli, qualcuno mi chiama “irma” cioè “suora”… qualcuno, anzi tanti vogliono darmi la mano e allora cerco di accontentarli dando un dito ciascuno! Poi (della serie dei luoghi comuni sugli africani che hanno il ritmo nel sangue…) basta che parta uno che tutti iniziano a cantare e ballare tutti insieme stringendosi a noi e facendoci fare lo stesso. Alcuni sono cenciosi, altri sono ben vestiti, addirittura con sandalini ai piedi, ma tutti danno una tale gioia e una tale tenerezza che è davvero da lacrime agli occhi.
Ma è ora di andare a Carapira. Ci arriviamo dopo un’ora e mezza di auto, lungo una bella strada asfaltata che da Nampula porta al mare, attraversando una zona ricca di baobab e alberi di anacardo (cajù), con tanti villaggi di fango secco, chioschi di coca-cola, venditori ambulanti di un po’ di tutto e naturalmente gente che cammina. L’Africa è davvero un continente che cammina.
All’ora del tramonto (= zanzare al top!) arriviamo a Carapira. Qui c’è la zia, insieme ad altre tre sorelle. Oltre a Suor Pina, ci sono Suor Teresina e Suor Enrica, infermiera.
È subito buio e non visitiamo la missione, ma colpisce la bellissima chiesa che si staglia in mezzo agli alberi, un po’ da missione “vecchio stile”.
Dopo la cena ed il solito smistamento “Bruna dalle suore, Roberto dai padri” usciamo a vedere le stelle.
Ecco l’ultima emozione della giornata. Stelle? Che dico stelle… occorre dire sciami, ondate, cascate, tsunami di stelle! La Via Lattea che quasi ti parla. E per giunta stelle dell’emisfero australe, che se fossi un po’ meno ignorante saprei in che cosa sono diverse da quelle dell’emisfero boreale.
E mi vengono in mente le parole di Suor Maria, a Nampula, che aveva le lacrime agli occhi mentre raccontava di una ragazzina con una fortissima infezione all’utero, violentata dal padre fin dalla tenera età, e che poi, senza nemmeno un motivo particolare, mi ha detto: “sulla Terra sono rimaste solo tre cose di quello che era il Paradiso: i fiori, i bambini e le stelle”.

Martedì 9 agosto 2005
Dopo le tante emozioni di ieri ci voleva un po’ di calma. Oggi non ci muoviamo o quasi da Carapira. Ci abbiamo messo quattro giorni per arrivare… e adesso prendiamo fiato.
Un po’ di bucato, lavaggio dei capelli, passeggiata attorno a casa. Al mattino però accompagniamo Suor Teresina a Monapo a fare un po’ di compere. Monapo è a una decina di chilometri da Carapira, è la cittadina più grande, una “vila”, nel senso che è sede di municipio. Oltre ai soliti mercatini ci sono anche alcune “lojas”, botteghe dove le suore sono solite rifornirsi, e l’ufficio postale dove ritirano la posta. Compriamo pane, olio, burro, carta igienica, detersivo e… un machete! Sì, proprio così, vedere Suor Teresina, con la sua faccina da vecchia fatina buona, girare col machete fa il suo effetto… ma dice che occorre per tagliare la legna, e poi costa più o meno un euro e settanta centesimi…
Io e Roberto compriamo invece la “capulana”, il telo coloratissimo che le mozambicane usano come gonna, tentando invano (soprattutto io) di tirare un po’ sul prezzo, comunque economicissimo.
Suor Teresina ci dice che se abbiamo stomaco passiamo dal carcere. Spesso lei si ferma a lasciare un sacco di pane e lo consegna personalmente ai detenuti. Pensa che ci facciano entrare con facilità… invece no, le guardie dicono che il direttore non c’è, poi che è impegnato e dobbiamo aspettare. Insomma, è chiaro che non conoscono noi due e non vogliono farci entrare. Assolutamente comprensibile, specie poi quando sappiamo da Suor Teresina che i detenuti (di solito 70-80) sono tenuti in due stanzoni dove non c’è NULLA, non solo, ma dove spesso non c’è neppure spazio per sedere per terra e devono stare in piedi! Vi sono sia i condannati che quelli in attesa di giudizio, e vi si finisce per i motivi più disparati, per una rissa al mercato, per avere picchiato la moglie o un vicino, o anche perché le proprie caprette hanno mangiato le verdure nell’orto di qualcun altro! Le suore dicono che le loro condizioni sono davvero tremende e non c’è da stupirsi se non gradiscono occhi sconosciuti…
Al pomeriggio, dopo un po’ di riposo e qualche scherzo con le ragazze del corso di matematica, incontro davanti alla missione una giovane donna con il bimbo al seno. È molto bella, si chiama Emma, mentre il piccolo si chiama Venanzio, e cerchiamo di parlare un po’ con i tre vocaboli di portoghese che so. Qui inizia l’escalation dell’umiliazione. Mi chiede se ho marito. No. Se ho figli. No. Se è perché sono giovane. No, ho 39 anni. Eh sì, in effetti sono “muito” adulta. La compassione sale nei suoi occhi. Allora mi chiede se ho dei dollari. No. Solo euro. Euro? Sì, le spiego cosa sono. Allora me ne dai? Adesso non li ho. Va bene, torno domani e mi dai un euro. Umiliata nell’utero e nel portafoglio, insomma… che tristezza.
Prima di cena riusciamo anche a vedere l’infermeria, il “centro di salute” dove lavora Suor Enrica. Qui dalla mattina presto fino al tramonto fanno la fila decine e decine di persone, solitamente per malaria o polmonite. Poi si fanno le vaccinazioni, poi c’è un reparto per i tubercolosi, e addirittura la sala parto. Detto così fa il suo effetto. Invece quel che c’è dentro, a livello di attrezzature, arredi e igiene, è di livello appena superiore alla capanna di fango… La buona volontà è tanta, ma quando vediamo le brandine che fungono da letti, gli scarafaggi sul pavimento, il colore indefinito della federa e del lenzuolo del lettino del travaglio… abbiamo un brivido. Suor Enrica è qui da pochi mesi e piena di idee per migliorare il centro: speriamo che il governo le dia la possibilità di farlo davvero.
Dopo la cena condita dalle solite chiacchiere sulla malaria cerebrale e non, sui serpenti velenosi e non, sul colera e altre frequenti epidemie… abbiamo assoluto bisogno di vedere qualche stella cadente! Unico desiderio: tornare vivi e sani in Italia.
Nonostante la stagione propizia non ne vediamo molte. Ma tutta la scena è talmente surreale che ci fa morire dal ridere: due bianchi cretini impalati nel buio più fitto, lungo la strada della missione, solo con gli occhi e le mani scoperti per paura delle zanzare, che scrutano il cielo, mentre vari mozambicani passano quasi sbattendoci contro e pensando forse a due pazzi, due guardie, due astronomi o chissà. Tutto ciò davanti al padiglione dei tubercolosi, con continuo sottofondo di “scatarramento”. E con il dubbio che le stelle cadenti viste siano davvero tali o solo allucinazioni da Lariam…

Mercoledì 10 agosto 2005
Anche questa giornata la passiamo tranquillamente alla missione, soprattutto ad allacciare relazioni con la gente. Al mattino, mentre Roberto visita i tubercolosi insieme a Suor Enrica, io vado con Suor Teresina a Monapo a comprare chiodi e martello, con cui il factotum della missione dovrà riparare la conigliera. Ripercorriamo così un tratto della lunga strada asfaltata che attraversa il verde per andare fino al mare. Dicono le suore che è asfaltata da pochi mesi e che a loro pare un sogno, visto che prima era un’accozzaglia di buche profonde. Sperano che il sogno duri, visto che il Mozambico non è famoso per la manutenzione delle opere pubbliche… e temono che presto si riformino le buche.
Al ritorno da Monapo mi fermo in veranda a studiare un po’ di portoghese… e a guardare di sottecchi le ragazzine dello studentato. Getto l’amo per vedere se abboccano e vengono a chiacchierare con me, visto che da due giorni mi guardano da lontano e ridono… E infatti abboccano, e così me ne ritrovo due, poi tre, poi dieci tutte attorno! Prima diciamo un po’ di parole in italiano e in portoghese, tipo i giorni della settimana o le parti del corpo. Poi tiro fuori l’asso dalla manica: la macchina digitale. Faccio una foto a testa, rigorosamente una per una, e gliele faccio vedere nel display: grida e risa a non finire. Ovviamente la promessa di spedirgliene quando le farò stampare!
Nel pomeriggio invece diamo un grosso aiuto ai centomila bacilli che già stanno girando nel nostro corpo, andando al reparto infettivi dell’infermeria della missione. Roberto ha già avuto i tubercolosi in visita alla mattina e in parte anch’io perché mi sono avvicinata al loro padiglione con la macchina fotografica in mano e ovviamente tutti mi sono corsi incontro chiedendo una foto e, ovviamente, alitando verso di me! Così al pomeriggio non ci facciamo mancare quelli affetti da morbillo, scabbia e AIDS. Poi siccome io sono curiosa di vedere tutto ciò che esiste sulla faccia della terra non posso non andare a vedere le fatiscenti latrine poste fuori dell’edificio, la sala parto a dir poco lurida e anche due bei bimbetti nati durante la notte! Quasi bianchi… strano, i neonati africani sono quasi bianchi e quelli bianchi sono quasi neri…
Nel reparto pediatria c’è poi un bimbo che ci fa tanto stare in pensiero: è un patatino di 6-7 mesi con una forte polmonite, febbre alta e diarrea. Lo abbiamo visto anche ieri, e da ieri emette un lamento, un rantolo sempre più flebile. Speriamo bene… Non ci avevo fatto caso, ma Roberto mi fa notare la totale apatia della madre, che sembra accettare la malattia del bimbo come una cosa ineluttabile, davanti cui non porsi tante domande. Certo qui la mortalità infantile è altissima, ma la rassegnazione della madre ci colpisce.
Usciamo dal reparto infettivi con la netta sensazione di avere dentro un autentico campionato tra malattie: secondo me sono già alle semifinali, quale vincerà? E quando? Se andiamo avanti così è davvero impossibile non prenderci qualcosa…alla fine la malaria è solo la più prevedibile!
Anche il resto della giornata è nel segno dell’intercultura. Dopo l’ospedale facciamo una passeggiata fino alla strada principale e becchiamo l’uscita di scuola di un centinaio di bambini dai 6 ai 10 anni. Senza rendermi conto delle conseguenze scatto una foto… e sono perduta! Nel giro di tre secondi li ho addosso come cavallette, tutti vogliono fare la foto, tutti gridano al flash, tutti ridono rivedendosi nel display e vogliono ricominciare! Attorniata da loro e costretta a chinarmi per mostrare il display sento già i pidocchi approdare nelle mie chiome! Per salvarmi sono obbligata a dire che la macchina è rotta e a fingere di tornare in casa…dopo avere promesso a tutti altre foto “amanha”cioè domani! Poi la cosa buffa è che tutti mi chiamano “irma” cioè suora e quando dico “no irma, Bruna!”, capiscono “Pruna” e allora insisto “Bru! Bru! Non Pru!”. Così in due secondi divento Irma Bru Bru, nome che tutti gridano invocando le foto!
Attendiamo la cena ballando con le ragazze! Cioè IO ballo o comunque tento… Roberto seduto sotto un albero se la ride dicendo che non ho la leggiadria di una ragazza africana.
In effetti sono tutte bellissime e aggraziatissime. Queste sono poco più che bambine, ma a qualunque età sono splendide, hanno curve davvero mozzafiato, e un portamento fiero, dovuto certo al fatto che sin da piccolissime portano pesi sulla testa. Davanti a loro mi sento davvero, con le mie carni flaccide e chiare, di una razza assolutamente inferiore!
Dobbiamo per forza terminare cercando stelle cadenti, visto che è San Lorenzo, ma stasera il cielo australe è assai avaro, ce ne sono poche e poco visibili. Ma io comunque riesco a vederne tre o quattro, e lo prendo come buon auspicio: magari prendo solo una malattia e non sei o sette come temo!

Giovedì 11 agosto 2005
Il Lariam continua a darmi sonni piuttosto agitati: stanotte mi sono svegliata in preda al terrore senza capire perché! Mi sembrava di essere sola, sperduta in mezzo al Mozambico, e mi avevano rubato tutto, bagagli, orologio e cellulare e avevo solo la torcia elettrica!
Al mattino, come da programma, Don Claudio è passato a prenderci per andare a Ilha de Moçambique. Con lui ci sono una giovane coppia, Debora ed Emanuele, e due diciottenni scatenate, Maddalena e Laura. Le due ragazze sono al terzo giorno di malaria ma sono pimpantissime e insieme a Don Claudio formano un trio divertentissimo: lui gli fa da paparino apprensivo, loro lo trattano da vecchio rimbambito!
Dopo poco più di un’ora di viaggio arriviamo a Ilha. Dalla terraferma iniziamo a vedere il mare e le mangrovie, poi il lungo e stretto ponte. L’isola che è stata capitale. Affascinantissima. L’aria decadente, per non dire fatiscente, di una città che è stata bellissima e che non lo è più. L’architettura coloniale, le palme, gli intonaci ormai scoloriti che rivelano tracce di tinte caldissime. I quartieri più popolari, la “Città Makuti”, dove vive la povera gente, sono situati in basso, al di sotto del livello del mare, perché pare che l’isola sia stata praticamente scavata per estrarre pietra pregiata con cui costruire i palazzi signorili dell’altra parte, la “Città di Pietra”.
Qui ci aspetta un missionario comboniano pazzo scatenato, Padre Bruno, che con il suo fuoristrada ci fa fare a gran velocità un giro panoramico dell’isola, sfiorando letteralmente gli angoli delle case, sgommando nei vicoli strettissimi e sollevando nuvole di polvere.
L’isola è piccolissima e popolosissima: 500 metri di larghezza per 3 km di lunghezza, e qui vivono 13.000 persone! I turisti cominciano a frequentarla e gli isolani si sono attrezzati: per le strade bambini e ragazzi chiedono ININTERROTTAMENTE l’elemosina, si offrono come guida turistica, cercano di vendere collanine e conchiglie… un vero sfinimento!
Pranziamo benissimo in un piccolo ristorante che si chiama “Reliquia’s”, con vari piatti tra cui una deliziosa zuppa di gamberi e il “matapa”, una zuppetta sublime con verdure, cocco, anacardi, arachidi e non so cos’altro…ma splendida.
Nel pomeriggio visitiamo il forte di San Sebastiano, a picco sul mare, e il Palazzo San Paolo, dove ora si trova il museo della marineria. L’isola offre scorci mozzafiato, con spiaggette, rocce, fondali che affiorano dalla bassa marea, palme lontane, acqua dai mille riflessi azzurri e verdi.
Qui il tramonto è un momento magico: ci sediamo in un bar a sorseggiare coca cola (sai che novità), sotto le palme ad un passo dalla spiaggia e ce lo godiamo. O almeno tentiamo: il tramonto è velocissimo e ci sono ancora decine di bambini che ci chiedono di tutto, ma lo spettacolo è comunque indimenticabile. Appena si fa buio ci dirigiamo verso lo studentato in cui siamo ospiti e qui ceniamo con pane e frutta e dopo cena facciamo una rapida passeggiata per i vicoli di Ilha. Non c’è quasi nessuno in giro, solo un forte vento oceanico, profumato di alghe, di salsedine e anche di terre lontane. Qui davanti c’è il Madagascar, più a nord c’è Zanzibar. Quante terre ancora da scoprire! Saranno i miei pantaloni “da esploratrice” o la statua di Vasco De Gama che vigila sul lungomare di Ilha a darmi questa frenesia di viaggiare?

Venerdì 12 agosto 2005
La notte nello studentato di Padre Bruno è stata assai “accampata”: i letti sono comodi, pur se spartani, ma c’è polvere letteralmente ovunque, visto che le stanze sono affacciate sulla strada. I bagni sono una fila di turche con vari secchi ed un grande bidone di acqua di mare da cui attingere quel che serve da “sciacquone”. Cosa che stanotte abbiamo fatto in molti… visto che evidentemente i deliziosi intingoli di ieri ci hanno messo l’intestino in movimento. Naturalmente non c’è acqua corrente neppure per lavarsi, solo qualche secchio d’acqua appena un po’ più pulita di quella da usare per le turche. Comunque la notte passa.
Come il tramonto, anche l’alba è velocissima e alle 6 è giorno pieno. Facciamo una passeggiata nella zona più povera dell’isola, che ovviamente è ancora più fatiscente di quella “ricca”. Vediamo parecchie scuole, tutte piene di studenti con le loro divise linde e candide, ed al mercato moltissime donne con il viso ricoperto di una crema biancastra. È il “musiro” (o “m’siro”), una maschera di bellezza ricavata da qualche radice che le donne tengono sulla pelle del viso anche per un’intera giornata.
Passeggiando faccio conoscenza con Daniel, un ragazzino quattordicenne che ne dimostra undici e che quando gli dico che ho una nipote della sua stessa età mi chiede se è già sposata! Passiamo poi davanti alla moschea, oggi molto frequentata, visto che è venerdì e che tutta Ilha è musulmana. Ieri invece avevamo visto il tempio hindu: un cortile interno ed un vecchio palazzo con una stanzina con la vacca sacra (finta!) al centro. Poi una serie di altarini stracolmi di fiori di plastica colorata, lucette intermittenti, idoli coloratissimi: una cosa superpacchiana che sembra uscita da un film genere “Bollywood”. Poco a che vedere con il raccoglimento che solitamente si immagina esserci in un luogo di preghiera.
Per stamattina è prevista una capatina alla spiaggia. Andiamo nella vicina spiaggia di Lumbo, sulla terraferma: c’è una chiesetta bianca proprio sulla spiaggia, davanti ad una grande mangrovia con le radici aeree, la spiaggia è di sabbia morbida, di un bel giallo caldo. Ci sono pochissime conchiglie da raccogliere, in compenso i soliti bambini che chiedono elemosina, vogliono vendere qualcosa o solo più semplicemente ti stanno vicino per vedere se si rimedia un regalino… Tra noi chi fa il bagno, chi passeggia in acqua, ma dopo un’oretta non resistiamo al sole e dobbiamo arrenderci, scappando sotto il grande albero.
Per pranzo torniamo ad Ilha e assistiamo alla bassa marea. L’alternarsi delle maree è accentuatissimo qui a Ilha: sono molto frequenti e molto pronunciate. Nelle ore centrali della giornata la marea è bassissima e quindi vediamo decine e decine di donne e bambini intenti a frugare sul fondale rimasto asciutto. Cercano pesci, conchiglie, granchi… o magari anche qualche moneta od oggetto di valore perduto dai turisti.
Qui a Ilha, però, si vedono anche tante persone che non fanno assolutamente nulla. I bambini vanno a scuola, le donne pestano la manioca e accudiscono i figli, ma c’è un numero imprecisato di uomini che stanno semplicemente sdraiati. All’ombra di alberi, capanne, tettoie o in qualunque altro posto… ma non fanno nulla. C’è da chiedersi di che vivano, visto che a Ilha ci sono 13.000 abitanti ed una parte infinitamente bassa è impiegata nel turismo, che è appena nato. Ci sono infatti un paio di alberghi di livello medio gestiti (dicono) da italiani e un albergo 4 stelle con vicino un centro sub. Ma pare che i giapponesi si siano accorti di questo posto e stiano progettando grandi ristrutturazioni. Si vedrà. Speriamo si sappia conciliare turismo e rispetto della natura e della storia.
Per pranzo Padre Bruno ha commissionato a non so quale donna di Ilha del riso bianco e del pesce arrosto. Considerati i nostri intestini superagitati dobbiamo stare contenuti! Il pesce è buonissimo, un enorme pescione che chiamano “peixe pedra”, dalle carni bianche e saporite. Ci servono anche il solito intingoletto di fagioli: riso e fagioli oppure polenta di manioca e fagioli sono il piatto mozambicano per antonomasia.
Pranzando, Padre Bruno ci mette al corrente dei suoi progetti per il futuro. È un autentico personaggio, non giovane ma affascinante, stile un po’ Paul Newman, occhi blu e riccioli biondi anche se oramai quasi imbiancati…da giovane doveva essere certo un bell’uomo! È matto da legare, non sta fermo un attimo, si scapicolla col suo Toyota su e giù per l’isola a velocità inverosimili, lo conoscono tutti e nessun turista o visitatore dell’isola può fare a meno dei suoi consigli. Proprio stamattina ha imbarcato un gruppo di “Avventure nel mondo” su di un sambuco per l’isola di Goa, consiglia alberghi e ristoranti e soprattutto vorrebbe aprire un filone di “turismo missionario”! Per racimolare qualche soldo per le sue missioni vorrebbe aprire ai turisti lo studentato e affittare le stanze… ma prima deve fare le docce! E noi ovviamente (che non ci laviamo da due giorni) siamo d’accordo. Anche se qui comunque, pur lavandosi, è impossibile sfuggire alla sabbia. È ovunque, non la vedi, è quasi impalpabile ma la senti in ogni dove, negli occhi, nelle tasche, sotto i denti mentre mangi il pane…
Dopo pranzo torniamo verso Carapira. Don Claudio e gli altri lasciano me e Roberto qui e proseguono per Nacaroa. Per oggi ci resta la solita serata di chiacchiere con le suore. Stasera ci raccontano i riti funebri propri di questa zona! Della serie “dopo la malaria...”!

Sabato 13 agosto 2005
Questa mattina Suor Giuseppina deve andare a Nacala a comprare parecchi sacchi di crusca per le galline, e così la accompagniamo insieme a cinque ragazzine della scuola della missione. Di loro solo una è già stata a Nacala, le altre non e sono quindi emozionatissime. Si mettono gli abiti più belli, le infradito nuove ed ognuna ha un fagottino con qualche soldo. Sono davvero deliziose.
In poco più di un’ora arriviamo a Nacala. Lungo la strada, ad un centinaio di metri di distanza l’una dall’altra, ci sono due lapidi poste a memoria di due comboniani, Suor Teresa Dalle Pezze e Fratel Alfredo Fiorini, uccisi dalla guerriglia lei nel 1985 e lui nel 1992, proprio un mese prima della firma degli accordi di pace. Tocchiamo così con mano la tragedia di una guerra civile che ha devastato questo paese per quasi trent’anni.
A Nacala facciamo scorta di crusca e un rapido giro della città. Che è decisamente brutta. È situata in una bella e grande baia, ma non vi sono spiagge, solo un brutto porto industriale. È uno dei porti più grandi e importanti del Mozambico e tutta la città ha un aspetto più “moderno” e per l’appunto “industriale”, ma con un risultato triste e squallido. Squallido ad esempio come una specie di condominii costruiti probabilmente qualche decina di anni fa per i lavoratori del posto e, come tutte le opere in Mozambico, lasciati poi privi di manutenzione. Ci abitano, stipate, chissà quante famiglie, nella sporcizia ma senza la dignità delle capanne o delle casette dai mattoni di fango che si trovano fuori dalle città.
Mentre la suora sorveglia il camion, io e Roberto e alcune delle ragazzine facciamo un giro al mercato. Suor Giuseppina ci dice di andare senza borsa e senza macchina fotografica ed è meglio così, visto che il mercato è una massa informe di bancarelle appiccicate tra loro, tra cui si passa a malapena e quindi è facilissimo il borseggio. Ci rimaniamo poco, un po’ perchè manca davvero l’aria da respirare, un po’ perchè tra carne quasi putrida, cavoli appassiti, saponette “lux” e detersivo in polvere c’è ben poco da comprare, un po’ perchè mi sento responsabile (in qualità di “Irma Bru”) delle tre ragazzine venute dalla campagna. Prima di andarcene, però, compriamo due cartocci di una specie di nespole/giuggiole, a dire il vero non molto buone, che mangio tranquillamente così senza pensare se lavarle o sbucciarle... che succederà?
Dopo una velocissima visita di Suor Giuseppina ad uno studentato governativo (una specie di lager, dove le ragazze stanno ammassate ai limiti della sopravvivenza, altro che quelli gestiti dalle comboniane...) andiamo a pranzo alla scuola comboniana.
A tavola (anche qui si mangia moltissimo e benissimo) c’è praticamente il mondo. Oltre a noi tre c’è un’altra suora italiana, poi una eritrea, una peruviana, una spagnola, una ecuadoriana e una portoghese! Qui conosciamo una massiccia e giovanissima suora bresciana, Suor Marlena, che quando sente che andremo ad Alua dice che non è lontanamente pensabile che andiamo ad Alua senza passare anche a vedere il suo ospedale a Chipene. È un posto sperduto nella foresta, tra scimmie e leoni, ma no problem, lei ci viene a prendere e ci riporta! Ci dà l’appuntamento per giovedì mattina, e non se ne parla più. Atè quinta-feira!
Dopo pranzo visitiamo la scuola. Bellissima, vero fiore all’occhiello delle comboniane e del governo, che da un lato mantiene in condizioni pietose le strutture pubbliche, però pretende ottimi livelli di qualità dalle strutture gestite dalle comboniane, che sono poi mostrate in tutte le occasioni ufficiali come segno dell’innovazione e del progresso del Paese.
Torniamo a Carapira cariche di crusca e di scambi linguistici: come al solito io e le ragazzine ci mettiamo a dire le parole in italiano e in portoghese e a volte anche in makua. Stasera per loro sarà una grande serata: la tv! Ogni tanto, infatti, le suore mostrano una videocassetta: le loro preferite sono “Kirikù e la Strega Karabà” e “Tutti insieme appassionatamente”. Stasera è la volta di Kirikù. Anche io e Roberto ci fermiamo a vedere il film. Il vero spettacolo sono loro, le ragazzine. Nonostante l’adolescenza, le piccole civetterie, i primi progetti di fidanzamento o matrimonio, ridono come bimbe ad ogni scena del cartone animato, anche se lo sanno praticamente a memoria. Sono tenerissime. Mi viene da pensare alle nostre “bisbetiche” tredicenni... guarderebbero solo i telefilm americani su Italia Uno, altro che Kirikù! Invece la spontaneità di queste ragazzine, del loro ridere, del loro danzare e cantare, è assolutamente disarmante.

Domenica 14 agosto 2005
Giornata di nuove esperienze... e salti nel buio!
Al mattino si celebra una specie di Messa nella chiesa di Carapira. Non è una vera e propria Messa perchè non c’è eucaristia , visto che entrambi i padri sono in giro per le varie parrocchie del distretto. Infatti i padri sono solo due e le parrocchie tante, così la Messa si fa a turno nelle varie chiese, e nelle altre l’”anziano” della comunità tiene una celebrazione basata essenzialmente sulla liturgia della parola.
È tutto in lingua makua e non si capisce nulla... Ma le suore ci spiegano un po’ e dicono che la partecipazione della comunità è importantissima. La lettura del Vangelo viene ripetuta due volte in modo da far capire bene a tutti, ed alla fine dell’omelia l’“anziano” dice “io ho capito queste cose, se voi avete capito qualcos’altro, ditelo!”. E molte persone intervengono spontaneamente per dire la propria opinione e la propria interpretazione. Poi ci sono molti canti, accompagnati da tamburi e battimani... e addirittura un momento in cui ciascuno può dire come vanno le cose in casa “è venuto a trovarmi mio cugino... mio figlio è guarito dal morbillo... mia moglie si è fratturata una gamba” ecc.!
Alle 15, come d’accordo, passano a prenderci Tina e Daniela, due ostetriche del CUAMM che vanno ad Alua. Ci caricano dietro il loro Toyota ed affrontiamo molto “all’africana” questo viaggio: siamo all’aperto, la strada è piena di buche, ogni sobbalzo mi sbudella, ma la zona che attraversiamo è bellissima. Andiamo verso i monti e quindi la natura è ancora più verdeggiante di Carapira. Attraversiamo villaggi, con i soliti mercati dove si vende di tutto e le solite mille persone che camminano o che sbucano dal verde all’improvviso, venute da chissà dove.
Ma chissà anche dove andremo noi. Mia zia, che minimizza sempre tutto, salutandomi mi ha detto “vai ad Alua? Attenta a non prendere la malaria!” Il che mi fa preoccupare non poco.
Dopo poco più di due ore arriviamo ad Alua, è già quasi buio ovvero l’ora di punta delle zanzare! Qui conosciamo subito Suor Elisabetta, una giovane bolognese che non ha ancora preso i voti perpetui, fa il medico e da sola regge l’ospedale di Alua. L’ospedale è vicino alla missione ma è governativo. Lei è dipendente statale ma dice che il contratto è a tempo determinato e la pagano poco o nulla. Eppure da lei pretendono tanto, essendo l’unico medico di un ospedale che copre una zona molto vasta. È molto simpatica e spontanea, con il buffo accento bolognese, e felicissima di avere Roberto per qualche giorno. Dice infatti che tutti i medici specialisti che passano non si fermano più di una mezza giornata e lei, che lì in pratica segue tutte le specialità, avrebbe tante cose da chiedere. E parlando dei problemi più frequenti che le si presentano scopriamo che la zona è infestata dai COBRA e che bisogna guardare SEMPRE dove si mettono i piedi!! Alla fine la malaria è quasi un pensiero confortante!
Per l’alloggio siamo ospiti dei padri comboniani, che sono di vedute più larghe delle suore e che consentono a me di dormire sotto lo stesso tetto! Ma temo di non guadagnarci nel cambio: la stanzetta è spartana ma accettabile, mentre il bagno è lurido! Nella camera di Roberto c’era la cacca dei topi sotto il cuscino, e la zanzariera alla mia finestra ha grossi buchi. Qui ci devo passare quattro notti, non c’è telefono, spesso la luce manca... ma c’è la doccia con l’acqua calda, ed è la prima volta che mi capita in Mozambico!
Ma la grande e inattesa sorpresa è alla sera. Oggi c’è stato il matrimonio del direttore della scuola. Anzi matrimonio ma anche battesimo, comunione e cresima di alcuni dei loro otto figli! Si prepara una grande serata: cena, festeggiamenti e danze per tutta la notte! Le suore, padre Adriano (che avevamo già conosciuto a Maputo) e il portoghese padre Emanuel sono invitati... ed ovviamente noi ci aggreghiamo. Mai avrei creduto di assistere alla festa di un matrimonio mozambicano! Si mangia riso, spaghetti, verdure, pollo e capretto, una torta glassata e frittelle al cocco. La sposa è in bianco, lo sposo ha un completo tigrato grigio e nero, gli addobbi sono di bouganville alternate a festoni casalinghi fatti con fogli riciclati. Dopo cena si scatenano le danze. Prima musica americana o europea ma poi si parte coi tamburi. Scorrono fiumi di una specie di grappa, ottenuta dalla distillazione del mais.
Noi ci allontaniamo dopo cena, ma dalla frenesia e dall’eccitazione che ci sono in giro credo sia giustissima l’osservazione di Roberto “stasera qui si accoppiano tutti tranne i bianchi!”. Padre Adriano è d’accordo e si fanno pronostici sul numero delle nascite fra nove mesi...

Lunedì 15 agosto 2005
E dopo le suore... vai coi padri!
Oggi Roberto è andato a Nampula con Suor Elisabetta. Sono partiti all’alba per portare in ospedale un bimbo piccolo con una grave occlusione intestinale e torneranno domani. Sono qui da sola nella missione e sono un po’ spaesata perchè sono arrivata ieri sera, non ho capito neppure com’è collocato questo posto e non conosco nessuno.
Mi alzo alle sette e inizio a gironzolare; non trovo né la colazione né la porta per uscire... sono un po’ sgomenta. Forse era troppo presto (non indovino mai gli orari dei comboniani), infatti Padre Adriano si sta facendo la barba e neppure lui ha fatto colazione. Capisce - poveretto - di avermi a carico e mi manda a fare un giro con un ragazzino, Nazarè.
Il tapino mi accompagna in giro per la missione ma è orgoglioso di farlo: mi mostra la scuola, il dormitorio maschile e quello femminile, la falegnameria, la direzione, le case degli insegnanti, il campo sportivo e l’ospedale. Vedo una casetta da cui stanno facendo uscire panche e spazzatura, insieme a bouganville appassite... e capisco che la festa di nozze di ieri sera era dentro un’aula scolastica! Anche Nazarè ha partecipato alle danze (speriamo senza strascico di accoppiamento perchè ha solo 12 anni...) e dice che i festeggiamenti sono durati fino alle 4 di notte. Evidentemente la festa ha scombussolato tutto e tutti: stamattina gli alunni hanno atteso invano gli insegnanti... tutti a dormire per i postumi della festa! Nazarè mi accompagna nell’aula di inglese: i ragazzi credono che io sia una “profesora nova” e quando gli chiedo “what’s your name” me lo dicono alzandosi diligentemente in piedi...!
Dopo la colazione passa a prendermi Marta, una ragazza di Livigno, nipote di un missionario, che ha appena finito la scuola per infermieri e che resta qui a fare la volontaria in ospedale per un anno. Mi porta dalle suore a prendere le biciclette e andiamo in giro per la campagna verso il “centro” di Alua.
Passiamo per il mercato, dove compro due capulane, e per una specie di torrente, dove donne e ragazze seminude si stanno lavando... e che si fanno fotografare con grande tranquillità. In questo paese ci sono solo divi! Nessuno, dico nessuno che non si metta in posa per una foto! Non sono ancora riuscita a fare una sola foto spontanea, non in posa...
In paese ci raggiunge Padre Adriano, che carica me e Marta sul Toyota e ci porta in un villaggio vicino dove deve incontrare un animatore. Terra rossa, piste piene di buche, capanne di fango, baobab e cajù, bambini a frotte che corrono verso di noi facendo ciao con la mano e dicendo “tà-tà”. Insomma, l’Africa più Africa. Dopo pranzo è invece Padre Emanuel (magrissimo e taciturno portoghese) che mi propone di accompagnarlo a consegnare del cemento nel villaggio di Comala: dice che così vedo un altro po’ di foresta e faccio un altro po’ di foto (già tutti hanno capito che sono malata di foto!).
Altra terra rossa, altre buche profonde e altri baobab.. .e villaggi ancora più poveri ed isolati. Mi fa rabbia sentir dire “qui sono poveri ma sono sereni, felici di quello che hanno” perchè credo sia una grande scemenza, una visione scioccamente idilliaca dell’Africa. Il fatto che qui, anche in un piccolo villaggio, il furto a danno dei “bianchi” sia all’ordine del giorno dimostra in primis che gli africani non sono stupidi, e poi che tutti desiderano avere di più e di meglio... quando sanno che esiste.
E attraversando gli sperduti villaggi verso Comala viene da chiedersi se davvero qui si sia consapevoli che esiste “altro”. Non c’è acqua, non c’è luce, solo la scuola giusto per imparare un po’ di portoghese, la “città” è a molte ore di cammino e andarci per comprare qualcosa al mercato è un avvenimento. Un avvenimento come la serata video, quando arriva un tizio con un generatore e un televisore per far vedere (a pagamento) qualche film in videocassetta. Qui davvero si può nascere, crescere e morire senza sapere che esiste e com’è l’“altro”. Questi forse non sanno neppure che altri africani partono per l’Europa stipati sui barconi... e neppure sanno che cosa quelli vadano a cercare.
Non so se ciò sia meglio o peggio. So solo che c’è qualcosa di sbagliato in entrambe le parti del mondo. Nel loro fatalismo e nella loro rassegnazione, ma anche nella nostra folle corsa dietro non sappiamo neppure noi cosa. Otto giorni di Africa mi hanno cambiato se non la vita, il modo di viverla. Tutto è lento, dilatato, quasi senza tempo. Non guardo quasi mai l’orologio. Alla mattina non ho la più pallida idea di cosa farò, dove andrò e con chi durante la giornata. E tutto ciò mi sembra assolutamente normale.
Oggi pomeriggio per esempio è normale sbudellarmi per un’ora e mezzo di auto in mezzo alla foresta, facendo “tà-tà” a tutti quelli che incontro, per portare cinque sacchi di cemento in una comunità sperduta dove si sta costruendo la nuova scuola. Quando scendo dal Toyota alcune decine di bambini a dir poco laceri mi si stringono attorno, non capiscono neppure i soliti saluti in portoghese che tento di biascicare, e mi fissano in silenzio come una bestia rara. Non credo abbiano mai visto (o molto raramente) una donna bianca.
Dopo cena i due padri si mettono a cantare. Da “Cielito lindo” a “Romagna mia”, passando per “Piemontesina bella” e “La bella la va al fosso”. Ma il clou è quando Padre Adriano (sanguigno ex operaio) si lancia con “Carlo Martello” di De Andrè, comprese le diverse voci dei personaggi!
Poi facciamo due passi per accompagnare Marta e Tina al loro dormitorio: incredibile, mi sembra una cosa assolutamente normale anche puntare verso terra la torcia elettrica e piroettarla per non calpestare serpenti! Ma stasera la luna è crescente e nonostante le nuvole la missione è piuttosto illuminata. Camminare così tra le palme e i cajù, sotto la luna, mi dà una pace davvero rara.
Atè amanha. A domani.

Il prosieguo del diario di viaggio potrà essere letto prossimamente, sempre sulle pagine virtuali di Ci Sono Stato!Da leggere e ponderare: l'Africa più amara, anni luce dagli stereotipi delle riviste patinate

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