Mongolia, la terra del cielo blu

in viaggio con Daniele Robino in Mongolia

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Mongolia, la terra del cielo blu

Progetto "Gobi Expedition '03"
MTB: Spedizione in solitaria e autosufficienza in mountain-bike in un periodo di tre mesi (settembre - novembre) con i seguenti obiettivi: Traversata del Deserto del Gobi (Ulaan Baatar - Sainshand - Dalandzadagad - Shinejinst - Altai - Khovd - Olgii) seguendo le piste più meridionali. Terreni sassosi e aridi coperti di arbusti e dune di sabbia.
SKI: Salita e discesa con gli sci della cima del Tsast Uul (4193 mt.) e del Tsambagarav Uul (4202 mt.) nella provincia di Khovd, sul confine delle province di Bayan - Olgii

Itinerario

Seduto sull’instabile aereo di fabbricazione russa che mi sta portando nell’aimag di Bayan - Olgii, la provincia piùoccidentale della Mongolia, mi domando che cosa mi ha spinto fin qui. Non vedo villaggi, corsi d’acqua né strade interrompere le migliaia di chilometri di terreno arido sassoso che per ore scorrono sotto di me. Dovrò attraversare l’immensa e minacciosa distesa del deserto del Gobi su una bicicletta che pesa oltre mezzo quintale: che cosa succederà quando sarò in mezzo alla zona più incontaminata e desertica di tutta l’Asia? Non avevo mai visto dall’alto uno dei tanti deserti attraversati avendo tanto tempo per riflettere…
"Sain baina uu! ta ali ulsaas irsen be?" così mi distrae un signore sulla cinquantina vestito con il Del, tipico abito mongolo, incuriosito dalla mia presenza. Sono l’unico occidentale sull’aereo e l’espressione del mio interlocutore è incredula quando a gesti, mimando la bicicletta, indico il deserto. Poche ore dopo recupero le scatole di miei materiali da un camion di bestiame su cui sono stati scaricati i bagagli.
A Olgii, un angolo sperduto al confine con il Kazakistan, i complessi preparativi logistici per la scalata delle cime del Tsast Uul (4193 mt.) e del Tsambagarav Uul (4202 mt) occupano completamente i primi giorni in terra mongola. Sono così concentrato che solo sulla cima del Tsambagarav Uul, con gli sci giàai piedi per la discesa, metto a fuoco che sono a 2500 chilometri dalla capitale, 250 dal villaggio più vicino e a 2500 metri di dislivello dalla mia tenda. Insomma molto, molto lontano.
Per raggiungere la cima, una delle più alte dell’Altai Nuruu, la catena montuosa più imponente del paese, ci sono voluti sette giorni di spostamenti in vallate prive di piste verdi e ricche di guadi, aggirabili solo grazie a Oshho, la mia guida kazaka. Sono solo all’inizio della mia avventura e le mie energie sono ancora intatte, nonostante le fatiche dovute al maltempo che durante la seconda salita mi ha costretto al rientro; sulla via del ritorno, verso Olgii, la mia mente è già rivolta al deserto. Chiuso in una stanza polverosa e priva di luce, trascorro la notte prima della partenza a montare la bicicletta e a controllare in modo ossessivo l’attrezzatura, preparandomi all’incontro con il Gobi. Ci sono solo trecento metri d’asfalto per uscire dal villaggio e, lasciata l’ultima casa sulla destra, la pista diventa un tracciato sconnesso di terra e sassi per 350 km.
Per un paio di giorni il vero deserto si fa attendere, percorro vallate ricche di vegetazione bassa, punteggiate di minuscoli laghetti, che non compaiono sulle mie cartine, in cui si riflettono cime costantemente innevate. Passo Kashhaat Davaa! Dopo 50 km. sotto un sole cocente e contro una indescrivibile tempesta di sabbia che ha reso il cielo color ocra, eccomi a 2700 mt. Impegnato a rimanere in piedi e immerso in nuvole di polvere che mi costringono a coprirmi la bocca per respirare, cerco di capire in quale direzione dirigermi. Non riesco ad intravedere un sentiero e la tempesta si accanisce sempre di più, tanto da costringermi a ripararmi dietro una formazione rocciosa e montare la tenda per trascorrere le poche ore di luce che restano.
Avevo sentito parlare delle famose tempeste di sabbia e terra del Gobi, ora sento la loro voce incessante ululare contro le pareti del mio umile riparo per ricordarmi che non devo sottovalutare la forza della natura di questa regione. La cosa più importante è rendersi subito conto che il sogno che si vive prima della partenza ora è la tua realtà quotidiana. Prima si riesce ad affrontare questo passaggio, prima si è in grado di superare ogni tipo di avversità con la massima energia. Qui non ho spazio per il confronto con la vita "normale", quanto sto vivendo è ora la mia unica "normalità" e, come tale, priva di possibili alternative. Rinunciare? Non posso neanche pensarci, non ci sono alternative!
Per giorni mi dirigo verso le province del sud Khovd e Altai, verso il vero deserto del Gobi: il luogo del nulla spazio temporale. Mi rendo subito conto che le piste sono solo un’ipotesi e pedalo inventando sentieri che non esistono per trovare improbabili pozzi d’acqua per sopravvivere, il tutto affidandomi solo al gps e al mio senso dell’orientamento per intuire un passaggio percorribile dalla bicicletta tra le steppe ondulate.
Di tanto in tanto, solo la compagnia di alcuni gruppi di cammelli selvatici e cavalli bradi lanciati al galoppo smorza la solitudine in questo angolo di terra ai confini del mondo. Ovunque ci sono arbusti spinosi e il saxual, un arbusto che impiega un secolo a raggiungere l’altezza di quattro metri, con il ruolo di trattenere le sabbie desertiche e prevenire l’erosione. Per una giornata la pista diventa sorprendentemente liscia, sono stanco, ma perlomeno posso proseguire libero di godermi questa inebriante e affascinante sensazione di vuoto.
Durante le prime settimane di settembre, la fine dell’estate mi regala ancora giornate con temperature gradevoli, anche se il vento e l’imbrunire portano con sé il gelo e l’annuncio che l’autunno lascerà presto il passo ad un drastico inverno. Il centro di Altai, una delle località più grandi del Gobi, è qualcosa che potrei chiamare una piccola città fatta di poche case in cemento circondate da molte ger e solo la via centrale asfaltata.
Arrivo che è ormai buio e l’illuminazione notturna per le strade è assente, costringendomi a vagare come un fantasma alla ricerca di qualche ombra a cui chiedere informazioni. Incontro Zerik, un ragazzino di 14 anni che si offre gentilmente di accompagnarmi nell’unico Zochid Buudal (albergo) del posto. Una signora, seduta sulla porta, mi fa entrare con la bicicletta nell’atrio e subito mi porta dell’acqua in un secchio per rinfrescarmi. Mentre ancora mi sto togliendo la polvere di tre giorni dal viso, mi porge una scodella di Buuz, i tipici gnocchi di carne di montone al vapore. A volte le parole sono superflue, vedendo la mia faccia impolverata e stremata, mentre cerco di spiegarmi tra un boccone e l’altro, mi sorride e mi dice: Tsutsaan! Riconosco la parola "stanco" mentre lei e il ragazzo cominciano a portare le borse della bici verso la mia stanza!
Ogni alba, in piedi di fronte all’orizzonte, osservo affascinato il sole che sorgendo scioglie il gelo sulla tenda, mentre cerco di scaldarmi con qualche bevanda calda per colazione. Spesso la sera precedente ho allestito il campo nell’oscurità e il panorama che mi si presenta è del tutto inaspettato. Smonto la tenda e carico la mia bici controllando che tutto sia funzionante e, nel più assoluto silenzio, le mie ruote cominciano a scricchiolare sulla ghiaia della pista. Con le prime pedalate mi chiedo sempre cosa mi riserverà questa giornata, che sarà diversa anche solo per come la fatica e la solitudine la dipingono su uno sfondo di mezze montagne ornate di nuvole dalle forme impressionanti.
Le ore si susseguono e il vento diventa sempre più forte e la guida più impegnativa per i lunghi tratti sabbiosi che mi costringono a spingere per un tempo interminabile, come in un terrificante film al rallentatore. La gioia per l’inizio di un nuovo giorno lascia così subito spazio alla concentrazione per dominare ansia e fatica su piste che sembrano portare in posti improbabili. Il vento è cosi’ forte che non posso lasciare la bici sul cavalletto mentre consulto i punti gps sulla carta, cercando di non farmi strappare i fogli di mano dalle raffiche improvvise.
Pedalo per circa otto ore, con la mente che si perde nell’infinito di un orizzonte in cui si ha l’impressione di scorgere la curvatura della terra, fintanto che uno scheletro di cammello mi ricorda che devo assolutamente trovare il prossimo pozzo d’acqua entro due giorni. Quando mi fermo per riposare, non ci sono alberi o massi per ripararmi e il sudore comincia immediatamente a gelarsi sulla pelle. L’unico rimedio è coricare la bici e usare un telo protettivo come guscio sotto il quale mangio qualcosa e trovo tregua dal vento… un attimo di pace.
So di essere a 200 km. dal prossimo villaggio e da tre giorni non vedo una persona all’orizzonte mentre sono costretto a non lavarmi e a bere l’acqua in cui cucino la pasta per cena. I chilometri percorsi in un’ora a volte non sono più di otto, dieci e mi devo fare violenza per non guardare il contachilometri. L’emozione di vivere una natura selvaggia e isolata si alterna al desiderio di terminare la giornata per rinchiudersi nella tenda e terminare lo sforzo, riordinare i pensieri e rivivere quanto trascorso.
Quando ormai la stanchezza sta prendendo il sopravvento e il senso di solitudine sta dominando la mia mente, vedo comparire dal nulla una ger, la tipica tenda di feltro mongola, un piccolo puntino bianco nel vuoto di un paesaggio senza recinzioni e terre private. Pochi secondi dopo scorgo su un’altura, a poche decine di metri, due pastori nomadi a cavallo, vestiti con lunghi abiti colorati mossi dal vento, osservarmi con l’aspetto di soldati di fanteria dell’esercito di Gengis Khan.
Così ho conosciuto i nomadi del deserto, gente indissolubilmente legata alla natura, agli animali e alla libertà. Gente fiera, pastori di capre e cammelli, dall’ospitalità infinita, che mi offre, ancora in bicicletta, tsai e aaruul (tè salato con latte fermentato e ricotta dura) per poi invitarmi a trascorrere la notte nelle loro umili dimore. Durante le lunghe ore trascorse intorno al fuoco, comunicando a gesti, mi mostrano con orgoglio i loro cannocchiali sovietici e mi considerano un nomade tra i nomadi. Loro si spostano con il cammello ed io con la bicicletta, caricando e scaricando le mie cose, faticando come loro per i più elementari bisogni quotidiani.
Sto pedalando su un altipiano ad un'altezza media di 1200 metri, a sud della catena montuosa Changai, dove devo superare continui passi per inoltrarmi in valli sempre più selvagge, in direzione Bayankongor. Decido di spostarmi ancora più a sud, per raggiungere il piccolo villaggio di Bayanlig, in pieno deserto. Mi accampo lungo un minuscolo corso d’acqua, che mi aspettavo prosciugato, accanto ad una ger occupata da un'intera famiglia nomade. Finalmente, dopo molti giorni, posso lavarmi e cucinare senza preoccuparmi di razionare l’acqua.
In poco più di dieci minuti, una famiglia nomade con tre bambini mongoli arrivano alla mia tenda e, con fare intimorito, mi porgono del formaggio e dell’airag (latte fermentato) osservando in silenzio tutte le cose che possiedo, specialmente le bici. Con lo sguardo curioso cercano un motore e restano attoniti quando non lo trovano. Dopo aver spiegato loro la mia storia, vogliono assolutamente che trascorra la notte con loro e, raccogliendo tutte le mie borse, si avviano nell’oscurità verso la loro tenda. Non sanno che cosa sia una macchina digitale e la sorpresa è generale quando scatto alcune foto dei bambini e le mostro loro. Quando anche l’ultimo mozzicone di candela si spegne, il buio ci coglie tutti coricati su consunti tappeti che odorano di montone e io, coperto di pelli di yak, mi addormento abbracciato dai due bambini più piccoli.
Al mattino mi metto in marcia e lascio ai miei ospiti un chilo di riso, della cioccolata e una parte del mio cuore! La bici pesa oltre 55 kg, considerando 15 litri di acqua per sopravvivere una settimana e, dopo tre giorni di terreno arido e duro come la pietra, il cerchione posteriore non ce la fa più. Dopo due giorni di attesa in una zona assolutamente isolata, con le riserve di acqua al termine, spingo la bicicletta per 40 km. senza sentieri, trovando un valico tra le montagne solo grazie al gps. Raggiungo finalmente una pista dove, dopo 24 ore di attesa, un camion di rifornimenti mi trasporta ad Arvaycheer, dove riesco a riparare la bici.
Percorrendo una pista che segue verso sud il fiume OngiGol, non mi devo preoccupare per circa 200 km. dell’acqua. Il terreno diventa sempre più piatto e mi sorprende dover trovare un passaggio in una piccola catena montuosa. Purtroppo tutte le valli tra le rocce sono completamente sabbiose, testimonianza che da molto tempo la pioggia non fa la sua comparsa.
Costretto ad un'eterna battaglia con la sabbia per la maggior parte della giornata ,eccomi a Mandal Ovoo, dove il fiume si prosciuga definitivamente e devo cambiare un copertone distrutto da un sasso. La malinconica ma altrettanto affascinante monotonia del deserto si riempie di colore e forme a Bayanzag, dove formazioni di sabbia rossa e rocce creano al tramonto un paesaggio dalla misteriosa bellezza.
Nel deserto del Gobi l’inverno si presenta in modo tragico e improvviso, tale da farmi trovare un mattino -14° e una violenta tempesta di sabbia. Decido dunque di concedermi un giorno di riposo e dedicarmi alla caccia di uova di dinosauro, un tempo padroni di questa fascia di deserto. Nonostante la stanchezza per le cinque settimane trascorse in sella e la precaria alimentazione, decido di affrontare una pista che mi porta direttamente alle dune di sabbia di Khongoryn Els, le più spettacolari e alte della Mongolia.
Tre giorni di estenuanti pedalate e 17 forature dovute al terreno spinoso per superare la catena montuosa Gurvan Saykan, mettono in dubbio l’effettiva percorribilità di una via che avevo intuito solo sulle mappe. All’improvviso scorgo dune dorate, alte anche 800 metri, che si adagiano dolcemente sui prati verdi che le circondano. Quando alcune ger mi danno la certezza della presenza umana, la tensione si allenta e la commozione mi prende alla gola. Costeggio le dune per 100 km. in direzione Dalanzadgad, una cittadina ventosa nell’Aimag di Omnogov, dove incontro i primi turisti occidentali in fuoristrada. Sono increduli vedendomi a 200 km. dal confine cinese e a 800 km. dalla capitale e ascoltando la mia avventura non riescono ad immaginare che abbia percorso tre quarti del deserto da solo in bicicletta.
Le temperature oscillano tra i -7 e -15° a mezzogiorno e sto utilizzando ormai tutto l’abbigliamento invernale che trasporto per riparami dal vento gelido, che ghiaccia completamente l’acqua nelle borracce. Alcune brevi nevicate cominciano a ricoprire le piste di un sottile manto bianco, creando spesso dubbi nell’individuare la giusta direzione. Solo una grossa pietra, che improvvisamente blocca la ruota mentre spingo, mi fa alzare la testa piegata sul manubrio, chiusa nel cappuccio in goretex per proteggermi dal vento. Spesso riesco a pedalare bene e quando il cielo si rischiara e riprende per un attimo il suo tipico colore blu cobalto, il bianco che mi circonda accentua l’inebriante sensazione di spazio.
Da Kharkorin, l’antica sede della capitale mongola, sono poco più di quattro giorni per raggiungere Ulaan Baatar, su uno dei pochi tratti asfaltati intorno alla capitale. Quando ormai mancano pochi km. all’arrivo, realizzo che per tre mesi ho vissuto la vera essenza del deserto del Gobi, in tutte le sue forme, colori e stagioni. Le mie gambe cominciano a rallentare, quasi non volessero terminare la loro marcia e mi rendo conto che ho mani e piedi congelati, che sono distrutto dalla fatica tanto da chiudere spesso gli occhi mentre sto pedalando; per tre mesi ho vissuto un paradiso e un inferno allo stesso tempo, a seconda di cosa vai cercando, uno stato mentale in cui coesistono in perfetta sinergia il rapporto con se stessi, l'avventura e la dimensione umana della vita. Per me, che l’ho attraversato in bicicletta, è stato semplicemente il giardino più grande del mondo dove le esperienze umane hanno preso il posto, nella memoria, dei luoghi visti.
Mi siedo su una panchina del parco Nairamdal esitando a cercare l’ultimo hotel e, mentre penso che non dormirò più per terra accanto a bambini nomadi che mi stringono la mano, mi risuonano nelle orecchie le parole di un antico poeta persiano "la vita è un viaggio e viaggiare è vivere due volte"… e io ho ancora tanta voglia di vivere!

Se io ho la possibilità di "vivere due volte", sfortunatamente ci sono persone che non hanno neanche la possibilità di vivere una sola vita "normale". Vorrei che un giorno tutti i bambini potessero vedere le cose meravigliose che incontro sul mio cammino, che potessero vivere, anche in minima parte, le emozioni che provo. Perché abbiano questa possibilità, i bambini devono avere prima ancora la possibilità di vivere. Da quando ho capito che, realizzando i miei sogni, posso contribuire a realizzare anche le speranze di altri, le soddisfazioni per un viaggio si amplificano.
Anche quest’anno sono protagonista di un progetto di solidarietà, che prevede la distribuzione di 8000 cartoline per la raccolta fondi a favore dell'UGI (Unione Genitori Italiani contro il tumore dei bambini), con sede al Regina Margherita, Piazza Polonia, 94, 10126 Torino - Tel/Fax (011) 6634706 - E-mail: ugi@virgilio.it
Soltanto vedendo chi "non siamo" e dove "non viviamo" possiamo avere una coscienza più chiara della nostra realtà. Le esperienze, le emozioni che vivo nelle mie avventure mi aiutano a vedere il mondo e me stesso in modo più obiettivo e sereno e mi spingono a cercare ancora e ancora…
Il mio impegno vuole essere un contributo e una richiesta per la vita: un giorno, pedalando, incrocerò lo sgambettare veloce sui pedali di un bambino che, volendo emularmi, mi saluterà; allora mi ricorderò che forse è anche grazie a me che continuerà a salutare, per tutta la vita, altri ciclisti.

Un'esperienza di viaggio e umana che cambia la vita

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