Mongolia: dal Gobi agli Altai

in viaggio con Massimo Cavallo in Mongolia

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Mongolia: dal Gobi agli Altai

Il territorio della Mongolia si estende per una vastità di 5 volte l’Italia e ospita circa due milioni di abitanti di cui circa 800.000 nella capitale UlanBaataar. Queste cifre danno il senso di quanto poco è abitato questo paese. L’immenso territorio mongolo presenta grandi contrasti naturali, le catene montuose a nord-ovest, gli altopiani e la steppa a est, il deserto a sud. Questa grande diversità di paesaggi e conformazione geografica comporta una grande differenza di clima. Sicuramente il modo migliore per visitarla in completa indipendenza e autonomia è la moto.Alla scoperta di un mondo ma anche di se stessi...Mongolia, terra estrema, non solo geograficamente; stretta tra la Siberia e la Cina, condizionata quindi dal freddo dei ghiacci a Nord e dal deserto a Sud, offre a chi la visita scenari e paesaggi che cambiano in continuazione, così come appunto il clima.Spedita la moto con due mesi di anticipo, via mare per Tientsin, il il 15 luglio tocchiamo anche noi il suolo mongolo. Già dall’aereo ci rendiamo conto di cosa ci aspetterà: interminabili vallate, sconfinate steppe e l’assoluta mancanza di alberi. Questo paesaggio rievoca alla memoria un solo nome: Temujin, meglio conosciuto come Gengis Khan, il più grande condottiero di questo popolo, colui che grazie al suo spirito guerriero spinse i mongoli alla conquista del Tibet, della Cina, del Turkestan fino ad arrivare alla Georgia. Morto nel 1227, la leggenda narra che chiunque avesse assistito al passaggio del carro funebre, avrebbe accompagnato il suo Signore nell’aldilà.
Lo sdoganamento della moto comporta le consuete burocrazie e con grande pazienza recuperiamo il container quattro giorni dopo il nostro arrivo ad UlanBaataar. Il primo problema si verifica quando mi accorgo che la mia moto è caduta e il serbatoio è bucato. Passo così la serata in cerca di vetroresina per rattoppare il buco.
Il giorno seguente, controllate le moto e caricati i viveri, l’acqua e la benzina, partiamo in direzione Sud, consapevoli che, finiti i soli 50 km. di asfalto, troveremo solo piste, e non sempre. Il cielo è coperto, ma fa molto caldo; sapendo che, nonostante tutti gli altri problemi, il più grande nemico per un motociclista in Mongolia è il fango, guidiamo con un po’ d’affanno, consapevoli che la possibilità di trovare il pantano potrebbe coincidere con la fine del viaggio.
La sera facciamo campo 100 km. prima di Mandalgovi, e, dopo aver cucinato uno dei menù liofilizzati, ci ritiriamo nella tenda i cui colori insieme al falò, unica fonte di luce, risaltano nella steppa mongolica che volge al tramonto.
La notte non è tranquilla, diluvia, c’è molto vento, tanto da dare la sensazione che la tenda possa volare via e più di una volta mi viene da buttarmi sui picchetti ma fortunatamente il tutto dura per poco più di tre ore, l’alba è vicina e un tiepido sole fa brillare la rugiada sugli immensi prati davanti a noi: bene, tutto questo è di buon auspicio.
La pista sabbiosa, grazie all’acqua della notte, è più dura e compatta, così riusciamo a viaggiare a tratti anche a 90 km/h. Lo sguardo sempre attento al GPS non mi permette sempre di godermi il paesaggio, ma è troppo importante non perdere la traccia senza la quale il viaggio non sarebbe realizzabile. Immersi nell’immenso spazio e nell’inquietante silenzio, non resta che procedere con la moto e cercare di farsi penetrare da questa tranquillità per noi insolita.
Nulla che limiti la vista, in tutte le direzioni si vede solo l’orizzonte, il verde della piatta steppa mongola e l’azzurro intenso del cielo. I due colori si incontrano talmente lontano da rendere percepibile la convessità della Terra.
Ci fermiamo a Dolon, dove ho il tempo di smontare il serbatoio che continua a perdere, portandomi il morale sotto le scarpe: questo problema mi condiziona, ma dopo alcuni giorni la questione viene risolta applicando alcune viti che chiudendosi fermano il flusso di benzina. Siamo nei pressi di Dalandzadgad: da qui, con grande emozione seguiamo la pista che ci porterà nella zona del Kongoryn Else, il più grande accumulo di sabbia in Mongolia che si estende per 900 km. quadrati. Dune di 500 metri delimitano quello che a mio parere è il più bel deserto della Terra, il deserto di Gobi. Il vento, che arrivando da nord-ovest soffia in maniera continua, insinuandosi tra le dune dà origine a suoni melodici, così da rendere note queste ultime, appunto come “Dune cantanti”. Si ha la percezione di una vastità senza limite che crea in noi una sensazione di disorientamento e solitudine totale.
Nonostante lo scenario, dobbiamo lasciare il deserto e il campo attrezzato sul manto erboso ai piedi delle dune per dirigerci verso Altay, capoluogo amministrativo della regione del Govi Altay, regione da cui prende il nome la catena montuosa più importante del Paese.
Prima di salire verso passi montani sino a 3100 metri, attraversiamo la zona paludosa di Orgon e Jargalant, dove a causa di una foratura siamo costretti a sostare una notte nei pressi di una grande palude infestata da zanzare. Partiamo all’alba accompagnati da una fitta pioggia che, se non altro, ci dà un po’ di tregua nei confronti delle zanzare. L’aria che respiriamo è fresca, solletica le narici, segno che stiamo salendo, il GPS segna 2740 metri; iniziamo a costeggiare cime innevate e laghi d’altura le cui limpide acque inviterebbero a riempire le borracce, ma non ci fidiamo, dato che avere problemi in questi luoghi potrebbe essere pericoloso.
Alcuni guadi con l’acqua fino alla sella provocano brividi che solo dopo alcuni minuti di sosta al sole passano e ricordiamo con nostalgia le calde giornate nel Gobi, ma dalle gher esce il fumo delle stufe già dal primo mattino: i mongoli sfoggiano pellicce di yak e capra, segno che il caldo non lo patiremo più.
Ci fermiamo nei pressi di un Ovoo, simbolo della religione buddista che consiste in un cumulo di pietre con in punta le classiche bandierine che affidano al vento il trasporto delle preghiere: nella tradizione mongola è di buon auspicio deporre ai suoi piedi dei soldi e percorrere tre giri in senso orario.
Molte volte abbiamo cercato la possibilità di vivere da vicino la realtà mongola: ospitati sempre con grande generosità abbiamo rinunciato volentieri alla nostra tenda per poter dormire in una gher per poter provare la dieta monotona dei mongoli a base di latte di cavalla fermentato e i suoi derivati, capra bollita e frollata. La gher è una tenda che si adatta perfettamente al clima continentale e alla vita nomade del paese: è costruita da piccoli telai in legno a sostegno dei teli che formano le pareti laterali di forma circolare. Una gher di dimensioni medie offre un’area coperta di ci circa una ventina di metri.
All’interno di ogni tenda l’oggetto di maggiore importanza è il focolare. Posto al centro, ha un valore non solo pratico ma indica simbolicamente il rapporto con i genitori, con gli antenati, i predecessori. Il fuoco è alimentato da sterco di yak. Periodicamente le Gher vengono spostate utilizzando carri trainati da buoi o completamente smontate.
Il pensiero che molte volte ha condizionato tratti di questo viaggio si materializza quando, nei pressi della zona di Bayanbulag, percorrendo un tratto di pista sabbiosa a velocità sostenuta, non ci accorgiamo di una vasta palude di fango e quando realizziamo la situazione le gomme della moto sono quasi inghiottite dal fango. Dopo circa sei ore riusciamo a liberare le moto con l’utilizzo di una pala e tornando sulla sabbia ripercorriamo a ritroso la stessa pista, questa volta seguendo la costa della montagna.
Il fatto di essere riusciti a superare quello che era il nostro tabù mongolo ci fa sentire rafforzati nel morale e più forti nello spirito, tanto che io non sento più il forte dolore alla spalla dovuto a una precedente caduta, convincendomi che l’effetto di sollievo non è causa degli antidolorifici.
Essendo priva di strade, la Mongolia è percorribile solo con l’aiuto di cartine militari satellitari russe o americane e il GPS; arrivati in prossimità di villaggi confrontiamo le coordinate del GPS con quelle della cartina e se combaciano è un grande sollievo, il punto dove siamo esiste, stiamo seguendo l’itinerario da noi evidenziato sulla carta. Per questo viaggio ci siamo serviti di circa 80 punti satellitari, in parte estrapolati da cartine militari russe, altri scaricati da Internet.
Percorriamo mulattiere sempre ad altezze superiori i 2000 metri e spesso ci accompagna la pioggia: nonostante il disagio i paesaggi sono però mozzafiato, spesso con piacere sostiamo nelle gher per scaldarci bevendo del tè caldo. La voglia di comunicare per noi e di conoscere per loro è tanta, ma dopo alcuni minuti desistiamo e i gesti lasciano spazio agli sguardi, peraltro più significativi e comprensibili che mai.
Verso sera arriviamo ad Olgji, squallido paese vicino al confine con la Russia e per questo motivo popolato da loschi individui che utilizzano la frontiera per il contrabbando. Il posto non offre niente di importante se non un mercato dai brillanti colori e dal solito caos asiatico.
A causa del carattere nomade del popolo mongolo che, visto il cambiamento del tempo smonta le gher per avvicinarsi alle città più grandi in cui il freddo invernale (anche –50) è più facilmente combattibile, aumenta il via vai dei mezzi con conseguente diminuzione della facilità di trovare benzina; siamo quindi costretti a organizzare il rientro ad UlanBaataar.
Puntiamo in direzione di Hovd, bellissimo villaggio di gher posto in una lussureggiante valle verdissima per la presenza di numerosi corsi d’acqua, dove ci rendiamo conto della sempre più scarsa presenza di benzina: decidiamo quindi di noleggiare un camion che possa caricare le moto e portarci nella capitale. Dopo alcuni giorni di ricerca troviamo Beck, proprietario di un track russo la cui prima impressione non è delle più positive, ma che alla fine avremo torto: infatti dopo quattro giorni con solamente quattro ore al giorno di sosta, arriviamo distrutti ad UlanBaataar, e le moto più di noi.
Più in fretta del previsto ridoganiamo le moto alla volta dell’Italia, utilizzando un container che via treno raggiungerà TienTsin, e poi via mare il porto di La Spezia. Abbiamo il tempo di visitare la capitale mongola nelle sue attrazioni primarie: il museo dei dinosauri, per i quali la Mongolia sembra essere la culla dei più grandi ritrovamenti, ed in ultimo il Gondanteghinlen Temple. È il luogo dello spirito, più semplicemente chiamato tempio di Gondan, costruito nel 1823 come scuola buddista, che resistette alla distruzione russa perché ritenuto così bello da essere sfruttato turisticamente. Il Dalai Lama ha già visitato tre volte questo luogo, alcui interno è presente la statua del grande Buddha alta 30 metri.

Dopo circa 5.000 km. di sterrato molto impegnativo che ha messo a dura prova sia noi che le moto, torniamo in Italia consapevoli, nel nostro piccolo, di aver compiuto una piccola grande impresa, rubando una frase al grande Messner “ognuno di noi ha il suo Everest”: penso che per quanto mi riguarda il mio l’ho avuto non molto lontano dal Nepal.
Questi pochi appunti di viaggio sono una raccolta di impressioni, pareri ed emozioni relative a quell’incredibile paese che è la Mongolia, la bellezza dei paesaggi, la storia, le usanze, i costumi, non sono che il contorno a quella che, a mio parere, è la cosa più affascinante di un viaggio in una realtà completamente diversa da quella in cui si è abituati a vivere: la quotidianità. La cosiddetta vita di tutti i giorni, è senz’altro la peculiarità di un qualsiasi viaggio: nonostante i ricordi e le numeroso fotografie che ho archiviato, le situazione che ho vissuto, niente mi ha dato più sensazioni del silenzio del deserto o della totale percezione della solitudine delle steppe, ma soprattutto nessuna guida o rivista me lo ha saputo raccontare.

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