Marocco: città imperiali, deserto e mare

in viaggio con Irene_e_Paolo in Marocco

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Marocco: città imperiali, deserto e mare

Dopo lunghe meditazioni, soprattutto dovute al fatto di avere le ferie obbligate a metà agosto, decidiamo di prendere coraggio e affrontare la calura marocchina per un viaggio on the road di due settimane.
Partiamo mercoledì 9 agosto con il volo Alitalia Roma-Casablanca delle nove di mattina. Sveglia all’alba, trenino per l’aeroporto, solita trafila per l’imbarco, e poi partenza e atterraggio in orario (tempo di volo 2h30’). All’aeroporto di Casablanca, ritiriamo alla Hertz la macchina affittata, una peugeot 206 grigia con aria condizionata, e partiamo alla volta di Rabat, dove abbiamo prenotato la prima notte all’hotel Cellah (discreto, colazione ricca, ma niente di eccezionale). Due settimane in libertà nell'incantevole Paese maghrebinoMercoledì 9 agostoTra Casablanca e Rabat utilizziamo l’autostrada, i pedaggi sono più di uno, ma tutti dell’ordine dei 15 dirham (1,5€).
Le autostrade marocchine sono generalmente in buone condizioni, con limite di velocità 120Km/h, ma i continui attraversamenti di pedoni le rendono insidiose. La benzina costa leggermente meno che in Italia (10,3 dirham al litro per la senza piombo)… non una differenza significativa. Discorso a parte merita la segnaletica, scarsa ma fortunatamente in doppia lingua, arabo e francese, e la toponomastica in città: le vie e le piazze spessissimo non riportano il nome e nei souk le targhe risultano cancellate, come se si volesse aggiungere un po’ di complicazione al cammino di chi ci si avventura.
La medina di Rabat non è vicinissima all’albergo, ma dopo aver lasciato i bagagli ci avviamo a piedi. E’ il nostro primo impatto con il Marocco, ed è un impatto ‘soft’. La medina è tranquilla, il souk sembra un mercato qualsiasi, senza grida o strattonamenti, e, rispetto alle esperienze di Istanbul, i venditori sembrano meno agguerriti.
Proseguiamo per la Kasbah, dalla quale si può vedere l’Atlantico, e rimaniamo sorpresi dall’affollamento delle spiagge: è martedì, ma gli ombrelloni ricoprono la sabbia fino a farla scomparire, e la gente è davvero tantissima. Rimaniamo un po’ perplessi di fronte ai teli che scendono dagli ombrelloni fino a formare una specie di capanna riparata da sguardi indiscreti, così come dalle donne che fanno il bagno praticamente vestite. Io ripenso ai miei bikini, peraltro castigatissimi, e prevedo momenti di imbarazzo, ma nel frattempo ci godiamo l’aria fresca e un caldo asciutto che ci fanno dimenticare l’afa romana.
Andiamo a cena in un ristorante indicato sulla Lonely Planet (il Bahia, incastonato nel muro esterno della Medina): pur consapevoli del fatto che troveremo molti turisti che avranno seguito lo stesso consiglio, decidiamo infatti di cedere alla comodità di un indirizzo ‘testato’. E non ce ne pentiamo: il locale è caratteristico e noi abbiamo il primo impatto con la cucina tipica marocchina, insalate con rape rosse, peperoni, pomodori, lattuga, patate lesse e uova sode, e tajine di manzo con prugne e mandorle, cotta nei caratteristici tegami di coccio con il coperchio a punta. Soddisfatti e stanchi per questa prima giornata, prendiamo un petit taxi, le famose Fiat Uno dei primi anni ottanta che sfrecciano per tutte le città marocchine incuranti di pedoni e altri veicoli, e andiamo a dormire.

Giovedì, 10 agosto
Lasciamo Rabat per dirigerci a nord. Vogliamo vedere i Giardini Esotici. Scopriamo che il sistema di indicazioni stradali marocchino è tutt’altro che organizzato, e anche che la Lonely Planet dovrebbe aggiornare le sue cartine (gli accidenti si sono sprecati durante l’intero viaggio!).
Dopo un po’ di giri a vuoto, troviamo la meta e giriamo per i giardini costruiti da un eccentrico francese che, nell’ottocento, decise di creare tanti sottosistemi ispirandosi ai paesi più esotici. E così c’è l’angolo cinese, quello giapponese, messicano, sudamericano, etc etc. I fiori sono bellissimi, così come i numerosi ponticelli in legno e gli stagni che sembrano tappeti d’erba (penso che più di una persona ci sia caduta dentro pensando di poterci camminare sopra come se fosse un prato, visto che l’acqua è praticamente invisibile). Lo scenario ci porta a scattare un numero impressionante di fotografie, e non sfuggono al nostro obiettivo neanche rane e tartarughe d’acqua.
Terminata la visita e dopo mancia al parcheggiatore (sempre mance al parcheggiatore!), ripartiamo per la Plage des Nations, dove non affittiamo un ‘parasol’ (nonostante ci sia ripetutamente proposto) e oziamo fino alla partenza per Fez, dove arriviamo in serata. Il collegamento è con autostrada, l’ultima che vedremo per giorni, e impieghiamo circa tre ore.
All'uscita dall'autostrada si affiancano numerosi ragazzi in motorino, che si propongono come guide, ma noi seguiamo le indicazioni verso la Ville Nouvelle (abbandoniamo le mappe della guida per mancata corrispondenza con la rete viaria reale). Ci fermiamo al Grand Hotel de Fez, consigliato dalla Lonely Planet per le sue stanze semplici, ma comode e rifinite, e il suo passato di albergo di lusso.
Praticamente è una stamberga: il lavandino si perde un tubo di plastica prima di notte, cosicché tutta l’acqua cade direttamente sul pavimento, la vasca è piena di ruggine e il condizionatore è un inutile ventilatore (la temperatura si è decisamente alzata rispetto a Casablanca). Ci tiriamo un po’ su mangiando una tajine di kefta (polpettine di manzo tritato) con uovo in un buonissimo ristorante, lo Zagorà, e il mattino dopo togliamo le tende, trasferendoci al non troppo distante Hotel Sofia, nel quale rimarremo per due notti.

Venerdì, 11 agosto
La mattinata è dedicata alla visita della Medina, che effettuiamo con una guida procurataci dal concierge dell’albergo (in inglese, 120 dirham per la mattinata). La scelta si rivela indovinata, perché la gente è tantissima e le viuzze strette e labirintiche. La guida ci spiega che ci sono 9400 vie nella medina di Fez, e che nessuno le conosce tutte. Confortati dalla notizia, visitiamo una delle due mederse (le scuole coraniche), l’università, la conceria con vista sulle vasche di lavorazione (e qui cediamo anche ad un po’ di acquisti) e un enorme negozio di tappeti, nel quale rimediamo un tè alla menta, una conversazione gradevole, ma mostriamo anche la nostra decisione, rifiutando le offerte di tappeti del gentilissimo proprietario. Purtroppo i tappeti berberi non ci piacciono, e quelli tipici di Fez, più soffici e spessi, in lana, non rientrano nei nostri ‘piani di acquisto’.
Nel giro guidato vediamo anche i forni comuni dove la gente, verso mezzogiorno, porta il pane a cuocere. E’ curioso vedere come il compito di portare le caratteristiche pagnottine crude a cuocere sia svolto indifferentemente dal bambino, dal ragazzo diciassettenne, dal padre di famiglia (oltre che dalle donne), senza il minimo imbarazzo per un’attività che potrebbe essere vista come ‘femminile’. Il profumo che esce dal forno, poi, fa venire una voglia irresistibile di panino con kebab, ricordandoci che l’ora del pranzo è vicina…
Nel pomeriggio passiamo dalla stazione e facciamo i biglietti del treno per Meknes. Abbiamo deciso di non riaffrontare il traffico di una città che non conosciamo, ma di provare le ferrovie locali. Ceniamo all’interno della medina, in un ristorante d’angolo arrampicato su tre piani. Ci sistemiamo al piano più alto, sulla terrazza che dà sulla piazza principale. Bella vista, molti gatti e cibo discreto.

Sabato, 12 agosto
Treno puntualissimo e posti in prima classe molto confortevoli. Il viaggio è di un’ora scarsa, con pochissime fermate intermedie. Scendiamo alla stazione di Meknes e prendiamo un petit taxi per la Medina.
Scendiamo nella grande piazza interna all'ingresso principale e quindi cerchiamo di orientarci per un giro ‘indipendente’. Vediamo la medersa e la moschea (dall’esterno, l’accesso non è consentito ai non musulmani), poi usciamo dalle mura (rimanendo comunque sempre all’interno della Medina) e ci avventuriamo nel souk. Ammetto che mi spaventa più di quello di Fez, forse perché è sabato mattina e la gente è tantissima. Non è un mercato molto turistico, almeno non la parte che giriamo noi: attraversiamo la zona della lavorazione del ferro, la parte ortofrutticola e quella delle spezie. Mangiamo la solita insalata e le brochette grigliate su un banchetto nella piazza, e poi cerchiamo l’ensemble artisanale, il mercato calmierato e garantito da organizzazioni governative. Purtroppo è l’orario di chiusura, ma il posto è fresco e ombroso, confortante dopo la calura dell’entroterra. Le brezze della costa atlantica sono ormai un lontano ricordo!
Resistiamo alle tentazioni del mercato dei dolci, per i quali Meknes è famosa, e ci avviamo alla stazione. Cambiamo il biglietto, anticipando il rientro, e prendiamo un ‘regionale’… impieghiamo più di un’ora e mezza per arrivare a Fez, ma il viaggio è piacevole (biglietti del treno per tratta: dirham 26 a persona, prima classe).
Per la nostra ultima serata a Fez, decidiamo per un altro ristorante Lonely Planet, La Medaille, cucina mista marocchino-sefardita. Ambiente piacevole e cibo ottimo. Il cameriere parla un pochino di italiano, ma non basta a farci avere la tajine ai limoni canditi, e quindi ecco servita quella con le prugne ordinata dalle turiste scandinave del tavolo accanto (che si beccano i limoni!). Veloce passeggiata e poi rientro in albergo. L’indomani ci attende il lungo trasbordo fino ad Erfoud.

Parentesi linguistica: noi siamo partiti senza conoscere una parola di francese. Questo ci ha un po’ penalizzati nei rapporti con la popolazione locale, ma anche nelle esigenze quotidiane, visto che in Marocco le persone incontrate in grado di parlare inglese sono state davvero poche (negli alberghi di lusso e nei ristoranti più turistici), altrimenti tutti parlano francese, e alcuni solo arabo. Con un piccolo vocabolario, molta forza di volontà e faccia tosta, siamo arrivati a cavarcela, ma rimane il rimpianto di non aver potuto interagire di più con le persone del posto.

Domenica, 13 agosto
Partiamo alle 8. Sappiamo che, nonostante i chilometri non arrivino a cinquecento, le strade non permettono di correre molto e il tempo di viaggio dovrebbe aggirarsi intorno alle 7 ore. Prima di partire ci fermiamo ad un ATM per un prelievo. Prelevare contante in Marocco non si presenta un problema, ci sono banche francesi e marocchine, e con la VISA non abbiamo mai avuto difficoltà.
Sulla strada in uscita da Fez ad un semaforo un locale apre la portiera della macchina per entrare e guidarci fuori e la cosa ci lascia alquanto di sasso. Non si capisce se per loro, invece, la cosa sia normale, vista l’espressione sorpresa del tipo quando rifiutiamo la sua offerta.
Usciti da Fez, ci dirigiamo verso sud, e inaspettatamente il paesaggio si trasforma, diventando montagnoso. Attraversiamo paesi con i tetti spioventi, a causa delle nevicate invernali, ed enormi coltivazioni di mele. Sembra di aver cambiato paese, ma sono semplicemente i prodromi dell’Atlante. Ifrane è una cittadina piacevole, sembra che sia sede dell’università, stile occidentale, frequentata dai rampolli delle famiglie benestanti marocchine. In effetti i giardini sono molto curati, pieni di abeti e fiori, le strade molto curate e molti segni della povertà marocchina qui sono invisibili.
Quello che ci aveva stupito di Casablanca e Rabat era infatti la distesa di palazzoni fatiscenti ai margini della città (per quanto tutti dotati di una moltitudine di antenne paraboliche), nonché i bambini sempre pronti a chiedere l’elemosina, cosa che rimarrà costante durante l’intero viaggio. Qui tutto sembra invece più opulento, anche il clima, più fresco, sembra rendere l’ambiente più simile a quello di una cittadina europea di montagna.
Tiriamo dritto, Erfoud è lontana e noi vorremmo avere il tempo di organizzare il giro nel deserto per la mattina successiva, inoltre le strade cosiddette Nazionali non sono in perfette condizioni e i limiti di velocità raramente raggiungono i 100Km/h. Spesso si viaggia a 80Km/h e addirittura 40Km/h nell'attraversare alcuni paesi.
Mangiamo in un giardinetto a Er Rachidia, rifiutiamo l’offerta di un alberghetto di amici da parte del solito passante solerte, e, confortati dalle indicazioni dell’onnipresente gendarmeria marocchina (ci sono numerosissimi posti di blocco e di controllo istantaneo di velocità sulle strade), proseguiamo verso Erfoud. Arriviamo alle 16.30 e ci fermiamo nel meraviglioso Riad Alati, riportato dalla Lonely Planet come struttura più lussuosa del posto… ed effettivamente è così: siamo contentissimi della scelta, nonostante in alberghi non stiamo spendendo poco (decisione consapevole, permessa dal fatto che per il mangiare spendiamo raramente venti euro in due). C’è la piscina, grande, il bar, il ristorante. Le stanze sono spaziose e bellissime, in pietra e con lampade e lavandini particolarissimi. Un rustico molto chic!
Prenotiamo la gita nel deserto per la mattina successiva: sveglia alle 3, partenza in jeep alle 3.30 e quindi tragitto in cammello dall’Erg Chebbi (600m) per vedere l’alba sulle dune rosse del deserto marocchino. Il resto del pomeriggio lo passiamo a rilassarci in piscina e poi ceniamo rapidamente, prendendo panino e insalata nel ‘villaggio’ (Erfoud) vicino. Alle dieci siamo a nanna, forzandoci a dormire per non arrivare distrutti in gobba ai nostri dromedari.

Lunedì, 14 agosto
Ci svegliamo alle 3. Io non mi sento troppo bene, ho avuto mal di stomaco durante la notte, ma l’idea della gita cancella per il momento il leggero malessere. Saliamo sulla jeep e partiamo con il nostro accompagnatore, che parla solo francese e qualche parola di spagnolo (jeep 900 dirham, 2 dromedari 200 dirham l’uno).
Il percorso fino all’Erg prende quasi un’ora. Non appena lasciamo la strada asfaltata, l’autista si lancia in uno slalom, facendo sobbalzare la jeep sulle dune. Secondo me mostra un impeto non necessario, ma la scarrozzata è comunque molto scenografica.
Alle 4.30 siamo sui dromedari. Il capo cammelliere, con cui trattiamo (per modo di dire, accettiamo immediatamente il prezzo che ci viene proposto) parla bene l’italiano. Saliamo sui due animali ruminanti e dopo poco siamo in marcia. Noi due e due accompagnatori berberi. Il tragitto su cammello dura tre quarti d’ora e finalmente siamo ai piedi della duna più imponente del deserto marocchino, almeno così dice la guida. Affondando nella sabbia sofficissima, raggiungiamo a piedi la cima e ci sistemiamo sul tappeto portato all’uopo da uno dei due accompagnatori.
Il vento alza la sabbia, che ci entra dappertutto (alla fine saremo praticamente rossi da capo a piedi) e il freddo comincia a farci rabbrividire. Verso le 6, il chiarore dell’alba comincia ad illuminare le dune. Dopo la marcia al buio, che mi aveva fatto ripensare al cammino dei re magi, il sole sulle dune è vitale, sembra riportarci al presente.
Tempo per foto, per scoprire altri piccoli gruppi che stanno vivendo la stessa esperienza, per l’acquisto di souvenir dalle nostre due guide berbere (che all’improvviso hanno tirato fuori un fazzoletto con le loro mercanzie) e quindi ripartiamo per il punto di raccolta, dove ci attende la nostra jeep.
Torniamo in albergo che sono le otto, facciamo colazione e decidiamo di metterci subito in marcia, superando la tentazione di riposarci un po’. Destinazione: le gole di Todra.
La stanchezza si fa sentire. Dopo cinque ore di macchina ci fermiamo in un albergo di Tinherir, il Laksim. E’ piacevole, sempre stile Riad, con piscina su cui si affaccia il terrazzo della nostra stanza. L’unico problema è che i continui passaggi caldo/freddo, o forse una maledizione di Montezuma postuma di un anno, ci hanno buttati a terra, e così non ci allontaniamo dalla stanza. Stiamo tutti e due poco bene, passiamo il pomeriggio a dormicchiare, non ceniamo, visto il malessere allo stomaco, e la mattina dopo decidiamo di cambiare il nostro programma, saltando le gole e puntando direttamente su Marrakech.

Martedì, 15 agosto
La strada per Marrakech è lunga e tortuosa. Già debilitati, i tornanti non ci aiutano a tornare in forma. Mangiamo verdura e gallette di mais (queste ultime portate da Roma), sperando di normalizzare i nostri stomaci. Rifiutiamo fossili e fichi d’India, lungo la strada, e io, alla mia prima esperienza di guida marocchina, vengo fermata dalla polizia per eccesso di velocità (77Km/h in una strada con limite 60Km/h). Veniamo graziati di una multa di 400 dirham, e riprendiamo la marcia. Rocce, rocce, rocce. Tornanti, qualche lago, oasi verdi di palme ma con tantissima sabbia. Agosto è veramente secco in Marocco. Attraversiamo ponti su fiumi di cui non è rimasta una goccia, e le piante sono rade e stente, floride solo le distese di fichi d’india.
Arriviamo a Marrakech di pomeriggio. Per la prima volta dobbiamo girare più di un albergo per trovare alloggio, ma al secondo tentativo riusciamo ad avere una stanza per due notti al Diwane Hotel, una struttura enorme molto turistica, con piscina e arredi ‘etnici’ un po’ pacchiani per le zone comuni, ma molto centrale nella Ville Nouvelle.
Stanchi come siamo, optiamo per un approccio soft alla città, attraverso un tour su City Sightseeing. In questo modo riusciamo a farci un’idea di come sono ubicate le cose che vogliamo vedere, inoltre stare sull’autobus ci mette al riparo dagli assalti paventati dalla Lonely Planet.
Ceniamo con soddisfazione alla Rotisserie La Paix, vicina all’albergo e con un bellissimo giardino frondoso, e poi andiamo a dormire.

Mercoledì, 16 agosto
Sfruttiamo il biglietto del Sightseeing, facendo la gita ai palmeti nei dintorni di Marrakech. Palme sì, anche dromedari, ma tanto seccume, sabbia e rocce. Il caldo è tornato, ci saranno più di quaranta gradi, e io mi ustiono le spalle semplicemente stando seduta al secondo piano del pullman.
Visitiamo poi i giardini della Menara, pieni di turisti che si fanno foto (a pagamento) su stanchi dromedari o che si affollano intorno alla grande vasca che di sera fa da sfondo ai giochi di luci. Mangiamo all’ombra degli olivi, poi nel pomeriggio andiamo a vedere l’esterno della moschea e facciamo una prima passeggiata nella Medina. Ceniamo in un piccolo ristorante vicino all’albergo, dove siamo serviti da un anziano cameriere gentilissimo. Prima di rientrare al Diwane, completo per il giorno successivo, prenotiamo l’ultima notte che trascorreremo a Marrakech all’Hotel Imperial Holiday (buono).

Giovedì, 17 agosto
Prendiamo coraggio e ci avventuriamo da soli nel souk, passando finalmente per la famosa piazza El-Fna. Nonostante il quadro catastrofico della Lonely Planet, il souk di Marrakech è più semplice da girare di quello di Fez, e non è vero che la gente ti si fiondi addosso ogni tre secondi o ti strattoni per venderti qualcosa. Devo sottolineare che il settore tappeti è quello più critico per il turista, e che noi, non essendo interessati, lo saltiamo a piè pari, però, anche osservando altri turisti ‘soli’, posso confermare che l’esperienza del bazaar è perfettamente affrontabile senza Colt nel cinturone o armatura in acciaio anodizzato.
Ci divertiamo a guardare gioielli, lampade e la lavorazione del ferro battuto. Ovviamente non ci facciamo sfuggire la parte dedicata alle spezie e ai saponi (sembra che ci sia una tradizione di fanghi e di essenze alla rosa… rimane un rimpianto non aver sperimentato l’hammam), ma ci limitiamo a comprare nella piazza della frutta secca da riportare in Italia.
Mangiamo al volo e nel pomeriggio terminiamo la visita del palazzo reale e dell’Ensemble Artisanal, dove cediamo ad un pouff, a una lampada di pelle di capra dipinta e a diversi manufatti in ceramica e legno.
Ceniamo in un ristorante con terrazza sulla piazza principale (couscous vegetale e insalata, oltre al solito pane sciapo diffuso in tutto il Marocco). La piazza pullula di gente, dagli incantatori di serpenti, alle immancabili decoratrici con henne, ai cantastorie, ai banchetti con cucina all’aperto di pesce, carne, verdure, lumache… Non si capisce quanto lo spettacolo continuo sia per turisti o vissuto anche dagli stessi marocchini. In realtà la maggioranza degli avventori delle cucine improvvisate e dei curiosi intorno ai cantastorie è locale, mentre i turisti affollano soprattutto le terrazze dei ristoranti, come spettatori di palco distanziati dalla platea marocchina, cosa che farebbe pensare ad una festa per gli ‘indigeni’, ma non posso fare a meno di considerare come momento più autentico e sentito dalle persone del posto quello in cui il muezzin ha chiamato alla preghiera serale. I tamburi hanno smesso di suonare e tutto il folklore e il fulgore si sono attenuati, come se finalmente il rispetto dell’appuntamento più importante della giornata avesse fatto tornare tutti con i piedi per terra.
E’ la nostra ultima sera a Marrakech. Forse Fez ci è piaciuta di più, ci è sembrata più autentica, ma Marrakech ci ha fatti tornare turisti, e dopo le asperità del deserto è stata una sensazione quasi gradita.

Venerdì, 18 agosto
Partiamo alla volta dell’Atlantico. Non vogliamo andare ad Essaouira, troppo a sud e troppo turistica, ma vogliamo comunque terminare la vacanza con un po’ di mare.
Trovare un alloggio decente si rivela però un’impresa improba, e così risaliamo da El Jadida fino a Casablanca, rifugiandoci nell’albergo nel quale abbiamo già prenotato l’ultima notte prima della partenza, e aggiungendo altri due pernottamenti.
Da Marrakech a Casablanca impieghiamo cinque ore. Nel pomeriggio ci riposiamo dall’ennesimo trasbordo e poi andiamo a cena in una Rotisserie vicino al mercato (e vicino all’Albergo, il Farah-Golden Tulip. Davvero buono, soprattutto come colazione).
La Rotisserie consigliata dalla Lonely Planet si rivela un posto strano. Cominciamo a domandarci se tutto il traffico di ragazze sole e senza velo e di uomini che si autoinvitano ai loro tavoli non nasconda una qualche forma di prostituzione… e infatti, leggendo la guida, scopriamo che il quartiere non è esattamente il più raccomandabile di Casablanca. Per fortuna a noi non succede niente. Stanchi, torniamo in albergo, pronti a passare due giorni di ozio completo.

Sabato, 19 agosto
Giornata al mare. Dopo un salto al mercato per comprare un po’ di verdura, ci facciamo portare nel quartiere balneare, La Corniche, dove affittiamo un ombrellone dal solito ragazzino solerte e rimaniamo a leggere e sonnecchiare al sole. Fare il bagno si rivela complicato, perché l’acqua dell’Atlantico è fredda, e gli sguardi indiscreti della popolazione maschile marocchina sono fastidiosi, e non solo verso le turiste, ma soprattutto verso le ragazze marocchine che ‘osano’ un costume un po’ meno coprente della tunica lunga fino ai piedi. Certi atteggiamenti indispettiscono, ma bisogna ingoiare la rabbia visto che siamo in un paese culturalmente così diverso dal nostro.
Pranziamo al McDonald’s, ebbene sì, quindi torniamo in albergo per un pomeriggio in piscina (piano che si rivelerà inattuabile a causa del migliaio di piccioni che ne ha preso possesso).
Per questa penultima cena marocchina, ci concediamo il El Mounia, bellissimo ristorante vicino alla piazza principale di Casablanca (Mohammed V), con un giardino pieno di alberi e una atmosfera esotica che ci riappacifica con la cultura marocchina.

Domenica, 20 agosto
Mattina con visita guidata (in italiano) alla Moschea Hassan II (120 dirham a persona), costruita nel 1993 e terza in grandezza dopo quelle di Medina e di La Mecca. Opera grandiosa e un po’ fredda. Molto interessante la parte dell’Hammam.
Con un Petit Taxi (stare sempre attenti ai tassametri! Molti tendono a non attivarli e ad alzare il prezzo della corsa), raggiungiamo la Miami Plage, un complesso attrezzato con piscine, spiaggia recintata, ombrelloni, lettini e bar, costruito sulla Promenade ad uso di turisti e locali più abbienti che consente di vivere il mare in maniera più occidentale (ingresso 60 dirham a persona, lettino 25 dirham). Passiamo qui la giornata, nel pomeriggio torniamo in albergo e prepariamo i bagagli. Ceniamo in un piccolo ristorante in centro, uno di quelli di cucina rapida ma tradizionale (insalata marocchina e brochette) e torniamo in albergo a piedi.
C’è un po’ di malinconia per quest’ultima sera in Marocco. Per quanto ci aspettassimo di vedere qualcosa di più, come Moschee (nessuna aperta ai non musulmani, tranne quella di Casablanca), palazzi reali (chiusi al pubblico) o altre costruzioni ‘storiche’ (che non ci sono), la natura ha colmato parte delle nostre aspettative, così come i colori e gli odori delle Medine. La continua contrattazione può essere snervante, come la consapevolezza dell’abbinamento che viene spesso fatto turista=pollo, o l'incapacità di comunicare se non in francese, però è una terra così diversa dalla nostra che il fatto di abbandonarla a ‘tempo indeterminato’ fa venire un groppo allo stomaco. O forse c’è anche la consapevolezza che da domani si torna alla vita di tutti i giorni e che questa vacanza a due, finalmente con tanto tempo da dedicare l’uno all’altro, si sta esaurendo.

Lunedì, 21 agosto
Bagagli pronti, alle 7 lasciamo il Farah direzione aeroporto. Anche qui, come nel resto del Marocco, le indicazioni sono nebulose, comunque alla fine scopriamo che il terminal dell’Alitalia è il Terminal 1, che è anche quello della Hertz per la riconsegna dell’auto.
Attenzione a cambiare i dirham prima di passare i varchi elettronici, infatti i Duty Free accettano solo euro, e l’unico negozio che accetta la moneta locale è un floridissimo cubicolo di specialità marocchine a prezzi astronomici (scatola di tè alla menta in sacchetti: 230 dirham).
Volo puntuale, con tantissimi marocchini che rientrano in Italia. In tutti noi schierati intorno al nastro del recupero bagagli c’è un po’ di malinconia; ma anche con la stanchezza del viaggio, appare immediatamente evidente il differente grado di coinvolgimento tra chi ha lasciato un posto di vacanza e chi la propria terra.

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