Il sud del Marocco - Parte prima

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Il sud del Marocco - Parte prima

Per il periodo di capodanno ho scelto di fare un viaggio in Marocco con il mio fidanzato. Abbiamo fatto un tour del sud, da Marrakech a Zagora, passando per Tarroudannt, Sidi Infi, Mirleft, Essaouira e siamo rientrati a Marrakech. È un giro che permette di scoprire diverse zone e diverse facce del paese. Dalla famosa città imperiale di Marrakech, ai villaggi berberi delle montagne dell'Atlante, al deserto, alle città sull'oceano. Sicuramente dieci giorni sono troppo pochi e questo giro, a parer mio, andrebbe fatto almeno in due settimane. Tuttavia sono stata contenta nello scoprire i diversi volti del paese e panorami molto vari e suggestivi. Si passa dalle montagne dell'Atlas e Anti Atlas, al deserto, le kasbah, le oasi, la valle del Draa, il mare e i piccoli villaggi. Non ho trovato il sud molto turistico. Non credo sia solo legato alla stagione, ho trovato tranquilli soprattutto i villaggi berberi nelle montagne, Sidi Ifni e Mirleft.
Per quanto riguarda il clima, noi abbiamo trovato sempre tempo soleggiato e sui 25 gradi. Non so se potrei consigliare questo periodo, perchè le pioggie provocano davvero disastri sulle strade. La settimana prima del nostro soggiorno ha pioviuto e ha bloccato tutti i turisti negli hotel per tutta la settimana. Non saprei dire se si tratti di un fenomeno raro. La pioggia aveva portato sassi e terra sulle strade e c'erano diversi disagi. Inoltre aveva distrutto intere coltivazioni e danneggiato le abitazioni.
Il Marocco comunque è un paese sicuro e abbastanza economico, soprattutto se si mangia nei posti meno turistici. Ovviamente si deve contrattare, sempre e per qualsiasi cosa. La contrattazione è alla base di tutto. I primi giorni è un po' difficile, almeno per noi, ma ci si abitua subito. Soprattutto perchè l'acquisto è un rito, proprio come il tè alla menta. Spesso se siete interessati ad un acquisto vi offriranno del tè e dopo un po' di chiacchiere, avrà inizio la contrattazione.
Il popolo marocchino è sempre stato molto cordiale, con noi mai troppo insistente. A Marrakech, essendo molto turistica, vi sentirete chiamare in continuazione. Ma se non rispondete finisce lì.
Forse chi non è stato in Marocco ha qualche pregiudizio sulla popolazione marocchina in generale. Devo dire che li ho trovati più moderni e tolleranti di quanto mi aspettassi. Soprattutto nelle città molti sono vestiti all'occidentale. Sia tra uomini che donne, v'è un po' di tutto. Dalla persona moderna e molto elegante, a chi è vestito in modo tradizionale, chi si copre i capelli e chi no. I gruppi di persone sono misti, segno di tolleranza.
Anche girare nella Medina non è per nulla pericoloso. Noi siamo tornati da soli anche la sera e non abbiamo mai avuto problemi e non abbiamo mai avvertito segni di pericolo. Al massimo qualcuno vorrà la mancia per indicarvi la strada o vorrà vendervi qualcosa.
Per quanto riguarda gli alloggi, almeno nelle città, la parte più affascinante è la Medina. Ci sono un racco di Riad ed è la scelta migliore.
Noi abbiamo portato carta e penne, insieme alle caramelle, da regalare ai bambini. La povertà si vede soprattutto nelle zone delle montagne e a sud. Anche a Marrakech comunque ci hanno sempre ringraziato per le penne e le caramelle.
Noi abbiamo affittato la jeep con autista e abbiamo dato a lui un itinerario da seguire. A meno che non vogliate seguire piste in fuoristrada, il Marocco è un paese molto sicuro e facile da girare in totale autonomia. Noi l'abbiamo fatto per comodità, dati i kilometri da percorrere e poi abbiamo fatto diversi tratti in fuori pista. Ci sono molti posti di blocco sulle strade, persino quelle del deserto. Le strade, almeno quelle che abbiamo percorso noi, sono tutte in ottime condizioni e anche i cartelli con le indicazioni non mancano.Un bel viaggio itinerante nella parte meridionale del Paese maghrebino28 dicembre 2009
Partenza da Milano Malpensa terminal 2 alle ore 10.00 per arrivare all'aeroporto Menara di Marrakech alle 12.35, ora locale. Il volo diretto della compagnia Easyjet ci porta in Marocco. Il fuso orario è di un'ora in meno rispetto all'Italia. Tanta luce, sole, una temperatura piacevole ci accolgono alla nostra prima volta in questo paese affascinante. L'aeroporto è nuovo, pulito, moto luminoso e spazioso. La sua struttura è bianca sia internamente che all'esterno, con ampie fessure a vetri decorati con motivi arabeggianti, che creano giochi di ombre e di luce.
Tramite l'agenzia Mad about Morocco dell'inglese Mark Willenbroke rimasto a Fes per aver sposato una marocchina, abbiamo prenotato una jeep con guidatore. L'intero itinerario è stato deciso da noi. Non siamo soliti a muoverci in viaggi organizzati, ma questo tour su misura si è rivelato perfetto. Ora abbiamo a disposizione una jeep 4*4 con autista, carburante, pernottamenti, cene e colazioni incluse.
Il volo è tranquillo e passa in fretta chiacchierando di viaggi con il mio vicino di posto. In volo riceviamo una carta da compilare con i nostri dati personali, che dovremo dare in aeroporto insieme al passaporto. I controlli ci sono ma passano abbastanza in scioltezza. Usciti riconosciamo subito grazie al cartello, l'uomo che per 10 giorni sarà il nostro autista. Senza perdere tempo carichiamo i bagagli sulla nostra jeep Toyota bianca e partiamo in direzione Marrakech. Sembra irreale il mondo che scorre davanti ai nostri occhi. Una realtà diametralmente opposta a quella cui siamo abituati. Come bambini siamo incuriositi da ogni cosa che vediamo. Da ogni volto, ogni veicolo, ogni strada. La parte della ville nouvelle (la parte nuova della città) è molto bella. Pulita, ordinata, aiuole fiorite, strade ampie, edifici rossastri ben verniciati. Un identità moderna, ma non anonima. Un atmosfera arabeggiante molto bella.
Il nostro riad si trova nella medina, la parte vecchia della città, quella all'interno delle famose mura quasi color fango. L'interno della Medina è una sorpresa: un altro mondo! Piccole botteggucce nel dedalo di vie senza tempo di questo angolo berbero. Polvere, bambini, carretti, caffeucci e minareti in ogni angolo. Appena scendiamo dalla jeep veniamo quai travolti da caos di colori, rumori e luci. Il Riad Alazay è quasi impossibile da trovare da soli. Una porta di legno simile ad altre mille porte di legno di questa via e si apre un altro mondo. Un oasi di pace in questa sistemazione tipica marocchina. Questo è il sito internet: http://www.riadazalay.com/ Il Riad non è altro che una casa borghese tipica, ristrutturata e adibita a uso di hotel. Nella sola medina di Marrakech ce ne sono più di 2.000. Sicuramente è per me la soluzione ideale. Alloggiare nella Medina è molto caratteristico, non vi sono pericoli ed è la soluzione migliore per iniziare subito ad entrare nell'atmosfera marocchina. I Riad solitamente hanno solo poche stanze, l'ambiente perciò è molto intimo e familiare. Ha uno spazio aperto in mezzo e le camere si affacciano tutte sul cortiletto interno. I muri sono bianchi, i soffitti pieni di lampade in perfetto stile marocchino. All'interno del cortile una fontana e un tavolino sul quale subito ci servono la bevanda più tipica del marocco: tè alla menta. Squisito, ottimo, ecco perchè tutti lo bevono, è irresistibile!
Lasciamo le valige nella nostra camera. Il nostro autista ci dice che se vogliamo abbiamo incluso un tour con una guida locale per conoscere la Medina di Marrakech e subito accettiamo per non perdere questa occasione. Alle 14.00 abbiamo appuntamento nella piazza Jemaa el Fnaa, la più famosa d'Africa. Il ragazzo berbero del Riad ci accompagna ed inizia la nostra scoperta di Marrakech. Giù vedendo la piazza di giorno, anche se deserta, fa entrare un pò nell'atmosfera. Non vi è nulla di così particolare dal punto di vista architettonico, minareto della Cotobia a parte, in questo spazio enorme contornato da caffè. Ma il suo piacevole trambusto ha qualcosa di magnetico.
Visitiamo la parte dei souk (i mercati) dove vi sono i negozi artigianali. I prodotti tipici sono: tappeti, babbucce di pelle, pouf, borse, lampade in ferro battuto e cuoio colorato, olio di argan, sapone nero, spezie. E' un tripudio di colori e merci in bella vista impressionante. Si capisce subito che il commercio è l'anima e l'arte al tempo stesso di questo paese. Il clima è caldo, siamo in maglietta maniche corte perchè il sole batte forte. Subito noto con piacere la bellezza dell'arte marocchina in tutte le sue forme, visive, uditive e olfattive, architettoniche e non.
Arriviamo alla parte produttiva dei souk, dove gli artigiani lavorano. Botteghe di dimensioni ridottissime dove si lavoro il ferro, il cuoio, si fanno le lampade, le borse, le cinture, ogni cosa. Anche se dicono che ora, lo facciano quasi più per i turisti. I souk sono divisi per prodotti e lavorazioni. C'è il souk dei
Compriamo il biglietto d'ingresso ed entriamo con la nostra guida, che parla anche italiano, nella medersa di Ben Youssef (madrasa Ibn Yūsuf) che è un ex Scuola Coranica. La costruzione risale al XIV secolo, fondata dal sultano Abū al-Hasan, della dinastia dei Merinidi venne quasi completamente ricostruita durante il periodo sa‘dide. Attorno al cortile con una vasca al centro si sviluppa la costruzione che comprende stanzette per gli studenti. per me da ammirare è un vero capolavoro. Salite anche nelle stanzette, sono deliziose. Sul lato in fondo vi è la sala della preghiera con bellissime decorazioni in stucchi. Merita davvero una visita.
Visitiamo anche il museo di Marrakech, bellissimo e famoso per il lampadario enorme di ferro battuto appeso al suo soffito, realizzato a mano. Ci sono molti altri oggetti interessanti e le stanze stesse sono un bell'esempio di arte marocchina.
Passiamo un paio d'ore nella Piazza Jemaa el-Fna, il sole è appena tramontato. Non si vede più e resta solo il colore violetto nel cielo. Il muezzin del minareto della Kotubia da inizio al canto facendo risuonare il canto di Allah nell’aria fresca della sera, seguito dagli altri minareti della città. Sembra irreale. La piazza nel frattempo si è riempita di artisti e bancarelle di cibo di ogni genere. Le luci e i colori sono unici. Ci sono tantissimi carretti che vendono spremute di arancia fresca a 30 centesimi. (3 dirham). Siamo nel pieno della stagione delle arancie e ce ne sono tantissime. Numerose anche le bancarelle di spezie e datteri. Altre fanno il tè, alcune i dolci e le altre cibo. Il fumo che si alza dalle griglie si fonde alle luci dei bar e ai suoni degli artisti di strada, in quello che pare uno spettacolo teatrale africano.
Il tempo passa in fretta e andiamo nel punto in cui dobbiamo incontrare il ragazzo del Riad. Rientriamo in hotel con lui, stasera ci prepara la cena. Vorremmo mangiare in piazza da una delle tante bancarelle, ma come primo giorno siamo cauti. Ci docciamo nella nostra camera con lampade marocchine, tappeti e petali di rosa. Siamo stanchi perchè ci siamo alzati verso le 6 stamattina, ma ci sembra di esser via da una settimana. E’ lo strano effetto di essere in un altro mondo. Il cibo per cena è ottimo e abbondante, tajine e cous cous con carne e verdura, accompagnato da acqua ed un tè alla menta per finire in bellezza. Andiamo a letto presto, domani ci aspetta una giornata intensa. Partenza alle 8.00 per le montagne berbere.

29/12/2009: MARRAKECH - TOUFFRINE
La notte è fredda, ma il nostro piumone tiene un caldo perfetto. Alle cinque il nostro sonno viene interrotto dal canto del muezzin della moschea a fianco. La sveglia suona alle 7.15, ma in vacanza va bene, perchè so di aver davanti una giornata ricca di sorprese.
Ottima colazione in riad con crepes, pane in diverse varianti, miele, marmellata, burro, frutta, succo, caffè e te alla menta, al quale non so già più rinunciare. Il nostro autista è arrivato a prenderci e con le pance belle piene partiamo puntuali per il nostro tour. Usciamo da Marrakech in direzione Demnate, per raggiungere Touffrine, dove pernotteremo.
Appena fuori dalla città di Marrakech ci son campi, persone sui carretti, panorami unici in questa mattina di sole di dicembre. Il colore rosso della terra è quello che mi sembra predominare. La strada inzia a salire perchè dobbiamo raggiungere le montagne dei berberi. Colline e montagne, i cui scenari cambiano in continuazione. Montagne rosse, poi nere, poi giallastre e ancora rosso porpora. In lontananza vette innevate. Pendii di terra rossastra a chiazze gialline e marroncine. Qua è là ogni tanto dei cespugli verdi. Ma l'altezza raggiunge i 2.000 metri e le montagne sono povere di vegetazione. Se dovessimo fermarci per una foto ogni volta non basterebbe un anno. Scorci unici che mutano ad ogni curva. Vorremmo immortalare tutto e conservarlo nella nostra memoria così com’è. Per chi come noi, non ci è mai stato, sembra proprio che tutte queste immagini riempiano letteralemte gli occhi. Sembra che ci sia troppo da vedere. I rilievi hanno pendii a volte tondeggianti e all'apparenza quasi soffici, scorci che fanno capolino da dietro rivelano invece rocce aspre. Toni del beige che si mescolano a terra rossa e pietre nere.
Continuiamo il nostro percorso attraverso una strada di montagna deserta, tortuosa che attraversa uno dei tratti più favolosi di questo paese. La strada è deserta, ci siamo solo noi a percorrerla. Vette innevate fanno capolino tra le montagne dai colori più sorprendenti. Le montagne dell’Africa coloratissime e diverse in tutte le loro forme. Alcune aspre e rocciose, altre dalle forme morbide e tondeggianti come quelle di un panettone, alcune spoglie e aride, altre con vegetazione. E’ un continuo cambiare, perenne sorpresa ad ogni curva e perenne cambiamento di scenario davanti ai nostri occhi ancora increduli.
Oltrepassiamo il passo Tizi’n Outfi alto 2.150 mt e ci fermiamo per una sosta a Imi-n.Ifri, la bocca della caverna in berbero. Una gola enorme di una caverna di stalattiti di roccia, deserta, popolata da corvi. Dopo una sosta in questo posto unico riprendiamo il viaggio. Mi sarei voluta fermare di più per entrare nella gola ma essendo molto grande, il percorso è lungo e il tempo stringe, dobbiamo fare molta strada.
Arriviamo a Touffrine verso le 13.00 nel gite dove alloggiamo per la notte e ci fermiamo per pranzare. Non sarebbe in programma ma abbiamo fame e loro così ospitali. Mangiamo Tajine con verdure e carne cotte nella ceramica, molto buono anche se molto speziato. Non è piccante ma ci sono diverse spezie locali. Il tutto accompagnato da pane fatto in casa e tè alla menta. Facciamo la conoscenza dei due uomini che ci ospitano: Oman e Mohamed. L’ultimo dei due viene con noi a Magdaz.
Finito il pranzo, partiamo con la jeep per un fuori pista di 15 km, con l’autista e Mohamed, per raggiungere un villaggio berbero fuori dal tempo: Magdaz. Per arrivare percorriamo un sentiero sterrato senza protezione alcuna, guadiamo il fiume, passiamo un ponte strettissimo ed arriviamo sulle polverose strade di terra. Anche su questa strada gli scorci sono bellissimi, questo tratto è molto verde. Ci sono molte piante, pareti di roccia e molti paesini con le case rosse di terra. Manciate di cubi rossastri con le finistre decorate da inferiate lavorate in ferro battuto. Bambini che ti guadano incuriositi, donne timide che si nascondono il volto, uomini che salutano, donne che lavano al fiume o portano la legna in spalla. Sembra di vedere un film che scorre davanti ai nostri occhi. Ci sono diverse donne che si arrampicano sulle montagne cariche di legna. Senza nemmeno un gerlo, ma semplicemente con un carico di rami legati con uno spago. Qualche uomo passa a dorso di un asino. Passa un camion e il suo tetto è pieno di gente.
Impieghiamo un’oretta per giungere a destinazione, tra questi panorami spettacolari. Sono le tre del pomeriggio e c’è un bel sole caldo anche tra queste montagne. L’aria è pura e fresca. Tra le montagne rossastre ci sono paesini che quasi si mimetizzano e dei ruscelli d’acqua. Piccole case in fango che ogni volta hanno il colore esatto della terra in cui si trovano. Alcuni quasi si fanno fatica a distinguere. Hanno un architettura molto bella e semplice. Alcuni sono composti proprio da quattro case, altri sono più grandi e articolati, ci sono anche i minareti. La fantasia non manca.
Lungo la strada abbiamo dato un passaggio ad un signore un po’ anziano, vestito con l’abito tradizionale marocchino, che abbiamo scoperto poi, essere il sindaco del paese. Questo piccolo paesino, è una vera chicca. Interamente costituito da case di fango rosso, ornato da cactus e fichi d’india, si erge fiero in tutto il suo colore energico e in tutta la sua bellezza sul lato della montagna. I panni stesi al sole sulle piccole terrazze di fango, donano punte di colore. Panni colorati gialli, azzurri, viola e verdi tra la terra rossa.
Prima di fare il giro del paese, facciamo una passeggiata con Mohamed fino alla cascata di Magdaz. Mi aspettavo un percoso abbastanza facile, invece la parola trekking è proprio adatta. Ci vuole un’oretta per arrivare e non ci sono strade. Si cammina e ci si fa strada per i pendii della montagna, in un percorso molto difficile da trovare. Mohamed naturalmente è agile come un gatto e conosce la zona come le sue tasche. Noi impiegheremmo anni per ricordarla. Non c’è nessun tipo di indicazione o sentiero. Si deve attraversare più volte il fiume sui sassi. Ogni volta spero di non fare la figura di caderci dentro! I panorami sono bellissimi tra questi monti rossastri, anche se la fatica si fa sentire. Finalmente, rossi in faccia e sudatissimi arriviamo alla cascata. Alta tra delle rocce frastagliate rosse, davvero bella. Non è nulla a confronto delle famose cascate marocchine, ovviamente ma apprezzo anche la tranquillità del luogo.
Un pò di riposo, qualche foto e riprendiamo la strada di ritorno. La passeggiata è stata davvero bellissima. Nel silenzio completo e nella natura. Solo il rumore della cascata, del ruscello e degli uccellini. Scorgiamo delle donne con i vestiti colorati. Appena ci vedono scappano. La guida dice che vivono sulle montagne con animali al pascolo e han paura di noi. Questa passeggiata ci ha permesso di immergerci nell’atmosfera montana di questi villaggi berberi. Sicuramente una settimana di trekking in questa zona è un'ottima idea di vacanza.
Magdaz è un villaggio molto bello. Fuori dal tempo. Ha diversi granai collettivi, sette per la precisione. La sua gente è molto riservata e schiva. Abbiamo visto qualche testa fare capolino dietro le finestre o i muri. Nessuno si è avvicinato. E’ uno dei villaggi più popolosi della zona, ma essendo molto isolato, la sua gente è ancora diffidente con gli stranieri. Solo i bambini si avvicinano e ci guardano molto incuriositi. Ora che lo vedo capisco perchè è considerato uno dei villaggi più belli dell’ Atlante. Le case sono costruite su diversi livelli con legno e pietre con una tecnica conosciuta solo da queste parti e a Fakhour in Yemen e Afghanistan.
Risaliamo le vie di Magdaz e il sindaco, con Mohamed e l’autista ci fa fare la visita del granaio collettivo del paese. Ovviamente interamente in fango, senza corrente elettrica e senza vetri alle finestre. Saliamo le scale a chiocciola buie, formate da legni e fango, uno in fila all’altro, per arrivare alla terrazza del granaio dove rivediamo la luce. Le scale sono un pò consumate e al buio pesto non si vede dove si mettono i piedi. Devo sembrare poco agile, al loro confronto.
Una volta saliti si accede alla terrazza. La visuale sulle case e sulle piccole terrazze rosse del paese, colorate dai panni messi ad asciugare è magnifica. Donne che stendono con vestiti coloratissimi, donne che lavano al fiume con la cenere. Scorci di una vita semplice e primitiva. Le case sono su diversi livelli lungo il pendio della montagna. Case con terrazzine che si incastrano l'una nell'altra. Tetti di fango con pennacchi di paglia e rami. C'è persino la torre alta del minareto.
Non senza difficoltà riscendiamo dalle scale al buio pesto ed entriamo a casa del sindaco. Una stanza piena di tappeti, sul pavimento e come "divano". Il sindaco ci fa accomodare e ci da il benvenuto con un tè alla menta. Ottimo come nella migliore tradizione berbera. Ci sono vecchi libri con dei reportage fotografici sui villaggi berberi, ancora in bianco e nero in lingua francese. E delle noci sul tavolo che sembrano ancor più vecchie dei libri. La casa del sindaco, sempre in fango, ha delle bellissime inferiate di ferro battuto lavorate. C'è un bel panorama sul paese e sul fiume.
Lasciamo la casa del sindaco e riscendiamo dopo esserci accomiatati con una foto ricordo. Prima di salire sulla jeep distribuiamo un pò di penne e fogli ai bambini del paese che si sono radunati intorno alla nostra macchina e ci guardano con molta curiosità. Non hanno proprio nulla qui e anche solo una penna riempie i loro occhi di gioia. I loro sguardi mi bucano la coscienza e mi fanno sentire in colpa. Non per il solo fatto di avere molto più di loro, ma per il fatto di non esserne sempre consapevole e contenta. Ed è strano vedere che ci guardiamo con curiosità reciproca.
Ripercorriamo la strada, i fiumi, il ponte e raggiungiamo Touffrine che sono le 19.00. Non abbiamo scelto un hotel, ma volevamo un alloggio un po' più autentico. Praticamente siamo a casa di una famiglia che ha appeso un cartello fuori con scritto "Gite". La casa è essenziale, quasi senza mobili. I tappeti occupano interamente il pavimento delle stanze. Il corridoio è una gettata di cemento senza piastrelle e senza mobili. Alla fine del corridoio, prima delle scale, c’è un ribinetto. Il riscaldamento non esiste e fa freddo perchè siamo sopra i 2.000 metri di altitudine. Ma la loro ospitalità e la cortesia scaldano il cuore. Ci fanno accomodare in una stanza. I tappeti sono per terra e dove ci si siede. Occupano quasi tutto. Ci servono la cena in questo salone, una stanza senza nessun mobile, dalle pareti completamente azzurre e le finestre su di un lato, che guardano il paese e il fiume. Ci sono le inferfiate in ferro battuto verniciate d’azzurro. Fuori i colori rossastri dei muri in fango. La cena è una zuppa berbera di zucca, tajine e cous cous con carne e verdure, pane fatto in casa, acqua. Per finire ci offrono l'immancabile tè alla menta. Il tutto molto buono. Ci presentano anche le loro figlie, che con un pò di timidezza ci fanno un inchino e ci salutano.
Finita la cena Omar ci porta a fare un giro per la strada del paese al chiaro di luna. La luna è così luminosa da rendere ben visibile la strada, il fiume ed il paese, in questo angolo di mondo senza lampioni. E’ suggestivo passeggiare nel silenzio totale delle montagne, solo il rumore del fiume e del vento freddo della sera. La strada è una striscia nera che costeggia la montagna e il fiume. Ombre violacee sotto una luna argentea e luminosa come non mai. Una sensazione difficile da dimenticare.
Rientrando ci mostrano la stanza dove dormiremo e qui ci sarebbe voluta una foto alle nostre facce! Nel freddo senza riscaldamento, una stanza completamente vuota. I tappeti ricoprono il pavimento. Come letto abbiamo due materassi sottili poggiati per terra. Niente lezuola, solo una montagna di coperte, adagiate in un angolo della stanza. I muri sono azzurri fin sopra le finestre e bianchi nella parte superiore e del soffitto. Le tre finestre hanno le inferriate lavorate e sono completamente azzurre, sia dentro che fuori.
Andiamo a letto coperti con maglioni, cappello di lana in testa e calzamaglia sotto i pantaloni. Mi sveglio in piena notte che devo andare assolutamente in bagno. I servizi sono fuori casa e noi ci troviamo al primo piano. Bisogna scendere le scale e il bagno si trova all’esterno davanti alle scale d’ingresso. Non c’è lo sciacquone, la latrina di una volta diciamo. C’è un secchio pieno d’acqua con dentro un pentolino. Mi rimetto a letto sotto le coperte e dormo fino alla mattina.

30/12/2009: TOUFFRINE - ZAGORA
Freddo a parte è una bella esperienza. Ci alziamo subito a fare colazione. Tè caldo alla menta, pane berbero, miele e olio. Autista, Omar e Mohamed fanno colazione con noi. Nella stanza fredda illuminata dalla chiara luce mattutina si mangia con le mani. Si spezza il pane seduti insieme e si puccia direttamente nelle piccole scodelle colorate di terra cotta contenenti olio e miele delle montagne. Finita la colazione insistono dicendo che possiamo fare la doccia, ma rinunciamo dato il freddo. Va bè anche se non ci si lava un giorno non è niente.
Compriamo da loro due sciarpe tuareg di un blu intenso bellissimo e alle 8.00 puntuali ripartiamo.
Abbiamo trascorso pochissimo tempo qui, ma quello che rimane in noi è immenso. Stare con loro, in una realtà locale è stata un’esperienza bellissima.
Ripartiamo che il sole non è ancora alto nel cielo, sorgendo alle 7.00 della mattina. Per la strada altri villaggi sulle montagne che cambiano colore e forma ogni momento. Scorci bellissimi mentre il mondo prende colore e il sole si alza, scaldando sempre più. Contadini con asini e cavalli per le strada. Con aratri di legno e ceste di paglia, in un mondo ancora tradizionale. Campi piccoli, orticelli curati con duro lavoro vicino al corso del fiume che segue parte della strada. Poi saliamo di quota, tra le vette innevate sullo sfondo e le altre montagne mille colori ancora con villaggi minuscoli e nei punti più suggestivi ed isolati. Tra questi verdi e rossi, si distinguono lontano le vette bianche di neve. Quasi non c’è tempo per parlare perchè il panorama è così bello e vario che siamo qui a contemplare in silenzio la potenza della natura. Si passa da un crepaccio che sembra un canyon e per montagne tutte a cerchi concentrici da piccoli a grandi. Anche questo tratto è molto panoramico. Rilievi dalle forme e dai colori unici.
Scendendo di quota la strada esce all’improvviso dalle montagne e in lontanza irrompe la pianura di Ouarzazate avvolta da una foschia densa. Il panorama diventa arido e pianeggiante. Distese di terra sassosa dai colori caldi e kasbeh in fango appaiono quasi all’improvviso. Agglomerati di case in terra rossastra e color caramello, alle cui spalle sorgono in lontananza vette innevate. Sembra un quadro dipinto apposta per noi. Sotto la luce calda e tiepida del sole, le vette fanno da cornice alle kasbah color nocciola.
Arriviamo a Ouarzazate, una città moderna e pulita. Tenuta molto bene, con gli spazzini che puliscono le strade con rami di palme. Costruzioni moderne anche se in stile marocchino arabo e spesso a forma di kasba. Sempre sui colori del rosso mattone, perfettamente verniciate e pulite. E’ la Hollywood del Marocco. Qui hanno realizzato i set di molti film celebri e girano tantissimi film anche oggi. Ci fermiamo solo per un giretto e una sigaretta.
Arriviamo ad un punto più alto da cui si vede il palmeto che si estende a perdita d'occhio nella valle. Costruzioni in fango, carretti e sullo sfondo la montagna color cacao dalla forma quasi di tanti tajine.
Ripartiamo e proseguiamo attraverso una strada sterrata che passa nel grande palmeto, proprio in mezzo alle case e alle kasbe, alle palme e agli orti. Il palmeto è immenso e si estende ai piedi di una montagna per l’intera parte pianeggiante della vallata. Un belverde smeraldo in contrasto con una montagna color cacao. Qui le palme fornisco quasi tutto il necessario agli abitanti della Valle del Draa, il grande fiume.
Ci fermiamo in una Kasbah e prendiamo una guida per fare una visita. C'è una mancia libera che si concorda. Non è la meglio conservata delle kasbe ma è la più grande. Le case e le torri sono tutte in fango, su diversi livelli. L’architettura è molto bella. Porte e finestre sono lavorate in stile arabo. Ci sono dei cortili interni sui quali si affacciano le abitazioni, ci sono balconi e terrazze. Scale, oggetti in foglie di palme. Ci sono diversi quartieri. C’è persino il quartiere ebraico (Mellah). E’ l’unico deserto perchè gli ebrei 40 anni fa sono tornati tutti in palestina. Ci sono persino le antenne per la televisione. Un mondo a parte. Dove tutta la vita si svolge qui e nella palmeria, dove si coltiva, si lavano i panni e si tagliano le foglie di palme soprattutto. Che qui vengono utilizzate per ogni cosa: per fare una scopa, un piatto, in cesto. Si mangiano i datteri e si brucia il suo legno. Il ragazzo che ci fa da guida abita in una porzione di questa kasbah e parla inglese molto bene. Ci fa fare un giro molto lungo e ci spiega molte cose. Saliamo anche in su di un terrazzo e il panorama dei tetti dell’intera kasbah è bellissimo. Ha un fascino particolare. Tante torrette e terrazzini. E' molto grande. Tutt'intorno palme e un fiume a sinistra. In lontanza su altri rilievi si vedono altri agglomerati di case in fango.
Finito il giro ci prendiamo l'ennesimo tè alla menta nel bar su una terrazza panoramica. Un bar molto bello, in stile marocchino. Il sole è fortissimo, tanto che apriamo l’ombrellone per avere un pò d’ombra, ma sentire questo caldo in inverno è una goduria. Ed il panorama è davvero piacevole e rilassante, da qui si vedono palme a perdita d'cchio.
Dopo questa bella sosta rigenerante riprendiamo il viaggio, verso le 15.00 per raggiungere Zagora, dove passeremo la notte. Usciti dalla kasbah proseguiamo per un fuori pista tra palme e colline, ruscelli e villaggi troppo belli per essere veri. A volte i villaggi sono di terra chiara quasi colore caramello con alle spalle una montagna scura, quasi nera. Altre volte villaggi e terra quasi si confondono. Riprendiamo l’asfalto sulla strada che da Ouarzazate va a Zagora per circa 160 km e porta attraverso le cime della catena montuosa del Djebel Sarhro che culmina al passo di Tizi n'Tinififft alto1660 metri. Un paesaggio di montagne arricchite da sconfinate palmerie. Anche qui gli scorci sono unici e indescrivibili, così come i villaggi che attraversa.
Passiamo dal villaggio di Al Agdz, senza fermarci. In realtà tutti questi villaggi polverosi miaffascinano e vorrei fare un giro. Le persone camminano con passo flemmatico e quasi fanno fatic a a spostarsi dalla carreggiata, quando passiamo noi. Le strede sono polverose e il villaggio non è altro che qualche casa di fango sulla strada. Subito dopo giungiamo uno straordinario belvedere sulla valle del Draa. Le rocce che lo circondano sono rossastre, in contrarsto con il verde delle palme. La foschia annebbia i contorni delle oasi e delle palme che si vedono. In questo punto il fiume Draa è di un bel colore tra l'azzurro e il verde smeraldo. Le sue acque scorrono placide, tanto da sembrar quasi immobili.
Passiamo da altri villaggi di una manciata di case che si affacciano sulla strada che lo attraversa. Un lembo di asfalto tra queste case polverose. Panni stesi su montagne di terra al sole. Carretti che portano carichi emromi di erba o foglie di palme. Persone che camminano lente per la strada anche se sopraggiungiamo noi con la jeep. La strada segue il fiume Draa, Oued Drâa in lingua berbera, ed è fiancheggiata da palme per tutto il tragitto. Quelle verdi palme di cui riusciamo anche ad assaggiarne i datteri, nonostante la stagione sia ad ottobre, perciò finita da un pezzo.
Arriviamo a Zagora, una delle città più calde del paese e mitico punto di partenza delle carovane per Tombouctou. Il paese si sviluppa tutto lungo la strada che lo attraversa. Il color arancio e rosso mattone copre tutte le costruzioni. Ha un’atmosfera particolare di ultima frontiera prima del deserto. Fa da sfondo la montagna Jebel Kissane. Immancabile la foto al cartello famossimo che cita: Toumboctou 52 jours. A piedi o cammello ovviamente.
L’autista ci porta subito al Riad dove alloggeremo: il kasbah Sirocco. Molto bello, la costruzione riproduce un kasbah, appunto. Si trova un pò fuori, a 20 minuti a piedi dal centro ed è in mezzo ad un palmeto. La nostra stanza doppia è ampia, moderna, con un bagno bello grande e un balcone che guarda sulla piscina e sul palmento.
E' ancora chiaro, il sole deve ancora tramontare e noi siamo troppo affascinati da Zagora per riposarci in albergo. Appena usciamo dalla stanza ci offrono un tè alla menta nel bar della piscina. C’è una pace ed un silenzio corroboranti. Si sente solo il canto degli uccellini. Sembrano migliaia tra i rami delle palme.
Prendiamo subito in petit taxi che con un euro, cioè 10 dirham, ci lascia in centro. Il centro è ben tenuto, piccolo ma ricco di negozietti. C’è una moschea e un mercato, pochissimi turisti. Approfittiamo di una teleboutique per telefonare a casa e dare nostre notizie. I negozietti per telefonare sono miscoli, ma numerosissimi. Usati ovviamente dalla gente del posto, che non ha telefono.
Le strade che incrociano la via principale portano in una dimensione fuori dal tempo. Mentre la via centrale è pavimentata a mattonelle rosse ed edifici moderni e in ottimo stato, le vie interne sono di terra polverosa. Qualche pozzanghera, residuo della pioggia di settimana scorsa riflette i colori di queste strade. Bottegucce di sarti, meccanici ed artigiani di vario genere. Queste vie sono ricche del fascino di una città senza tempo. Nessuno ci guarda o ci propone qualcosa. Notiamo che la polizia gira per le strade, come d’altrone spesso ci capita. In ogni luogo c’è sempre qualche poliziotto o militare a controllare la zona. E poi ci sono tantissimi posti di blocco per le strade.
Ritorniamo sulla strada principale che il sole è calato. E’ già buio, si accendo le luci dei lampioni e delle finestre. Il cielo è di colore blu magnetico. Ci fermiamo da un ambulante a comprare un pò di frutta: bananine e arancie. Prodotti locali e di stagione, ottimi. Li mangieremo domani mentre andiamo nel deserto.
Rientriamo in hotel e ceniamo dopo aver fatto una bella doccia. Un lusso rispetto alla scorsa notte. O forse proprio per questo lo apprezziamo così tanto. La cena è compresa nella quota che abbiamo pagato e possiamo scegliere dal menů quel che vogliamo. Prendiamo un tajine di capra e un cous cous, accompagnati da un’insalata berbera di barbabietole, uva passa e altro. Molto particolare nel gusto, ma molto buona. Pasteggiamo con acqua e al posto del caffè ci gustiamo in piscina un tè alla menta. Andiamo a letto presto, perchè le giornate sono sempre intense.

31/12/2009: ZAGORA - ERG CHEGAGA
Oggi è l’ultimo giorno dell’anno e nemmeno lo ricordavo. In realtà non mi importa molto quando sono in viaggio. Per me è solo un altro magnifico giorno di viaggio, iniziato con la sveglia alle 7.00 al canto degli uccellini. Aprendo la finestra dal rumore mi aspetto di vederne a migliaia! Sono sulle palme e volano da una parte all’altra. Scendiamo per la colazione e gli uccellini volano anche qui, vicino a noi. Frutta, crepes, pane, burro, marmellata, miele, olio, tè alla menta, caffè e spremuta fresca di arance. Ottimo inizio di giornata direi.
La partenza oggi è fissata per le 8.00, ma posticipiamo alle 10.30 perchè altri verranno con noi e perchè oggi c’è una tempesta di sabbia. L'autista ascolta le notizie alla radio per sapere verso che ora si smonterà un pò la tempesta. Ne approfittiamo felici per fare ancora un giro in centro a Zagora, questa cittadina minuscola di una manciata di case e vie, che però ci ha colpito molto. Il tempo passa veloce tra un tè alla menta e le chiacchiere con chi incontriamo al baretto dove ci concediamo un tè. Compriamo un bel sacchetto di caramelle dalla botteguccia vicina, così potremo darle ai bambini che incontreremo, insieme alle penne ed i pennarelli. Partiamo alle 10.30 verso il deserto. Siamo già eccitati.
Da Zagora dopo una ventina di km si arriva al villaggio di Tamegroute, che originariamente si era sviluppato come un centro di apprendimento coranico. Ci fermiamo per fare una visita del villaggio, della scuola coranica e della cooperativa di ceramiche artigianali. Prendiamo una delle solite guide a cui daremo una mancia e partiamo per la nostra visita. Il sole è alto nel cielo e fa caldo. Il ragazzo di colore che ci fa da guida non parla italiano e ci spiega tutto in francese. Poco male alla fine capiamo ugualmente anche se non so una parola.
La kasbah sempre di fango, con le sue vie e le sue porte ci stupisce ancora una volta. Qui a sud si vede di più la povertà e l’isolamento di queste popolazioni, rispetto alla zona di Ouarzazate oggi divenuta molto turistica. I bambini e le donne ci guardano con curiositi da dietro le porte. Ci sono zone della kasbah che arrivano a 4 metri sotto il suolo, per avere del fresco durante l’estate. Ci dicono che in quella parte sotterranee ci stanno soprattutto donne e bambini nelle giornate torride. Tutta la kasba è ancora abitata. La polvere è molta, perchè passano delle donne che trascinano dei rami in casa. Si vede il fitto pulviscolo nelle strisce di sole che ogni tanto arrivano tra un muro e l'altro. Non hanno proprio nulla nelle case qui. Passiamo in vie sotterranee al buio più completo tenendo la mano della nostra guida. Diamo delle penne e dei pastelli colorati ai loro bambini, che ringraziano con shoukran, la parola araba per dire grazie e con i loro occhi così umani da arrivare al cuore. Se non fosse che Alessio mi fa ridere, perchè sentendo "shoukran" non capisce e gli risponde che non è cioccolato, ma una penna!
Passiamo alla visita della scuola teologica antica, con manoscritti vecchissimi. La scuola è fatiscente, nel vero senso della parola. Sono appena iniziati i lavori di ristrutturazione, ma ora è davvero messa male. E’ un villaggio piccolo, povero ma bello proprio per questo. Già qui per le strade si vede che la sabbia del deserto è ovunque. Oltre alle antiche scuole teologiche, ci son moschee dai tetti in maiolica blu e i minareti bianchi, artigiani come i vasai ed un interessante mercato. Facciamo sempre con la nostra guida, la visita della parte di kasbah dove si producono le ceramiche. L’aria è piena di sabbia che arriva dal deserto. Un bambino sta lavorando al tornio, un ragazzino fa asciugare i vasi sotto il sole. Non ci sono strumenti ed è incredibile come creino questi oggetti così belli con pochissimi accessori. Io che ho fatto un corso di ceramica non ci riesco. Ci sono i forni per cuocere scavati nella terra. Le donne si occupano della parte decorativa della lavorazione. Compriamo qualche articolo di terracotta nella cooperativa locale. Tutti i colori sono naturali: il giallo è fatto con lo zafferano, il verde smeraldo con la menta e il rosso non ho capito. Ma è incredibile la bellezza di questi colori sul prodotto finito. La loro lucidità è invitante.
Riprendiamo il viaggio in direzione sud. Lo scenario è sempre pianeggiante e sempre più desertico. A tratti sassoso, a tratti sabbioso. Dopo 7 km passiamo le dune di Tinfou, che hanno l'aspetto di grossi ammassi di sabbia sulla spianata arida. Un assaggio di ciò che sarà il deserto, perchè ci stiamo avvicinando a M'hamid, dove il fiume Drâa scompare tra la sabbia.
Superiamo l’ultima catena montuosa che netta taglia il terreno. Sembra quasi un altopiano da qui. Ci sono delle scuole e dei bambini in mezzo a questo nulla. Questa parte che precede il deserto inizialmente si presenta con piste ben marcate di terra compatta che si snodano tra i sassi neri dell'hammada, poi, man mano che ci si avvicina all'erg, che e' un deserto di sabbia e dune, le piste si fanno sempre meno marcate fino a diventare virtuali.
Ci stiamo avvicinando alla tempesta di sabbia, il sole che fino a prima ha scaldato e illuminato il cielo sembra scomparso. Il colore del cielo e della terra verso l’orizzonte si confonde. La sabbia si alza, copre il cielo e rende tutto ovattato. Tutto color sabbia in un mondo senza sole. Ci fermiamo in hotel nel nulla per far passare la tempesta, altrimenti non vedremmo nulla nel deserto. L’autista ascolta la radio per avere informazioni. Facciamo uno spuntino con la frutta comprata ieri in questo luogo che la tempesta rende irreale.
Ripartiamo e raggiungiamo M’hamid, l’ultimo villaggio prima del deserto. E’ minuscolo ma incredibilmente affascinante. Una strada, quattro costruzioni color mattone. Il nome “Sahara” è scritto su molte insegne. Il vento fa volare folate di sabbia che invadono le strade e gli scalini rotti della moschea.
Facciamo salire sulla nostra jeep, l’uomo che sarà la nostra guida nel deserto e nel bivacco. E’ un berbero nomade, che negli ultimi anni lavora con i turisti. Li porta con il dromedario nel deserto. Lui nel deserto ci è nato e ci è vissuto da nomade. Dice di conoscerlo come le sue tasche e di conoscere ogni duna. Da qui, cioè da M’hamid, per arrivare alle dune di Erg Chegaga impiega un giorno intero, 10 ore di dromedario. Noi con la jeep ne impieghiamo due e mezza. Parla in francese ed è troppo simpatico. Dice che quando era bambino se la faceva sempre a piedi. Ora nel deserto si è più fortunati. Con il turismo qualcuno passa e ogni tanto offre un passaggio.
La strada asfaltata finisce ad M’hamid e iniziamo a percorrere il deserto vero e proprio. Subito iniziano delle dunette di sabbia. Ora qui c’è solo sabbia. La terra o i sassi sono scomparsi. Solo dunette o qualche cespuglio verde che spunta ogni tanto. Il cielo è ancora offuscato dalla tempesta di sabbia e c'è ancora il vento.
Ci fermiamo perchè vediamo dei dromedari, poi il passo della nostra jeep si fa lento e affanoso su quella sabbia soffice che avvolge tutto. Ci fermiamo in un’oasi. Incredibile come in questo mare arido di sabbia e terra spaccata dal sole possa sgorgare dell’acqua, così dal nulla.
La sorgente è un buco del diametro di 50 cm contornato da sassi, dal quale si vedono le bollicine e si vede salire l’acqua, che è stata incanalata e offre un ruscello, dove sono scresciute molte palme. Qui vivono delle famiglie nomadi, in una parte recintata. Dopo una breve sosta si riparte verso un orizzonte di sabbia che non cambia mai prospettiva.
Riprendiamo la strada verso l’erg Chegaga in questo tratto terroso e senza sabbia e dopo un pò sullo sfondo si stagliano dolcissime le dune, sfumate dalla polvere che confondono distanze e colori. Arriviamo verso le cinque alle dune sotto una luce meravigliosa che arricchisce di fascino questi giganti di sabbia creando effetti di eccezionale suggestione. Scorgiamo il bivacco: una decina di tende robuste color verde scuro disposte a semicerchio. Una tenda più grande come sala da pranzo in comune e una piccola un pò distante come bagno. E’ molto suggestivo, nella sabbia, sotto le dune che qui arrivano fino ad un’altezza di 300 metri.
Lasciamo le cose nella nostra tenda numero 8 e iniziamo a salire sulle dune, perchè vogliamo gustarci il tramonto da lassù. Vogliamo salire su quella più alta che vediamo nei dintorni. E’ faticosissimo. La parte della duna su cui batte il vento è facile da percorrere perchè la sabbia è durissima e compatta, sembra quasi abbia la consistenza del cemento. La parte opposta è faticosa, essendo morbida ci si insabbia ad ogni passo. Per salire sulla duna alta dobbiamo superare altre dune più piccole. Appena immersi nelle dune non si vede altro che questo oceano di sabbia. Arrivo sulla cima a gattoni e senza scarpe! La duna è alta e ripida, ma raggiunta la vetta è una sorpresa indescrivibile! Siamo sul punto più alto in zona e il mare di dune ci circonda e ci avvolge come un abbraccio. Il sole dopo poco inizia a scendere lentamente. Da qualche parte inzia la Mauritania, ma nel deserto non ci sono confini visibili. Una volta per distingersi le popolazioni usavano costumi dai colori differenti, per capire la nazionalità. Così l’occhio si perde cercando un’orizzonte tra l’immensa distesa di dune alte e basse. Giochi di luci e di ombre, piccole e grandi creste delle dune dalle forme più variegate. Il colore della sabbia sotto i raggi prismatici del sole è indescrivibile. E’ di un rosso fuoco carico. La sabbia tiepida vola ovunque sotto le piccole raffiche di vento. Mi siedo a cavallo della duna e resto incantata ad ammirare questo tramonto nel deserto. La sensazione che si prova è indescrivibile. Capisco cos'è la magia del deserto, mai come in questo momento mi è sembrato tanto tangibile. Sembra di essere sul polmone del mondo, di sentire il respiro della terra. Qui nel nulla e nel tutto allo stesso tempo, sento l’energia e la forza della natura che mi fa sentire così piccola, tra il vento e il silenzio magnetico di questo luogo.
Sarebbe bello passarci qualche giorno e non solo una notte. Ma a capire un po' il deserto basta anche un'esperienza breve, ma una volta nella vita si dovrebbe provare. Il sole diventa un’arancia rossa, le luci e i colori cambiano in continuazione ed anche il suo calore inzia a diminuire. Il sole scompare piano sotto le dune lontane e colora il cielo di giallo, arancio e rosa. Mentre scendiamo mille sono gli scorci che rimangono nei nostri occhi. Le ombre ed i riflessi delle dune, dalle forme più bizzarre e affascinanti. Le dune nere in controluce sono in netto contrasto con il cielo dai colori più caldi che mai. Le creste delle dune dalle forme morbide, danno vita a ombre che sfumano dal color ocra al cacao, al rosso fuoco e al blu. I passi nel deserto si spengono con un soffio di vento, come le fiamme delle candele, avevo letto in un libro, ed è così. Ora dalla penombra affiorano solo le creste rosse delle dune illuminate dal sole caldo. E sembra un mare infinito di onde che si piegano come onde, in questo oceano di dune che è il deserto. La temperatura inzia a scendere e appena il sole scompare la sabbia soffice si fa fredda sotto i miei piedi nudi.
Arrivati al bivacco prendiamo un delizioso tè alla menta e aspettiamo la cena mentre perlustriamo la zona limitrofa di dune e il cielo si fa sempre più scuro. La cena è servita nel grande tendone, rivestito interamente di tappeti nel suo interno, dal pavimento alle pareti e al soffitto. Dopo un antipasto di deliziose olive nere, mangiamo una zuppa gialla di zucca. Ci servono ottima carne con datteri, cous cous e tajine. Le porzioni sono abbondanti. Beviamo acqua e tè alla menta e datteri per finire in bellezza. Inizia la musica che parte da un gruppo di uomini di colore con tamburi e nacchere. Ci buttiamo in cerchio anche noi a ballare visto che un pò di gente si dà alla danza, persino la nostra guida del deserto e l’autista. La polvere, o meglio la sabbia, che si alza dai tappeti per i nostri piedi che battono a ritmo è tantissima. Alla fine non si riesce quasi a respirare dal polverone.
Usciamo all’aperto e la temperatura è molto fredda. Si accende un fuoco nella sabbia al centro e si balla e si canta fino a mezzanotte. Fa freddo fuori ma siamo vicino al fuoco e ci scaldiamo bene. A dire il vero quasi sono dentro il falò per il freddo, e si che ho portato abiti pesanti. La notte che immaginavo nera come un abisso, è illuminata dalla luna piena così grande e splendente da non permettere la visione delle stelle. Il cielo è color carta da zucchero e non buio pesto con la luna così luminosa che illumina le dune. Intorno al fuoco del bivacco gli uomini di colore vestiti con lunghi abiti bianchi e sciarpa bianca a coprire il capo tengono in mano e scaldano i tamburi. Per poter suonare la pelle dev'essere tesa. E con questo freddo non riesce a dilatarsi a dovere. Cantare a ritmo di tamburi sotto la notte africana che offre la sua luna piena, il suo cielo così blu è una sensazione unica nel deserto.
All’orizzonte il cielo è azzurro e diventa blu intenso man mano che sale, conservando una certa luminosità. La luna offre una discreta luce e si può camminare nel deserto senza torcia. Ombre violette sulle creste delle dune e una luna che non smetto di ammirare, così luminosa non l’avevo mai vista. La musica e i canti vanno avanti nella notte magica del deserto. Dopo la mezzanotte auguri semplici e sinceri con gli ultimi rimasti e andiamo a letto nella nostra tenda rivestita di tappeti. Un materasso in terra e delle coperte caldissime sono il nostro letto. Tengono molto caldo e fuori ora fa davvero freddo.

La seconda e conclusiva parte del diario di viaggio seguirà su questo stesso sito.

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