Dal Garda... al Marocco

in viaggio con Adriano Lombardi in Marocco

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Dal Garda... al Marocco

La partenza è alle 16 di venerdì 10 Agosto 2001 da Gavardo, vicino al lago di Garda. E’ la terza volta che vado in Marocco, nel 1990 con un Suzuki dr 600 e nel 1992 con una Yamaha xte 600. Quest’anno siamo in cinque: un Tenerè 600 del 1990, una xt 600 del 1989, due mitiche xt 550 del 1982 e la mia favolosa Tenerè 600 del 1985.Le irresistibili suggestioni del deserto africanoAttraversate velocemente Francia e Spagna, domenica sera eccoci ad Algeciras, per imbarcarci sul traghetto il mattino successivo. Appena sbarcati a Tangeri espletiamo le formalità doganali ed in capo ad un’ora siamo fuori. Per prudenza facciamo anche la carta verde (quella italiana non è valida in Marocco) e ci accingiamo a spedalare per accendere le cavalcature. Serjei, in piedi sulle pedane, sferra una potente botta alla sua 550, al che gli si spacca di netto il cavalletto; cade addosso al Balos, che gli stava a fianco, facendolo ruzzolare in terra in un groviglio di xt 550. Credo che in dogana stiano ancora sbellicandosi dalle risa!
Usciamo da Tangeri dirigendoci verso Tetouan, per poi seguire la costa mediterranea per un centinaio di km. fino alle pendici del Riff. Il Riff è la zona dove viene coltivata la marijuana e dalla quale viene ricavato l’hashish, che qui tutti ti vogliono vendere con un’insistenza a dir poco sconcertante. Memori delle esperienze dei viaggi precedenti evitiamo di fermarci in questa zona bella ma abbastanza malfamata.
Martedì pomeriggio arriviamo a Fes e ci fermiamo in un campeggio. Il mercoledì è dedicato alla visita della medina (città vecchia), con le moto al sicuro al campeggio. Giovedì all’alba ripartiamo per le montagne, attraversando una foresta di cedri giganteschi, dove vediamo anche parecchie scimme. Qui facciamo anche la manutenzione alle moto, tirando catene, rabboccando l’olio, ecc. La polizia che incontriamo per strada ci saluta mentre passiamo; solo una pattuglia ci ferma e, dopo avere visto la provenienza, mi chiede: “Maldini?”. Io casco dalle nuvole: chi è ‘sto Maldini? Interviene Balos, bene informato di calcio, e risponde ”Milan!”. E il poliziotto, soddisfatto, ci augura buon viaggio.
Finisce l’asfalto e inizia la prima pista, che durerà circa 90 km. e ci porterà a Imilchill. Chiamarla pista è un’esagerazione, in quanto segue il tracciato di un fiume che scende dalla montagna. In parecchi tratti è un percorso da trial e con le moto cariche non è uno scherzo. Poco per volta ci abituiamo e troviamo anche il tempo per goderci il paesaggio che è veramente suggestivo.Ogni tanto troviamo un pastore con le sue capre, o qualche contadino con il suo asino stracarico di roba, o qualche bambino che ci rincorre gridandoci chissà cosa. Arriviamo a Imilchill verso il tramonto e, visto che siamo a più di 2100 metri e soffia un vento boia, decidiamo di fermarci in una locanda per la notte invece che dormire nel solito campo.
Il mattino seguente, dopo avere visitato il mercato ed esserci informati sui prezzi delle pecore e degli asini, prendiamo un’altra pista che scende in un’altra vallata seguendo per la maggior parte del percorso il letto del fiume. Durante l’attraversamento di un guado Teppy cade con il suo Tenerè e, non riuscendo ad alzare la moto a causa del suo peso e dell’acqua in cui è immersa la moto, deve aspettare qualche minuto che arrivi Paolo ad aiutarlo. Va detto che sulle piste noi viaggiamo distanziati di 3 o 4 minuti l’uno dall’altro, meno gli ultimi 2 che viaggiano appaiati, per evitare di mangiare troppa polvere. Arrivati sull’asfalto ci dirigiamo verso Sud continuando a viaggiare fino al tramonto quando arriviamo ad Erfoud, cittadina dove ha inizio la pista che ci porterà a Merzouga. Ci addentriamo per qualche km. nel deserto e ci fermiamo a dormire. Purtroppo qualcuno di noi comincia ad accusare i primi sintomi di dissenteria, con malessere generale. Questo ci obbliga ad accorciare la tratta che dovevamo effettuare nel deserto, per non aggravarne le condizioni.
Al mattino presto ripartiamo in ordine sparso in quanto non c’è una pista ben definita che porti a Merzouga bensì una miriade di tracciati, e possiamo sbizzarrirci viaggiando quasi affiancati su un fronte di almeno 500 metri. Merzouga è famosa per le sue dune alte fino a 200 metri; purtroppo le nostre Trailmax non sono adatte ad affrontare la sabbia non battuta, ragione per cui, dopo una sostanziosa colazione sotto una tenda berbera, ripartiamo in direzione Rissani, dove arriviamo dopo un’ora e dopo avere spaccato in una buca il portapacchi della 550 di Serjei. Troviamo in paese un saldatore, smontiamo il portapacchi e dopo un’ora ripartiamo con la moto a posto. Arrivati a Tinerhir lasciamo la strada principale e ci inoltriamo nelle gole del Todra, una spaccatura nella montagna alta qualche centinaio di metri, con un torrente da attraversare per inoltrarsi sulla pista. Il problema è solo che… sembra di essere in tangenziale a Milano alle 7,30 di mattina. Automobili dappertutto, sembra che mezzo Marocco si sia dato appuntamento qui. Dobbiamo pure pagare un biglietto d’ingresso: circa 1000 lire. Guadiamo il torrente e ce la svigniamo da quella bolgia.
La pista si arrampica sulla montagna e dopo una decina di km. incontro due motociclisti italiani con rispettive ragazze: mi fermo, nel giro di pochi minuti arrivano anche gli altri e ci raccontiamo le reciproche esperienze; hanno un TT e un Kawa KLR, hanno lasciato i bagagli in una locanda a valle dove torneranno prima di sera. Ci salutiamo, io parto ma dopo qualche minuto vedo i fari del Tenerè di Teppy che si avvicinano sempre di più. Sto andando troppo piano?! Accelero, cercando di ristabilire le distanze, ma poco più avanti sono costretto a fermarmi causa un camioncino sulla pista. Teppy mi raggiunge, e così scopro che voleva fermarmi per dirmi che Paolo ha bucato con la sua xt 600. Torniamo indietro a spron battuto e troviamo gli altri che hanno già smontato la ruota. In breve sostituiamo la camera d’aria e ripartiamo. Dopo un po’ di chilometri arriviamo in un villaggio, Tamtattouche, dove perdiamo un bel po’ di tempo cercando la pista giusta. Le scritte sui muri dicono di andare a sinistra, i bambini vogliono farci andare diritti e gli adulti ci indicano la destra. Arriva un camioncino e l’autista ci conferma che dobbiamo andare a destra, ma ci dice anche che è troppo tardi (manca poco al tramonto), che la pista è difficile e che con il buio è pericolosa. Ci aspetta un passo a 2800 metri di quota, ragione per cui decidiamo di fermarci in questo villaggio berbero, stimolati anche dal fatto che alla sera ci sarebbe stata una grande festa per un doppio matrimonio. La festa dura fino alle 22 circa, dopo di che mangiamo un piattone di cus-cus e poi andiamo a dormire sotto una tenda berbera.
Il mattino dopo proseguiamo il percorso che si snoda quasi tutto al di sopra dei 2000 metri di quota, con passaggi in prima a passo d’uomo. Ad un certo punto ci troviamo la pista sbarrata da un palo colorato, incatenato per terra. Arriva un tizio che ci racconta che c’è una banda di fuorilegge che rapina i turisti e ci invita a fermarci a dormire da lui, che per combinazione possiede una locanda. Decliniamo l’invito e ci facciamo aprire la sbarra: dei rapinatori neanche l’ombra. Scendiamo nella valle del Dadès, e dopo pochi km. Balos spacca il portapacchi della sua 550. Fortunatamente in Marocco i saldatori non mancano, per cui trovatone uno smontiamo tutto e ripariamo il portapacchi. I Marocchini come saldatori vanno bene, solo non bisogna lasciare che mettano le mani sulle viti o sui dadi, in quanto non sono molto portati per la meccanica e come minimo ti spannano i filetti. Verso il tramonto ci fermiamo a dormire in una locanda e cerchiamo di riposare: domani ci attende la tappa più dura del viaggio.
Il mattino seguente ci muoviamo all’alba; compriamo 5 litri di acqua a testa con cui riempiamo i fustini, facciamo il pieno alle moto e ci inoltriamo sulla pista desertica in direzione di Tazarine. Percorriamo i primi 50 km in uno scenario semplicemente fantastico: la pista attraversa un territorio roccioso e arido ma molto pittoresco, è un paesaggio simile al deserto dell’Arizona. Fa caldo, ci sono circa 45 gradi alle 10 del mattino ma il paesaggio è troppo bello così mi fermo a fare qualche foto; vengo raggiunto dai miei compagni, beviamo un goccio d’acqua e ripartiamo. Stessa scena come sulle montagne: dopo poco vedo Teppy che arriva sempre più vicino così mi fermo con un presentimento: mi informa che Paolo ha bucato di nuovo, questa volta davanti. Dietro front e dopo 5 minuti siamo di nuovo riuniti, Paolo ha già smontato la ruota e nel giro di un quarto d’ora sostituiamo la camera d’aria. Questa volta non è stato un chiodo ma una spina. Ripartiamo sempre scaglionati, la pista si arrampica da una montagna all’altra così ogni tanto mi fermo un istante a controllare che ci siano tutti. Dopo 30 secondi arriva Teppy, poco lontano si vede Paolo e parecchio lontano (spesso sull’altro fianco di una montagna) si intravedono Cip e Ciop (i due Sergi xt 550) che insieme avanzano sulla pista.
Arriviamo a Tazarine verso le 11,30 e fa un caldo tremendo. Soffia anche un vento rovente, dobbiamo tenere chiuse le visiere altrimenti ci asfissiamo. Da Tazarine riprendiamo la pista, destinazione Zagora. Questo tratto è micidiale, è tutto tolè ondulè che ci smonta le moto. Quando cambia diventa pista pietrosa che ci obbliga ad andature ridotte, in prima e seconda. Ogni tanto mi illudo che da qui in avanti sia più bella, così accelero a 60-70 km. ora ma ripiombo in un tratto roccioso che mi fa temere per l’integrità delle gomme. Ad un certo punto becco un sasso con la ruota anteriore che mi fa percorrere una trentina di metri senza controllo, sto cominciando a sperare di riuscire a stare in piedi quando ne prendo un altro più grosso che mi fa andare e cadere fuori pista in mezzo alle rocce. Arriva subito Teppy che mi aiuta a risollevare la Tenerona, si è rotta la leva frizione e lo specchio sinistro. Sostituisco subito la leva, tolgo lo specchio destro e lo metto a sinistra, una raddrizzata al manubrio e via, sotto il sole cocente.
Finalmente pare che adesso cominci un tratto sabbioso per cui possiamo divertirci un po’ stile Paris-Dakar. Mi azzardo ad uscire di pista per cercare un terreno più liscio ma mi pento subito, la ruota posteriore si insabbia ma per fortuna sono in velocità così scalando dalla quinta alla seconda e accelerando alla disperata riesco a tornare su un fondo più duro. In lontananza si intravede il palmeto di Zagora, stiamo per arrivare! Tiro un sospiro di sollievo, anche perché nell’ultima sosta i miei amici mi avevano chiesto molto diplomaticamente se ero sicuro che stessimo andando nella direzione giusta.
Dopo pochi km arriviamo a Zagora; sono le 16, ci sono 45 gradi per cui andiamo in una specie di bar a recuperare un po’ di liquidi persi per strada. Decidiamo di proseguire verso Rabat, dove ci aspettano dei Marocchini conosciuti in Italia. Nell’attraversare un paese scopriamo che un camioncino ha perso parecchi litri d’olio; Teppy ed io non ci accorgiamo di nulla perché stiamo superando un po’ di auto, ma Paolo ci finisce dentro in pieno. Mentre sta ancora strisciando sull’asfalto arriva Balos che, vedendolo in terra, istintivamente tocca i freni cadendo a sua volta. Quando io e Teppy ci accorgiamo della loro assenza e torniamo indietro li troviamo intenti a pulirsi i pantaloni inzuppati d’olio.
Arriviamo a Rabat nel primo pomeriggio del giorno dopo e ci concediamo una pausa di relax a noi non usuale: spiaggia e mare. Siamo ospiti di questi nostri conoscenti fino alla mattina dopo, quando ripartiamo in direzione Ceuta per traghettare in Spagna. Ormai siamo esperti e nel giro di trenta minuti siamo fuori dalla caotica frontiera marocchina. Prendiamo il primo traghetto disponibile e, appena sbarcati in Spagna, proseguiamo verso Nord. Dopo una cinquantina di km la moto di Serjei è ferma: ha il pignone completamente consumato. La trainiamo fuori dall’autostrada e, tirando al massimo la catena, riusciamo a percorrere ancora una trentina di km. Attraversiamo qualche paese e in ognuno facciamo visita al meccanico del luogo alla ricerca del pignone ma la risposta è sempre quella: dovete andare dal concessionario a Granada. Infine la moto si ferma: il pignone è completamente sgranato. Siamo in un simpatico paese andaluso e ci fermiamo a mangiare fuori da un bar. Le moto sono a una ventina di metri da noi, ma sono coperte da un furgone. Ciò nonostante siamo rilassati e ci godiamo la serata, non siamo più in Marocco dove bisognava continuamente averle sott’occhio, pena la certezza che ci fregassero qualcosa. Una vecchietta di passaggio sussurra qualcosa all’orecchio del gestore e se ne va: questi ci riferisce che la signora ha detto che c’è qualcuno vicino alle moto che sta armeggiando con i nostri bagagli. Schizziamo in piedi e corriamo alle moto, non c’è nessuno. Sembra tutto a posto, comunque diamo un’occhiata in giro senza vedere niente di strano. Ad un tratto sento un “pss-pss” venire da dietro una finestra, guardo e vedo solo una mano che indica in una direzione. C’è una scalinata, e a metà un tizio sta tentando di infilarsi le braghe di Balos. Corriamo su con propositi bellicosi, ma nel vederlo ci rendiamo conto che non è una persona normale: è sui 55 anni, una grossa pancia e non porta le mutande. Sì, perchè le braghe di Balos è riuscito ad infilarsele solo fino alle ginocchia causa diametri differenti, ed è lì piegato in due con gli accessori che gli penzolano giù e le braghe a mezza gamba. “Tranquilo, tranquilo” mi dice, e ci fa capire che voleva solo provarsele. La scena è comica, ci facciamo ridare le braghe e torniamo alla nostra cena: pare che Balos una volta a casa le abbia sterilizzate con la fiamma ossidrica! Sempre con la moto di Serjei al traino andiamo poi a dormire in un campo.
La mattina dopo Paolo ed io andiamo a Granada con la speranza di trovare un pignone. Siamo fortunati, comperiamo pignone e corona (la catena l’avevo portata da casa), sostituiamo il tutto e a mezzogiorno siamo pronti a ripartire. Dopo qualche centinaio di km., mentre ci stiamo annoiando in autostrada sotto il sole pomeridiano, intravedo sulla corsia opposta un’auto che arriva su una fiancata. E’ una scena irreale che mi risveglia subito. L’auto adesso sta strisciando sul tetto in un gran polverone mentre un’altra auto sta girando su sè stessa. La prima auto finisce la sua corsa nel fossetto che delimita le due carreggiate, mentre la seconda si ferma di traverso sulla corsia di emergenza. Io e Serjei siamo i primi ad accorrere, tutti i vetri sono in frantumi ed un braccio insanguinato penzola fuori da quello che era un finestrino. Il proprietario del braccio sta cercando di uscire, ma è una persona corpulenta e si è incastrato nella cintura di sicurezza. Cerchiamo di calmarlo , taglio la cintura e lo aiuto ad uscire dal finestrino. Ad un tratto arriva qualcuno che lo afferra sotto le ascelle e in barba a tutte le regole di primo soccorso lo strattona fuori dall’auto con un tale slancio che lo fa rotolare giù per la scarpata. Tempo tre minuti ed arriva l’autoambulanza, il tizio non sembra poi messo così male.
Ripartiamo e percorriamo i 2000 km che ci separano da casa in un giorno e mezzo e la sera del venerdì siamo sul viale da dove eravamo partiti due settimane prima. 8000 i km. percorsi, due riparazioni carter con alluminio liquido (in tutti i viaggi si è dimostrato indispensabile), due forature, un paio di guasti di poco conto, una caduta a testa e due kg. perduti da ognuno di noi.
Dove si va l’anno prossimo?In moto, naturalmente!

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