Malawi: piccoli schiavi di fango

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Malawi: piccoli schiavi di fango

Un'Africa "amara" che ancora oggi persiste, anni luce dal turismo patinatoPercorrendo la strada che collega Lilongwe a Blantyre, situata nel sud del Malawi, per circa cinquanta chilometri si viaggia su un nastro di asfalto che divide il territorio mozambicano da quello del Malawi.
Da una parte l’Africa degli inglesi con una parvenza di proiezione verso il futuro, dall’altra la miseria e i postumi della guerra civile del Mozambico.
La prima immagine che mi si presenta, infatti, è quella della povera gente ammassata ai confini in attesa di poter passare dall’altra parte, dove il mondo sembra meno ostile.

In prossimità di Bawi, a qualche ora d’auto da Blantyre, la prima città per importanza economica del Malawi, ci sono alcune fabbriche di mattoni per l’edilizia che riforniscono i magazzini di tutta la parte sud del Paese.
Essendo venuto in Malawi per realizzare un lavoro di documentazione fotografica sociale, decido di effettuare una sosta per meglio cogliere gli aspetti della crescente economia di questo piccolo stato africano che nonostante la sua indipendenza, vive sotto l’ala di madre Inghilterra.
Mi aspettavo di vedere le solite industrie di standard africano con cicli produttivi vecchi ma ben funzionanti. Ciò che invece mi appare è una sorta di girone dantesco dove la scenografia è realizzata in grosse buche fangose, e gli attori sono presi dai bambini della strada… o della guerra.
Il triste spettacolo che i miei occhi stanno registrando mi ricorda la famosa miniera d’oro brasiliana di Serra Pelada. Ma qui la terra è povera, non siamo in Brasile, non c’è oro e ricchezza per i piccoli disperati delle fosse; il vero tesoro sono i mattoni e il grosso business della loro produzione realizzata a basso costo servendosi della manodopera minorile.

La storia è sempre la stessa: vengono reclutati bambini di appena sette-otto anni, figli di profughi mozambicani o disperati del luogo, disposti a tutto in cambio di dieci kwacha al giorno, l’equivalente di mezzo dollaro.
La trama del “film” che sto per vedere è di quelle forti: bambini neri scalzi, immersi nel fango fino alle ginocchia, addosso non hanno nulla, solo un cencio ricavato da un vecchio sacco del mercato, nient’altro.
Nelle fosse si lavora fino a dieci ore al giorno, su e giù per il sentiero scivoloso fino a quando le forze lo permettono.
Si raccoglie il materiale argilloso scavando con le piccole mani nel terreno reso molle dalla pioggia e dopo aver riempito lo stampo che darà la forma finale al mattone, bisognerà affrontare lo sforzo maggiore per raggiungere l’aia di essiccazione dove il recipiente verrà capovolto facendo uscire il fango indurito e successivamente lasciato a cuocere sotto il sole africano.
A debita distanza un guardiano armato di bastone in bambù osserva il lavoro dei “piccoli schiavi del fango”… e il mio di fotografo.

Durante la mia breve permanenza cerco di raccogliere qualche notizia da un bambino che parla un poco d’inglese ma il guardiano o padrone che sia, si insospettisce e allontana il piccolo operaio. Dopo aver urlato alcune frasi in lingua locale ad un collega si incammina verso di me gesticolando e con tono poco garbato mi fa capire di ritirare l’apparecchio fotografico e di togliere il disturbo in quanto la mia presenza non è delle più gradite.
L’inferno di Serra Pelada in Brasile non esiste più, l’oro è finito e i garimpeiros se ne sono andati altrove. L’inferno di Bawi, invece, è ancora attivo. Per vedere la sua fine bisognerà aspettare che finisca il fango nelle fosse oppure che i “piccoli schiavi del fango” producano i mattoni affinché anche l’ultima capanna africana si trasformi in palazzo.

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