Noi e i lemuri - Parte seconda

in viaggio con BEA in Madagascar

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Noi e i lemuri - Parte seconda

 

Si conclude la cronaca dell'avventuroso viaggio in Madagascar di Bea, Ivo e Tiziana. La prima parte - dal medesimo titolo - è già disponibile in questo stesso sito.

Itinerario

15/8/2007
Ultimo giorno di viaggio con la nostra strana coppia di autisti. Hanno fretta di arrivare ad Anakao per ripartire immediatamente alla volta di Tanà, perciò non sono contenti quando, lungo la strada, chiediamo di fermarci per una breve visita al Parco Nazionale di Tsimanampetsotsa.
Anche qui, le guide danno informazioni piuttosto frammentarie se non errate. Il personale del parco ci spiega invece con esattezza cosa stiamo per visitare: una giovane ed entusiasta guida ci accompagna al lago omonimo, dalle acque di uno strano azzurro irreale, che costituiscono per gran parte dell’anno l’habitat abituale in una folta colonia di fenicotteri rosa. Il lago è grande, anche se in questo periodo dell’anno è ai suoi minimi, e i fenicotteri se ne stanno indisturbati al centro, ben lontano da noi fastidiosi osservatori. La visita prosegue poi a qualche chilometro dal lago su un breve circuito che permette la conoscenza di una serie di piante endemiche della regione: la guida si sofferma anche a spiegarci il loro impiego in campo medico, farmaceutico ed estetico. In particolare scoviamo la pianta dalla cui corteccia si ricava una sostanza rossastra che molte donne usano come crema per proteggersi dal sole e dagli agenti atmosferici. Franciscus, la nostra guida, ci spiega che le creme occidentali costano troppo per le donne locali, che però ci tengono a prendersi cura del proprio aspetto.
La visita prosegue con le foto di rigore ad alcuni baobab: quello che sorride, per via di una sorta di sorriso inciso nella corteccia; il vazah, con corteccia rossastra e biancastra che a tratti si stacca, come la pelle degli stranieri, i vazah, appunto, sotto il sole malgascio; e la “nonna” baobab, un enorme, tozzo baobab antichissimo. C’è da notare che si tratta di baobab tipici della regione e non quelli più noti che illustrano i cataloghi sulle bellezze d’Africa o quelli più famosi del Viale dei Baobab, a Morondava, alti, imponenti, spettacolari. Ma la loro dimensione ridotta non altera la sensazione di rispetto che questo strano albero che sembra cresciuto “al contrario”, con le radici che svettano al posto dei rami, sa ispirare.
Facciamo una sosta a una piccola grotta sotterranea dall’acqua limpida a vedere i famosi pesci ciechi (che quindi stanno qui e non nel lago, come sembra alludere la Lonely Planet). Ulteriore tappa a un cenote, una profonda spaccatura nel terreno piena di acqua azzurrina, circondato da una lussureggiante vegetazione e popolato da una quantità di uccelli, che la nostra guida pazientemente di segnala (tra cui il famoso pappagallo grigio del Madagascar). Chiediamo se ci siano lemuri in zona e ci spiega che ci sono ma vengono qui ad abbeverarsi solo alla mattina presto o al tramonto: i lemuri sono ormai diventati una fissazione per noi e Franciscus ci suggerisce di andare a mangiare qualcosa in un ristorante vicino all’ingresso del parco in cui, ci dice, ci sono alcuni lemuri in cattività.
L’idea ci piace e torniamo alla macchina a convincere gli autisti a farci a fare una sosta fuori programma a Le Domaine de Ambola: del resto ormai la caciotta è finita e anche loro sono sempre sensibili all’argomento rancio.
Il posto è incantevole: sabbia abbagliante, una grande laguna azzurra in cui emergono piccoli tratti di barriera corallina, una struttura di poche camere nuova di zecca immersa in un giardino popolato di tartarughe e oche; l’atmosfera da cartolina è completata dal passaggio di piroghe e piccole imbarcazioni a vela. E poi arrivano loro: i lemuri. Sono tre, sono cuccioli di catta: con una simpatica lunga coda che non ha ancora raggiunto lo splendore degli esemplari adulti e sembra un enorme scovolino da pipa per juventini; il pelo non è la morbida pelliccia che abbiamo ammirato a Nahampoana ma sembra un peluche infeltrito per cui si è sbagliato il lavaggio. Sono simpatici, sempre in movimento, saltano da un punto all’altro della grande tettoia della zona ristorante e la loro prima mossa per fare la nostra conoscenza consiste nell’infilare la testolina nei bicchieri che sono stati preparati per il nostro pranzo. Per niente intimoriti, vengono a controllare il contenuto delle nostre borse e ci toccano, ci saltano in braccio, ci leccano: sono esserini stupendi, leggerissimi, con manine perfette e sguardo intenso. Il pranzo non è ancora pronto quando diamo alla notizia agli autisti: invece di continuare fino ad Anakao come pattuito, noi ci fermiamo qui. Ecco il bello di viaggiare senza grossi vincoli di prenotazione e un’organizzazione ferrea delle tappe.
Per 25 euro a stanza, ci appropriamo di due nuove camerette in tinta pastello con enormi zanzariere e la promessa di secchi di acqua calda per la doccia della sera (qui l’acqua corrente c’è ma non calda). Ci rallegriamo ulteriormente a pranzo quando scopriamo che il cuoco è un virtuoso dei fornelli. Un posto di cui mi innamoro e che so già che ricorderò per sempre.
Dopo pranzo, salutiamo gli autisti che nel bene e nel male, ci hanno fatto fare tutto quello che volevamo, ci hanno intrattenuto coi loro litigi e ci hanno anche raccontato un po’ di Madagascar dal loro punto di vista.
Trascorriamo le ultime ore di luce sulla spiaggia, ad osservare il passaggio dei pescatori di telline che per ore camminano a pochi metri dalla riva, sulla barriera; piccole imbarcazioni approdano alla nostra spiaggia per proporre il risultato di una giornata di lavoro al nostro cuoco; un paio di zebù passano a pochi metri dai nostri teli rientrando da non si sa quale pascolo; le oche si avvicinano minacciose, disturbate dalla presenza di noi, estranei, sulla loro spiaggia; e ci godiamo infine brevi incursioni dei nostri nuovi amici che si uniscono definitivamente a noi ad osservare un tramonto meraviglioso. Si ritirano a dormire solo dopo aver tentato più volte di rubare la nostra ottima cena.

16/8/2007
La giornata inizia presto come al solito: ormai la sveglia suona automaticamente nella nostra testa prima delle sette ma invece di rimanere a poltrire a letto come la prima giornata di vacanza marina suggerirebbe, sentiamo del fermento all’esterno e ci affacciamo. Il direttore dell’hotel ci spiega così che un gruppo di balene sta passando proprio di fronte alla nostra barriera e ci mettiamo per una mezz’ora in cima a un tetto del complesso ad osservare spruzzi d’acqua e movimenti di code.
Ovviamente coadiuvati dai nostri amici lemuri, che ci raggiungono immediatamente e ci coinvolgono nei loro giochi. Sono simpatici e dolcissimi: magari questa dolcezza è merito dello zucchero che a più riprese riescono a rubare sotto il nostro naso. Non appena abbassiamo la guardia, e la persona preposta a tenere lontano i lemuri durante i pasti si distrae o rincorre uno dei tre, immancabilmente troviamo un cucciolo col muso immerso nella zuccheriera o nella marmellata. Terminiamo la colazione, augurandoci che ogni giorno in cucina provvedano a una sostituzione completa di questi prodotti.
E’ inutile: sono completamente soggiogata. Mentre Ivo e Tiziana si preparano per piazzarsi in spiaggia, io scatto decine di foto e faccio filmati alle piccole pesti che imperversano in giardino. Si arrampicano sulle piante, strappano frutti e baccelli, portano alla bocca di tutto e masticano a bocca aperta, con gusto e concentrazione. Si rincorrono e si fanno dispetti ma hanno sempre l’occhio vigile verso la cucina in attesa che la porta lasciata inavvertitamente aperta dia la possibilità di una allegra scorribanda. Amano usarmi come pianta, e si arrampicano e mi saltano addosso a più riprese, per poi masticarmi a tratti i capelli o per ficcare la testa nella borsa. Le loro manine perfette mi incantano: i polpastrelli neri con i delicatissimi disegni delle impronte digitali, le piccole unghie arrotondate che sembrano appena uscite dalle mani di un’addetta alla manicure, la morbida peluria e le lunghe dita eleganti.
Raggiungo i miei “soci” sulla battigia, stesi al riparo di una piroga per via del vento che stamattina alza parecchia sabbia, ma disturbata dalle sabbiature involontarie, mi allontano per una passeggiata. Mentre verso nord si intuisce l’esistenza di un villaggio, verso sud la spiaggia continua ininterrotta per qualche centinaio di metri alternando sabbia a lastroni di roccia e zone di barriera affiorante: ritirandosi, la marea ha seminato qua e là una quantità di enormi conchiglie bianche, gusci di tridacne sbiancate dal sale e dal sole, che mi diverto a fotografare.
Al mio ritorno alla base, dopo un po’ di snorkeling, stanchi del peeling, ci spostiamo sul tetto della cucina, trovando riparo dal vento dietro ai bassi muretti. E dove diventiamo immediatamente rifugio per la femminuccia dei lemuri che desiderando sottrarsi alle eccessive attenzioni dei compagni, si rannicchia in braccio a Ivo o nell’incavo del braccio di Tizi cercando protezione e addormentandosi.
La giornata passa così: tra un gioco e l’altro, un pisolino, tante foto ai lemurini che ci hanno adottato, il sempre ottimo pranzo che ci fa sorridere al ricordo dei tanti pasti a base di formaggella.
Il sole c’è ma si capisce che qui è inverno: mai usata protezione superiore all’otto, coloriti ma mai scottati. Un anno di tregua per la pelle, insomma, dopo le tante vacanze ai tropici.
Verso sera, poco prima del tramonto, assistiamo a uno stranissimo fenomeno atmosferico: un minaccioso fronte nuvoloso, di due-trecento metri di ampiezza, si muove rapidamente perpendicolare alla costa, il vento rinforza e i lemuri scappano a rintanarsi nella loro cuccia, sotto al tetto del ristorante e si abbracciano spaventati.
Piove per una decina di minuti ma noi ci stiamo già godendo il nostro secchio di acqua bollente e usciamo in tempo per un nuovo spettacolare tramonto: non c’è più traccia della minacciosa perturbazione e ci gustiamo la cena sulla terrazza sopra all’edificio principale, che è la più riparata, visto che il vento si fa ancora sentire.

17/8/2007
Il vento non demorde, perciò passiamo la giornata in terrazza, sempre al riparo dei muretti. E’ un peccato non poter usufruire della splendida spiaggia, ma almeno così i lemuri stanno perennemente con noi (a quanto pare non amano troppo la vicinanza del mare): altre foto, filmati, giochi, coccole. Io sono già triste all’idea di dover lasciare questo piccolo angolo di paradiso ma tutto è organizzato: abbiamo trovato un addetto del parco che ci porta in fuoristrada ad Anakao, dove abbiamo prenotato tramite il direttore di Ambola per tre notti. E del resto qui, nel frattempo, è arrivata gente e le nostre camere servono per i nuovi arrivi. Ciononostante, lasciano le stanze a nostra disposizione fino alle 15.30, orario della nostra partenza, e noi ci godiamo Le Domaine d’Ambola fino all’ultimo minuto. Menzione d’onore per il personale dell’Hotel: gentilissimo, sempre pronto per ogni nostra esigenza e simpatico. Il cuoco me lo porterei a casa nello zaino: gli ingredienti a sua disposizione sono limitati ma tutti i giorni ci ha sfornato due completi menù con possibilità di varie scelte. Ci siamo proprio trovati bene qui.
E l’ora dei saluti arriva: non mi vergogno a dire che salendo sul pick-up, piango.
Il nostro autista è molto simpatico e dopo un po’ riesce a distogliermi dal mio stato di depressione, e ancor più ci riesce il rischio di un frontale con un altro fuoristrada. Scampato il pericolo, grazie alla sua previdenza, ci racconta che qui gli incidenti sono all’ordine del giorno, soprattutto a causa degli stranieri che affittano i mezzi e affrontano le piste come se fossero il loro personale circuito in un videogioco: a manetta e senza curarsi eccessivamente delle conseguenze e dei rischi; che sono le sia pur rare vetture che arrivano nel senso opposto (la pista è unica per i due sensi di marcia) e passanti, animali e carretti vari che puoi ritrovarti dopo una curva, celati dalla vegetazione. Insomma, un bel rischio da non sottovalutare e il tizio che rischia di schiantarsi contro di noi è uno straniero, mentre il fuoristrada che a un certo punto ci supera a tutta velocità, rischia di investire un carretto trainato da zebù con sopra un’intera famiglia: un vero brivido di terrore per me, figurarsi per quei poveretti!
Arriviamo in poco più di un’ora ad Anakao: lungo la strada che scorre nell’interno, si supera l’accesso ad alcuni resort o piccoli hotel. Tra questi un costosissimo resort proprietà di italiani, decisamente fuori budget per noi.
All’arrivo al Prince Anakao, abbiamo purtroppo una brutta sorpresa: non c’è traccia della nostra prenotazione e sono al completo. Il direttore molto gentilmente acconsente a chiamare un altro resort ma anche lì non c’è posto. Il nostro autista si offre di accompagnarci allora al Safari Vezo, un piccolo resort che avevamo scartato per il desiderio di concederci per tre giorni delle docce calde e che non contemplassero l’uso del secchio. Fortunatamente qui troviamo posto e ci accomodiamo immediatamente in due bei bungalow direttamente sulla spiaggia, ampi, con veranda, un bel giardino di piante grasse, bagni enormi decorati con mosaici e sassi antiscivolo e… quattro secchi al giorno di acqua fredda a testa per le nostre abluzioni e i bucati.
La nostra prima doccia qui è un vero choc: i secchi erano già in camera e l’acqua era veramente ghiacciata. Per reazione, a cena mi presento bardata come per un inverno scandinavo.

18/8/2007
La nostra prima giornata parte all’insegna dello shopping. Il Safari Vezo si trova proprio di fianco a uno dei due villaggi che costituiscono l’entità Anakao. Perciò dopo colazione, partiamo per un primo raid alle varie bancarelle e ai negozi di magliette del marchio Maki e Baobab. Incredibile quanti tipi di magliette il Madagascar riesca a produrre, e quasi tutte di buona qualità e con un design molto accattivante: soggetti principali sono lemuri, camaleonti, baobab a colori vivaci e con scritte simpatiche.
Rientro dal mio tour, alleggerita di una buona quantità di Aryary e carica di un certo numero di regali. Fortunatamente la nostra scorta di valuta locale resiste, visto che anche qui non c’è banca né ufficio cambio. Mi pare di intuire che in caso di necessità, la proprietaria del nostro resort, una francese che mi ricorda in tono e piglio la mia insegnante francese delle superiori, possa effettuare qualche cambio… di favore, ma dubito che applichi tassi… di favore.
Abbiamo anche modo di osservare da vicino la vita del villaggio, nel bene e nel male: l’industrioso mercato e i vari prodotti in vendita, l’interno di qualche casa, la manutenzione delle piroghe, ma anche la sporcizia buttata in giro e la battigia usata come toilette. Fa impressione camminare tra splendide conchiglie candide e dover continuamente scansare piccoli cumuli dalla inconfondibile forma e consistenza. Del resto assistiamo anche in diretta al “deposito” da parte degli abitanti: proprio mentre osserviamo una piroga particolarmente colorata, una ragazzina si ferma a pochi metri da noi, si rimbocca il lungo abito e si accoccola tranquillamente a espletare le proprie funzioni corporali, come se niente fosse. Del resto è chiaro che qui fanno affidamento sulla marea che tra qualche ora salirà e ripulirà tutto, ma questa realtà influirà non poco sul mio desiderio di farmi il bagno.
Fortunatamente i nostri bungalow sono molto lontani da tutto ciò e quando ci piazziamo in spiaggia, ci dimentichiamo praticamente di tutto.
Il Safari Vezo offre la possibilità di varie escursioni, tra le quali quella all’isola di Nosy Ve, proprio di fronte alla nostra spiaggia. Ma noi preferiamo accordarci con dei ragazzi del villaggio per una bella gita con piroga a vela per l’indomani.
Verso le 15 ci concediamo un panino al ristorante godendoci lo spettacolo di tutti i ragazzini della zona che fanno “volare” i loro modellini di piroga lungo l’ampio bagnasciuga che si è creato quando la bassa marea ha raggiunto il suo massimo. Ce ne sono di tutte le età e le loro imbarcazioni sono di varie dimensioni. Le appoggiano sull’acqua e attendono che il vento ne gonfi adeguatamente la vela per poi lasciarle libere di percorrere anche decine di metri, nel vento e nel sole. Loro le rincorrono da vicino e quando il vento “cede”, sono pronti a raccogliere i loro piccoli capolavori e a ritornare verso riva per una nuova corsa. Uno spettacolo emozionante.
Torniamo ai nostri bungalow per prendere gli ultimi raggi di sole nel nostro giardino, più riparato dal vento, rispetto alla spiaggia. Abbiamo lasciato i secchi d’acqua sulla veranda per tutto il giorno, al sole, e sappiamo che ci aspetta una gradevole doccia tiepida, poco prima del solito acceso tramonto, che mi gusterò mentre faccio asciugare lentamente i capelli nella brezza.

19/8/2007
Rispetto alla gita in piroga a motore, quella con piroga a vela dura molto di più. Malgrado l’enorme vela su cui capeggia un bel musetto di lemure, lo scarso vento del mattino rende molto più lento il nostro avvicinarsi all’isola. Inoltre si parte molto più tardi perché di prima mattina di vento non ce n’è proprio. Ce la facciamo, comunque: a quanto pare questo viaggio è all’insegna dello slow travel.
Prima di partire alla ricerca del nostro pranzo che sarà cucinato proprio qui sulla spiaggia, i nostri velisti ci accompagnano a un grosso cespuglio a vedere un cucciolo di “fetonte dalla coda rossa”, una specie che nidifica qui. Ci osserva con i occhietti timorosi che spiccano nella folta peluria, quasi già rassegnato alla curiosità umana. Anzi, mi viene il sospetto che la madre sia anche regolarmente stipendiata dall’ente del turismo.
Possiamo poi partire all’esplorazione dell’isola: la spiaggia che guarda verso la costa è una lunga striscia di spessa sabbia bianca, alle cui spalle si stende un basso manto di vegetazione verdeggiante. Ma appena “svoltato l’angolo” il mare assume una tonalità unica, che ancora non avevo visto, qui in Madagascar, un azzurrino delicato con vaste fasce di turchese inteso. L’altro versante dell’isola si affaccia infatti su un’ampia laguna disseminata di piccoli scogli sommersi, che si estende fino alla barriera corallina, a qualche centinaia di metri di distanza.
Unico rimpianto di questa vacanza è di non essere mai riuscita ad osservare la fauna marina della barriera: anche in questa occasione mi accontento infatti di farmi trascinare dalla corrente per circa 300 metri, da uno scoglio all’altro, ad osservare piccoli e schivi pesci di barriera, spettacolari stelle marine e Nemo col suo babbo in vacanza in Madagascar, che mi osservano dall’immancabile anemone marino.
Ed è già ora di pranzo, che consumiamo su un’isola ormai pressoché deserta (chi arriva con le barche a motore, rientra prima): un pasto a base di piovra e pesce fresco cucinato su una griglia improvvisata e riso bollito.
Il rientro è all’insegna di grandi secchiate d’acqua, visto che ora il vento c’è ed è forte; il mare si è mosso e la marea abbassata, perciò osserviamo il nostro velista, in piedi sul bilanciere a fare da contrappeso, che segnala al timoniere la giusta via tra frammenti di barriera affioranti.
Ci fermiamo solo brevemente a prenotare la barca che domani ci porterà a Tuléar e facciamo ritorno al nostro bungalow a goderci le ultime ore di sole, con la prospettiva di una bella doccia calda, visto che oggi, oltre ad aver lasciato i secchi al sole, ho messo anche due bottiglie ad assorbire tutto il calore della giornata: risultato garantito.

20/8/2007
E anche il nostro soggiorno ad Anakao è terminato. Dopo colazione completiamo lo shopping con qualche altro ricordino ed è già tempo di chiudere i nostri riluttanti zaini.
La M.S.V. Vedette (40.000 Ar a persona - 20 euro circa) è puntuale: scarica a terra un nutritissimo gruppo di Avventure nel Mondo e l’ingente quantitativo di bottiglie d’acqua che si sono portati (l’acqua qui è leggermente più costosa che altrove!) ed è pronta a ripartire, raccogliendo i vari clienti dai diversi resort lungo la costa.
Il mare è calmo, i motori potenti e senza neanche rendercene conto siamo a Tuléar. Lo sbarco è forse una delle esperienze più insolite di questo viaggio. Ci avviciniamo alla costa, oltre il porto cittadino, e a circa 300 m. dalla riva, spegniamo i motori. Mentre ci domandiamo il perché di questa manovra, vediamo in distanza avanzare nell’acqua, bassa per via della marea, un paio di carrette trainate da poveri zebù di… evidente razza anfibia. I poveri animali, sotto le frustate di irritanti ragazzini, procedono affondando nella melma, con l’acqua che mano a mano sale a lambir loro il muso. Sono così dispiaciuta per loro che andrei a piedi… se non fosse per il colore poco invitante dell’acqua. Ma del resto, temo che questa sia la vita che gli è toccata in sorte: tutte le imbarcazioni che non attraccano in porto sono infatti qui, in questa ampia rada, e le operazioni di sbarco vengono svolte in questo modo bizzarro: con un paio di turni, noi e i bagagli ci ritroviamo sul piccolo molo dell’ufficio del Safari Vezo di Tuléar, dove ci attende il taxi che abbiamo prenotato per l’aeroporto.
Della città non vediamo nulla se non che è una vera città: la prima, dal nostro arrivo in Madagascar. Ampi viali pressoché asfaltati a due carreggiate, vari edifici, una rotonda, un ampio mercato che non sembra un accampamento di profughi come quello di Fort Dauphin. Malgrado la vettura antidiluviana mal conservata che non supera i 30 km orari di velocità, arriviamo in aeroporto con un anticipo tale da concederci il piacere di una baguette al formaggio prima dell’imbarco, che avviene addirittura prima dell’orario stabilito.
Il volo è tranquillo, comodo e rapido con splendida vista sulla costa a nord di Tuléar e l’arido interno interamente disboscato in cui spicca isolato qua e là qualche baobab solitario. Non posso lamentarmi di Air Madagascar, se non per il pressappochismo degli orari. Ben diversa è la questione riconsegna bagagli: pur non trattandosi di un affare complesso come a Fort Dauphin, anche qui a Morondava non si scherza in fatto di tempi di attesa, soprattutto quando uno dei tuoi bagagli è esattamente l’ultimo ad essere riconsegnato. E finalmente possiamo raggiungere i due ragazzi con il cartello che reca il nostro nome, evidentemente mandati dalla agenzia di Tana.
Prima di farci portare a cercare un hotel, chiediamo di andare in un ufficio di cambio, che risulta inesistente a Morondava. Ci trovano però un bottegaio arabo interessato a mettere via un gruzzolo in euro a spese dei turisti, applicando tassi da strozzino: rifiutiamo e confidiamo in un cambio più equo, l’indomani, prima della partenza, in una banca.
Dovendoci passare una sola notte, accettiamo il primo hotel che ci viene proposto, il Renala, a 84.000 Ar (40 euro circa) per il solo pernottamento in una camera per tre: si tratta di uno degli hotel migliori di Morondava, costituito da grandi bungalow in legno con ogni comfort, che hanno però visto tempi migliori, collocati in un giardinetto curato, con alti palmizi, fronte spiaggia.
Il tipo di bungalow, la strada sabbiosa e qualche baretto intravisto lungo la strada mi ricordano molto la Ko Samui di qualche anno fa, come tipo di strutture e anche come clientela: oltre a qualche famiglia di orientali, tanti uomini soli o accompagnanti da giovani ragazze locali. Sapevo che il Madagascar è da anni meta del turismo sessuale ma nelle zone frequentate fino ad ora non avevo mai potuto toccare con mano il fenomeno.
Cena veloce e a nanna, che domani ci aspetta una giornata intera di viaggio.

21/8/2007
La giornata inizia con un cambio di programma. Mentre facciamo colazione veniamo infatti raggiunti da un giovane e garbato malgascio, Sergio Rajaobelina (sergio_rajaobelina@voila.fr), che ci informa che il nostro fuoristrada si è rotto e che perciò l’agenzia di Tana ci ha “subaffittati” alla sua agenzia. Scambio di telefonate con Tana e presentazione del nuovo autista che ci accompagnerà in questa nuova avventura - tra l’altro, con nostra somma soddisfazione, visto che i due giovani accompagnatori di ieri non ci erano piaciuti affatto.
Vin, - così lo chiamiamo noi perché il suo nome è impronunciabile e per la somiglianza con l’attore Vin Diesel - è serio, molto professionale, guida bene e conosce la regione alla perfezione: sotto le sue direttive facciamo la spesa e ci prepariamo per il viaggio. Sergio invece si offre di cambiarci gli euro allo stesso tasso della banca, quando allo sportello troviamo una coda interminabile che ci farebbe perdere almeno un’ora sulla tabella di marcia. Insomma, siamo molto soddisfatti di questo cambiamento di programma quando finalmente, dopo vari preparativi, partiamo.
La strada è per un tratto la solita tipica strada asfaltata malgascia: enormi crateri con qualche avanzo di asfalto che non ha mai conosciuto neanche un tentativo di manutenzione. Fortunatamente lasciamo presto il tormento di questo genere di strada per la nostra solita pista, sabbiosa, rossa, piena di continui saliscendi che Vin sa affrontare con i dovuti modi. La campagna nei dintorni di Morondava è spettacolare: la pista rossa si insinua in ampie distese verdi intervallate da piccoli canali d’acqua, dove la gente fa il bucato e si lava. Uomini e zebù sono impegnati in varie attività in grandi risaie verdeggianti. A tratti i canali danno vita a contenute distese d’acqua e laghetti pieni di vegetazione verdeggiante in cui si specchiano i primi maestosi, sorprendenti, affascinanti baobab. Finalmente il Madagascar che mi immaginavo.
Superiamo il famoso Viale dei Baobab, dove vengono scattate il 90% delle foto dei tramonti malgasci - che programmiamo di visitare e ovviamente fotografare accuratamente al ritorno - per impegnarci nella lunga strada verso il Parco Nazionale degli Tsingy dove contiamo di arrivare in serata.
La strada diventa sempre più accidentata ma nell’insieme è scorrevole. La vegetazione si assiepa fitta ai bordi della pista, mentre superiamo il Parco di Kirindy, che per mancanza di tempo non visiteremo. Unico intoppo risultano essere due fuoristrada, targati Italia, i cui autisti non hanno ovviamente la maestria di Vin nell’affrontare il percorso. Quando questi raggiungono il gruppone di moto in sosta sotto un enorme albero, è la nostra salvezza poterli superare visto che averli davanti alla chiatta che di lì a poco raggiungiamo per l’attraversamento del fiume Tsiribihina, avrebbe significato almeno un paio d’ore di ritardo sul viaggio.
E così, raggiungiamo il famoso fiume che tanti turisti discendono in piroga per tre/quattro giorni a partire da Miandrivazo e già immaginiamo altri futuri viaggi per poter approfondire la conoscenza del Madagascar. Attendendo la chiatta, ci rendiamo conto di quanto sia cambiata la temperatura rispetto al sud a cui eravamo abituati. In particolare il sole picchia in maniera ben diversa e cerchi una piccola zona d’ombra per sottrarti ai raggi implacabili. L’attesa dura circa 30 minuti, tempo che dedichiamo a cercare di capire come farà la vettura a scendere quei 5 metri di sponda che servono per raggiungere il livello dell’acqua. Nel frattempo veniamo raggiunti dal gruppo di motociclisti, che risultano appartenere all’organizzazione Avventure nel Mondo: anche loro, con le loro moto, si interrogano sulla fattibilità dell’impresa e, visto il loro numero, portano scompiglio al piccolo approdo, alle bancarelle di ristoro, tra la popolazione locale, che arriva, non si sa da dove, numerosa, ad assistere all’insolito spettacolo di una trentina di moto che devono imbarcarsi.
Finalmente la chiatta approda, scarica i passeggeri e le vetture per mezzo di solide scalette di ferro su cui le auto si avventurano con precisione per poi arrampicarsi sulla ripa scoscesa. Tocca poi a noi scendere: un fuoristrada che ci precedeva, poi i nostro, poi noi passeggeri a piedi e infine le moto: il primo, il solito esibizionista di ogni gruppo, scende a cavallo della propria moto, in velocità, e solo un violento scatto di reni gli permette di rimettersi in asse con la passerella giusto un istante prima che si schianti contro il bordo. A quel punto il capo gruppo intima agli altri di non osare seguire l’esempio del primo e la decina di moto che si imbarcano con noi vengono solidamente portate a mano, una per una: un’operazione lunga che ci fa perdere un sacco di tempo. In effetti nella mia esperienza di viaggiatrice indipendente, l’incontro con un gruppo di Avventure nel Mondo è sempre una scocciatura e questo incontro in particolare, visto il numero dei partecipanti e la complessità dell’operazione, ne è proprio un esempio limite.
Finalmente partiamo: sotto il sole dell’una, senza possibilità di godere di un filo d’ombra, discendiamo il fiume per circa 20 minuti e raggiungiamo Belo-sur-Tsiribihina, la cittadina sull’altro lato del fiume. Qui lo sbarco è più semplice, sia per i mezzi che per le persone, visto che la sponda del fiume è più bassa, e in un batter d’occhio siamo in centro al paese a concederci un sandwich e un paio di coke nel ristorante consigliato da Vin, il Mad Zebu. Vediamo sfilare piattini veramente invitanti per altri avventori ma noi ci accontentiamo di un panino, sia perché siamo consapevoli del ritardo accumulato, sia per non gravare lo stomaco di eccessivi pesi in prospettiva di altre ore impegnative di “giostra” sul fuoristrada. E così è: la strada gradualmente peggiora e per più di quattro ore subiamo un continuo saliscendi di buche.
Il paesaggio diventa sempre più desolante: spariscono i baobab e resta solo sterpaglia, campi bruciati e enormi termitai. L’unica sosta è per regalare una bottiglia d’acqua a un paio di turiste che sono rimaste ferme col fuoristrada in mezzo al nulla: Vin le rassicura che appena l’altro fuoristrada che viaggiava con loro raggiungerà Belo, verrà organizzata una vettura di soccorso per venirle a prendere. A quanto pare l’autista del fuoristrada fa parte della stessa organizzazione di Vin.
Il viaggio sembra interminabile: scrutiamo la strada in attesa di vedere qualche segno della prossimità del parco ma si fa l’ora del tramonto senza aver visto altro che qualche villaggio e qualche camminatore solitario. Prima del buio, l’unica visione di vita che ho è di campi verdeggianti in distanza, un lago azzurro e gente che rientra dal lavoro. Dopo di che, il buio più fitto ci accompagna fino a una serie di fuochi e qualche luce velata: Vin ci annuncia che finalmente siamo al fiume Manambolo. In effetti avevo dimenticato che c’era un altro fiume da superare! La chiatta giace però senza vita sull’altra sponda e nessuno risponde ai nostri richiami. Sinceramente comincio a disperare di raggiungere un letto, e mi vedo a passare la notte su questa riva di fiume, infestata da tutte le zanzare che non ho visto nel corso dell’intero viaggio.
Vin però non è del mio stesso avviso, fortunatamente: si fa traghettare in canoa e presumibilmente va a tirare giù dal letto gli addetti alla chiatta. Veder comparire Vin sull’imbarcazione nel buio della notte è una di quelle immagini che si fissano indelebili sulla retina e il sollievo è tanto. Nel giro di mezz’ora, abbiamo già collocato i nostri bagagli in due bei bungalow nuovi di zecca al Orchidée Bemaraha, un resort in fase di ultimazione (25 euro al giorno a bungalow - piuttosto caro, in effetti, ma non siamo nella situazione ideale per contrattare o fare i difficili), e siamo pronti per andare a cena. Vin ci porta nel vicino paese di Bekopaka dove ceniamo ottimamente nel ristorante di un algerino, La Terrasse, a base di piatti fusion francesi, malgasci e maghrebini.

22/8/2007
Quando alle 6,30 lasciamo il nostro comodissimo letto a baldacchino, l’aria è frizzante e la campagna circostante è ancora avvolta in una suggestiva nebbia. Il sole filtra solo a tratti illuminando il paesaggio e rivelando la sua magia: laghi, rilievi, immense coltivazioni. Uno spettacolo.
Per permetterci di godere appieno di questa unica giornata al Parco, ci presentiamo per primi all’ufficio Angap per pagare gli ingressi (25.000Ar a persona), ottenere le autorizzazioni e per prendere a bordo la guida (30.000Ar a gruppo), un giovane e competente ranger che ci accompagna a visitare il Grande Tsingy. La visita è infatti organizzata per circuiti: si scelgono i circuiti che interessano, si paga e si inizia. Non ho mai avuto la sensazione di essere in pericolo ma la vicinanza di Jacques è stata indispensabile per certi passaggi… “aerei”, oltre che preziosa per ricchezza di informazioni. Sosta a recuperare le imbracature necessarie per la salita allo Tsingy e poi Vin ci accompagna al punto di partenza del circuito che si trova a 20 km di distanza dall’ufficio delle guardie. In effetti, siamo così vicini a questo famoso Tsingy ma noi non lo abbiamo ancora visto!
La prima sosta è alla toilette, cioè un buco nel terreno di cui è seriamente consigliato fare uso, visto che poi l’espletare le funzioni corporali è fady, cioè vietato dalla tradizione. Lo Tsingy è giustamente un luogo sacro.
Poi ci si inerpica su una collina per raggiungere un pianoro da cui si ha una prima vista minima delle gugliette dello Tsingy, e anche in distanza, oserei dire. Intanto il caldo comincia già a farsi sentire e aumenta nettamente quando si scende lungo il sentiero che si insinua nella folta vegetazione. La guida ci illustra la vita delle piante, ci mostra qualche uccellino microscopico, ci indica qualche farfalla, fino a che non passiamo sotto a un paio di lemuri che dalla cima di un albero ci osservano coi loro occhioni incuriositi.
Continua la marcia fino a quando comincia la roccia: un vero muro di pietra su cui si arrampicano piante e rampicanti. La luce diminuisce notevolmente, la gola si stringe visibilmente ed ecco: ci siamo. Nel muro si apre un basso passaggio al di là del quale inizia l’arrampicata. Muniti delle nostre imbracature, ci tuteliamo infilando i moschettoni nelle funi d’acciaio di sicurezza, e cominciamo a salire: gradoni scavati nella roccia e altri punti di appoggio ben segnalati permettono facilmente l’ascesa di questa alta parete che ci porta immediatamente nel cuore dello Tsingy: si tratta di una formazione calcarea a guglie che si estendono su centinaia di metri quadrati di superficie e che arrivano a diverse centinai di metri di altezza. A me immediatamente ricordano i giochi di bambina sulla spiaggia quando facevo colare dalla mano chiusa a pugno sabbia mista ad acqua, per creare le più fantasiose costruzioni e i pinnacoli più arditi. L’unica differenza è che questi sono taglienti come rasoi, appuntiti come lame, scolpiti in questa foggia da vento e acqua; se colpiti, emettono un suono metallico e risuonano come gigantesche casse di risonanza: uno spettacolo per cui non ci sono parole adeguate.
Sotto l’occhio vigile di Jacques, raggiungiamo il primo belvedere: una scala a pioli ci permette di issarci su una piattaforma in legno che consente una vista a 360° sul panorama. Siamo circondati da una corona di Tsingy. Oltre alla struttura verticale, rimaniamo incantanti di fronte a enormi massi “appoggiati” in pauroso bilico, a creare una sorta di andamento orizzontale, qui in quota, come se strutture ancora più alte si fossero disgregate fino a far reclinare una parte di sé sulle cime di piani sottostanti: uno spettacolo oltremodo insolito. Continuiamo la nostra passeggiata, tra canaloni appena sotto le vette, per raggiungere il crinale successivo: qua e là, piccole zone di vegetazione, piante secche, sterpi, un piccolo cactus fiorito, manciate di conchiglie testimoni dell’epoca in cui qui c’era un mare. E infine, dietro a un muro in cui si apre una finestra frastagliata, ecco il ponte di corda, che collega questa zona con il crinale vicino: lungo una decina di metri, a cui fa seguito un secondo ponticello di un paio di metri, al nostro passaggio ci cullano su un profondo baratro pieno di punte e di vegetazione. Assolutamente sconsigliato a chi teme l’altezza e a chi soffre di vertigini. Jacques ci racconta che non è infrequente che alcune persone non riescano a superare il ponte e sia costretto a fermare il gruppo per riportare indietro una persona e poi tornare a prendere gli altri.
Approdiamo quindi a un secondo belvedere: qui mi concentro ad osservare come le piante siano riuscite ad attecchire in un ambiente così ostile. Da ogni crepaccio, in ogni pertugio, una pianta occhieggia sul panorama circostante. Ci viene lasciato tutto il tempo che desideriamo per goderci la vista: siamo in pochi, questa mattina, sul Grande Tsingy, probabilmente perché al centro guide cercano di ripartire equamente la gente sui vari circuiti: c’è infatti un altro Grande Tsingy che si può percorrere e Jacques ce lo mostra da lontano.
Inizia la discesa: in una stretta gola, scendiamo lungo una serie di successive brevi scale a pioli che ci portano fino alla base dello Tsingy: qui, un po’ abbassandoci, un po’ strisciando a carponi, passiamo in un altro settore, dove Jacques ci invita a sederci e a guardare verso l’alto. Siamo nella “Cattedrale”, un ambiente che richiama le alte chiese gotiche europee: i lati della gola salgono stretti leggermente obliqui per almeno cento metri a simulare l’interno di una chiesa, fino a raggiungere uno spicchio di cielo azzurro. Anche l’atmosfera richiama una sorta di sacralità, di uno stupefatto raccoglimento di fronte ai miracoli della natura. Qui veniamo brevemente intrattenuti con la storia del parco, sugli studi che sono stati fatti e sui risultati emersi, in particolare relativi alle antiche popolazioni che qui abitavano: ci viene raccontato che tsingy è una parola che richiama il modo di camminare in punta di piedi da una roccia a un’altra delle popolazioni vazimba che anticamente si stabilirono qui e di cui si trovano ancora alcune tracce.
Sinceramente mi dispiace lasciare questo posto: Jacques, lungo la strada del ritorno riesce a trovare una folta famiglia di lemuri sifaka selvatici da mostrarci, oltre ad altri animaletti vari, dimostrando non solo di conoscere bene la zona, ma di avere anche una gran vista.
Vin ci attende all’ombra con il nostro fuoristrada e la nostra riserva d’acqua, particolarmente preziosa dopo la camminata al sole, e ripartiamo subito per Bekopaka. Purtroppo alla Terrasse non servono il pranzo e ci accontentiamo di mangiare qualcosa in uno dei tanti ristorantini sul fiume. E’ già l’una.
Verso le due ci ripresentiamo all’ingresso del parco ad acquistare l’escursione al Piccolo Tsingy: questo si trova proprio alle spalle della biglietteria.
Dopo avere visitato il Grande Tsingy, qui sembra di essere a una riduzione in scala da parco giochi: le pareti non sono alte centinaia di metri ma solo 3/4 metri al suo massimo, eppure anche questo tour ci riserva delle soddisfazioni: ancora prima di entrare, incontriamo un nuovo folto gruppo di lemuri con tanto di cuccioli, che vegliano sull’ingresso, godendosi le poche brezze del fiume Menambolo che scorre lì accanto. Poi ci “infiliamo” nel labirinto che costituisce il circuito, passando per finestre naturali, strisciando tra pareti strettissime, salendo scalette a pioli che permettono una visione aerea; riscendiamo in mezzo alla vegetazione, dove Jacques ci mostra un piccolo lemure notturno, accecato dalla luce diurna, e una piccola civetta. Ci infiliamo nuovamente nel dedalo per raggiungere una nuova piattaforma panoramica, da dove vediamo anche dei cocci di vasi vazimba: insomma, uno tsingy simile ma completamente differente, degno anche lui di essere visitato. Il circuito si completa passando per una zona di campagna e una camminata agreste tra campi, zebù e i bambini che li accompagnano al pascolo.
Non sazi di quanto visto oggi, chiediamo a Jacques se possiamo fare una passeggiata notturna per andare alla ricerca del famoso microcebus: appuntamento alle 18,30, quindi. Qualcosa mi dice che con lui come guida, questa volta qualcosa vedremo.
Ci ritiriamo in hotel per un breve relax: con nostro totale disappunto scopriamo che il nostro resort semidisabitato è diventato base d’appoggio per il gruppo di Avventure, nel frattempo giunto a destinazione. Uno di loro è caduto e hanno avuto un ritardo. Convinciamo il ragazzo dell’hotel che per 25 euro dobbiamo anche godere dei benefici di una doccia calda e visto che la caldaia ancora non funziona, lo costringiamo a consegnarci a domicilio tre bei secchi di acqua bollente. Direi che è un’esperienza necessaria e più che meritata.
Dopo un paio d’ore siamo di nuovo in pista, armati di litri di autan, Jacques ci fa appostare in un boschetto a qualche minuto di marcia dall’hotel. Il buio sta calando e lui ci intima di stare immobili e in silenzio. Dopo neanche un paio di minuti, eccoli: non uno ma alcune creaturine cominciano a correre sui rami sopra la nostra testa. Intuiamo che vicino a noi, un microcebo sta esplorando un frutto: Jacques lo colpisce con la sua torcia e finalmente riusciamo a vederlo. Più simile a un topo dalle grandi orecchie che a un lemure, rimane bloccato per qualche istante nel fascio di luce e poi fugge. Dopo poco ne arriva un altro: scatto una foto e poi li lasciamo tranquilli alle loro perlustrazioni. Jacques ci spiega che per caso un suo collega ha scoperto che tutte le sere, al tramonto, c’è questo rapido passaggio di vari esemplari e così la curiosità dei turisti è sicuramente soddisfatta. Ci porta poi in un boschetto a qualche centinaio di metri di distanza, alla ricerca di camaleonti: anche qui il suo occhio infallibile non ci tradisce. Ne troviamo infatti vari esemplari, del tipo bianco, grande fino a 40 cm e verde, molto più piccolo che sembra appena uscito dal set dello spot dei sofficini. La loro immobilità in attesa del passaggio di una preda mi permette anche di scattare qualche foto soddisfacente.
Raggiungiamo Vin all’hotel e salutiamo Jacques, molto soddisfatti dei suoi servizi odierni dopodiché ci facciamo portare alla Terrasse dove risulta evidente da subito che questa sera non sarà facile come ieri cenare. Il parcheggio è pieno, i tavoli stracolmi, e mi riconfermo ancora una volta nell’idea che incrociare i gruppi di Avventure nel Mondo sia una disgrazia. Anche attendendo, il ristorante non ha scorte sufficienti per assicurarci una cena e ci tocca pertanto andare alla ricerca di un’alternativa. Dopo vario girovagare, arriviamo al ristorante in cui avevamo pranzato, dove ci avvertono che comunque hanno poco cibo e che ci dobbiamo accontentare di quello che c’è. Dopo una cena tra lo scarso e il pessimo, ce ne torniamo in hotel sperando che i compagni di resort almeno non facciano rumore rientrando.

23/8/2007
Altra partenza antelucana, nella speranza di essere i primi alla chiatta. Purtroppo arriviamo terzi e abbiamo così tutto il tempo di goderci vari scorci di vita del fiume: scene da trasbordo di taxi-brousse stracarichi; toilette quotidiana, incluso lavaggio dei denti, da parte di parecchie persone; rientro dall’escursione sul fiume di vari turisti, mentre la foschia lentamente si dirada e lascia spazio a belle vedute; ma sicuramente lo spettacolo che più ci colpisce è la discesa al fiume di varie ragazze cariche di pentole che vengono diligentemente lavate nell’acqua non certo limpida e sfregate con la sola sabbia del fondale. Varie anatre e oche si avvicinano a spartirsi gli scarsi avanzi che galleggiano a seguito delle operazioni di pulitura. Ovviamente la nostra mente va ai pasti di ieri, consumati nel ristorante a poche decine di metri di distanza e con un certo ritardo, incrociamo le dita.
Finalmente è il nostro turno e ci distogliamo volentieri dal pensiero di quali condizioni igieniche abbiano accompagnato la preparazione dei nostri pasti: sarà suggestione ma più tardi, ci confessiamo vicendevolmente che oggi abbiamo la nausea.
Ore e ore di macchina, sobbalzi e caldo non aiutano. Ci fermiamo soltanto per trainare fino a Belo il fuoristrada trovato in panne all’andata. L’autista è febbricitante ma nessuno ha potuto dargli alcun medicinale, vista la scarsità di zone abitate nei dintorni. Ci ringrazia molto per il blister di aspirina che scovo nel mio zaino.
Malgrado il peso che ci portiamo dietro, che limita notevolmente la nostra velocità di crociera, arriviamo in paese in tempo per la solita sosta al Mad Zebù: più nella speranza di calmare la nausea con un piatto di origine comprovata che per effettiva fame.
Prendiamo al volo la prima chiatta disponibile e risaliamo il fiume per mezz’ora: questa volta il tragitto sembra interminabile. Ed in uno stato di torpore e intontimento arriviamo alla zona dei baobab: Vin si ferma per farci visitare i vari siti: il Baobab Sacré, il Baobab innamorato (un singolo baobab che si biforca in due tronchi che salgono al cielo attorcigliati in un abbraccio) e il Viale dei Baobab, che percorriamo a piedi. Sono le 17 circa e manca ancora del tempo al tramonto: fotografiamo questi magnifici esemplari da tutte le possibili prospettive, assistendo inoltre allo spettacolo messo in piedi da venditori e turisti in arrivo per ammirare il tramonto.
Ma poi non ce la facciamo più: il malessere e la stanchezza hanno il sopravvento e chiediamo a Vin di portarci a Morondava dove speriamo che Sergio ci abbia prenotato una stanza nell’hotel migliore della città, il Baobab Cafè. Speranza vana: all’arrivo a Morondava, ci fermiamo a raccoglierlo e ci informa che purtroppo l’hotel è al completo. Proviamo al Renala, ma la camera è disponibile solo per questa sera, mentre noi abbiamo bisogno di passare qui due notti. Dopo qualche telefonata, ci accontentiamo del Philaos, sempre sulla spiaggia, anche se la camera risulta far parte di una zona vecchia dell’hotel, quindi vecchia e fatiscente. Non importa, comunque: io mi sento ormai veramente male perciò accettiamo la stanza e crollo sul letto da cui non mi muoverò neanche per andare in bagno per almeno 7 ore.
Mentre cerco di riprendermi nella stamberga, Ivo e Tiziana, che invece stanno meglio, vanno a cena nel prospiciente Baobab Cafè e rientrano con la bella notizia di aver trovato una camera per il giorno successivo. Sarà per via di questa idea consolatoria ma comincio a sentirmi meglio.

24/8/2007
Sono passate da poco le sette quando sbaracchiamo dal Philaos e ci presentiamo al Baobab per fare colazione. La nostra camera non è ancora disponibile ma ne approfittiamo per mangiare con calma e per uscire, prima che faccia troppo caldo, per scoprire se è possibile fare un po’ di shopping a Morondava. Purtroppo c’è veramente poco: i rari negozi per turisti sono zeppi soltanto di magliette di cui ormai abbiamo già fatto il pieno nel corso del viaggio perciò ce ne torniamo sconsolate in hotel facendo giusto una breve visita al caratteristico mercato della città.
Inizia così la nostra ultima fase relax: decidiamo infatti di evitare le varie gite ed escursioni offerte dall’hotel per dedicarci esclusivamente al riposo. Il Baobab Cafè è una bella costruzione con ristorante su palafitta sul fiume che dà l’accesso al porto di Morondava. Di fianco al ristorante, di fronte alla nostra camera, c’è una piscinetta con qualche sdraio dove ci accampiamo per il resto della giornata, mangiando qualche manicaretto dell’ottimo ristorante, bevendo succo di mandarino, prendendo il sole e rinfrescandoci all’occorrenza. Non ci disturbano neanche le esalazioni poco piacevoli che a tratti provengono dal fiume che con la bassa marea è in secca.
Serviti e riveriti, recuperiamo le forze e ci rilassiamo per tutta la giornata, salvo per la nota dolente dell’arrivo del solito gruppo di Avventure nel Mondo, con alcuni membri che fanno tappa proprio nel nostro hotel. Ci organizziamo per mangiare e ritirarci presto, per evitare ulteriori disguidi a causa loro, anche se attualmente sono un po’ allo sbando in quanto un partecipante si è rotto una spalla e stanno organizzando il suo rientro in Italia.
Aria condizionata e un letto comodo: come finir meglio un viaggio splendido?

25/8/2007
Mattinata all’insegna del riposo in piscina: il volo sarà nel tardo pomeriggio perciò sfruttiamo l’hotel fino all’ultimo momento. Personale gentile, reception organizzata, buona struttura: questo hotel lo consiglio sicuramente.
Ci procurano anche il taxi per raggiungere l’aeroporto in tempo per il nostro volo Morondava-Antananarivo dove ci aspetta in coincidenza il volo Tana-Mauritius da dove l’indomani mattina partiremo per Milano.
Si conclude così un viaggio splendido, all’insegna di panorami incredibili, persone gentili e simpatiche, una natura generosa, buona cucina, facilità nell’organizzazione. Ma soprattutto rimarrà in noi indelebile il ricordo delle simpatiche creature che ci hanno accompagnato in ogni tappa, che ci hanno letteralmente incantato a Ambola e i cui musetti simpatici sono impressi in decine di foto oltre che nei nostri cuori: i nostri nuovi amici, i lemuri.

 

Ancora tanta bellezza e tante avventure caratterizzano la parte conclusiva di un memorabile viaggio in Madagascar

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