Liguria da scoprire: il Parco del Bèigua

Ancora una volta, è il caso di smentire l’equazione Liguria = estate = mare

Un’ottima occasione per conoscere un aspetto meno celebrato della Liguria è il Parco del Beigua, un’area protetta di grande suggestione, in particolare in autunno per il “foliage” e in inverno quando l’innevamento regala scenari che sembrano appartenere ai Paesi nordici e non a un territorio a pochi chilometri dal mare.

L’area si sviluppa sulla linea spartiacque fra il versante marittimo e quello padano su un tratto di 26 km fra il Colle del Giovo (m.516) e il Passo del Turchino (m.542) interessando le province di Savona e di Genova: questo tratto è parte dell’AVML (Alta Via dei Monti Liguri), straordinario percorso di cresta di circa 440 chilometri fra Ventimiglia e Ceparana (SP) istituito nel 1983 segnalandolo con la scritta AV in un rettangolo rosso-bianco-rosso a prolungamento del preesistente segnavia “due bolli blu” adottato dalla FIE (Federazione Italiana Escursionismo) per la direttrice di crinale della provincia di Genova. Il tracciato è spesso parallelo alla costa, la minima distanza dalla quale è di 5 km. in linea d’aria all’altezza di Arenzano.
Con i suoi 1287 metri, il Monte Beigua è la maggiore quota del Parco.

L’estesa rete di sentieri ben segnalati consente infinite possibilità di escursioni: inoltre, l’opportunità di raggiungere in auto i 1061 metri del Passo del Faiallo (informarsi in inverno di eventuali - e non rare - chiusure per neve) permette di ridurre drasticamente i dislivelli rispetto alle gite in partenza delle località costiere.

Una “classica”, particolarmente adatta ai neofiti per una prima presa di conoscenza, è il tratto di Alta Via in partenza dal Passo del Faiallo in direzione ovest fino a… quando e dove se ne abbia voglia. La descrizione che segue è riferita a un’escursione di fine autunno 2011 ed è effettuabile a passo tranquillo su dislivelli moderati in circa cinque ore fra andata e ritorno.
E’ interessante sapere che il topònimo Faiallo proviene dal latino Fagus, faggio, con la desinenza finale –allo che indica una grande quantità, ed è palesemente riferito ai circostanti boschi di faggi. Già in documenti di epoca ottocentesca il Passo del Faiallo è citato anche come “Cian de tóe” (piano delle tavole) perché sulla radura erano accatastati i tronchi degli alberi tagliati. Dal valico venivano poi trainati, tramite una sorta di slitte chiamate “lezze”, lungo le mulattiere che scendono al mare per essere smistati ai cantieri navali; sul tratto di sentiero tra il Faiallo e il Passo della Gava (m.752), più precisamente nel vallone del Rio Malanotte, a un occhio attento non sfuggono i solchi prodotti sui massi del selciato dai numerosi passaggi di quel rudimentale mezzo di trasporto.
Intraprendiamo subito la salita alla cima del Reixa (x pronunciata come la “j” francese di “Jean”), elevazione poco pronunciata di 1183 metri che è però la quota maggiore di questo tratto di dorsale e la raggiungiamo in meno di mezz’ora, completamente avviluppati nel “gàigu”: con questo toponimo dialettale è definita la nebbia che si forma sullo spartiacque per la condensazione di masse d’aria umida proveniente dal versante a mare; l’alternanza con repentine schiarite dà luogo a visioni da fiaba, creando sempre nuovi scenari ovattati di grande fascino procedendo lungo l’AVML.
Si prosegue piacevolmente con modesti saliscendi fino al crocevia di Passo Pian di Lerca (m.1088), sul quale confluisce pure il sentiero proveniente da Arenzano. Mentre ammiriamo le cime dell’Argentea e del Rama che fanno capolino sopra la nebbia, non possiamo non deplorare la ridondanza del Rifugio Argentea, palazzina a due piani a suo tempo progettata per ospitalità dei percorritori dell’Alta Via, più volte fatta segno a vandalismi, mai utilizzata a tale scopo e in progressivo degrado; molto meglio si sarebbe integrata con l’ambiente circostante una struttura più semplice in materiali tradizionali.
Un ottimo esempio ne è invece, poco più avanti, il Riparo Cima del Pozzo (m.1104), una piccola costruzione a un solo vano addossata a un grosso masso ed edificata con pietre a vista sovrapposte: anche delle rigide giornate invernali, trasmette un forte “calore” e il vero senso di accoglienza montana!
Si sale ora dolcemente in un bosco di pini e faggi: il silenzio che ci circonda, la nebbia che evidentemente stenta a dissolversi nella fitta vegetazione, il fogliame autunnale dai mille colori che ammanta il terreno, il luccichìo dell’acciottolato umido, i soffici cuscinetti di muschio, compongono un quadro incantevole di luci e ombre. Non ci stupirebbe vedere qualche Elfo fare capolino fra i cespugli!
Si sbuca dal bosco in coincidenza con una schiarita che si farà via via più ampia: siamo ormai sull’esteso Prato Ferretto (o Colle sud Bric Resûnnòu, m.1091), un bel pianoro che infonde il senso dei grandi spazi.
E’ questo un punto nodale sul quale si incontrano diversi itinerari, sia dal versante costiero sia da quello padano; ad esempio da qui si può raggiungere in una ventina di minuti Prà Riundu (Prato Rotondo) e in un’altra mezzora la cima del Beigua, purtroppo “coronata” da una foresta di ripetitori televisivi. Entrambi i luoghi sono accessibili in auto (salvo interruzioni invernali) e dotati di albergo-ristorante: un’ulteriore opzione per entrare senza fatica nel cuore del Parco e magari effettuare tratti parziali dei vari sentieri. E’ comunque sempre consigliato informarsi preventivamente sull’apertura o meno delle due strutture interpellando la direzione del Parco: info@parcobeigua.it, tel. 010/8590300.
Sul tratto dal Piano Ferretto a Prà Riundu si estende la Torbiera del Laione, un sito che in primavera e autunno assume le caratteristiche di un vero e proprio lago: ricca di reperti glaciali, costituisce la più importante zona umida del Parco del Beigua.
Per noi si tratta ora di intraprendere la parte finale, e più spettacolare, dell’escursione: ci si inoltra fra roccioni tormentati e arditi spuntoni di rocce serpentinitiche che regalano scorci sempre nuovi, si aggira la Cima Fontanaccia e con un ultimo tratto in falsopiano si perviene alla cima del monte Rama, inconfondibile piramide rocciosa ben visibile dal tratto di Via Aurelia fra Pegli e Arenzano. Oltre alle due croci di vetta, spicca il riquadro verde che la FIE adotta per definire il termine di gita con i segnali delle varie vie di salita: il rombo rosso vuoto da Sciarborasca, il bollo rosso pieno e il doppio trattino rosso da Lerca, la croce gialla da Piampaludo e il rombo giallo vuoto da Vara Inferiore. Una curiosità: benché reputata meno significativa, la Cima Fontanaccia è di cinque metri più alta del Rama (1153 metri rispetto a 1148).
In questa stagione accade di rado poter pranzare sulla cima, di solito sferzata dal vento: ho ricordi di una veloce foto, una firma sul libro di vetta e poi via, alla ricerca di un anfratto in cui consumare imbaccuccato un rapido spuntino. Oggi invece la totale mancanza di ventilazione e la schiarita sempre più estesa rendono piacevole una lunga sosta.
Prima di intraprendere la via del ritorno, vale la pena una breve digressione lungo il versante sud del Resûnnòu, un pendio in sottobosco che porta alla Casa Carbunea Resûnnòu, una tipicità di queste vallate e mirabile esempio di edilizia minore: si tratta di un riparo di contadini eretto sovrapponendo a secco ciappe (lastre) in pietra locale, una tecnica che, analogamente alle “baracche de pria” dell’area Scaggia / Penello / Fontanabuona / Punta Martin sovrastante Pegli, ricorda quella dei nuraghi sardi.
In breve tocchiamo una piccola radura che ospita i ruderi della Casa Carbunée, evidente retaggio dell’attività un tempo esercitata dai carbonai, e di lì a poco la Fonte Spinsu, una delle molte sorgenti che caratterizzano questo versante. Proseguiamo ora lungamente in piano, in un’alternanza di sentiero e frane di grossi massi - per fortuna ben assestati - che tagliano il pendio. Non è raro imbattersi in due tipi di strutture che possono sfuggire a un occhio inesperto ma non ai frequentatori di questi sentieri e agli appassionati delle tradizioni locali: le “pôse” e i “bari”.
Le pôse (o chiusa pronunciata molto lunga) sono manufatti diffusi sull’Appennino Ligure lungo le mulattiere e consistono in piccoli riempimenti in pietra all’altezza del sedere umano che fornivano un appoggio per le pause di riposo ai contadini e al carico affardellato sulla schiena: l’origine del vocabolo è intuitiva, si riferisce al verbo ligure pôsâ, pôsâse (accento sulla a pronunciata lunga - posare, riposarsi).
I bari consistono invece in roccioni nei quali si apre una cavità naturale che, tale quale o ampliata con l’affiancamento di altri massi, fornisce un riparo di fortuna in caso di pioggia.
A questo punto è immancabile una sosta all’ormai vicino Rifugio Padre Rino, cascina adattata a spartana ospitalità dai volontari del CAI di Arenzano e luogo di sosta e rifornimento della “Mare e Monti”, marcia non competitiva che si disputa ogni fine settimana di settembre.
E’ un luogo particolarmente caro agli arenzanesi, che ribattezzarono l’ex Casa Leveasso con il nome di un sacerdote che perse la vita scivolando in un canalone in Val d’Aosta durante un’ascensione con gli scout.
Ci attende ora l’ultimo strappo in salita che con andamento a zigzag ci riporta al Passo Pian di Lerca già toccato all’andata. Da qui in avanti occorre giusto un’ora a passo rilassato per tornare alle auto ammirando i colori autunnali: peccato che l’Albergo Faiallo, situato presso l’omonimo Passo dove abbiamo posteggiato le auto, abbia orari di apertura aleatori almeno quanto quelli di Prà Riundu e del Beigua e l’odierna chiusura ci neghi un meritato caffè.

 

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