Un tè nel deserto

in viaggio con mark in Libia

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Un tè nel deserto

“Se chiudi la mano non stringerai che qualche granello, se la tieni aperta avrai tutta la sabbia portata dal vento” (proverbio Tuareg)

La Libia è un paese bellissimo, pieno di cose da vedere sia dal punto di vista culturale che naturalistico e le piccole difficoltà che si possono incontrare in fase di organizzazione o durante il viaggio non devono scoraggiare: ne vale senz’altro la pena.
Il primo ostacolo da superare è l’ottenimento del visto, per il quale è indispensabile l’invito di un tour operator libico. A questo proposito vorrei precisare che quando si dice che in Libia si può andare solo con un viaggio organizzato non significa comprare per forza un pacchetto preconfezionato da una grande organizzazione e intrupparsi in una gita di gruppo ma solo che è necessario concordare un programma con una agenzia locale ed essere accompagnati da una guida e da un agente della polizia turistica.
Tornando al visto, il primo passo è l’applicazione sul passaporto di un timbro bilingue, ottenibile solo presso le Questure di Milano (nei casi urgenti recarsi presso l’Ufficio Passaporti del Commissariato Centro in Via Cordusio), Roma e Palermo compilando il mod. 308 del Ministero degli Interni, con la traduzione in arabo dei propri dati personali.
Si può quindi chiedere il visto, previo invito di un operatore turistico libico, presentando il passaporto (che non deve contenere il visto di Israele) all’Ambasciata o al Consolato Libico (a Roma in Via Nomentana 365, a Milano in Via Baracchini 7).
E’ una trafila piuttosto lunga e può essere conveniente rivolgersi ad una agenzia per l’espletamento di tutta la procedura almeno un mese e mezzo prima della partenza. Noi abbiamo cercato di fare tutto in meno di un mese e abbiamo dovuto rimandare la partenza di due giorni per intoppi di varia e misteriosa natura.
Per quanto riguarda la scelta del tour operator libico, in rete se ne trovano molti. Io posso senz’altro consigliare la “Jawaher Travel” che si è dimostrata competente, accurata e in grado di spostarci il viaggio di due giorni, con relative prenotazioni alberghiere e voli interni, giusto all’ultimo momento senza alcuna difficoltà.Incantevole Libia, a noi sempre più vicinaIl periodo migliore per andare in Libia va da Ottobre a Marzo. Durante l’inverno le temperature si aggirano intorno ai 20 gradi ma durante la notte possono scendere di parecchio. In primavera il clima è mite ma sono frequenti le tempeste di sabbia che, per quanto romantiche e affascinanti, rendono molto difficile respirare e pressoché impossibile muoversi. Noi siamo andati nella prima metà di Ottobre. Lungo la costa abbiamo trovato un clima estivo abbastanza piacevole; nel deserto durante il giorno si raggiungevano tranquillamente 35/38 gradi ma grazie al vento costante questo non è mai stato un problema.Abbigliamento estivo, comodo ed informale. Utili una felpa per la sera, cappello e scarpe comode.
La Libia è un paese musulmano, per quanto non integralista, e per non rischiare di offendere la sensibilità di qualcuno è consigliabile non indossare pantaloncini corti o magliette aderenti o senza maniche, soprattutto nelle città. Per entrare nelle moschee sono obbligatori i pantaloni lunghi anche per gli uomini.
Vista la possibilità di fare il bagno, in mare o nei laghi salati, ricordatevi il costume (per le donne è più indicato un castigato costume intero).
Nel deserto di notte la temperatura può scendere parecchio e può essere utile una giacca a vento.
Indispensabili sacco a pelo e torcia elettrica.3 Ottobre 2003
Dopo varie peripezie burocratiche riusciamo a partire e bastano due ore scarse per essere catapultati in un altro mondo. Atterriamo a Tripoli dove Tahar, la guida che sarà il nostro angelo custode per due settimane, ci comunica che a causa del nostro ritardo alcuni spostamenti sono cambiati e che l’aereo per Benghasi partirà solo tra 6 ore. Poco male, ne approfitteremo per dare un’occhiata a Tripoli.
La visita non può che cominciare dalla Piazza Verde, col bel lungomare di fronte, il Castello (Assai al-Hamra) da un lato e la medina alle spalle.
Tripoli, fondata dai Fenici nel 500 a.C., ha subito continue occupazioni da parte di Romani, Bizantini, Turchi, Spagnoli, Arabi e tutti hanno lasciato tracce del loro passaggio.
Nella medina, di un bianco abbagliante, si notano moschee di origine turca, antiche sinagoghe e chiese cattoliche oggi riadattate al culto islamico, edifici del periodo italiano con bellissimi balconi in ferro battuto, minareti rettangolari e ottagonali (in stile ottomano) ed è assolutamente affascinante osservare segni di fasti ormai dimenticati nei decori delle porte o delle colonne.
Oggi è venerdì, giorno di festa e di preghiera, i negozi sono chiusi e questo rende un po’ irreale l’atmosfera del suk che negli altri giorni posso immaginare brulicante di attività e di varia umanità.
Visitiamo l’Arco di Marco Aurelio, che sorgeva all’incrocio delle due strade più importanti della città, il cardo e il decumano, secondo uno schema che ritroveremo in tutte le città antiche. Due belle statue di Apollo e Minerva proteggevano la città ed è probabilmente per questo che l’arco è stato curato e conservato così bene.
Prima di tornare in aeroporto prendiamo un tè sul lungomare ed osserviamo le famiglie a passeggio nel giorno di festa con bambini eleganti e infiocchettati come bomboniere in un’atmosfera veramente rilassata.
I quartieri più esterni sono moderni ed in continua evoluzione con cantieri che spuntano ovunque.
Il volo per Benghasi dura appena 55 minuti e arriviamo giusto per cena: in effetti ora che ci penso oggi non abbiamo mangiato praticamente nulla (il ridicolo vassoio dell’aereo non lo considero vero cibo) e ci dirigiamo decisi verso un bel ristorante che secondo Tahar è frequentato sia da turisti che da locali e questo ci sembra una bella garanzia. Al Mat’am al-‘Arabi gustiamo il primo pasto libico a base di zuppa e pesce arrosto con riso e verdure veramente ottimo.

4 Ottobre
Di buon’ora e dopo un’ottima colazione lasciamo l’Hotel Uzu di Bengasi e ci dirigiamo verso Cirene, uno dei luoghi più famosi e affascinanti della Libia. Cirene, che formava la Pentapolis greca insieme ad Apollonia, Tocra, Barce e Tolemaide, si trova su un’altura dalla quale domina il paesaggio circostante godendo di un piacevolissimo clima.
Abbiamo la fortuna di ingaggiare una delle migliori guide disponibili, il signor Fadl, una persona molto competente e appassionata che per trent’anni ha seguito gli scavi e conosce ogni sasso ed ogni leggenda. Con una simile guida voliamo dal Santuario di Apollo alle terme romane, dal teatro alla necropoli, dalla casa di Giasone Magno all’Agorà, dove rimango molto colpita dal Monumento Navale, composto dalla prua di una nave fiancheggiata da due delfini su cui poggia una Vittoria senza ali, e dalla Tomba di Batto, il mitico fondatore di Cirene. Poi, attraverso un ripido sentiero, arriviamo al Tempio di Zeus che è senza dubbio uno dei monumenti meglio conservati e più interessanti di Cirene. Ci appassioniamo alle storie che Fadl ci racconta, inebriati dal profumo di timo che ci avvolge e quando arriva il momento di andare via siamo leggermente dispiaciuti.
La visita però continua ad Apollonia, l’antico porto di Cirene, dove sono ben conservate rappresentazioni del “silphium”, una pianta erbacea ormai scomparsa simile al finocchio selvatico usata sia come medicamento che, pare, come afrodisiaco, così importante che fu perfino raffigurata sulle monete.
Fadl ci dice che moltissimi reperti archeologici sono ancora sommersi dall’acqua o dalla sabbia e che purtroppo le opere di restauro sono momentaneamente ferme per mancanza di fondi ma che spera che la nuova situazione politica della Libia favorisca l’incremento del turismo e l’arrivo di nuove risorse per la conservazione dei beni archeologici.
Lo salutiamo a malincuore e ci dirigiamo ad Al Bayda, dove pernotteremo ed incontreremo Munchas, il poliziotto che ci accompagnerà fino alla fine del viaggio. Lo guardiamo con un po’ di sospetto ed abbiamo quasi la sensazione di essere spiati: noi, personcine così a modo!
L’Hotel Loaloat el Gabel el Khder è decisamente spartano ma in ottima posizione e poi il personale è gentilissimo e non osiamo rifiutare né il bicchierino di bagnoschiuma né il televisore in bianco e nero che ci portano in camera.
Anche fuori troviamo persone cortesi e affabili e in un Internet Point facciamo amicizia praticamente con tutti e a suon di chiacchiere a malapena riesco a spedire alcune e-mails in Italia.

5 Ottobre
Anche oggi abbiamo un programma piuttosto intenso ma partiamo con un paio d’ore di ritardo per problemi di natura burocratica; infatti ogni turista, pur provvisto di visto e accompagnatori, entro 7 giorni dall’ingresso nel Paese deve provvedere a registrarsi presso un “jawazzat” (l’ufficio passaporti) che nel nostro caso pratica un orario diciamo… fantasioso.
Risolta brillantemente la faccenda partiamo per Qars Libya ed i suoi famosi mosaici che componevano il pavimento di una chiesa bizantina.
Si tratta di 50 pannelli magnificamente conservati e raffiguranti vari soggetti quali fiori, animali, fiumi, divinità e persino il mitico Faro di Alessandria (di cui pare essere l’unica rappresentazione giunta fino a noi). I mosaici sono bellissimi ma purtroppo collocati in una stanzetta male illuminata che non li valorizza affatto.
Ci dirigiamo poi verso la costa per visitare il sito archeologico di Tolemaide. Purtroppo solo una piccola parte della città è stata portata alla luce ma passeggiare tra l’Arco di Costantino e la Villa delle Quattro Stagioni, tra il Palazzo delle Colonne e la Cisterna, complesso di gallerie con soffitto a volta che potevano arrivare a contenere quasi dieci milioni di metri cubi d’acqua, è comunque emozionante e piacevole così come visitare il minuscolo museo di sole tre sale ma pieno di oggetti di rara bellezza come ad esempio il grandioso mosaico delle Quattro Stagioni proveniente dalla villa omonima.
Pranziamo con dell’ottimo pesce alla brace in una specie di ristorante all’aperto e ripartiamo alla volta di Benghasi. Qui abbiamo il tempo per visitare il mercato e il quartiere italiano dalle parti di Freedom Square, con palazzi malridotti ma dai quali traspare ancora l’antica eleganza, e di prendere un tè nei giardini pubblici circondati da bambini che ci sorridono vivaci e sdentati.
Ceniamo rapidamente e ci rechiamo in aeroporto dove però dobbiamo attendere quasi quattro ore prima di avere la certezza che il nostro aereo per Tripoli riesca a partire. Atterriamo a Tripoli verso le ore 00.30 e sfiniti andiamo all’Hotel Bab al-Bahar in cerca di una doccia bollente e di un letto.

6 Ottobre
Oggi ci aspetta un lungo trasferimento di circa 650 km. da Tripoli a Ghadames e partiamo di buon’ora col nostro pullmino.
La prima sosta ci entusiasma: siamo a Kabaw, famosa per uno dei tanti granai fortificati che svetta in cima alla collina. E’ una specie di alveare, formato da tante stanzette sovrapposte chiuse da porte in legno di palma, all’interno del quale troviamo ancora giare e recipienti di terracotta. Due ragazzi molto gentili ci guidano in questo dedalo mostrandoci gli angoli più caratteristici e spiegandoci che, oltre alla difesa delle scorte alimentari, l’importanza del qasr era dovuta anche alla temperatura fresca e costante in ogni momento dell’anno.
Facciamo un’altra sosta all’oasi di Sinoun dove i nostri accompagnatori cercano di tirare giù qualche dattero a suon di sassate ma sono così schiappe che se non ci fosse il poliziotto potremmo anche morire di fame.
Il paesaggio si fa sempre più monotono, quasi lunare, ma proprio per questo affascinante. Ci fermiamo ancora a Derj per un tè e per fare quattro chiacchiere con gli avventori di un piccolo locale che troviamo lungo la strada. E’ quasi il tramonto e tutto assume una luce dorata molto suggestiva.
Quando finalmente arriviamo a Ghadames la città ci sembra un miraggio in mezzo al deserto e la prima cosa che notiamo sono l’intenso profumo di datteri e i caratteristici tetti della città vecchia, ornati da punte triangolari. E’ tutto un susseguirsi di torrette smerlate (che la tradizione considera una protezione contro il malocchio), terrazze su vari livelli, pinnacoli e minareti e me la immagino come un labirinto dall’atmosfera ovattata e fuori dal mondo, un luogo fuori dal tempo che domani potremo visitare.
Ceniamo in Hotel (Qasr Al Diwan) con la solita ottima zuppa (shorba) e del montone cotto in anfore di coccio e poi passeggiamo nella zona nuova della città. Troviamo un posto telefonico e ne approfittiamo. In genere basta fornire all’impiegato un foglietto col numero da chiamare completo di prefissi internazionale e locale e appena pronta la linea si viene inviati in una cabina. Un paio di minuti di conversazione costano di solito circa 3 dinari.
Raggiungiamo il nostro autista e il poliziotto in un locale e prendiamo un tè tutti insieme: stiamo cominciando a socializzare anche se la mancanza di una lingua comune rende l’impresa piuttosto difficile e dobbiamo arrangiarci con gesti e sorrisi oltre naturalmente alle traduzioni di Tahar.

7 Ottobre
Decidiamo di dedicare un po’ di tempo alla visita del museo cittadino, piuttosto piccolo ma interessante con quattro sale dedicate a reperti di origine romana, oggetti tuareg compresi tende, selle da dromedario, abiti nuziali e oggetti della vita comune quali le famose pantofole ricamate tipiche di Ghadames, medicinali assortiti e arnesi da lavoro oltre a vecchie fotografie.
Quando entriamo nella città vecchia con la guida locale (Abdul) l’impatto è fortissimo, soprattutto per il repentino cambio di temperatura dato che tra qui e fuori ci saranno almeno 15 gradi di differenza. In effetti il labirinto di viuzze e corridoi, piazzette e gallerie, slarghi e vialetti che costeggiano gli orti esterni sono appositamente studiati per mantenere una temperatura gradevole all’interno della città e garantire il costante ricambio d’aria pur proteggendo le strade durante le tempeste di sabbia.
Le case sono tutte su tre piani, il primo dedicato ai magazzini, il secondo alla sala principale ed alle camere da letto e il terzo alla cucina. Attraverso i tetti, tutti comunicanti, le donne potevano muoversi liberamente ed incontrarsi senza uscire di casa. C’era addirittura un modo convenzionale di bussare alla porta, tre colpetti leggeri per le donne e un colpo secco per gli uomini, in modo che le donne non si trovassero ad aprire la porta ad un uomo senza preavviso.
Sento ovunque un forte profumo di incenso e questo contribuisce senz’altro a farmi sentire trasportata in un mondo particolare.
La nostra guida ci mostra alcune moschee, ci spiega che quelle porte ornate da fiocchi e coccarde colorate appartengono a persone che sono state alla Mecca, ci racconta di quando la città era abitata e le sette porte di accesso venivano chiuse dal tramonto all’alba per difenderla dagli assalti di nemici esterni. Ci incanta con la spiegazione di come l’acqua veniva ripartita in modo che tutti ne avessero in egual misura e con la leggenda dell’origine della città, ci fa osservare i decori sui muri, le mezzelune, le manine di Fatima, i versetti del Corano incisi sopra le porte e alla fine ci mostra l’interno di una casa tradizionale, interamente decorata da disegni e specchi, ornamenti di ottone e tappeti sui quali ci sediamo per pranzare con un grandioso piatto di cus cus e carne di cammello.
Il tempo vola e quando arriva il momento di congedarci lo facciamo decisamente a malincuore.
Per concludere degnamente una giornata così piacevole decidiamo di andare ad ammirare il tramonto dall’alto delle dune. L'ascesa a dire il vero è piuttosto difficile e faticosa, con i piedi che affondano nella sabbia soffice e impalpabile, ma lo spettacolo che si gode da lassù ripaga dello sforzo e rimaniamo a lungo in silenzio, rapiti da tanto splendore.
La serata scorre poi veloce e serena con una buona cena, i datteri colti direttamente dalla palma (oltretutto Ghadames è famosa per l’altissima qualità dei suoi frutti che maturano giusto in questo periodo) e una interminabile partita a carte nella quale coinvolgiamo anche guida, autista e poliziotto.

8 Ottobre
Lasciare Ghadames ci dispiace un po’, tanto più che tra qualche giorno comincia il Festival Tuareg, ma il deserto ci aspetta.
Oggi è previsto un lungo trasferimento fino a Sebha (circa 870 km.) ma tra le innumerevoli soste per bere un tè, comprare datteri o fare foto il tempo passa senza problemi. Anche i posti di blocco, frequentissimi in tutto il Paese, sono un diversivo interessante e un’occasione in più per notare la gentilezza e la cordialità non invadente dei libici.
Anche oggi la giornata è caratterizzata da un profumo particolare ma purtroppo è quello di miele ed eucalipto che io e Francesco, entrambi con un micidiale mal di gola, ci portiamo dietro.
Ci fermiamo a Ash Shwareef per pranzare e incontriamo un gruppo di turisti italiani appena usciti dall’Acacus, il deserto che ci accoglierà domani per cinque giorni: mi sembrano piuttosto soddisfatti e questo mi tranquillizza un po’.
Intorno alle 19.30 arriviamo a Sebha, città grande e vivace posta al centro del… nulla (!) e da sempre tappa fondamentale per chiunque si prefigga la traversata del Sahara.
Troviamo un posto telefonico e chiamiamo casa. E’ incredibile quanto sia stato semplice dimenticarsi dei telefoni e di tutti quegli inutili orpelli che invece tendiamo a considerare indispensabili.
In albergo (Hotel Afriqiya) ceniamo con shorba e bistecca di… dinosauro a giudicare dalla feroce resistenza che oppone ai denti! Ci occupiamo quindi di alleggerire il bagaglio: nel deserto serviranno solo poche cose e tutto il superfluo è meglio lasciarlo qui.

9 Ottobre
Alle 8.30 facciamo la conoscenza con nostri “boys”, cioè coloro che ci accompagneranno alla scoperta dell’Acacus. Sono gli autisti dei due fuoristrada (Usama e Ahmed) con il cuoco (Ahmud) e l’aiuto cuoco-meccanico-factotum (Amaran) che ci seguiranno con la cucina e le provviste caricate su un pick-up, più naturalmente la nostra guida Tahar e Munchas il poliziotto che ormai sono diventati nostri amici.
Lungo un paesaggio brullo e monotono ci dirigiamo verso Germa, l’antica capitale dei Garamanti, popolo fiero e misterioso che nessuno riuscì mai a sottomettere. Fu a causa loro che i romani non riuscirono mai ad arrivare al Sahara e per questo nelle antiche mappe dell’Africa oltre la costa appariva solo la scritta “hic sunt leones” e null’altro.
Purtroppo non c’è tempo per visitare la città vecchia ma solo per fare un po’ di provviste e comprare l’abito tradizionale, composto da pantaloni e tunica lunga fino alle caviglie, e la sciarpa che i tuareg si attorcigliano intorno alla testa formando un turbante (tagelmoust).
Così confezionati dobbiamo sembrare veramente ridicoli, tanto più che l’abito che indossiamo è assolutamente maschile, ma a noi non importa un fico secco e siamo molto orgogliosi del nostro mimetismo.
Raggiungiamo il cuoco che ci aveva superati durante il nostro shopping e troviamo pronto il pranzo, un picnic a base di legumi, verdure crude e tonno che ci fa sentire molto selvaggi e molto avventurosi pur seduti su sgabellini da campeggio a sorseggiare beati un succo di frutta.
L’ultima sosta prima dell’ingresso nell’Acacus è a Ghat, splendida cittadina circondata dal deserto al confine con l’Algeria che visitiamo rapidamente e senza grande convinzione. Ormai la nostra testa è già entrata nel deserto e non possiamo fare altro che seguirla. Un sibilo alle nostre spalle ci fa capire che ci siamo: sono gli autisti che sgonfiano leggermente le gomme dei fuoristrada per migliorare l’aderenza sulla sabbia. E allora via! Ci buttiamo a capofitto giù per una duna lunghissima, probabilmente quella che viene detta “del non ritorno” perché impossibile da risalire, e dopo poco ci fermiamo per ammirare i primi graffiti.
Tahar ci spiega le varie epoche e le differenti fasi storiche e come fare per riconoscerle. C’è il periodo Bubalino nel quale l’uomo appare raramente e gli animali sono incisi profondamente nella roccia, il periodo delle Teste Rotonde durante il quale probabilmente le pitture assumono un significato rituale e religioso. La terza fase è quella detta Pastorale con scene di vita quotidiana accurate e piene di dettagli, segue la fase del Cavallo o delle Teste a Bastoncino dove appaiono i carri dei mitici Garamanti, gli antichi abitanti di queste terre, per concludere col periodo del Camelino con pitture di stile più rozzo e scritte in “tifinagh”, l’antica lingua berbera che pochissime persone riescono ancora a decifrare.
Siamo del tutto rapiti da questa galleria d’arte a cielo aperto ma si sta facendo tardi ed è l’ora di fissare il campo per la notte.
Ci piazziamo in una conca sabbiosa, circondati da rocce scure e appuntite e cominciamo a montare le tende. Per me è la prima volta ma riesco a cavarmela dignitosamente anche se sono più attratta dal colore della sabbia che vira lentamente dal giallo al rosa e poi all’arancio e all’ocra in un’alternanza di luci e ombre da perdere la testa.
Quando Usama ci chiama per la cena è già buio e questo rende tutto ancora più affascinante.
Ahmud ci ha preparato un’ottima shorba e poi maccheroni con carne e intanto intorno al fuoco è iniziato il lungo rito del tè che prosegue anche quando i nostri amici cominciano a cantare e a battere le mani. Vorrei evitare la retorica del “cielo incredibilmente pieno di stelle” e altre ovvietà del genere ma credetemi: mai visto uno spettacolo simile!
Al momento di andare a dormire io e Linda decidiamo che lo spettacolo che ci circonda è troppo bello per chiudersi dentro una tenda e sistemiamo i sacchi a pelo vicino al fuoco insieme ai nostri accompagnatori: siamo o non siamo donne del deserto?

10/11/12 Ottobre
Mai avuta una sveglia così bella. Dormono ancora tutti, tranne il cuoco che silenzioso e quasi invisibile sta accendendo il fuoco per preparare la colazione, e mi godo questi momenti di assoluta armonia col mondo.
Prima di venire qui avevo un sacco di dubbi e di ansie: non avevo mai fatto campeggio, il fatto di non potermi lavare mi preoccupava molto e soprattutto temevo di trovare un ambiente ostile e di non riuscire ad adattarmi. Beh, niente di tutto questo: mi sono sentita subito perfettamente a mio agio, quasi coccolata dal deserto e assolutamente in sintonia col mondo esterno.
Per giorni abbiamo scorrazzato in lungo e in largo per il deserto, tra dune e rocce, pinnacoli e wadi. Abbiamo esplorato pareti interamente dipinte e conteso l’acqua dei pozzi con i dromedari. Un pomeriggio abbiamo conosciuto un anziano tuareg che fu la guida di Fabrizio Mori, lo studioso che ha cercato di datare e catalogare la maggior parte dei graffiti. E’ stato un incontro un po’ strano, probabilmente l’unica volta in cui mi sono sentita leggermente a disagio, ingombrante come la peggiore delle turiste anche se lui invece è stato gentilissimo e ci ha mostrato i suoi quaderni e le foto col professor Mori.
Abbiamo visto disegni di elefanti e giraffe, scene di matrimoni e giochi, carri e cavalli, bufali e dromedari, scene erotiche e danze. E poi archi di roccia scavati dal vento e monoliti, guglie e colonne, mandrie di dromedari e gruppi di asinelli.
Con i nostri fantastici drivers ci siamo lanciati sulle dune come se fossimo nelle montagne russe e anche insabbiarsi diventa divertente.
Ogni sera montare il campo in un posto sempre diverso e sempre più magico e cantare intorno al fuoco, ascoltare le leggende del deserto e imparare i semplici giochi fatti di niente, di segni fatti con le dita sulla sabbia.
Passeggiare sulle dune a notte fonda, quando la temperatura si abbassa e la sabbia diventa compatta e l’unica luce di cui abbiamo bisogno è quella della luna.
E ogni sera io e Linda insisteremo a dormire all’aperto, incapaci di perderci anche un solo minuto di questo paradiso.
I tuareg sono gente pratica, abituata a vivere con poco, misurando i gesti e risparmiando ogni energia e mi stupisco molto quando vedo Usama lanciarsi fuori dall’auto e inseguire un lucertolone spaurito fino a catturarlo aiutato dagli altri che capiscono al volo la situazione. Mi dice che è un “dab” (ma il vero nome è uromastice) e che intende assolutamente portarselo a casa, sospetto per mangiarlo ma preferisco non indagare, così per due giorni nel nostro fuoristrada abbiamo un altro passeggero.
Una sera i nostri boys ci fanno un regalo inaspettato e preparano il Taajeelah, il pane tuareg cotto sotto la sabbia e incredibilmente gustoso, un’altra sera intravediamo un fennec, la volpe del deserto dalle lunghe orecchie aguzze, che gira intorno al campo e le lasciamo gli avanzi della nostra cena.
L’ultima sera intorno al fuoco siamo tutti un po’ malinconici e va a finire che parliamo di cose serie: della situazione politica e sociale della Libia, di come abbiamo appreso la notizia della tragedia dell’11 Settembre e di come abbiamo reagito, di religioni e di fondamentalismo e concludiamo la serata con la ferma convinzione che la paura e la violenza nascono dalla scarsa conoscenza e che i muri andrebbero abbattuti invece che difesi.

13 Ottobre
Ci svegliamo per l’ultima volta nel deserto e già ne ho nostalgia. Dopo la solita splendida colazione ci dirigiamo verso i laghi salati di Ubari. Il primo che incontriamo è il Mandara, quasi completamene asciutto con il fondo bianco per l’alta concentrazione di sale, poi il lago Umm al-Maa (che significa “madre dell’acqua”), probabilmente il più bello, piccolo e completamente circondato da palme e canneti, azzurro come uno splendido zaffiro incastonato nell’oro che lo circonda. Il lago Mavo ci stupisce per il colore rosso vivo dell’acqua, non sappiamo bene se dovuto a gamberetti, alghe o a qualche strana reazione del sale.
Per la prima volta dall’inizio di questo viaggio incontriamo dei venditori di prodotti di artigianato locale, come monili d’argento e piccoli pugnali dal manico di cuoio. Osservo una bellissima collana ma non ho soldi con me e dico al ragazzo che me la mostra che devo rinunciare all’acquisto. Lui nel frattempo ha adocchiato il mio vecchissimo orologio svizzero di plastica, portato in vacanza proprio perché vecchio e malridotto, e mi propone un baratto. Io mi sento in colpa come se lo derubassi ma lui pare assolutamente convinto e anche Tahar mi incoraggia dicendo che lo considera uno scambio più che equo. Contento lui…
Al lago Gabraoun non resisto alla tentazione e insieme a Lino, Linda, Francesco, Tahar e Usama mi lancio in un incredibile bagno nel bel mezzo del deserto. La concentrazione di sale è così alta che impedisce quasi di nuotare e la cosa più difficile non è stare a galla ma riuscire a rimanere immersi.
Usciamo dall’acqua completamente ricoperti di sale, bianchi come fantasmi e, mancando una doccia, ci ripuliamo lanciandoci a vicenda delle grandi secchiate d’acqua tirate su da un pozzo.
Dopo l’ultimo picnic a base di tonno e verdure ripartiamo verso la civiltà alla volta di Sebha. I saluti con i nostri nuovi amici sono calorosi, ci abbracciamo e ci baciamo veramente commossi e non abbiamo parole a sufficienza per ringraziarli. In fondo se il deserto ci è piaciuto così tanto è anche merito loro.
All’Hotel Afriqiya recuperiamo il resto dei nostri bagagli ma molto dispiaciuti ci dicono che non ci sono camere libere e dobbiamo spostarci in un altro albergo. Noi siamo completamente spaesati e di tutto questo non ci importa assolutamente nulla: a questo punto desideriamo solo una doccia calda e poi possiamo pure dormire sotto le stelle.
Dopo cena riprendiamo le nostre interminabili partite a carte e come al solito io non vinco neanche una volta. Se qualcuno, leggendo queste note, decidesse di fare un viaggio in Libia ricordi che di sera non c’è assolutamente nulla da fare tranne chiacchierare, leggere o, appunto, giocare a carte quindi è bene che si organizzi.

14 Ottobre
Ci svegliamo all’alba perché il nostro volo per Tripoli parte prestissimo, salvo ritardi o ripensamenti, e ci troviamo in un aeroporto affollato e assonnato ma grazie al nostro superpoliziotto scavalchiamo ogni fila e in un attimo siamo a bordo mentre Munchas si guadagna il soprannome di “telepass”. In questi giorni di stretta convivenza abbiamo imparato ad apprezzarlo, così gentile e discreto, attento e premuroso, sempre pronto ad accendere un fuoco e mettersi a spignattare per preparare il tè rincorrendo e recuperando i bicchieri, insufficienti per dodici persone, in una giostra senza fine.
Giunti a Tripoli decidiamo di fare un giro nella medina. Oggi è martedì e il mercato è molto colorato e affollatissimo. E’ bellissimo notare la totale assenza della solita paccottiglia da turisti e compriamo spezie e tè. Nessuno insiste per venderci alcunché e passeggiare in questo dedalo di viuzze è divertente e rilassante. Abbiamo la possibilità di entrare nella Moschea Gurgi, piuttosto piccola ma veramente bellissima. In particolare rimango colpita da pannelli di legno delicatamente intagliati che mi dicono provenire dal Marocco e come al solito dalla gentilezza e dall’educazione della persona che ci descrive con malcelato orgoglio i tesori della moschea.
Dopo un rapido pranzo a base di pollo e riso ci dirigiamo a Garyan, cittadina a un’ottantina di chilometri da Tripoli posta su un’altura che le garantisce un clima gradevole e ventilato e famosa per le ceramiche e le case berbere, caratteristiche per essere scavate nella roccia al fine di sopportare il gelo dell’inverno e le estati bollenti. Trovare il proprietario di una di queste case sotterranee ci porta via un po’ di tempo. Alla fine riusciamo ad entrare e di colpo ci troviamo trasportati in un altro mondo, fatto di gallerie e cortili interni e decorato da tappeti e arazzi. Non ci sono mobili, i letti sono scavati nel muro così come le nicchie che contenevano oggetti e utensili di cucina ma nonostante tutto l’ambiente risulta confortevole.
Usciti dalla casa ci fermiamo in un bar per un tè che ci viene servito in bicchierini di carta con lo stemma dell’Inter: i danni della globalizzazione!
In serata raggiungiamo Zliten, città costiera piuttosto insignificante ma molto comoda come punto di partenza per le escursioni a Leptis Magna, che visiteremo domattina.

15 Ottobre
Il primo appuntamento di oggi è con la Moschea di Sidi Abdusalam, unica attrazione di Zliten ed esempio veramente mirabile di architettura islamica moderna.
Lino non può entrare con i suoi bermuda ed è costretto a visitare l’edificio in pigiama, ovvero col primo indumento che riesce a trovare nella borsa.
La visita ci piace molto. Notiamo un trionfo di cupole di varie misure, arabeschi, colonne e decori di ogni genere ed è la prima volta in questo viaggio che vedo l’opulenza che avevo ammirato negli edifici sacri di altri paesi musulmani. Alla moschea sono annessi un mausoleo veramente imponente e una grande scuola coranica frequentata da centinaia di ragazzi.
Finita la visita ci dirigiamo verso Leptis Magna, il pezzo forte della giornata.
La città di Leptis nasce nel VII secolo a.C. come porto fenicio e tra il I secolo a.C. e il I d.C. diventa una fiorente città romana. Quando Settimio Severo diventa imperatore decide di rendere la sua città natale splendida come Roma e il nome diventa Leptis Magna.
Intorno al IV secolo d.C. subisce le offese dei terremoti e le scorrerie dei Vandali, viene definitivamente distrutta dagli Arabi nel VII secolo e lentamente sepolta sotto la sabbia del deserto.
I cammellieri che talvolta sostavano nella zona la chiamavano “la città delle ombre bianche” per quelle splendide statue di marmo che ogni tanto emergevano dalle dune per essere poi di nuovo ricoperte e solo la pazienza degli archeologi italiani è riuscita a restituirci nel XX secolo un tesoro tanto inestimabile.
Per prima cosa visitiamo il museo, dedicato soprattutto a Leptis Magna ma contenente anche reperti provenienti dal Jebel Acacus oppure opere della storia recente della Libia. Particolarmente interessanti la sala delle statue e quella dove sono conservate teste di Medusa.
La visita della città non può che cominciare col meraviglioso Arco di Settimio Severo, posto all’incrocio delle due vie principali, cardo e decumano, e formato da quattro facciate affiancate da colonne corinzie e decorate con bassorilievi di fattura sopraffina. Si prosegue con le Terme, elegantissime e grandiose coi loro mosaici, colonne di marmo e un susseguirsi di sale, vasche e piscine servite da ingegnosi progetti idraulici che permettevano di avere acqua a varie temperature per il “calidarium”, il “tepidarium” e il “frigidarium”.
Ma Leptis era soprattutto un centro commerciale, crocevia di scambi per mare e per terra, congiunzione tra i mercanti del deserto e le città del mediterraneo e particolarmente interessante è il Mercato, così particolare con i due padiglioni rotondeggianti e i banchi sui quali ancora oggi sarebbe normale vedere esposta la merce. I banchi dei macellai mostrano ancora i colpi dei coltelli, quelli delle granaglie e dei cereali avevano un ingegnoso sistema per misurare con precisione le quantità. Vediamo un pannello scolpito con la rappresentazione delle unità di misura di vari paesi, in modo che ognuno potesse verificare l’onestà dei commercianti.
E poi il Foro, opulentissimo e riccamente decorato con portici e arcate, teste di Meduse e Gorgoni (se ne contano più di settanta), la Basilica con le sue colonne scolpite con la perizia di un cesellatore e finalmente il Teatro, un sogno in pietra e marmo che ha sonnecchiato per secoli sotto la sabbia mantenendo intatti fascino e bellezza. Dai gradini più alti lo sguardo spazia su tutta la città e dietro al palcoscenico fa capolino uno splendido mare azzurro: è uno spettacolo impagabile perfino senza attori!
A un paio di chilometri di distanza vediamo poi un’altra opera grandiosa: l’Anfiteatro, enorme, si dice capace di contenere più di ventimila persone, posto su una collina in riva al mare e completamente scavato nel terreno così da essere invisibile finché non ci si avvicina al bordo. Ai piedi della collina, sulla spiaggia, è ben visibile anche lo stadio per la corsa dei carri, uno dei più grandi dell’impero romano, dove gli spettatori trascorrevano intere giornate, godendosi lo spettacolo dei combattimenti e la leggera brezza del mare. Un luogo veramente meraviglioso.
Rientriamo quindi a Tripoli, di nuovo all’Hotel Bab al-Bahar (ovvero “Porta del Mare”). All’ingresso dell’albergo c’è un metal detector che suona continuamente e i due poliziotti ci fanno ogni volta cenno di passare oltre, svogliati e anche un po’ rassegnati.
All’ora di cena decidiamo di passeggiare un po’ per le vie del centro e lungo la famosa Via 1° Settembre arriviamo in un ristorante piuttosto raffinato e molto frequentato dalle famiglie eleganti di Tripoli (Mat’am al-Murjan), posto di fronte alla Posta centrale, dove gustiamo dell’ottimo pesce.

16 Ottobre
Dedichiamo tutta la mattina alla visita dello splendido Museo della Jamahiriya di Tripoli, sicuramente uno dei più belli e ricchi che abbia mai visto. La mia guida Lonely Planet gli attribuisce anche il merito di contenere solo reperti facenti parte del patrimonio storico libico e non provenienti da furti o razzie ai danni di altri paesi e anche questo non mi sembra cosa di poco conto. Posto su cinque piani ripercorre la storia della Libia, dalla preistoria ai giorni nostri, con reperti provenienti dal deserto e risalenti a 300.000 anni fa, pitture rupestri del Sahara e oggetti appartenuti al popolo dei Garamanti.
Si prosegue con manufatti fenici e greci, statue e ceramiche, tesori trovati a Leptis Magna come alcune statue e un meraviglioso mosaico raffigurante le Quattro Stagioni, oggetti in bronzo e delicati vetri e ancora statue, antiche mappe e monili d’argento. La visita si conclude con la storia del popolo Tuareg ed oggetti che illustrano la vita del popolo libico nei secoli recenti, compresi gli anni dell’occupazione italiana e quelli dell’ascesa al potere del Colonnello Gheddafi di cui non mancano ovviamente immagini (come del resto ad ogni angolo di strada). E’ presente perfino il Maggiolino Wolkswagen che usava nei primi anni del suo governo.
Nel pomeriggio ci spostiamo a Sabratha per l’ultima visita di questo fantastico viaggio. Anche qui è presente un ottimo museo, molto piccolo ma ricco di tesori. Sono colpita in particolare da un candelabro di marmo finemente scolpito raffigurante Orfeo circondato da animali e da alcuni mosaici, soprattutto uno con una bellissima Pantera (un senese non dimentica mai la propria Contrada) e un altro con la rappresentazione delle Tre Grazie, di epoca romana e dai colori molto delicati.
La città di Sabratha nasce probabilmente nel IV secolo a.C. come insediamento punico, passata poi ai Greci e infine ricostruita dopo un violento terremoto dai Romani che le conferirono l’aspetto che è giunto fino a noi. Purtroppo la maggior parte degli edifici era fatto di friabile pietra arenaria che li rendeva estremamente fragili e questo fece sì che la città venisse ben presto abbandonata.
Il monumento più spettacolare di tutto il sito, anche se pesantemente restaurato, è senza dubbio il Teatro, che riesce a mettere in ombra persino il teatro di Leptis Magna che pur avevo tanto ammirato. In particolare trovo stupefacenti le cento colonne corinzie che circondano il palcoscenico sovrapposte in tre ordini per oltre 20 metri di altezza. Era il più grande teatro dell’Africa e pare che potesse contenere più di 5000 spettatori. Una vera meraviglia che da sola varrebbe il viaggio.
Durante questa vacanza abbiamo inoltre avuto la fortuna di visitare ogni sito archeologico praticamente in totale solitudine, senza voci o schiamazzi di gruppi di gitanti, e questo ha reso ancora più magico camminare lungo vie che duemila anni fa erano gremite di senatori e mercanti, matrone e soldati, un vero tuffo nella storia.
Rientrati a Tripoli decidiamo di dare un ultimo sguardo alla Piazza Verde e al Castello che salutiamo a malincuore: domattina ci aspetta l’aereo che ci riporterà in Italia ma lasciamo qui tanti amici e anche un po’ del nostro cuore. Grazie Libya!Sicuramente da non perdere è la vita nel deserto, le sere intorno al fuoco ad ascoltare i racconti e le storie raccontate dai tuareg, a guardare insieme le stelle. Basta una tanica vuota da usare come tamburo improvvisato e si comincia a cantare, basta un fuoco di sterpaglie e il tè è già pronto, basta un sorriso e si riesce a comunicare.
Viaggiando in Libia poi bisogna tenere i sensi all’erta: ovunque ci sono colori e profumi, così intensi da rimanerne storditi ma proprio per questo da non lasciarsi sfuggire.In generale l’offerta alberghiera è modesta. Anche negli alberghi di lusso di Tripoli e Benghasi spesso nelle camere abbiamo riscontrato magagne di vario tipo, soprattutto di natura idraulica, e questo per le difficoltà nel reperire materiale per le riparazioni. Dovunque però abbiamo trovato gentilezza e molta buona volontà e superare le piccole difficoltà non è mai stato un problema.
In ogni caso l’albergo migliore di tutti è stato… il deserto: dormire sotto le stelle è un’esperienza indimenticabile.
Noi avevamo portato il nostro sacco a pelo e il tour operator ci ha fornito tende (del tipo “igloo” a due posti), materassini e coperte.Il pasto tipico prevede una zuppa, detta “shorba”, a base di legumi e verdura, talvolta con carne e pasta, e un piatto forte che può essere composto da cus cus, riso o pasta insieme a pollo o agnello e verdure. Sulla costa è possibile mangiare pesce arrosto. Nei ristoranti a volte il pasto inizia con una serie di salse da mangiare con verdure crude e l’ottimo pane reperibile ovunque.
Come in ogni paese musulmano gli alcolici sono banditi ed è molto curioso vedere gli scaffali dei bar tristemente vuoti o al massimo occupati da fiori e soprammobili.
I libici amano le bibite molto colorate e molto gassate (sconsiglio a tutti di assaggiare la terribile Fanta al gusto di fragola), in particolare adorano una specie di bitter rosso rubino e molto dolce.
Si trova quasi ovunque la birra analcolica: buona la Beck’s, pessima la Crown.
L’acqua è sempre potabile, sia quella dei rubinetti che quella dei pozzi. In effetti tutta l’acqua, compresa quella delle bottiglie, proviene dalle sorgenti del deserto.
Il tè meriterebbe un capitolo a parte. E’ senza dubbio la bevanda più importante ed assume spesso un aspetto rituale.
Spesso viene servito con aggiunta di foglie di menta o arachidi tostate.
Quello dei tuareg ha una preparazione molto lunga e laboriosa, indispensabile per ottenere una densa schiuma. Generalmente ne vengono offerti tre bicchierini ed ognuno di questi ha un significato preciso: il primo amaro come la vita, il secondo forte come l’amore, il terzo soave come la morte.Fino a qualche anno fa, a causa dell’embargo, gli aerei non potevano atterrare in Libia e l’unico sistema per entrare nel paese era via terra dalla Tunisia o dall’Egitto.
Adesso per fortuna ci sono voli regolari e quotidiani: l’Alitalia ha partenze ogni martedì, giovedì e sabato mentre con la Libyan Arab Airline si vola ogni lunedì, mercoledì e venerdì.
Per gli spostamenti noi abbiamo usato un pullmino, due fuoristrada nel deserto e tre voli interni (che sono molto economici ma non si è mai del tutto sicuri di partire fino al momento del decollo).

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