Acacus trekking: deserto e preistoria – 1^ parte

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Acacus trekking: deserto e preistoria – 1^ parte

Quest'anno avevamo voglia di qualcosa di davvero speciale, di un viaggio che fosse avventuroso e movimentato, alla ricerca di panorami mozzafiato e di salti nella storia. La scelta è così caduta su un tipo di viaggio molto particolare, nuovo per noi, abituati a viaggiare "in solitaria". La meta è la Libia, ed è stato il suo deserto, in particolare, ad attirarci, con le sue dune, le sue piste, i suoi pinnacoli rocciosi, le sue infinite distese, i suoi silenzi... in una parola: la sua poesia. Ci siamo quindi domandati quale fosse il modo migliore per vivere un deserto, e la risposta e' stata immediata: camminando! E' nata in questo modo l'idea di attraversare a piedi un deserto.
Ma per recarsi a piedi in una zona desertica è decisamente sconsigliabile organizzare un viaggio fai da te; abbiamo dunque iniziato ad informarci su quali agenzie proponessero trekking di questo tipo, trovandone purtroppo poche. Alla fine la scelta è andata alla KEL 12 DUNE di Mestre, che richiedeva un minimo di 6 partecipanti per una permanenza in Libia di 14 giorni, di cui ben 9 di cammino!
Il programma è molto allettante e noi siamo impazienti di partire.Partiamo per un memorabile viaggio nel desertoDIARIO DI VIAGGIO

Domenica 24 Dicembre 2000
Partiti ieri da Bologna, siamo giunti in serata a Francoforte, dove abbiamo trascorso la notte in un albergo vicino all'aereoporto. Voliamo infatti con Lufthansa, che ci condurrà con un altro volo a Tripoli, quest'oggi.
Appena scesi dall'aereo facciamo la conoscenza con Hassan, un ragazzo egiziano che sarà la nostra guida di lingua italiana durante tutto il viaggio, e con gli altri partecipanti al trekking: 5 ragazze ed un ragazzo. Scopriamo, guardandoci stupiti intorno, che in questo aereoporto non esiste una sola parola scritta in una lingua diversa dall'arabo... rendendoci conto con una certa dose di divertimento, che se fossimo venuti qui da soli, avremmo potuto rimanere in balia di questo posto per giorni interi senza capirci assolutamente nulla! Anche perché la sola lingua straniera conosciuta dai pochi libici poliglotti è il francese, che noi non parliamo!
Fortunatamente c'è Hassan, che sbriga per noi le pratiche aeroportuali; dobbiamo infatti prendere un altro volo che ci condurrà in mezzo al deserto, più precisamente al paese di Sebha. Ci sono però dei problemi al velivolo (!) per cui, almeno per il momento, non partiamo. Dopo qualche tempo trascorso a discutere sul da farsi, decidiamo di salire a bordo di un pullman assieme ai partecipanti di un diverso tour della KEL12 in Libia: nostra meta comune, la medina di Tripoli!
Costruita nell'antichità dai Fenici, questa medina è stata poi perfezionata dai Romani che la trasformarono in una sorta di fortezza; contornata da mura, l'accesso è possibile attraverso 7 porte, fra cui quella "del mare" da cui stiamo entrando ora. Appena fuori troneggiano i resti ancora maestosi dell'arco di Marco Aurelio.
Prima di entrare nella medina, ci aspetta una stupenda sorpresa: il muezzin della moschea dietro all'arco ci permette di entrare a visitarla! E' per noi una grande emozione, dato che siamo abituati alla rigidità degli islamici in fatto di religione, che normalmente non permette neppure di fotografare la facciata delle loro belle moschee! Approfittiamo quindi di questa inaspettata occasione e, dopo aver ammirato i bellissimi mosaici che abbelliscono i muri esterni, ci togliamo le scarpe ed infiliamo il naso in un mondo a noi precluso e sconosciuto e dove solo la nostra immaginazione si era potuta finora spingere. Ci troviamo in una sala molto vasta e dal soffitto altissimo, costituito da tante cupole decorate da motivi arabeschi uno diverso dall'altro; splendidi lampadari a gocce di cristallo pendono inerti dal centro di ogni cupola e solo alcuni sono accesi, così da creare un'atmosfera incredibile e magica, fatta di colori caldi ed avvolgenti, di ombre e di un mistico silenzio. Il pavimento è interamente tappezzato di bellissimi tappeti rossi, blu e marroni; le pareti sono tutte coperte di piastrelle dipinte a mano a motivi floreali. Al centro di una delle pareti si trova una scaletta sottile, coperta da un tappeto rosso, attraverso la quale si accede al piano superiore dove si recano a pregare le donne, che ovviamente stanno separate dagli uomini anche nella moschea.
Usciamo controvoglia dalla penombra per ritrovarci in un mondo di luce e rumori e ci occorrono alcuni secondi per tornare alla realtà!
Ma siamo curiosi di visitare anche la medina, così attraversiamo la porta e camminiamo su una bella stradina; scopriamo in breve che tutta la medina è un intrico di stradine strette ed in leggera salita, per ovvie ragioni difensive, su cui si affacciano casette basse e bianche con belle porte azzurre, verdi o marroni. Ci sono diversi ponticelli ad arco che si stagliano sul cielo sopra di noi: sono veri e propri ponti fra una casa e l'altra che permettono di non scendere mai in strada.
Osserviamo botteghe, negozi, stoffe coloratissime, spezie profumate, teiere, ciabatte, tappeti... e alti puntali di moschee con la caratteristica mezzaluna simbolo dell'Islam appena forgiati dalle mani di abilissimi fabbri!
Terminato il giro, torniamo verso l'aereoporto, dove continueremo la nostra attesa dell'aereo per il resto della giornata. Sfruttiamo questa forzata immobilità per conoscere meglio le persone con cui vivremo a stretto contatto nei prossimi giorni, per osservare curiosi la vita frenetica dell'aereoporto lentamente calmarsi sul far della sera, per iniziare a domandarci se mai partiremo da qui! Sono passate infatti ormai 10 ore e non ne possiamo letteralmente più. Ci sdraiamo sul pavimento della saletta dove ci hanno sistemato, insieme ad un centinaio di altre persone, turisti come noi e locali, in attesa degli eventi.

Lunedì 25 Dicembre
L'alba ci coglie ancora tutti qui, assonnati e doloranti per la posizione scomoda della notte.
Ormai partire è diventata una questione vitale e cerchiamo di capire perché siamo ancora qui, mandando Hassan ad informarsi. Il velivolo necessita di un pezzo di ricambio (!) che deve arrivare da chissà dove, ci ha riferito poco dopo; successivamente abbiamo atteso l'arrivo del pilota, quindi tutto pare pronto per l' imbarco. Ma sono già le 13 quando finalmente mettiamo i piedi su un bimotore color sabbia della Libian Air. Con ben 18 ore di ritardo... stiamo infine rullando sulla pista dell'aereoporto di Tripoli!!! Non ci sembra vero e ci prepariamo a gustare l' ebbrezza del volo.
Dall'alto si vede bene la geologia del paese; verde vicino al mare e per un centinaio di km verso l'interno, diventa all'improvviso completamente desertico di lì in giù. Il volo dura circa un'ora e mezzo, dopo di che atterriamo a Sebha, paesone di 100 mila anime, anonimo avamposto in mezzo a terre deserte. Da qui veniamo accompagnati ad un albergo su una piccola collina, dove possiamo finalmente mangiare e riposare per bene.
Dopo cena, infatti, e dopo una mezz'ora passata col gruppo ad organizzare il trekking (ci sarà infatti da ritoccare una tappa per colpa di questo ritardo), ognuno si ritira esausto nella propria camera. Siamo però felici perché domani finalmente ci lasceremo alle spalle la civiltà con tutti i problemi ad essa legati!

Martedì 26 Dicembre
Due pullmini arrivano dopo pranzo, caricano i nostri zaini e ci fanno salire: ci aspettano 600 km di strada asfaltata che ci condurranno a Ghat, in pieno Sahara. Attraversiamo paesaggi deserti e superbi, puntellati di piccole alture rocciose o sabbiose. Ci fermiamo solo per comprare un po' di frutta, pane e bibite. Ma la strada è molto lunga e ne approfittero' per raccontare un po' di storia della Libia.
BREVE STORIA DELLA LIBIA
Siamo nel nord Africa, a pochi km dalle coste della nostra isola più "africana", Lampedusa. La Libia confina ad est con l'Egitto, ad ovest con l'Algeria e a sud con il Ciad. E' bagnata dal Mediterraneo, solcando le acque del quale le imbarcazioni di innumerevoli popoli dell'antichità si spinsero alla sua conquista. Anche l'Italia fu a lungo interessata al dominio delle sue coste, in tempi moderni come in tempi antichi, quando anziché di Italia si parlava ancora di Regno dell'Antica Roma. I Romani si impossessarono di alcune città costiere fondate dai Fenici, "romanizzandole" ad arte e dando così vita a gioielli come Sabratha e Leptis Magna.
Per passare ai giorni nostri, l'Italia condusse un'ampia manovra di colonizzazione, lasciando fortini in mezzo al deserto, confinando i nomadi in campi con la scusa di ridurre il nomadismo, ma anche portando avanti in modo esemplare una grande campagna per sconfiggere la malaria, costruendo pozzi e pompe, rassodando terreni aradi trasformandoli in magnifici campi di mandorli, ulivi, mandarini, aranci e viti, costruendo una rete stradale che permette tuttora di raggiungere i principali paesi. Ha costruito anche scuole ed ospedali, in modo che, perlomeno la parte sedentaria della popolazione, non ha serbato tutto sommato cattivi ricordi della colonizzazione. Le cose peggiorarono con l'arrivo di numerosissime famiglie italiane, che ovviamente si impossessarono dei terreni migliori ed arrivarono a superare addirittura il numero di indigeni! Scoppiò la seconda Guerra Mondiale, in seguito alla quale la Libia fu proclamata monarchia da un emiro che aveva opposto grande resistenza alla colonizzazione italiana.
Durante il regno di Re Idris, sotto il suolo libico viene scoperto il petrolio, che renderà il paese uno dei più importanti fornitori mondiali di greggio; ma la fortuna bacia solo un quarto della popolazione, che per la maggior parte è rappresentata da miserabili. Cosi', nel 1969, un colpo di stato incruento porta al potere Gheddafi, il quale sostiene di voler dare più potere alla massa, essendo lui stesso figlio di beduini e quindi povero. Egli utilizza gli introiti del petrolio per grandi lavori pubblici, soprattutto mirati a portare l'acqua dove non c'è, pompandola da enormi falde in pieno deserto e portandola mediante maestosi acquedotti dove serve. Fa smantellare le basi militari inglesi ed americane, nazionalizza il 51% delle multinazionali che estraggono il petrolio nei suoi territori, caccia tutta la comunità italiana, confiscando ogni suo bene. Nel 1973 presenta al mondo il suo Libro Verde, che dovrebbe essere secondo lui una via di salvezza dal capitalismo che ormai imperversa nel mondo occidentale. Dal 1974 Gheddafi è coinvolto in episodi di terrorismo, in seguito ai quali, nel 1994, le Nazioni Unite proclamano l'embargo alla Libia. Questa risoluzione stritola pian piano il paese, fa impazzire i prezzi, favorisce il mercato nero e danneggia la popolazione; lentamente il dittatore inizia ad intiepidirsi, fa chiudere i campi di addestramento di gruppi terroristici. Nel 1997 Papa Woityla si schiera per la fine dell'embargo, insieme a Nelson Mandela che aveva ottenuto sostegno ed aiuti per la sua lotta antiapartheid in Sudafrica dallo stesso Gheddafi.
E' così che nel 1998 ha fine questo periodo buio per la Libia, la quale apre immediatamente le porte al turismo e ai rapporti con l'estero. Ed è grazie a questa apertura che noi siamo qui oggi, in trepidante attesa di scoprire le meraviglie nascoste di un paese così vicino al nostro ma per tanti anni così lontano.
Lentamente il sole si abbassa all'orizzonte, mentre noi superiamo ancora un posto di blocco dove giovani ed annoiati militari si alzano da terra per venirci incontro e scambiare quattro chiacchiere, finalmente contenti di vedere qualcuno. E' quasi buio quando incontriamo una jeep dal vivace colore giallo; è ferma lungo la strada e noi ci fermiamo subito dopo. Ne scendono tre magnifici tuareg, nelle loro lunghe vesti; ci dice Hassan che sono alcuni dei ragazzi che ci accompagneranno nel deserto... e che sono fermi lì ad aspettarci da ieri sera! Proseguiamo quindi il nostro viaggio, per giungere in breve ad uno spiazzo sabbioso a lato della strada, dove passeremo la notte.
Scendiamo dai pullmini e ci guardiamo attorno, esausti ma felici: domani inizieremo a camminare ma già ora assistiamo ad uno spettacolo della natura che ci lascia sempre una bel ricordo: il tramonto. La luce del sole morente sta colorando di rosso ogni cosa, ed in particolare rimaniamo incantati da una spettacolare formazione rocciosa che i tuareg chiamano "la montagna maledetta", poiché la leggenda la vuole abitata da alcuni spiriti maligni.
Montiamo le tende, ceniamo intorno ad un bel fuoco, mentre i tuareg se ne stanno poco distanti intorno al loro fuoco. Quando ci diamo la buonanotte sono già le 10 e 30.

Mercoledì 27 Dicembre
Anche l'alba su questa sabbia rossa è splendida. Dopo colazione disfiamo in breve tempo l'accampamento e risaliamo sui pullmini. A soli 30 km da dove siamo ora c'è Ghat, ultimo posto civilizzato prima del "grande nulla" del deserto. Vi giungiamo tutti elettrizzati dal piacere della scoperta e restiamo abbagliati dalla bellezza del posto. Ghat è un minuscolo paese abitato da tuareg gentili, che appena ci vedono da lontano si avvicinano silenziosi e stendono a terra le loro coperte che ricoprono con splendidi monili fatti intermante a mano; sono infatti ottimi modellatori di argento e gli oggetti costano anche parecchio! Il paese è costituito da una sorta di labirinto di case basse e di un materiale simile al tufo che, essendo costituito dalla terra dei dintorni, si confonde in modo sublime al paesaggio circostante. La cosa più bella è che il fondo su cui si cammina è sempre e solo costituito da sabbia rossa e morbidissima. E del resto non potrebbe non essere così: siamo nel deserto e la sabbia copre ogni cosa, figuriamoci se non si deposita sulle stradine fra le case!
Torniamo alle auto, per scoprire che i nostri zaini sono stati trasferiti a bordo di 2 jeep, dal momento che iniziamo da qui a penetrare in territori selvaggi dove il solo mezzo che può agevolmente muoversi è una vettura 4 per 4... oltre che i nostri piedi 2 per 2!
Percorriamo un tratto di pista verso est, osservando davanti a noi innalzarsi sempre più il profilo scuro di un'altopiano roccioso, verso cui ci dirigiamo decisi. Siamo incantati e non riusciamo a staccarne gli occhi: è quello il deserto che attraverseremo, che sarà la nostra casa per i prossimi 9 giorni, che ci donerà emozioni uniche... è proprio il Tadrart Akakus!
Il Tadrart Akakus è un parco nazionale e rappresenta il proseguimento di un altro parco, il Tassili algerino. E' costituito da un massiccio altopiano di arenaria, attraversato da fiumi fossili risalenti alla preistoria che hanno scavato profondi e spettacolari canyon, sulle pareti dei quali troveremo i chiari segni del passaggio dell'uomo. Si sviluppa in senso nord-sud e noi lo penetriamo a livello delle sue pendici meridionali; il nostro tragitto perciò prevede di camminare per un centinaio di km verso nord, per ridiscendere a valle di fronte alle belle dune dell'erg Murzuk.
Ma per il momento siamo appena scesi dalle jeep e, infilati gli zaini, iniziamo a procedere verso le roccaforti occidentali dell'altopiano. Le jeep fanno dietro front e noi restiamo soli. Improvvisamente siamo proiettati in un mondo silenzioso e puro, dove gli unici elementi estranei siamo proprio noi. Oltre a noi 8 e ad Hassan, procede davanti a noi Argh Mohammed, un anziano tuareg di ben 65 anni che sarà la nostra guida terrestre.
Camminiamo e impariamo subito una cosa importante: notiamo infatti che la nostra guida cammina di preferenza vicino ai pochi cespugli che ricoprono questa vasta distesa petrosa. Il motivo è di una semplicità tale che ci meravigliamo tutti di non averci pensato: la vegetazione nasce dove c'è acqua, ovvero un fiume o un torrente. Qui di acqua non c'è neppure l'ombra, ma se osserviamo bene il terreno, ci accorgiamo di star seguendo il letto in secca di un corso d'acqua che ha lasciato un poco di umidità nel terreno sottostante, da cui le poche piante traggono nutrimento. Ebbene, quando l'acqua scorre leviga i sassi lungo il percorso, arrotondandoli e riducendoli... quindi camminarvi sopra risulta più agevole che lontano dal corso d'acqua! Quante cose impareremo in questa manciata di giorni... avremo modo di stupirci della nostra ignoranza e della sapienza di questa gente del deserto che nella conoscenza del paesaggio ha tratto la chiave della salvezza, specialmente nel passato quando era nomade.
Ci avviciniamo sempre più all'alta parete rocciosa, seguendo sempre il tuareg. Osserviamo il suo abbigliamento curioso e pittoresco: un paio di pantaloni blu, un vestitone verde lungo fino alle ginocchia, un giubbotto verde scuro tenuto aperto, un turbante bianco attorno al capo e due semplicissimi sandali ai piedi. Ci sembrano così fuori luogo i nostri scarponi da montagna guardando lui! Intanto per terra notiamo alcune "palline" vegetali color giallo; sono i piccoli frutti di una pianta strisciante tipica dei climi aridi, che una volta maturi si staccano, si seccano al sole fintanto che la polpa all'interno si asciuga, liberando i semini che poi sono trattenuti dalla dura buccia esterna. Il risultato sono queste simpatiche palline che se scosse ricordano molto le maracas!
Dopo una sosta ed uno spuntino energetico a base di banane, arance e uova, iniziamo la risalita della parete, alla base della quale siamo infine giunti. Bellissime cenge invisibili da lontano si inerpicano lentamente fino in cima, da dove lo sguardo spazia sulla vastità della valle appena attraversata. In alcuni punti ci accorgiamo di camminare letteralmente sui fossili; grandi lastre scure sono infatti completamente rivestite di splendidi fossili di antichissime piante grasse.
Una volta giunti sulla cima si vedono a valle i segni lasciati dai corsi d'acqua asciutti. E' stupendo quassù, ma la guida ci fa cenno di seguirla: la tappa è ancora lunga e dobbiamo arrivare al campo serale con la luce. Voltiamo perciò le spalle alla valle, osservano davanti a noi l'esistenza di una seconda e più bassa parete da risalire. Una volta giunti sull'altura sommitale, i nostri occhi si perdono in un'enorme distesa piatta e scura, da cui si innalzano bizzarre formazioni chiare; la guida si sta dirigendo decisa verso una di queste, dalla curiosa forma di un fungo. Arrivati ai suoi piedi, scopriamo meravigliati le prime pitture rupestri! Questo trekking viene chiamato "museo sotto le stelle" proprio per ricordare una delle caratteristiche importanti dell'Akakus, ovvero le sue pitture rupestri, universalmente conosciute per la loro bellezza. E avremo modo di verificare di persona l'integrità di queste forme d'arte primitiva, i colori ancora incredibilmente vivaci, il senso della prospettiva e delle proporzioni che i nostri antenati di 6, 7 mila anni fa avevano imparato ad usare.
I colori bianco e rosso usati sono stati impastati con albume d'uovo o con latte, nel chiaro intento degli uomini di allora di fare arrivare i loro disegni fino ai giorni nostri. In tutto ciò troviamo una sorta di magia e di mistero affascinanti!
Proseguiamo col naso per aria scoprendo mucche pezzate, bellissimi struzzi e singolari uomini senza braccia.
Ritorniamo sulla distesa di rocce scure, staccandoci lentamente dal gruppo per respirare un'aria più solitaria e silenziosa. Poco dopo notiamo in distanza una lingua di sabbia chiarissima alla base di un roccione, e lì sotto si trova la jeep gialla con il resto dei tuareg che ci accompagnano.
In effetti, le nostre giornate prevedono di camminare in luoghi selvaggi e silenziosi, per cui le jeep seguono un itinerario differente dal nostro, incontrandoci solo al campo della sera e, quando è possibile, anche al campo di mezzogiorno. Con noi viaggia sempre Argh Mohammed, senza il quale ci perderemmo dopo 5 minuti e moriremmo tutti di sete e di fame! Sulle jeep invece ci sono il cuoco, l'aiutocuoco, l'autista ed il capo spedizione che fa pure lui da autista. Per il momento non li conosciamo ancora, poiché mantengono le distanze e noi li rispettiamo per questo.
Sulla sabbia pranziamo con insalata, formaggio, riso e frutta. Poi ci riposiamo una mezz'oretta, quindi riprendiamo il cammino, passando a fianco di altre spettacolari formazioni chiare su di uno splendido terreno scuro di minuscole rocce. Ben presto ci accorgiamo che le ombre iniziano ad allungarsi e che il mondo si dipinge di un rosso intensissimo. Si avvicina il momento più bello della giornata nel deserto, e copriamo in fretta gli ultimi metri che ci separano dal luogo stabilito per trascorrere la notte. Quando arriviamo, prima ancora di togliere gli scarponi dai piedi doloranti, ci guardiamo intorno a bocca spalancata. Siamo stupefatti per la bellezza di questo posto, e giorno dopo giorno ci renderemo conto che i tuareg hanno scelto per le nostre notti i posti più belli di tutto l'Akakus!
Ci troviamo infatti in un piccolo circo roccioso che nasce come per miracolo sulla distesa piatta attraversata oggi; interamente costituito di arenaria rossa, si modella davanti a noi in uno spettacolare arco naturale alto circa 50, 60 metri, che sembra disegnato sul blu del cielo. E' una visione mozzafiato, ma dobbiamo montare le tende prima del buio, così rimandiamo a domani l'ammirazione per l'arco.
E' troppo bella l'atmosfera del campo a quest'ora: ognuno in silenzio monta il suo giaciglio, chi ha finito o chi preferisce dormire sotto le stelle contempla il cielo farsi sempre più scuro, i tuareg si affacendano attorno al fuoco coi loro vestitoni lunghi, la temperatura gradualmente si abbassa. Una magia che prosegue con la cena, tutti seduti su bei tappeti ed alla sola luce del fuoco e di una piccola lampada a gas. Che ricordi meravigliosi, che momenti indimenticabili... devo sforzarmi di proseguire il racconto perché rischio di emozionarmi troppo…

Giovedì 28 Dicembre
Passiamo una notte splendidamente tranquilla, come solo il deserto sa regalare. La luce del giorno ci coglie già indaffarati nell'accampamento; subito dopo colazione dobbiamo infatti partire poiché la tappa di oggi è molto lunga. Ma riusciamo a ritagliare un quarto d'ora tutto dedicato al meraviglioso arco: qualcuno non resiste alla tentazione di scalarne la vetta, e quando 2 di noi arrivano lassù sono solo dei puntini colorati!
Salutiamo questo bell'angolo e ci incamminiamo dietro la guida dal passo velocissimo. Io ed Antonio restiamo spesso indietro perché ci fermiamo a fare una foto o a contemplare il panorama che ci lasciamo alle spalle. E' comunque impossibile perdere il gruppo, dato che il terreno è anche oggi tanto piatto da sembrare una distesa senza fine.
Camminiamo in silenzio e l'unico rumore che si ode è quello dei nostri passi. Fa caldo e lentamente, col passare delle ore, ci spogliamo da giubbotti e maglioni per restare in maniche corte. Osserviamo con una certa dose di invidia Argh Mohammed: da quando è partito è rimasto esattamente vestito uguale. Queste persone sono talmente temprate dai climi estremi della loro terra che pare davvero non si accorgano delle variazioni di temperatura!
All'orizzonte non si vede nulla, ma se ci soffermiamo a guardarlo pare che si arrotondi su se stesso, dandoci l'impressione di camminare su un'enorme sfera nera. Così il nostro procedere si trasforma in una sorta di allucinazione, pare di muoversi senza spostarsi di un solo millimetro, il panorama circostante sempre identico. Osservando il terreno, poi, le piccole pietre tutte simili e del medesimo colore, appoggiate ad un suolo più chiaro, quasi alla stessa distanza le une dalle altre, accentuano ancor più lo stato di placida ed estatica ipnosi!
Noi siamo tutti tranquillissimi, ogni stress legato alle nostre vite in città si è definitivamente dileguato; la vita qui è semplicemente camminare e non pensare a nulla se non alla bellezza dei luoghi. Nessuno ha fretta di arrivare in un qualche posto: abbiamo iniziato a "vibrare" in sintonia all'energia del deserto! Anche il nostro modo di parlare è cambiato, è più calmo e riflessivo. Ogni nostro gesto denota una grande serenità.
All'improvviso, ecco sollevarsi l'orizzonte: gli occhi di tutti noi vengono catturati da questa nuova immagine, che si rivelerà una formazione di arenaria tutta mammellonata, sulla quale saliamo. Dalla cima osserviamo una distesa si rocce alte e stratificate, chiare, che formano talvolta torrioni pittoreschi dai fianchi sapientemente erosi dal vento. Una visione fantastica, rallegrata anche da alcune pitture rupestri.
Poco oltre ci aspettano i tuareg per il pranzo: un'altra visione favolosa perché siamo affamati!
Si riparte presto e si torna su un terreno simile in tutto e per tutto a quello di questa mattina, con la differenza che ora si vedono bene i segni lasciati dai pneumatici delle jeep. Rovinano un po' la selvaggezza del posto ma non ci facciamo troppo caso, anche perché alla nostra sinistra sta succedendo qualcosa di incredibile.
Il terreno si interrompe di netto e sprofonda in un precipizio profondissimo: affacciandoci ci sentiamo improvvisamente gli esseri più piccoli del mondo. Una spaccatura enorme si stende sotto di noi, un canyon spettacolare solcato da altri canyon minori, in un susseguirsi di anse morbide e depressioni vertiginose: un maestoso mondo primordiale!
Proviamo ad immaginare questo posto dieci milioni di anni fa, quando il clima era mite e c'erano enormi fiumi, valli verdi e praterie, e su queste migliaia di animali selvaggi e addomesticati dagli stessi uomini che ci hanno lasciato le pitture... ma è piuttosto difficile!
Dopo aver proseguito un'altra ora circa, allontanandoci e riavvicinandoci ai canyon, vediamo venirci incontro le due jeep dei tuareg. Hassan ci aveva infatti informato che non avremmo potuto raggiungere a piedi il campo, sempre per colpa di quel fatidico ritardo a Tripoli, dunque l'unica alternativa sarebbe stata quella di fare l'ultimo tragitto sulle jeep. Siamo dispiaciuti, ma accettiamo di buon grado la soluzione. Saliamo sul retro di una delle jeep (l'altra è piena di legna da ardere, raccolta durante il tragitto dai tuareg: si tratta per lo più di rami secchi di acacia, uno dei pochi arbusti che vive a queste temperature), cercando di coprirci come possiamo il viso: arriveremo, pieni di polvere, sul far della sera al luogo destinato al campo, dopo aver coperto una distanza di 17 km da questa mattina.
L'accampamento viene allestito in fretta, su una vasta distesa di sabbia soffice e calda. Tutto intorno ci sono cespuglietti dal tenue colore verdino, che i tuareg usano per fare tisane contro la cattiva digestione. La temperatura scende di parecchio durante la notte, per cui ci copriamo bene prima di sederci attorno al fuoco. E qui, al profumo forte della legna arsa, al canto silenzioso delle stelle e sotto lo sguardo timido e misterioso dei tuareg, ha inizio un'altra splendida notte nel deserto.

Venerdì 29 Dicembre
La luce del sole accende un nuovo giorno di cammino. Si parte come al solito verso le 9, dopo una sostanziosa colazione. Si torna sul terreno scuro di ieri, movimentato però oggi da diversi roccioni molto belli. Durante il nostro lento procedere abbiamo tutto il tempo di accorgerci e di cogliere i piu' piccoli particolari del mondo che ci sta attorno: è questa la cosa che amiamo di più dell' andare a piedi, e anche qui nell' Akakus ci sono mille piccole cose degne di essere osservate ... a dispetto di chi pensa che nel deserto non c'è nulla!
Le pietre su cui camminiamo, per esempio, sono per la maggioranza quasi perfettamente tonde, erose dal vento che le fa rotolare sul suolo duro: ci divertiamo a trovare la più perfetta! Il colore è pure importante: queste "palle" sono nerissime, tanto da sembrare di roccia lavica, e pesantissime. Molte, sollevandole da terra, si presentano bionde sotto: è il sole che ne ha ossidato col tempo la faccia superiore. Talvolta incontriamo delle zone di terreno chiaro completamente libero dalle pietre, e di solito queste rare aree hanno una forma circolare ed un diametro di 1 o 2 metri: chissà come si formano?
Improvvisamente il colore cambia e ci ritroviamo a camminare su bellissime pietre viola! Poi appare qualche cespuglio spinoso a ricordarci che la vita è possibile anche qui, e l'anima si solleva ancor più quando fra le spine scorgiamo un timido fiorellino rosa! Queste sono le piccole cose che fanno emozionare in un deserto.
All'orizzonte ci sono delle rocce basse ma molto modellate, verso le quali siamo diretti; quando ci arriviamo (giocano strani scherzi le distanze qui: per la nitidezza dell' aria, sembra sempre che quell' altura sia lì... ma quando sono passate due ore ci accorgiamo che è ancora là!) scopriamo di entrare in un fantastico labirinto di sculture di roccia chiara e stratificata. Quando poi all'improvviso il panorama torna come per incanto a riaprirsi... le parole non possono descrivere lo stupore che tutti noi abbiamo provato nel trovarci di fronte quello spettacolo!
Una parete alta circa 10 metri è per metà crollata in grossi massi accatastati ai suoi piedi, lasciando a nudo una seconda parete, incredibilmente levigata, che scopriamo essere parallela alla prima ma divisa da essa da una fessura di circa 40 cm. La cosa più spettacolare è che questa seconda parete, che battezziamo "la lavagna", è completamente ricoperta di geroglifici!
Tracciati nella roccia viva, formano delle colonne verticali e, Hassan ci spiega, nessuno è ancora riuscito a decifrarli. Il fascino del mistero ci avvolge, e si accresce anzi quando sentiamo il resto della storia. Si racconta che, nelle notti di luna piena, in un dato periodo dell'anno, la luna mandi i suoi raggi argentei attraverso la fessura fra le due pareti... illuminando tutta la "lavagna": che spettacolo!
Lasciata questa fetta di storia, proseguiamo in silenzio ed in fila indiana perché sul terreno è ben visibile un sentierino privo di sassi. Dopo un'ora circa ci aspetta il pranzo, poi torniamo ad infilare gli scarponi e ci accingiamo a seguire il tuareg che ci sta incitando a metterci di nuovo in marcia. Lentamente ci rendiamo conto che c'è della sabbia fra le pietre e che, più proseguiamo, più essa si fa largo, fino a proiettarci decisamente sulle dune! Il panorama cambia ancora una volta, lasciandoci di sasso per la meraviglia. E' troppo bello arrivare gradualmente sulle dune; ogni momento è una conquista del nostro lento ma deciso procedere.
Su di una parete rocciosa, nascosta da alcuni arbusti frondosi, la guida ci mostra una splendida incisione: in scala di circa 1 a 4 sta di fronte a noi un elefante! Approfittiamo di questo bel posto per mangiare qualche arancia, poi torniamo a camminare. Ormai la sabbia è ovunque intorno a noi e rallegra gli occhi col suo caldo colore rosso; da essa spuntano fantastici torrioni che disegnano vallate e corridoi su cui noi ci sentiamo piccolissimi. La sabbia mette a dura prova le nostre gambe, già doloranti, soprattutto nelle ore centrali della giornata, quando la temperatura è maggiore e la sabbia più morbida: si sprofonda ed ogni duna sembra un muro!
Così passa il pomeriggio e quando le ombre nitidissime delle rocce si disegnano sul suolo sabbioso noi siamo stanchissimi. Dopo aver superato un ennesimo costone, ci giriamo in direzione est... e ci fermiamo tutti di scatto. Proprio di fronte a noi, sulla sommità di una duna ed ai piedi di una enorme piramide naturale, le jeep dei tuareg ci segnalano che siamo arrivati. Il luogo è assolutamente bellissimo e noi, uno dopo l'altro, ci lasciamo cadere a terra, da dove iniziamo una lunga contemplazione. Sappiamo che dovremmo andare a montare le tende, ma non ci interessa: vogliamo solo restare qui a riempirci gli occhi di tanta selvaggia bellezza, per non scordarla mai più, per portarla sempre con noi. Qualcuno fa una battuta: "Ragazzi... non ce ne frega più niente di niente... siamo allo sbando ormai!" e giù tutti in una sonora risata che contagia anche Hassan e la guida! Così restiamo sdraiati ancora una mezz'oretta, ovvero fin quando si rende assolutamente improrogabile l'allestimento del campo! Saliamo la duna, abbracciata sui dui lati da altre pareti rocciose, oltre ovviamente alla spettacolare piramide che ci proteggerà dai venti questa notte. Ognuno sceglie poi il proprio posto e si monta la tenda; i tuareg dormono sempre all'aperto, coperti anche nelle notti più fredde da una semplice coperta di lana grezza.
Quando ci raduniamo per la cena, ci attende una bella sorpresa. I tuareg, infatti, ci invitano al loro fuoco e noi non ce lo facciamo ripetere; per tutti noi questi tuareg hanno rappresentato moltissimo in questa avventura, ne sono stati parte integrante e conoscerli meglio era allora il nostro più intimo desiderio! Perciò, quando Hassan ci mette a conoscenza della loro usanza di fare le presentazioni con delle persone estranee solo la terza sera di "convivenza"... ci si illuminano gli occhi ed improvvisamente proviamo ancora più rispetto per questo popolo, per la sua riservatezza e timidezza, oltre che per l'attaccamento alle tradizioni che speriamo non debbano mai morire.
Ci sediamo quindi in circolo, allungando le mani ed i piedi verso le fiamme (qualcuno si brucerà le suole delle scarpe!). Ognuno dice il proprio nome, anche i tuareg, e la motivazione che lo ha spinto a venire nel deserto. Poi ci raccontiamo storie e curiosità finché non giunge l’ora di cena. I cuochi sono bravissimi, sapendo unire i sapori della loro cucina ai nostri più occidentali, esibendosi ogni sera in una zuppa diversa a base di legumi squisiti e salsa piccante e secondi di pollo e capra con verdure cotte saporite. Serberemo ottimi ricordi anche dei pasti del deserto!
Prima di andare a dormire, dopo aver parlato ancora a lungo intorno al fuoco, decidiamo di fare una breve passeggiata senza gli scarponi sulla sabbia soffice, ormai fattasi fresca, al buio di una notte appena illuminata da una sottile falce di luna. Il pericolo rappresentato dagli scorpioni e dai serpenti, temibili abitanti del deserto, non sussiste in questa stagione, dato che si chiudono in una sorta di letargo per risvegliarsi quando la temperatura tornerà a rialzarsi, ovvero in primavera. Così risaliamo un'alta duna dalla quale godiamo di una vista fantastica sul campo, dove i fuochi mandano lingue rosse sulle pareti rocciose. Girando intorno lo sguardo, invece, non si scorge una sola luce che non sia quella delle stelle: notte nera e silenziosa, avvolgici nella tua tranquillità e tienici stretti fino a domani...

Il prosieguo di questo straordinario viaggio, nella seconda parte di prossima pubblicazione.

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