Jambo! Ricordi dal Kenya

in viaggio con Giorgio Chiarino in Kenya

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Jambo! Ricordi dal Kenya

Varallo, 21.02.2004
Jambo! Jambo! pole-pole, chaculacena, hakuna nzuri, da me maglietta, “mella” matita, hakuna matata, nessun problema, mama, papa, vedere “mio ufficio”, come stai, rogia-rogia... e così via: è il fiume di parole che la folla dei vari Hila l’autista gigantesco, Yellow l’imbroglione, Gladis Reggiani la stilosa, Gertrud la dolcissima, Bundi Pius il bambino rotondetto, Gabriel Mwambogo Tuxah il poliziotto timido, Bakari Alfani il misterioso, Hasha la bambina affascinante, Omar Mohamed il ragazzo prodigio, Mathias Ziro lo sconosciuto e cento altri ti rovesciano addosso mentre ti danno la mano e pacche sulle spalle oppure dimostrano un distacco deferente.
E’ l’umanità sorridente a trentadue denti bianchissimi, dai vestiti multicolori, solitamente allegra attentissima a studiarti per rendersi simpatica e ottenerne vantaggio ma nel medesimo tempo pronta a darti un’effimera ed un po’ ambigua amicizia che ti circonda e che contribuisce a rendere l’Africa così interessante, al punto da coinvolgerti con un sentimento sottile ma penetrante che più non ti abbandonerà.
Ti senti leggero, fanciullo mentre nuoti nell’acqua limpidissima fra nerissimi bambini che ti guizzano festosi e vocianti attorno mentre scorrono discorsi fatui ed ingenui… e vengono fatti stupidi scherzi. Ti senti coinvolto dal clima di generale quasi allegra irresponsabilità imperante fra la gente… i tuoi pensieri se ne vanno. Il tuo egoismo se ne va. Pur di dare gioia al loro bisogno daresti tutto quello che hai con te senza quelle remore che forse a casa ti accompagnano.
Ti accorgi che tutto il "gioco" è un calcolo da parte dei tuoi nuovi amici, che rinnovano con tutte le persone che incontrano, ma la leggera delusione che provi non lede la tua gioia.
Il mare bellissimo e caldo,la bianca spiaggia di sabbia corallina, la contorta conformazione della barriera, il cielo amplissimo e leggermente velato dalla calura, le vele dei piccoli catamarani degli indigeni, i colori ed i profumi delle boungavillee e del mòpani e la marea birbona che ti nasconde talora il mare. Splendida Watamu che nostalgia!
Mentre scrivo a Varallo nevica, il cielo è grigio e vela le montagne, tutto è bianco e freddo.
Splendida Watamu, affascinante e misteriosa savana che nostalgia!
Hila ci accoglie alle quattro del mattino davanti all’hotel Aquarius sulla sua possente jeep, mentre vecchie frettolose tardone italiane rientrano in albergo di ritorno dalle loro squallide avventure notturne.
Via subito a pochi km nella foresta fittissima popolata di scimmie e pitoni su una pista sterrata piena di buchi a novanta all’ora. Fra uno scossone ed un altro guardiamo con timore il viso poco rassicurante della nostra gigantesca guida, il buio profondo della notte, le rare apparizioni di povere capanne fatte con graticci di bastoni intrecciati ,spalmati di sterco e argilla con il tetto di foglie e paglia. Qualche isolato indigeno in bicicletta, con il solito bidone giallo di plastica per il trasporto dell’acqua, salta dalla sella, come un grillo, per non essere investito. Siamo soli a molti km da ogni cenno di civiltà! Questa consapevolezza si insinua trasformandosi pian piano in un subdolo senso di indefinita preoccupazione.
Il cielo accenna a schiarire; si uniscono a noi altre tre jeep; altra gente; ci raggiungono due italiane, anziane, ma ancora di illuse speranze: la mummia e la svampita.
Hila si gira con uno splendido sorriso che gli trasforma il volto,il cielo rischiara… la vita è bella! Magnifiche emozioni ci aspettano.
Ormai è chiaro, si vede qualche villaggio di agricoltori. La foresta piano piano ha ceduto alla savana. Il sole sale in cielo, gigantesco come solo all’equatore si può vedere.
Un’aria fresca, secca e piacevolmente profumata dalle acacie ci investe. E’ la prima sorpresa di questa terra che sta sensibilmente salendo di altitudine. I cespugli piuttosto bassi, le rare piante di acacia risaltano sul terreno ineguale che le recenti piogge hanno coperto di una bassa erba verde di uno strano color salvia-azzurrino. Questo verso l’infinito! In lontananza gli indefiniti contorni di montagne dai profili ora dolci ora severi. Sono le avanguardie dei complessi del Kilimangiaro e del monte Kenya. Là in mezzo, da qualche parte si snoda il Rift. L’emozione mi prende al pensiero che la nostra razza si è evoluta in quei luoghi e che lì, sia pure lontanissime, vi sono le stazioni del lago Turkana e di Laetoli.
Fra i cespugli corrono veloci alcuni dik-dik. In alto volteggia una fish-eagle.
Dopo molte ore arriviamo ad uno degli ingressi del Parco Tsavo. Guardie in divisa ci guardano distrattamente mentre le radio portatili gracchiano rumorose: rogia-rogia.
Un cesso o meglio un buco, come vi erano anche da noi un tempo, accoglie la nostra impellente urgenza che ci fa superare con distacco il muro della puzza.
Un elefante in veloce fuga si allontana al di là del lento fiume Galana, figlio sia del Kilimangiaro sia del Kenya. Una pista di terra rossa di ossidi di ferro e di argille si snoda davanti e dietro di noi.
La jeep, guidata in modo sapiente da Hila, alterna corse veloci e rallentamenti per la ricerca di tracce e animali.
Un caleidoscopio di immagini: l’elegantissimo ghepardo in veloce caccia di una lepre, ippopotami affioranti dalle rossicce acque del fiume, fiancheggiato dalle palme dalle scure foglie e coronate da fronde secche che nessuno ha mai tagliato, gli scuri e grossi kudu, le antilopi d’acqua, le agili gazzelle di Grant, i bellissimi impala, le zebre, le giraffe curiose, i possenti bufali, gli avidi avvoltoi, i colorati marabù, i conturbanti babbuini.
Il sole alto nel cielo ha scaldato l’aria. Hila efficientissimo trae dal frigorifero fresche bottiglie di acqua.
Non si può scendere dalla macchina, anche i bisogni corporali vanno soddisfatti appena dietro alla jeep, con un certo imbarazzo per tutti, presto superato dalla necessità.
Purtroppo la “mummia” per l’emozione non riesce a orinare. Solo dopo diverse fermate riusciamo a superare questo problema.
La "svampita” e la “mummia” senza alcuna vergogna fanno ridicole avance a Hila. Annita ed io a stento tratteniamo una bella risata liberatoria. Hila, poveretto, finge di stare al gioco.
Stanchi giungiamo all’improvviso al nostro campo base.
Siamo arrivati all’Epiya chape yu Camp Tsavo East. L’Epiya Chape è un’alta collina che sovrasta il campo. Il suo nome significa “uomo col cappello”. Vi ha la sua tana un leopardo che ogni tanto di notte scende nei dintorni del campo. "Karibo", benvenuto!
Ci accoglie un personaggio interessantissimo, che sembra uscito dalle pagine del libro “Verdi Colline d’Africa” di Hemingway. La mia immaginazione vede in lui un nuovo J.P detto Pop.
Ha fatto per anni il ranger, accompagnando cacciatori nella savana,organizzandone i campi. Quando, per legge, non gli fu più permesso, acquistato un aereo, lavorò per anni per l’ONU, trasportando cibo nelle zone di carestia. Ottenutone un buon guadagno ha fondato il campo che oggi gestisce. Esso consiste in una ventina di tende molto confortevoli e di un vasto edificio in legno con tetto in lamiera, dove alla sera si consumano i pasti. Il tutto sorge in mezzo all’ombra di un fitto palmeto, in riva al fiume Galana, in un luogo amenissimo. A pochi metri si possono ammirare ippopotami, coccodrilli e varani. Alcune bertucce si muovono agilissime sulle grosse palme.
Oscar Bigi è italiano,di origine emiliana. Nato a Nairobi raramente torna in Italia.
Annovera fra i suoi amici personaggi importanti: le scrittrici Kuki Gallmann e Corinne Hofmann.
Sovente organizza i viaggi di Piero Angela e del di lui figlio.
Ci accompagna alla nostra tenda, la più vicina al fiume e ad un passaggio di animali testimoniato dagli abbondanti escrementi depositati.
Ci informa che alle 10,30 il generatore viene spento e quindi dopo quell’ora non bisogna più assolutamente uscire dalla tenda.
Frequentatori dei paraggi del campo sono, oltre al leopardo già citato, sporadicamente un gruppo di elefanti che scendono al fiume per bere, gazzelle varie e in senso contrario, alla ricerca di vegetazione gli ippopotami.
Il caso più curioso è rappresentato da un vecchio bufalo solitario,destinato a essere ucciso dai leoni, che tutte le sere sfugge al suo naturale destino rifugiandosi proprio dentro al campo.
La tenda è confortevolissima con una superficie al pavimento di circa 20 mq. Arredamento spartano: letto, scaffali, tavolino con due sedie, due abatjour e candele.
Sul retro si apre un locale in muratura con gabinetto e doccia. L’acqua è quella del fiume Galàna, cioè del colore della rossa terra della savana.
Dopo una rapida doccia, ci rechiamo in uno spazio dove su tavoli improvvisati ci viene servito il pranzo. Fra la nostra più viva sorpresa, un nerissimo masai, sapientemente addestrato da Oscar, ci serve delle tagliatelle fatte in casa con il ragù (Annita ammiratissima giura che sono come le sue!)
E poi carne di zebù alla brace con patate e una splendida macedonia di frutti kenyani.
La locale birra gelata dà sollievo alla nostra gola provata dalla polvere.
Poi subito via alla ricerca di nuovi animali nel sole a perpendicolo in un caldo appena attenuato dall’aria entrante dagli ampi finestrini dell’auto.
Per un certo tempo non vediamo niente d’importante, poi all’improvviso: “rogia,rogia…” le grida concitate, che risuonano nella radio da parte dei conducenti delle jeep, ci avvertono di prepararci a fotografare.
Ancora oggi la scena scorre meravigliosa davanti ai miei occhi. Sette od otto grossi elefanti con alcuni piccoli, cercano di allontanarsi rapidamente da noi, indifferenti alla presenza della vegetazione, che superano senza aggirarla. Sono bellissimi e… rossi di un incredibile rosso simile a quello della terra della savana e degli stagni in cui si rotolano. Uno in particolare ha delle zanne lunghissime e perfette. Improvvisamente scompaiono lasciando delusione nei nostri occhi con il dubbio di aver potuto veramente ammirare tanta bellezza.
Che emozione! Mi sento come svuotato e nel medesimo tempo felice come un bambino. Una sensazione che non provavo da molto tempo!
Troviamo molti animali ma ci manca Lui: "Simba" il leone. Sembra introvabile.
Gli abilissimi autisti si disperdono su diverse piste per aumentare le probabilità di un’incontro.
Vediamo paesaggi mozzafiato: terre ondulate verdissime per le "piccole piogge" di dicembre, laghi azzurri dalle sponde piene di ottarde, francolini, gru, faraone, trampolieri vari.
In cielo lo stridio ed il planare delle aquile. Dalla superfice dei laghi sporgono le orecchie degli ippopotami.
Sullo sfondo azzurre catene di montagne orlate di bambagia bianca.
E’ l’Eden! Ti sembra di essere tornato a casa, una casa il cui ricordo primordiale era sopito ma non spento. Il paesaggio ti stupisce ma è come se non fosse nuovo. Una sensazione stranissima!
Un’accelerata più forte e l’odore del carburante rompono l’incantesimo. Senti come uno struggimento di qualcosa che ti viene a mancare.
Hila si accanisce nella ricerca senza risultati. Non mi dispiace più di tanto, ho già avuto molto.
Un viaggio non vale solo per quel che vedi, per gli odori ed i rumori che percepisci, ma anche per quel che senti nel tuo animo, per le emozioni che suscita in te, rivelandoti degli aspetti sconosciuti di te stesso!
Risuona un grido rauco e trionfante. Guardiamo senza nulla vedere. La guida indica qualcosa, che solo lui distingue: la punta delle orecchie di un leone che spuntano dall’erba.
E poi all’improvviso eccolo lì, davanti, vicino, scuro, magnifico, sdraiato sulle quattro zampe, con la testa eretta. Siamo a quattro o cinque metri di distanza. I suoi grandi occhi gialli mi fissano, attirati forse dal flash. Sono occhi freddissimi. Mi sento trapassare; non ho paura, grazie alla protezione della macchina, ma un brivido mi pervade. Poi lo stupore. Non sono occhi malvagi, sono occhi innocenti.
Nella savana i cacciati ed i cacciatori hanno tutti occhi innocenti. La tragica, cruenta, quotidiana rappresentazione della natura, non ha uccisi incolpevoli, non ha uccisori colpevoli è… così com’è! Non può, terribilmente, essere diversa!
La sera cala veloce, il sole si nasconde dietro alle lontane montagne, la savana evidenzia in contro luce i contorni netti delle poche alte robinie dalle chiome allargate.
Poi quasi all’improvviso il buio.
Si viaggia in un nulla pieno di buchi con i relativi scossoni.
Finalmente il profilo del monte dell’uomo col cappello e le luci del nostro campo.
Oscar ci accoglie sorridente e affascinante nel suo vestire keniota, paludato con un pareo avvolto al posto dei calzoni.
La notte ci raduna nel locale che funge da ristorante. Alcune candele accentuano l’atmosfera romantica. Nell’attesa beviamo un aperitivo accompagnato da molte pizzette incredibilmente buone. Annita solennemente, fra l’approvazione generale, sostiene che siano fra le più buone da lei mai assaggiate.
Conosciamo quattro coppie di simpatici sposini. Constato, con un pizzico di orgoglio e con un senso di rammarico… di essere il più vecchio della savana o per lo meno dei venticinque presenti. Chissà se avrò davanti il tempo di rivedere di nuovo l’Africa! Il solito sapiente Masai ci delizia con dei nidi di lasagne, carne deliziosa e poi spente le luci, udite udite… entra con una grossa portata fiammeggiante di crèpes suzettes.
Applausi, poi Oscar ci intrattiene. S’instaura un clima di amicizia non appena scopriamo che la sua nonna materna, di cognome Montagner, era di Borgosesia, dove egli conserva ancora un caro amico Giovanni Manzini, da me conosciuto, e dove qualche volta viene ancora in visita. A quel punto Oscar si scatena e ci racconta la sua vita avventurosa e solitaria, senza nostalgia non solo per l’Italia ma anche per le città costiere keniote, la cui gente è stata contaminata dagli usi dei turisti. Lui si trova bene solo negli spazi immensi della sua savana duecento km lontano dalla civiltà. Da lavoro solo a Masai dell’interno, cui non vuole insegnare l’italiano ormai molto diffuso sulla costa.
Ci confida che se cambiasse questo suo mondo si trasferirebbe in Australia. Ci scambiamo gli indirizzi e la promessa di rivederci.
Il tempo si è come fermato. Oscar con un proiettore fa luccicare nella notte gli occhi dei coccodrilli. Purtroppo giunge presto l’ora di andare a dormire.
Le preoccupazioni di Annita per il pernottamento in tenda, dovute ai racconti di un’amica, svaniscono come non fossero mai sorte. Che tempra questa donna! Dimostra un senso dell’avventura che mi stupisce e che forse è una rivelazione anche per lei.
Coricato spero di udire i rumori notturni del bush. La stanchezza di dodici ore di savana e la fresca deliziosa brezza notturna che entra dalle aperture della tenda, velate solo da zanzariere, me lo impediscono. Cado in un sonno di piombo fino al mattino. Annita ricorda di aver sentito solo le cicale.
Uscendo dalla tenda scopriamo di aver avuto una visita notturna, di cui non ci siamo accorti.
Sulla sabbia ad una dozzina di metri dalla tenda si notano la deiezioni e le fresche impronte di un ippopotamo. La cosa ci dà una certa emozione.
Colazione e poi via ad aggirarsi nella savana. Vediamo quasi subito i resti di una zebra attorniati da avvoltoi e da marabù. Nella notte un’altra tragedia si è consumata!
Viaggiamo verso Voj, un piccolo villaggio indigeno in una splendida regione collinosa che sale verso Nairobi da una parte e dall’altra digrada verso la Galana.
Purtroppo tanta meraviglia è guastata da un lodge orrendo dal punto di vista del paesaggio. Facciamo finta di non vederlo e osserviamo invece una fuga di struzzi, lo sfoggio di potenza e brutalità di un gruppo di bufali e con una punta di tristezza la solitudine di una vecchia elefantessa.
Il paesaggio è maestoso, in gran parte un mare d’erba verdissima su cui si notano anche da lontano gli animali: diversi serpentari in caccia, due ghepardi, nere antilopi, veloci gazzelle, zebre scalpitanti, curiose giraffe che occhieggiano da dietro i cespugli e imponenti elefanti dappertutto.
Il cielo azzurrissimo contorna i primi contrafforti del Kilimangiaro e le più basse colline brune velate da una nebbiolina grigiastra.
Scendiamo a vedere le cascate della Galana, popolata da molti coccodrilli. Hila ci racconta che in questo luogo due anni fa quattro turisti, avventuratisi in canoa sul fiume, caduti in acqua, sono stati divorati dai sauri.
Sono luoghi con una fama molto sinistra. Infatti ad una ventina di km di distanza passa la ferrovia Mombasa-Nairobi. Nel 1903-1904 due leoni sbranarono 110 indiani addetti alla sua costruzione. Si dovettero ingaggiare due provetti cacciatori che finalmente liberarono la zona dai divoratori d’uomini. Questo storico episodio è stato, di recente, descritto in un famoso film.
Più ad ovest vi è la zona dei Tikuyu, dove si svolsero le feroci vicende dei Mau-Mau. Negli anni seguenti seguì poi la concessione dell’indipendenza, da parte degli inglesi, al Kenia.
Ritorniamo rapidi al campo. Mangiamo velocemente. Con molto rincrescimento lasciamo il nostro attendamento, salutando calorosamente Oscar che promette di venirci a trovare a Watamu. Sarà di parola.
Il lungo ritorno ci trova tutti stranamente tristi e silenziosi; anche gli avvistamenti non danno più le stesse emozioni. Dopo due ore lasciamo anche l’uscita del Parco Tsavo Est.
Addio, addio savana, sogno giovanile realizzato, addio forse per sempre! Una splendida illusione finisce.
Mi prende un groppo alla gola accompagnato dall’inspiegabile incombere di tutte le cose tristi della mia vita.
Via veloci: miseri villaggi, povere coltivazioni, gente che saluta, mandrie di zebù, frotte di bambini, gente in bicicletta con tanti bidoni gialli e scuole modeste ma ordinate con scolari in divisa.
Sono le incongruenze dell’Africa, questo bellissimo continente che con estrema fatica cerca di sollevarsi dalla miseria.
Giungiamo a Watamu dopo diverse ore ma in tempo per un bagno ristoratore nelle limpide e calde acque della laguna corallina.
A Varallo continua a nevicare. Il Sacro Monte ha assunto il misterioso aspetto di un monastero medioevale degno della penna di Umberto Eco. Sono fisicamente qui, ancorato saldamente nel luogo dei miei affetti e dei miei dolori, ma una parte del mio essere mi riporta a vagheggiare, quasi in un anelito di bellezza, quei luoghi esotici a me molto cari.
Splendida Watamu: spiagge abbacinanti su cui spiccano nerissimi i bambini urlanti, infuocati tramonti, incredibili scoperte di esseri marini sui banchi della bassa marea, grandi gabbiani, boungavillee fiorite, patetiche bancarelle di artigiani locali dalle insegne altisonanti, Gucci, Armani, Ferrè… e Coop!
Meravigliosa attività di Annita, circondata da una cerchia ora di piccoli, ora di grandi, dedita a distribuire caramelle, matite, magliette e capi di vestiario antecedenti alle nostre ultime dimensioni. Watamu è piuttosto piccola e ovunque lei si rechi qualcuno la riconosce… e la invita anche a casa sua. Con mia scandalizzata sorpresa gli unici capi che non riesce a collocare sono i miei calzoni.
Il motivo, a ben pensarci, è facilmente comprensibile ed insito nelle mie dimensioni. Tale fatto ha annullato completamente la mia soddisfazione, sull’aereo, nel constatare che la cinghia del mio sedile aveva precedentemente abbracciato una pancia più grossa della mia!
All’Aquarius vi sono due simpatici animatori indigeni: Filippo, il Chiambretti nero e Momo l’Adone d’ebano dalle mormorate molteplici tendenze sessuali. Filippo è un propugnatore della filosofia del "pole-pole",adagio adagio.
Al sentir parlare della nostra fretta, della nostra frenesia in Italia, dichiara serio che desidererebbe venire a conoscerla prima di morire. Un torinese un po’ regionalista gli dice di scegliere bene, prima di partire, il luogo di destinazione per vederla; altrimenti farebbe un viaggio per niente.
Conosciamo gente simpaticissima fra cui un attore della televisione specializzato a interpretare video di famosi cantanti. Essendo un appassionato pescatore non tardo a entrare in amicizia con lui.
Lo stesso capita alle nostre mogli. Egli conosce bene la lingua locale e molta gente, poiché viene in Kenya da dieci anni.
Non tardiamo a combinare con altri due giovani turisti una battuta di pesca d’altura con partenza all’alba.
Lo spettacolo cui assistiamo della cattura di un tiger-shark di tre quintali, effettuata da tre pescatori locali, con un piccolo catamarano, ci accende di un’incredibile entusiasmo.
Via nella notte su una piccola imbarcazione a motore con un “capitano” e due mozzi.
Appena al largo temo di poter soffrire il mal di mare, non avendo subito collaudi precedenti. Le lunghe ondate dell’Oceano Indiano arrivano di prua e mentre il battello, che a me sembra sempre più piccolo, ne sale e scende le creste queste ci sovrastano.
Fortunatamente il mio stomaco supera la prova.
Arriva la luce,vengono innescate cinque canne con dei grossi Rapalà. Le lenze vengono tenute lontane una dall’altra mediante dei divaricatori a pinza e dragano il mare a poppa della barca.
I mozzi e noi attentissimi scrutiamo le acque.
Niente,niente!
Dopo un’ora finalmente vediamo agitarsi il capitano che urla ordini ai due mozzi.
Lontano notiamo un nugolo di rondini di mare che si tuffano in picchiata. Mi spiegano che c’è un grosso banco di sardine che attira tutti i predatori del mare e del cielo. Infatti vediamo passare veloci diversi delfini che inseguono un gruppo di tonni a loro volta a caccia di sardine.
Il capitano con una bella manovra evita i delfini e fa sfilare le esche proprio in mezzo alle sardine. Immediatamente due canne si piegano, strappando la lenza dai divaricatori; due tonni vengono agganciati. Le canne vengono passate a due dei miei compagni. Il tonno più grosso, sugli otto chili, viene passato al mio compagno seduto sull’apposita sedia girevole con un supporto per la canna.
Viene poi il mio turno.Mi trovo seduto con una robustissima canna in mano ed un gigantesco mulinello intento a salpare un bel tonno sui 7/8 chili. Onestamente mi aspettavo un’emozione più forte. La robustezza della canna impediva di sentire molto la lotta del pesce.
Ne prendo poi un altro. In tutto 9 per oltre mezzo quintale di peso complessivo.
Il capitano, alla ricerca di qualche grossa preda, fa poi innescare le canne con piccoli tonni.
Abbiamo agganciato un king-fish sui trenta chili, che un mio compagno dopo una strenua lotta è riuscito a perdere, fra il nostro disappunto, all’ultimo momento prima che potessimo prenderlo con il raffio.
E’ stata comunque un’esperienza molto bella sia per le catture, sia per l’emozionante contatto con l’oceano dalle onde tranquille ma maestose al largo per 12 miglia, sia per le incantevoli visioni di mare, di cielo e di una indimenticabile barriera corallina con i suoi abbacinanti atolli e spiagge.
Dopo la faticosa giornata passata solo bevendo acqua e mangiando frutta, siamo ritornati affamatissimi al ricco buffet dell’Aquarius.
Arrivano gli ultimi giorni,che purtroppo, come sempre, sembrano passare più veloci, nella routine della vita di spiaggia.
Una gita a Malindi, tipica sonnacchiosa città africana, dal solito locale europeo di tipo coloniale: il Bar-Bar. Qui troviamo finalmente un buon caffè ristretto.
Constatiamo che la totalità dei casinò nel Kenya è in mano ai siciliani, gran parte del turismo della costa di Malindi è in mano agli italiani e gran parte del commercio in mano agli indiani. Povera Africa che tutti sfruttano pur creando lavoro per i locali!
Un’ultima splendida gita in mare, per un safari fotografico, verso un atollo stupendo, dall’orrendo nome di Sardegna 2, che offende sia la Sardegna sia l’atollo, essendo due realtà bellissime ma completamente diverse e non paragonabili.
Visioni di pesci multicolori, di stelle marine enormi, di voli di uccelli, di scorci di mare dagli infiniti incredibili colori, di effimere spiagge incontaminate di candida rena corallina, di veloci catamarani e di piroghe scavate in un albero, di coste coperte di baobab, acacie, di alberi del pane e del chinino…!
Sull’atollo mangiamo multicolori aragoste, riso cotto nel latte di cocco con una speziata salsa di polipo e grossi pesci alla griglia. La griglia è fornita di lunghe gambe che impediscono alla marea montante di spegnere il fuoco.
E’ un mondo bellissimo, strano, che compare e scompare nel breve giro di poche ore.
Torniamo con gli occhi pieni dell’ineguagliabile bellezza di un mare incredibile.
Gli ultimi saluti ,le mance ai nostri prediletti,poi a dormire.
Addio Watamu!
Verso Mombasa nel primo mattino. Veloci scorci di villaggi, di gente, di piantagioni di manghi, di papaye, di sisal… Piove!
Aeroporto. Ripetuti controlli, snervanti richieste di Euro, la moneta più appetita del mondo (più del dollaro!) per accelerare le pratiche.
L’Imbarco. Il decollo.
Kenya ti voglio bene! Annita fedele compagna di tanti viaggi, capisce e condivide.
Kenya terra dagli infiniti contrasti, dalla bella popolazione, povera ma in fondo felice, dagli eleganti rossi, puzzolenti Masai, dagli europei vincenti che guadagnano soldi, dagli europei perdenti che trovi come relitti a vivacchiare per la carità di connazionali, dagli avidi indiani, dai modesti coltivatori, dai pescatori incoscienti su gusci di noce, dagli avventurieri sopravvissuti alla loro epoca, che vivono isolati nella savana inseguendo un sogno che va svanendo, forse lo stesso sogno di bellezza che ciascuno di noi, invecchiando, sta perdendo.
Terra che emana la speranza che viene dalle miriadi di scolari in divisa che vedi sciamare sulle strade. Terra che esprime il dolore di una popolazione che, pur non morendo di fame, non riesce a soddisfare i bisogni più elementari fra cui quelli della salute, della dignità e della giustizia contro la corruzione.
Me ne vado con dentro uno struggimento che non riesco a descrivere, con il dolore portato dalla coscienza del tempo che incombe, con il calore dell’amore dei miei cari che mi chiama,con questo nostalgico mal d’Africa che mi pervade e mi attira… là in fondo dietro l’ala dell’aereo, sopra le nuvole, la cima bianca del Kilimangiaro!

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