Venezia è...

in viaggio con leander in Italia

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Venezia è...

Un viaggio come tanti, una città come poche.Venezia: Venezia delle frasi fatte, dei luoghi comuni e delle affermazioni scontate.
Venezia del turismo da catena di montaggio e Venezia sconosciuta da indagare con calma e dedizione.
Venezia degli angoli silenziosi noti a pochi e Venezia dei reggimenti di turisti frenetici lungo gli itinerari obbligati.
Venezia delle code oceaniche per le mostre alla moda di Palazzo Grassi e Venezia delle sale deserte dei sorprendenti musei nascosti.
Venezia delle preziose librerie antiquarie e Venezia delle cartoline dozzinali.
Venezia dei ristoranti da ladrocinio con i menu in sei lingue e Venezia delle recondite osterie dove si sente solo il dialetto.
Venezia degli amorevoli laboratori artigianali e Venezia dei bottegoni dove trionfano le gondole in plastica con le lucine.
Venezia da adorare e Venezia da schiaffeggiare. Una bella sfida.
Come potrei essere così presuntuoso da illudermi di poter dire qualcosa che non sia già stato detto e ridetto? Potrei scrivere: "vi consiglio di andare qui e là a vedere questo e quello"? Avrebbe un senso?
Ritengo però di avere due discrete carte da giocare e che mi spronano a scrivere comunque qualcosa: un'attrazione per tutti gli aspetti della città che mi ha spinto qui per una quindicina d'anni due-tre volte l'anno ad esplorarla sestiere per sestiere e una penna abbastanza facile (non so se sia un bene o un male, e poi che palle 'sto Leandro che riempe di articoli il sito…). L'abitudine di osservare e riportare ogni sera sulla carta appunti anche sintetici ha creato un annoso campionario di impressioni, scoperte e sensazioni che diversamente sarebbero sfuggite alla memoria, una specie di "area protetta" della mente dove andare a ripescare, come nell'hard disk di un PC, a mio piacimento.
Cercherò di farvene partecipi, sperando, senza la pretesa di fornire una bacchetta magica, di essere di stimolo a qualcuno che voglia provare a costruirsi una propria, personalissima, esclusiva, non banale Venezia: serviranno pazienza, curiosità, anticonformismo e tantissimo amore.

Vi starò in faccia e pur non mi vedrete
e mi vedrete se sarò distante
e all'occhio ed al color conoscerete
che sempre copre il vero il mio sembiante
e se dell'arti mie vaghi voi siete
cangerò cento forme a voi distante.


Sono versi di un poeta popolare, G. Grevembroch, sconosciuto ai più, che cantò i vari aspetti della Venezia settecentesca.
Nella mia periodica frequentazione della città, non è mancata nemmeno l'esperienza di alcuni Carnevali, interrotta però non appena il business si è appropriato della festa snaturandone i valori di spontaneità e improvvisazione.
Come accadeva nei paesini che sono stati lo scenario della mia infanzia, sono i rintocchi di una campana a darmi la sveglia: non succedeva da decenni. Devono venire da San Simeon Piccolo, che è subito di fianco al mio hotel.
Un po' di luce filtra attraverso le persiane (raramente ho trovato negli alberghi di Venezia finestre che chiudessero bene, si vede che il progressivo sprofondamento degli edifici ha l'effetto di squinternare gli infissi) e io, bocca amara e cerchio alla testa d'ordinanza dopo la notte di martedì grasso, mi rivolto ancora un po' tra le coperte con la soffice consapevolezza di non avere orari o impegni.
Più che la caotica e sfiancante giornata di ieri, rivivo le sensazioni del lunedì, momento interlocutorio in cui la città dà l'impressione di un assopimento che prelude all'esplosione finale dell'ultimo giorno di Carnevale. Per me, il giorno del viaggio in treno da Genova per una puntata di un paio di giorni, anche per ripetere la gioia di vedere i consueti amici: pur senza darsi appuntamenti e nonostante l'affollamento, ci si ritrova ogni anno e sembra incredibile riconoscersi sotto camuffamenti sempre nuovi.
Un improvviso temporale si è scatenato nel momento in cui il treno imboccava il Ponte della Libertà e mi è toccato sostare per un bel po' nell'atrio della stazione di Santa Lucia in attesa che spiovesse tra un marasma di comitive giapponesi inzuppate; in mancanza di meglio, i figli del sol levante, imperturbabili, si scattavano foto a mitraglia sullo sfondo delle biglietterie, dell'ufficio informazioni, dei quadri orari e del deposito bagagli. Fatto sta che ho avuto giusto il tempo di raggiungere in vaporetto Rialto e la Locanda Sturion per l'ora di cena.
Sono entrato in quello che è storicamente ritenuto il più antico albergo di Venezia, rinnovando il piacere di soffermarmi nell'atrio davanti alla riproduzione del "Miracolo della reliquia della croce" del Carpaccio, stupenda tela del 1494 nella quale si nota con chiarezza l'insegna pensile a forma di storione che individua appunto la locanda nello scenario del ponte di Rialto ancora in legno: l'anticipazione di un'altra consuetudine, quella di contemplare l'originale alle Gallerie dell'Accademia.
Il tempo è rimasto piovigginoso, ragione per cui ho preferito non correre rischi e cenare alla Trattoria della Madonna, che oltre alla garanzia di essere una delle più apprezzate dagli stessi veneziani, ha anche il vantaggio di trovarsi nello stesso sotoportego dello Sturion.
All'uscita, ecco la sorpresa di un bel cielo stellato, favorito da una gradevole brezza di tramontana: ho potuto così dedicarmi a una delle cose più piacevoli che si possano fare a Venezia, passeggiare di sera senza mèta.
Un'autentica goduria per il viaggiatore curioso è lo scorrere in rassegna la straordinaria toponomastica della città: fanno mostra di sè indicazioni descrittive (Ponte Storto), meticolose (Calle Priuli detta dei Cavalletti), esplicative (Sotoportego va in Corte Barozzi), cumulative (Ponte e Calle dell'Angelo), maliziose (Ponte delle Tette, Sotoportego del casin dei nobili), crittografiche (chi saranno stati mai San Stae, San Marcuola, San Stin, San Zanipòlo, San Trovaso? Ve lo svelo alla fine).
Ho fatto scorrere lo sguardo su portoni e finestre sprangate da anni ponendomi i consueti interrogativi sulla grande quantità di case abbandonate che ci deve essere in Venezia: difficile censirle, pericoloso entrarvi, impossibile penetrarne i segreti. Ricettacoli di vicende di dinastie nobiliari, ecclesiastiche o dogali, con gli ultimi discendenti che dietro quegli infissi marci hanno magari scelto, come atto finale di dignità, il disfacimento dei corpi simultaneamente a quello degli edifici in un cupo dedalo di muri ammaccati, ragnatele, candelabri fiochi e stemmi scrostati.
Che la mente indugiasse su targhe curiose o particolari da racconto di Poe, al corpo sembrava importare poco e le gambe hanno fatto zelanti il loro dovere. I passi mi hanno così portato quasi senza volerlo nel Ghetto ebraico, l'ho capito dalle frequenti scritte bilingui sulle porte e sulle insegne: non conoscevo questa parte della città e mi ha colpito la vista di edifici sviluppati oltre misura in altezza, accorgimento urbanistico per concentrare una comunità numerosa in poco spazio. Solo secoli dopo gli americani avrebbero inventato i grattacieli.
Mi sono mosso, come accade quando mi imbatto in angoli per me nuovi della città, con l'attenzione speciale di chi cerca un posto speciale, un posto a cavallo tra realtà e fantasia: ma ho capito subito che per l'ennesima volta non avrei scovato l'enigmatica "Corte Sconta" scenario di una famosa avventura di Corto Maltese. D'altra parte, se è "sconta" (cioè nascosta), non ci si può aspettare che si riveli con facilità.
Un passaggio particolarmente angusto mi ha portato invece in una corte perfettamente quadrata, minuscola al punto da rendere problematico osservare gli smisurati camini che incorniciavano il fazzoletto di cielo sovrastante senza guadagnare un torcicollo; la luna al centro del riquadro era poi talmente piena da abbagliare.
La pioggia della giornata aveva però formato quattro grosse pozzanghere in corrispondenza delle prese d'acqua della vera da pozzo al centro della corte e proprio in esse ho potuto agevolmente ammirare specchiata quella veduta di cielo notturno.
Il cielo, la luna, il silenzio, i palazzi, il campiello, le bocche da acqua, la vera, i riflessi: mi sono assaporato l'inebriante miscuglio, convinto che difficilmente mi imbatterò ancora in un gioco di simmetrie di spazi e tempi così perfetto. Anche se non era la Corte Sconta, un angolo di autentica magia.

Esco infine dallo stato di dormiveglia e mi affaccio stiracchiandomi in pigiama sul Canal Grande: è una splendida giornata di sole e solo ieri sera il vento gelido mi faceva barcollare mentre piegato in due attraversavo il Ponte dell'Accademia avviluppato nel mio costume da sciamano, fortunatamente assemblato con vecchi spezzoni di pelliccia.
Mi ha sempre colpito la rapidità con cui avviene lo sgombero della spazzatura alla fine dell'ultimo giorno di Carnevale: sono appena le otto del mercoledì delle Ceneri e le calli sono quasi del tutto ripulite, solo una bautta di cartapesta scadente in via di spappolamento galleggia ancora nell'acqua limacciosa mentre sfilano via gli ultimi barconi colmi di coriandoli e stelle filanti.
Partirò con un treno del pomeriggio e ho voglia di gustarmi un po' la città: è il momento migliore dell'anno dopo lo sfollamento post-carnevalesco.
Mi incammino così verso Campo Santa Margherita, uno degli spazi urbani che più mi incantano, costellando la mia passeggiata di piacevoli soste: la colazione con i dolcetti di Marchini presso Campo Santo Stefano, il variopinto mercato su barconi in Rio San Barnaba, la vetrina del laboratorio di Giano Lovato con le splendide maschere e i geniali allestimenti teatrali, lo squero di San Trovaso, dove non mi stancherei mai di spiare i sapienti gesti degli ultimi calafati all'opera sulle gondole a pancia in su. Un itinerario scandito da cose in via di estinzione: non sarà domani, magari non sarà fra un anno né fra dieci, ma le generazioni future vivranno una massificazione in cui tutto questo non avrà più spazio.
Proseguo fino a Piazza San Marco, dove improvviso un gioco mnemonico di incastri cercando di associare a ogni colonna delle Procuratie la maschera che ieri sera vi stava appoggiata offrendosi come soggetto alla marea dei fotografi. Ma sembra passata un'eternità e ne ricordo solo una.
È possibile innamorarsi di una maschera? In mezzo alla calca davanti alle vetrate del Caffè Florian, dove si gioca a mescolare i ruoli di spettatore e di attore, è stato sufficiente uno scambio di frasi e un incrocio di sguardi attraverso le feritoie delle rispettive maschere; appena il tempo per un paio di foto e la promessa di scambiarsele mentre opposte correnti di folla ci trascinavano via.
Ho ben vivo il verde di due occhi intonati alla maschera e la voce che era esattamente quella che ci si aspetta da una giovane donna veneziana. E ho anche un indirizzo.
Quella casa è a poche centinaia di metri, a breve distanza da Rialto; non avrei nemmeno bisogno di inventarmi un pretesto, ma mi fermo sull'altro lato della calle a scrutare le finestre della facciata. "Spesso ci innamoriamo dell'amore": non è un motto da carta di cioccolatini ma una considerazione di un amico che mi piacque parecchio e che, credo non a caso, mi si riaffaccia ora alla mente inducendomi a non fare un passo in più. Che la realtà non deluda l'immaginato.
Mi accorgo di essere a pochi metri da uno dei miei angoli preferiti, quel Ponte del Lovo (Lovo sta per Lupo), punto di grande passaggio del quale non uno tra i turisti incolonnati dietro l'ombrellino colorato del capogruppo sa che quello è l'unico, tra oltre quattrocento ponti, dal quale si vede, incorniciato in una lama di luce favorita da un'ansa del rio, il campanile di San Marco. Oggi poi sembra brillare di una luce propria. Sono in piena contemplazione quando vengo distolto da una coppia americana di mezza età che si è smarrita e chiede aiuto per ritrovare il suo alloggio sul Rio di San Felice; rispondo che sono completamente fuori strada, ma tra me e me sorrido: so che su quel rio c'è l'ultimo ponte senza sponde rimasto nella città.
Che strana combinazione: mi trovo su un ponte veneziano che ha caratteristiche irripetibili e interrompono i miei pensieri al riguardo venendomi a parlare di un rio dove c'è un ponte altrettanto unico. A volte il mondo esterno ci manda segnali, sotto le forme più svariate, che ci fanno sospettare di trovarci all'interno di un Grande Disegno gestito da forze a noi ignote: può così venire voglia di mandare a gambe all'aria la razionalità dei noti parametri di tempo e spazio interpretando le coincidenze e i casi fortuiti come manifestazioni di una realtà alternativa di cui ci sfuggono le connotazioni e dalla quale accettiamo per brevi momenti di lasciarci prendere per mano.
Sono questi i miei bislacchi pensieri mentre fornisco l'informazione ai due, che mi ringraziano senza sapere che sono invece io a essere in debito perché mi hanno portato una sorta di messaggio. Decido istintivamente di interpretare l'incontro come invito ad un esperimento e, dopo che si sono allontanati di qualche decina di metri, mi accodo non visto alla coppia: andrò dove andranno loro e salgo sullo stesso vaporino per Cannaregio.
Mi porto solo quel poco che c'è, una mia piccola storia nemmeno cominciata in un mio piccolo Carnevale.

La vecchia lezione di Venezia continua a essere valida; dopo esserne stato allievo, ho cercato di impartirla a mia volta allorché, conoscendo la mia predilezione, qualcuno mi chiede consigli su un approccio non convenzionale con la città. Il suggerimento, in fondo semplice, è sempre quello di prendere, a ogni bivio, la direzione opposta a quella dei flussi turistici: voi non fate, lasciatevi fare, lasciate che a ogni vostro passo vi sorprenda l'incantesimo dei balconi, dei ponti, dei sotoporteghi, degli ormai rari squeri, degli inaspettati giardini. E tanto meglio se è inverno, c'è la nebbia, le calli sono deserte e vi ritrovate Chissadove.
I due americani scompaiono alla mia vista intruppati nella cabina del vaporino ed estemporaneamente decido di scendere al pontile di San Marcuola (non chiedetemi quale contorto meccanismo etimologico abbia prodotto questo bislacco nome dalla rielaborazione dialettale dei Santi Ermàgora e Fortunato!). Le condizioni ci sono tutte, peccato che la mia discreta conoscenza di Venezia mi precluda ormai il piacere di perdermi; mi dirigo invece con grande sicurezza verso un'osteria che ben pochi turisti scoverebbero: quando giro l'angolo e vedo che un fast-food non ha ancora preso il suo posto rinnovo la sensazione di incontrare un vecchio amico. Entro senz'altro, anche perché dalla Sacca della Misericordia si sta insinuando lungo il Rio di Sant'Alvise un vento tagliente e comincio a sentire qualche brivido.
Mentre sgranocchio un crostino di baccalà mantecato sorseggiando un prosecco, mi sento osservato da un individuo piuttosto male in arnese appoggiato al banco. L'ho detto, oggi sono in vena di esperimenti e offro al vecchio un cicchetto e uno spuntino chiedendogli in cambio di raccontarmi una storia; non è una cosa che ho inventato io, lo faceva spesso Bruce Chatwin in giro per il mondo conoscendo così personaggi incredibili e riempendone pagine dei suoi taccuini.
Ringraziare, sedersi al mio tavolino e buttare giù uno spiedino di seppioline con un quarto di tocai gli richiede meno tempo di quanto non impieghi io a scriverlo.
- Sei venuto per il Carnevale? - mi apostrofa mentre riprende fiato. Il tono della domanda è quello con cui ci si rivolge a un bambino sorpreso con le mani nella marmellata.
- Beh, sì… ma penso che sarà l'ultima volta.
- Ostia, e perché?
- Non lo vedi? non sono più i Carnevali di un tempo, è solo una gara a chi spende di più per i costumi più sfarzosi, mettono su un'organizzazione per tempestarti di ospiti e manifestazioni che c'entrano poco, tutti a spiegarti dove, come, con chi e a che ora devi andare a divertirti, quale sponsor devi ringraziare per il sollazzo che ti viene offerto. Ma il carnevale nasce come festa di piazza fatta dalla gente, deve essere prima di tutto improvvisazione… Dico bene?
- Certo - farfuglia l'amico a bocca piena. È meglio che gli dia il tempo di levarsi la più grossa, così decido di parlare io ancora per qualche minuto.
- Domenica mattina sono andato a fare un giro al mercatino di Campo San Maurizio: sembra che abbiano trovato il modo di fare maschere acchiappagonzi che non devono durare più di tre giorni, due strati di carta assorbente tenuti insieme da un filo di colla, una mano di vernice, paghi trentamila e via! Stavo per andarmene quando ho alzato gli occhi verso una finestra e ho visto affacciato un tizio camuffato da uccello. Tu pensa, stare in casa propria in maschera, con naturalezza e nelle occupazioni quotidiane: quello sì che mi sembrava un Carnevale giusto! Pensa al contrasto: sul campo le bancarelle dei "mascareri per un giorno" impegnati solo a ricavare un guadagno facile da prodotti scadenti, sopra, quella figura minore, quasi insignificante, con addosso un costume assemblato con materiali raccogliticci ma fatto con le sue mani, in casa sua ma non per questo fuori dalla festa. Anzi, in quel momento e in quel luogo lui, di certo, "era il Carnevale". Tu che ne dici?
- Ah, sì sì, sono d'accordo - biascica il mio ospite annaffiando le chele di granchio impastellate con il secondo quarto di tocai.
Il terzo quarto di tocai svanisce a tempo di primato olimpico con una terrina di sarde in saòr e l'impegno mascellare impedisce al vecchio di attaccare una buona volta con la storia che gli ho comprato: comincio a pensare di avere speso male i miei soldi.
- Ti confido una cosa che pochi sanno - bisbiglia mentre divide con me il quarto quarto di Tocai e un'altra terrina di sarde - tanto, anche se vai a raccontarlo in giro, nessuno ti crederà.
Il succo della storia, esposta caoticamente e con qualche inceppamento prontamente sbloccato con altri quarti di tocai che ben presto smetto di contare, è in breve questo. Nella notte tra il martedì grasso e il mercoledì delle ceneri, nella città deserta dopo che tutti sono rientrati nelle case e negli alberghi, pare che accada qualcosa di straordinario: gruppi di affiliati delle "Compagnie della Calza", gli stessi che di giorno assegnano gli ambìti attestati di "Gran Bela Mascara", si precipitano furtivi su due immani argani e mettono in moto il gigantesco asse che, al di sotto di calli, campi e salizade, attraversa l'abitato su tutta la sua estensione: pochi minuti di sforzi sovrumani ma sapientemente sincronizzati ed eccola rivoltata come una frittata. Sì, perché il fatto è che la Venezia che si offre all'assalto degli invasori carnevaleschi è quella speculare che per undici mesi e mezzo all'anno sonnecchia a testa in giù nelle acque della laguna: guardàteli un po' bene quelli che vi sembrano riflessi sull'acqua!
Eccomi servito: oltre che buttare via i miei soldi, ora so che sarebbe stato meglio pasteggiare a chinotto. Poco fa ho lasciato la mente libera di fantasticare sullo spazio-tempo, sulla possibilità di mondi e dimensioni parallele e ora una catena di coincidenze che cosa mi porta? Un balordo ubriacone che viene a parlarmi di una Venezia-frittata, una città di riserva speculare a quella vera!
Ma il mio beneficiato, nonostante la sua parlantina stia cominciando a impastarsi, è diventato inarrestabile.
- Stai fresco se pensi che i veneziani permettano l'invasione della loro vera città: sornioni, celebrano il loro autentico Carnevale, affacciandosi di tanto in tanto a cavalcioni delle due Venezie, giusto per controllare che in quella finta tutto vada liscio ed evitare che una totale assenza di veneziani possa insospettire. L'oste, il gondoliere, l'albergatore, il panettiere, il vetraio che si premurano di servirvi, sotto sotto si fanno beffe di voi, immersi in un'illusione che nemmeno immaginate.
Mi alzo un po' stralunato dal tavolo, curioso di assaggiare qualcosa del vassoio fumante appena portato dalla cucina; mi riempo della vista e del profumo di gamberi, crocchette di polpa di astice, granchiolini e folpetti, ma mi scuote il tintinnio dei campanelli appesi alla porta che si chiude: il mio ospite si è dileguato. Non può piantarmi così, pago senza aspettare il resto ed esco, proprio mentre lo vedo imboccare una calle sul lato opposto del campiello. Lo seguo senza affrettarmi, so che la calle dà su una piccola corte cieca, ma, raggiunto quello slargo, non trovo anima viva: non ci sono porte, le finestre sono troppo in alto e la vera da pozzo è sigillata da una grata incrostata di ruggine. Ho di che dubitare dei miei sensi: sono ubriaco io, lo è il vecchio o lo siamo tutti e due? O era solo un sogno (Venezia ne manda di tremendi, deve essere per via dei suoi precari equilibri) e non saprò mai se ero io il sognatore di quei luoghi o se erano quei luoghi che sognavano me?
Mentre il vaporino mi riporta a San Marco (ho bisogno di certezze e posso trovarle solo nella banalità dei luoghi comuni che la piazza può offrire) cerco lucidità per tirare le somme dell'ora appena vissuta, aiutato dall'aria pungente di prua. Via, nessuna persona sana di mente crederebbe alla faccenda delle due Venezie, anche se mi piacerebbe interpretarla come spiegazione ai miei stupori sul veloce ritorno alla normalità del dopo-carnevale. E poi il vecchio sosteneva che i due argani di manovra si troverebbero a San Simeon Piccolo e a San Pietro di Castello: in effetti, osservando una mappa, l'ideale retta tracciata tra i due siti sembrerebbe congiungere proprio due punti estremi dell'agglomerato urbano, posizione ideale per il fantomatico ciclopico perno. È curioso però, proprio in un albergo di fianco a San Simeon Piccolo avevo trovato una camera libera dopo decine di "tutto esaurito"; e ieri proprio a San Pietro di Castello (mai stato prima) avevo vagato invano in cerca di una prospettiva indicatami con precisione da un incisore di acqueforti, salvo scoprirla per caso voltandomi di scatto per la sensazione di sentire qualcuno chiamarmi per nome.
A San Marco tutto concorre a rassicurarmi: i piccioni, le gondole, i turisti giapponesi, le bancarelle, un accenno di acqua alta, ogni cosa al suo posto, puntuale. Mi sento meglio: le scene esattamente come le avevo lasciate, nessun spazio per la fantasia, un po' di respiro per il goloso di misteri.
Dietro a una grata fa capolino un gatto: pare la riproduzione vivente di un'immagine del più famoso fotografo di Venezia appesa da anni su una parete del mio ufficio. Sembra ammiccarmi, come a darmi a intendere che è proprio lui, proprio quello è il posto, che non si è più mosso da quando gli fu scattata quella foto.
Siamo daccapo e non ne posso più. Fila via bestiaccia, ho detto che non ho più voglia di misteri; come se non fossero già abbastanza misteriosi i gatti veneziani, astuti, foschi, restii a dare confidenza, pasciuti come lo sono i gatti che pasteggiano a topi, sinuosi come le anse del Canal Grande, autentici grandi signori di quel dedalo di tetti che staglia il suo profilo contro il cielo grigio della laguna mentre il vaporino mi porta finalmente alla stazione.

Ah, dimenticavo: San Stae, San Marcuola, San Stin, San Zanipòlo, San Trovaso sono contrazioni dialettali rispettivamente per Sant'Eustachio, SS. Ermàgora e Fortunato, S.Stefano confessore, SS. Giovanni e Paolo, SS. Gervasio e Protasio.
Questi Santi Veneziani!

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