Un itinerario nelle valli Trentine

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Un itinerario nelle valli Trentine

Itinerario

Per circa quindici anni ho soggiornato nelle due settimane a cavallo tra agosto e settembre a Molveno, sul versante orientale del Gruppo di Brenta. Questa catena, pur non facendo parte in senso stretto dell’ambito dolomitico per ubicazione e composizione geologica, è comunque ad esso assimilata per l’analogia delle forme: capita quindi di imbattersi indifferentemente nella denominazione “Dolomiti di Brenta”.
Anno dopo anno, grazie all’amicizia con ospiti del mio albergo altrettanto appassionati, ho approfondito la conoscenza di quel magnifico circondario alpino. Ho imparato ad amare la varietà delle forme delle sue cime, il reticolato dei suoi sentieri, i sempre mutevoli colori delle sue rocce, l’arditezza delle sue vie ferrate, il calore dei suoi rifugi dai quali sono stato spettatore di albe e tramonti da pelle d’oca. Ho imparato ad amare anche i suoi ghiaioni interminabili, le sue aride pietraie, le sue vallette sperdute, gli improvvisi banchi di nebbia e perfino i temporali vigliacchi che più di una volta mi hanno inzuppato fino alle mutande.
Ma ho anche imparato ad apprezzare altri aspetti di quelle valli, a impiegare cioè in maniera istruttiva le giornate di riposo che seguivano le escursioni più faticose o in cui le condizioni meteorologiche incerte sconsigliavano lo zaino e gli scarponi.
Le alternative alla pura montagna sono parecchie e qui voglio consigliare una bella gita automobilistica di un’intera giornata su uno sviluppo di circa 140 chilometri in un’avvicendarsi di aspetti paesaggistici ed emergenze architettoniche di rilievo. L’itinerario è descritto in senso orario con partenza e arrivo a Molveno, ma, trattandosi di un anello intorno al Gruppo di Brenta, che si può così apprezzare nel variare delle sue prospettive, il suggerimento è valido per chi soggiorni in qualunque altra località del percorso.

Lasciata Molveno in direzione sud, si costeggia per circa quattro chilometri l’omonimo lago, adagiato ai piedi del settore Croz dell’Altissimo / Cima dei Lasteri / Pizzo Gallino e del tozzo Monte Daino; sul versante opposto, la dorsale Paganella / Monte Gazza. Osservando l’azzurro delle acque non si ha davvero la sensazione che nel 1951 questo lago sia stato prosciugato e trasformato in invaso artificiale a scopi idroelettrici: eppure chi ha il ricordo degli anni precedenti racconta che lo spettacolo era ancora più affascinante.
Ci troviamo nel cuore delle Valli Giudicarie, così chiamate per il Vicario o Giudice che, per alcuni secoli a partire dal 1027, ne ebbe il governo amministrativo e politico come diretta emanazione del Vescovo di Trento. Tra il XIII e il XVIII secolo la sede del Capitano delle Giudicarie fu il Castello di Stènico, che si raggiunge, in posizione dominante sull’abitato, a 17 km da Molveno.
L’edificio si presenta come una mole assai compatta, anche se risulta un assemblaggio di differenti corpi costruiti in epoche successive. Dopo essere saliti dal paese lungo le mura esterne intervallate da torri semicircolari si entra nel castello attraverso un monumentale portale ad arco; uno degli aspetti più piacevoli che si presentano al visitatore sono i tre cortiletti, abbelliti da piccole finestre e raffinate loggette a colonnato, in un sovrapporsi di stili, dal romanico al gotico al rinascimentale. Degni di attenzione sono tutti i locali interni, in particolare le varie sale, alcune spoglie e severe nella loro struttura in pietra ed enormi travature in legno a vista, altre ricche di decorazioni e affreschi; molto ricco anche il patrimonio artistico, con gli arredi delle varie epoche, camini, opere pittoriche di pregio. Da non perdere soprattutto la Sala del camino nero, con affreschi cinquecenteschi ben conservati raffiguranti scene di battaglia, e la Sala dei medaglioni, dove spicca una serie di lastre marmoree a trompe-l’oeil con figure allegoriche fatte affiggere nel corso dei rifacimenti da Bernardo Clesio (emblematico personaggio del quale parlerò più avanti).

Ritornati da Stenico sulla statale 237, si riprende l’itinerario in direzione ovest lungo la cosiddetta Gola della Scaletta, un tratto angusto scavato nella roccia, parte in gallerie illuminate da finestroni che si affacciano sul sottostante bacino artificiale di Ponte Pià. Tione di Trento, importante crocevia stradale, coincide con l’ingresso nella Val Rendena, caratterizzata dal corso del Sarca e ideale solco divisorio dei due gruppi montuosi che costituiscono il Parco Naturale Adamello-Brenta.
Sulla destra orografica della valle si estende il gruppo granitico dell’Adamello, che ha i suoi culmini nelle cime dell’Adamello (m.3554), della Presanella (m.3558) e del Caré Alto (m.3453); il gruppo è ricchissimo di ghiacciai, laghi alpini e torrenti che formano, scorrendo le valli di penetrazione, bellissime cascate. Gli itinerari che lo attraversano offrono scenari grandiosi, anche se quelli di maggiore soddisfazione, cioè le traversate su ghiacciaio, richiedono esperienza e attrezzatura adeguata. Fra le tante valli che lo solcano citiamo la Val Nambrone, la Val Borzago, la Val di Nardis, la Val di Fumo e soprattutto la verdissima Val di Genova.
Sulla sinistra orografica si sviluppa il Gruppo di Brenta, le cui caratteristiche sono sostanzialmente differenti: povero di acque e con pochi ghiacciai (in questa catena definiti vedrette) di ridotte dimensioni, presenta, come già accennato, le forme tipiche delle Dolomiti. Il gruppo offre al visitatore-escursionista una infinità di scelte che vanno dal sentiero turistico alla traversata in quota, da vie ferrate tra le più prestigiose dell’arco alpino alle arrampicate del massimo impegno. Convenzionalmente, vi si individuano tre settori: quello settentrionale, dal Rifugio Peller al Passo del Grosté, quello centrale, dal Grosté alla Bocca di Brenta, e quello meridionale, che ridiscende la Val d’Ambièz fino a San Lorenzo in Banale.

Risaliamo dunque la Val Rendena in senso Sud-Nord lungo una sfilata di paesini guadagnando progressivamente quota, mentre il panorama si fa via via più aperto su scorci di grande bellezza verso le cime. Pinzolo, comune principale della valle situato a quota 770, per quanto inevitabilmente turistico, denota una dimensione più raccolta rispetto al caos della sua frazione Madonna di Campiglio (non è viceversa come si potrebbe credere); l’ingresso in paese riserva la curiosità del monumento in bronzo al “moleta”, cioè l’arrotino, tipica attività della Rendena esportata dagli emigranti in tutto il mondo nel corso del XIX e XX secolo.
Poco fuori dell’abitato di Pinzolo si raccomanda una sosta all’isolata chiesetta quattrocentesca di San Vigilio. Sul fianco meridionale, sorprendentemente ben conservato grazie all’esposizione e al tetto sporgente, spicca l’affresco della Danza Macabra di Simone Baschenis, esponente di una famiglia di pittori bergamaschi del Cinquecento attivi in Trentino. La successione di una quarantina di personaggi raffigura il progressivo trionfo della Morte sulla Vita con un’incisività che impressiona tuttora; è noto che l’iconografia religiosa rivestiva all’epoca un ruolo educativo ben marcato e credo proprio che la vista di quelle figure scheletriche fosse per gli ingenui valligiani un deterrente efficace quanto il Codice Penale.

Un paio di chilometri oltre Pinzolo, per la precisione all’altezza di Carisolo, ha inizio la strada di 20 chilometri che risale la già citata e rigogliosa Val di Genova. A questa digressione, la cui incidenza non rientra nella valutazione chilometrica complessiva, consiglio senz’altro di riservare una giornata a parte; darò comunque qualche generica indicazione, giusto per invogliare.
Diciamo subito che, benché ai tempi delle Repubbliche Marinare una parte del legname per costruire le navi genovesi fosse acquistato in queste zone, la città di Genova non c’entra con la denominazione della valle. È più plausibile che il termine dialettale “genua” derivi dal latino “janua” nel senso di porta della valle, al cui imbocco sorgevano i fienili più antichi oggi scomparsi, detti case di Genua.

Lasciata Carisolo e l’asse viario della Val Rendena, si imbocca la strada, a tratti poco agevole,che fiancheggia il corso del Sarca di Val Genova. Si fa una prima sosta alla base della cascata di Nardis, i cui due salti paralleli precipitano per oltre cento metri; si toccano poi le belle radure dei rifugi Fontanabona e Stella Alpina, per raggiungere infine il Rifugio Bèdole (m. 1641), che sorge su uno slargo in mezzo a un fitto bosco di conifere, paradiso dei fungaioli. Qui si posteggia l’auto.
Il Bèdole, tipico per la struttura in legno annerito, è uno dei rifugi storici della Val Rendena: costruito nel 1931, è sempre stato gestito dalle successive generazioni della famiglia Collini; una suggestiva cappelletta in tronchi nei suoi pressi ricorda il suo fondatore Adamello Collini, che il 27 settembre 1943 fu prelevato dalle SS e portato in campo di concentramento, dove morì di stenti nel febbraio del 1945 all’età di cinquantacinque anni. Questo vero e proprio personaggio simbolo dell’alpinismo trentino pagò così il fatto di avere portato in salvo fino al Mandrone, da dove venivano smistate a un centro di raccolta per la Svizzera, centinaia di persone, il tutto senza mai chiedere nulla. L’attuale gestione è curata dal nipote suo omonimo.
Ci si può fermare a pranzo e gustare l’ottima cucina del Bèdole; diversamente, chi abbia “casualmente” a portata di mano zaino e scarponi e abbia voglia di barattare un po’ di fatica in cambio di uno scenario meraviglioso, può imboccare dal rifugio il sentiero n. 212 che consente di guadagnare costantemente quota fino giungere in circa due ore e mezzo ai 2449 metri del Rifugio Città di Trento al Mandrone.
Si mangerà bene anche lassù, con in più la grandiosità di un panorama che lascia davvero a bocca aperta, soprattutto in direzione sud: in primo piano, a una quota leggermente inferiore, gli stupendi Laghetti del Mandrone, al di là dei quali si stende la mole della Vedretta del Mandrone, lingua settentrionale del vasto Ghiacciaio dell’Adamello. Sulla sinistra si allineano le tre piramidi granitiche della Lobbia Bassa, Lobbia di Mezzo e Lobbia Alta. Impressiona anche il fragore delle cascate di scioglimento del ghiacciaio che precipitano a valle.
Per completare degnamente questa giornata di montagna, è consigliata una passeggiata lungo le rive dei laghetti, che offrono riflessi e giochi di luce sempre nuovi. Tornerete a valle un po’ stanchi ma con una provvista di cose belle difficilmente eguagliabile.

Ma riprendiamo l’itinerario base. Da Carisolo la statale si fa più tortuosa in una sequanza continua di tornanti che consentono di prendere rapidamente quota. Poco prima di entrare in Madonna di Campiglio è raccomandabile una sosta su uno slargo a destra in corrispondenza di un ristorante. Da qui si ha la veduta più esauriente del versante ovest del Gruppo di Brenta, le cui cime possono essere facilmente individuate grazie a una precisa tavola di orientamento.
Su Madonna di Campiglio si può dire tutto il bene e tutto il male possibile. Tutto il bene per via della posizione magnifica che ne fa punto di partenza ideale per una grande quantità di escursioni e per essere stata la culla della S.A.T., la gloriosa Società Alpinisti Tridentini; tutto il male per l’espansione urbanistica che ne ha snaturato i caratteri alpini a vantaggio degli aspetti mondani. La realtà odierna non era certamente negli intenti di Giovanni Battista Righi, quando nel 1872 acquistò dal Capitolo di Trento il terreno del duecentesco ospizio dei viandanti, per costruirvi il primo “stabilimento alpino” destinato ai pionieri dell’alpinismo e ai primi villeggianti.

Lasciata Madonna di Campiglio, si raggiunge in breve il punto culminante del nostro itinerario, vale a dire i 1681 metri di Campo Carlo Magno. Da qui parte la funivia del Grosté, che consente di raggiungere i 2442 metri dell’omonimo Passo, straordinario balcone panoramico dal quale può scattare un amore a prima vista per queste montagne: a me è successo proprio così e ci sono tornato per quindici anni!
Da Campo Carlo Magno si perde quota lungo la Val Meledrio, che dopo Dimaro, bivio per il Passo del Tonale, prende il nome di Val di Sole. Superata Malè, capolinea della linea ferroviaria a scartamento ridotto proveniente da Trento che per lunghi tratti corre parallela alla statale tra vigneti e campi di mele a perdita d’occhio, si giunge in breve a Cles, ormai nel cuore della Val di Non.
A Cles è degna di nota la scenografica Piazza Municipio sulla quale prospetta il Palazzo Assessorile, una casa-torre del sec. XIII con ampliamenti dei sec. XV e XVI, oggi sede del comune. Sia sulla facciata che negli interni spiccano gli stemmi dei Clesio, famiglia di baroni che ebbe grande influenza sulla zona. Particolare rilevanza ha la figura del cardinale Bernardo, cui è dovuto un periodo di prosperità e di interventi architettonici sui castelli vescovili del Trentino; segno della sua potenza è anche il fatto di essere stato consigliere dell’imperatore Carlo V.
Sede di Bernardo Clesio fu all’inizio del Cinquecento il Castello di Cles, situato in mezzo ai frutteti al centro del promontorio che digrada verso il Lago di Santa Giustina; la creazione del bacino artificiale nel 1951 ha modificato profondamente il paesaggio, per cui non risulta oggi evidente la posizione strategica del castello, un tempo arroccato su un profondo burrone ora sommerso. Il complesso, di origini remote, fu due volte distrutto da incendi e ricostruito; di aspetto grandioso, ha due spalti dominati da robuste torri quadrate e due cortili, di cui uno merlato. Gli interni rinascimentali presentano mobili raffinati, ritratti di famiglia e pregevoli affreschi. Dall’alto del torrione si ha una bella vista verso il Gruppo di Brenta. Per questi particolari posso però riferire solo quanto risulta dai libri, dato che l’edificio è oggi di proprietà privata e non visitabile. Ci si deve accontentare della passeggiata di una decina di minuti lungo il sentierino tra i campi che porta su una spalla erbosa che offre la migliore veduta del castello.

Lasciata Cles, all’altezza di Dermulo un bivio sulla sinistra porta in quattro chilometri a Sanzeno, da dove altri tre sul fondo di una profonda forra e un breve tratto a piedi consentono di raggiungere il Santuario di San Romedio.
Il libretto in vendita presso la foresteria lo definisce “il più suggestivo santuario d’Europa”. Non so se un aggettivo di valenza estetica qual è appunto “suggestivo” si presti ad essere graduato; d’altra parte ciascuno pubblicizza al meglio le attrazioni che offre e state pur certi che se un rifugio si trova a quota 1980 o 2490 o 2985, immancabilmente leggerete nella cartolina m. 2000, m. 2500 o m. 3000.
Non c’è niente di male e, che sia il primo, il secondo o il decimo di un’improponibile classifica, San Romedio è innegabilmente un complesso di grande fascino. La storia racconta di un potente proprietario terriero tirolese del IV-V secolo di nome Romedio che, abbandonati gli agi e le ricchezze, si dedicò a una vita di penitenza ritirandosi per il resto della sua esistenza nell’aspra gola rocciosa dove sarebbe sorto intorno all’anno mille, a ricordo della vita miracolosa del Santo, il primo nucleo del santuario proprio al culmine della rupe. Con il passare dei secoli furono edificate successive aggiunte verso il basso, fino a formare un complesso di sei cappelle collegate da scale.
Un portone ad arcata introduce nel cortile rinascimentale, sul fondo del quale un arco trionfale dà inizio alla successione delle varie chiesette, tutte differenti e ciascuna con una propria spiccata individualità, disposte lungo una scalinata di 131 gradini. Di grande suggestione sono le sette cappelle della passione di Gesù Cristo, costruite nel 1707 con statue in legno dipinto di grande potenza espressiva. Giunti alla sommità dello sperone roccioso, si può uscire sul retro della chiesa più antica, dove da uno stretto terrazzino si ha una veduta vertiginosa sul sottostante Rio di San Romedio.
A ricordo del più famoso miracolo del Santo, che ammansì un orso che gli aveva sbranato il cavallo e in groppa al quale si recò in visita dal vescovo di Trento tra lo stupore della gente, un vecchio orso di nome Charlie prelevato da un circo fu sistemato, alla fine degli anni cinquanta, in una gabbia di fianco al santuario. La povera bestia dovette condurre una vita ben grama, prima preso in giro per anni in un circo, poi segregato in una vera e propria prigione puzzolente dove poteva a malapena muoversi e con il fegato certamente devastato dalle caramelle e dai biscotti (e non solo, temo…) gettatigli dai visitatori; di certo San Romedio non avrebbe approvato questa barbarie turistica e credo proprio che il buon Charlie abbia accolto la morte come una liberazione. Attualmente una famiglia di orsi bruni, tra i pochi rimasti nel Parco Adamello-Brenta, occupa uno spazio recintato per fortuna più ampio sul pendio erboso di fronte all’ingresso del Santuario.

Ritornati sulla statale, si percorre ancora la Val di Non che in questo tratto costeggia il torrente Noce, si lascia sulla sinistra il bivio per Mezzolombardo intorno a quota 300 e si riprende a salire. Si incontrano in successione Spormaggiore, le rovine di Castel Belfort e Cavedago. Da un tornante in prossimità del paese si dice che nelle giornate serene si possano vedere cento paesi: io non li ho mai contati, se qualcuno ci vuol provare…
Andalo, centro di villeggiatura in continuo sviluppo, è situata proprio sul passo a quota 1014, dopodiché inizia la discesa su Molveno. Si ha sulla destra una breve veduta sul settore centrale del Brenta nel quale spicca il Campanile Basso, fino a giungere in paese dopo quattro chilometri. Alla curva dalla quale si ha la prima veduta dall’alto sul lago, è d’obbligo una sosta contemplativa: la feci la prima volta nel 1978 e non mi stanco mai di ripeterla ogni volta che ritorno.

Valli Giudicarie, Val Rendena e Val di Non

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