Sicilia da scoprire: i Monti Iblei

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Sicilia da scoprire: i Monti Iblei

Ininterrottamente, a partire dal 2004, il CAI di Arenzano si affida - con grande soddisfazione - alla Cooperativa Naturaliter per una settimana escursionistica, naturalistica e culturale nel meridione d’Italia a metà settembre.
Come già spiegato nei resoconti delle esperienze alle Isole Egadi (2005) e in Aspromonte (2006) a cui ho partecipato, presenti entrambi su Ci Sono Stato, Naturaliter è una Cooperativa dell'area grecanica con sede ad Amendolea di Condofuri (Reggio Calabria), che opera nell'ambito del turismo sostenibile organizzando attività a contatto con la natura in Calabria, Sicilia e isole: appoggiandosi a referenti locali, fornisce un servizio completo di logistica, trasporti via terra e mare, alloggio, pasti, accompagnatore e/o guida escursionistica sul posto.
Per il 2009, la scelta è caduta sull’area dei Monti Iblei, della quale riporto la caratterizzazione citata sul sito di Naturaliter (che ringrazio).
Gli Iblei sono una catena collinare localizzata nella parte sud-orientale della Sicilia, compresa tra le province di Ragusa, Siracusa e Catania, che ha la massima elevazione ai 986 metri del monte Lauro. Dagli Iblei hanno origine i fiumi Irminio (che divide l’altopiano in direzione nord-sud scorrendo tra Modica e Siracusa), il Birillo, l’Ippari, il Tellaro, l’Anapo e il Cassibile.
Le città appartenenti al territorio degli Iblei sono Modica, Ragusa, Comiso, Vittoria, Chiaramonte Gulfi, Scicli, Avola, Ispica, Palazzolo, Noto, Vizzini, Licodia Eubea, Mineo, Sortino, Buccheri e Buscami, Ferla e Cassaro.
Il complesso montuoso è costituito da massiccio calcareo. Il nome deriva dal re siculo Hyblon, che regnava in questi luoghi e che concesse una porzione di territorio ai greci per erigere Megara Iblea.
Lo scorrere dei fiumi ha eroso l’altopiano, formando numerosi canyon profondi. La roccia è di tipo calcareo bianco conchiglifero. Nelle zone costiere, nei pressi del mare, si trova la pietra arenaria, che nel sud-est della Sicilia viene denominata “giuggiulena”, perché facile a sgretolarsi, e quindi simile a un dolce di origine araba. Alcune aree dei Monti Iblei presentano anche rocce di origine vulcanica, come nei pressi di Monte Lauro, facente parte di un complesso vulcanico sottomarino, forse alcuni milioni di anni fa.
Tra il VI ed il VII secolo d.C. gruppi di abitanti delle coste della Sicilia, forse minacciati da saccheggi o spinti dalla crisi, decisero di trasferirsi sui Monti Iblei e ingrandirono antichissime tombe scavate nella roccia sin dall’Età del bronzo, per trasformarle in villaggi rupestri con abitazioni e chiesette: i villaggi bizantini. Uno di questi luoghi è Pantalica, frammento dell’Altopiano Ibleo, isolato da profonde forre che, per il suo aspetto facilmente difendibile, è stato sempre scelto come rifugio.
Sin dal XIII secolo a.C. si stabilirono qui popolazioni indigene all’arrivo di nuovi immigrati italici (Siculi, Ausoni e Morgeti) e qui rimasero isolati anche i Siculi quando i Greci, a partire dal VII secolo a.C., fondarono le colonie in Sicilia e occuparono le aree costiere. Nel 480 a.C. i Siracusani costruirono un acquedotto, tutt’oggi perfettamente funzionante, che capta acqua dal fiume Calcinara e la trasporta fino a Siracusa, mentre nei primi anni del 1900 si decise di far passare per la Valle dell’Anapo la ferrovia a scartamento ridotto che doveva collegare i centri urbani iblei con Siracusa. La ferrovia rimase in funzione circa quarant’anni ed oggi la sua sede, costruita su solidi ponti e gallerie, è la principale via escursionistica per visitare la valle.
Il paesaggio tipico in quest’area della Sicilia è caratterizzato dall’andamento dolce dei rilievi, delle vallate nette che interrompono l’altopiano e dall’estrema varietà di sottotipi: la parte centrale e la zona litoranea. Nella parte centrale boschi interrompono la maglia regolare dei muri a secco tipici di tutta la punta sud-orientale della Sicilia. L’area litoranea invece, più antropizzata, alterna alle colline terrazzate semicoperte da macchia mediterranea l’altopiano a campi chiusi con enormi distese di ulivi e carrubi, vigneti e agrumeti. Durante i secoli l’opera di dissodamento dei mezzadri del luogo ha creato una maglia di muretti a secco di notevole fattura.


Nostro assistente per conto di Naturaliter è stato Domenico (Mimmo) Cuppari, sempre presente, attento e sollecito ad ogni esigenza del gruppo e dei singoli. Le escursioni sono state guidate da Giuseppe Ippolito del CAI di Palermo, geologo e profondo conoscitore di tutti gli aspetti del territorio.
Entrambi si sono integrati ottimamente con il gruppo, diventando ben presto - al di là del “ruolo istituzionale” - più amici che accompagnatori. Memorabile, ad esempio, il benvenuto in Sicilia da parte di Mimmo sotto forma di un gigantesco vassoio di squisiti cannoli… e spassosissimi, all’inizio di ogni giornata, le descrizioni degli itinerari in siciliano da parte di Giuseppe, degne del miglior Camilleri!
Una nota di merito va anche all’autista Massimiliano, efficiente e sempre disponibile per ogni tipo di “fuori programma”.A cavallo fra le province di Siracusa e Ragusa, a caccia di attrattive note e bellezze poco conosciuteSabato 19 settembre 2009
Il volo EasyJet Malpensa-Catania ci impone una levataccia, anzi nemmeno andiamo a dormire: ci riuniamo in una casa di Arenzano dove, fra una spaghettata, chiacchiere, caffè e sonnellini, facciamo venire l’ora dell’appuntamento fissato alle 2,30 con il solito pullman del fedele Paolo.
Si parte dallo scalo milanese alle 7,20 dimodoché, arrivando a CATANIA alle 9,15, potremo sfruttare appieno la prima giornata; lo stesso sarà per l’ultima, visto che decolleremo dalla città etnea alle 20. Quindi, sfruttamento ottimale degli otto giorni programmati.
Subito fuori dall’aeroporto siamo accolti da Mimmo e Giuseppe e, saliti sul pullman riservato, dirigiamo verso il Mercato per una sosta di un’ora: l’acquisto di provviste per lo spuntino di mezzogiorno è gradita occasione per immergerci nella quotidianità di botteghe e bancarelle, in un trionfo di suoni, profumi, sapori, colori (clicca QUI per il relativo video). Come sempre capita in ogni viaggio nel sud Italia, riscontriamo prezzi sensibilmente più bassi rispetto al nord su ogni merce, alimentare e no.
Per la nostra prima meta, puntiamo a sud fino a raggiungere in una sessantina di km Siracusa e da lì in breve la RISERVA NATURALE ORIENTATA FIUME CIANE E SALINE DI SIRACUSA. Compiamo dapprima una passeggiata di una quarantina di minuti A/R lungo un sentiero che in certi tratti è fagocitato dalle sterpaglie fino al sito delle saline abbandonate alla foce del Ciane, dal quale si ammira una bella veduta di Ortigia, l’isola collegata alla città con un ponte (la visiteremo l’ultimo giorno). Torniamo poi all’imbarcadero e intraprendiamo l’escursione in barca di circa un’ora: si risale un tratto del fiume, lungo le cui rive si sviluppa una lussureggiante vegetazione di frassini secolari, salici, canneti ed eucalipti, fino a giungere, dopo avere superato un ponte e una chiusa, alla parte più spettacolare, vale a dire una vera e proprio “muraglia” di rigogliosi papiri. Non meraviglia che un ambiente così idilliaco abbia nell’antichità ispirato una leggenda, quella cioè della ninfa Ciane, figlia di un sacerdote di Bacco, che si trovava con Proserpina quando questa fu rapita da Plutone: Ciane, nel tentativo di aiutarla strappandola dalle braccia del dio degli inferi, venne da questi trasformata in fonte. I meno poetici possono invece preferire l’etimologia che fa risalire il nome del fiume al greco “cyanos” (azzurro) con riferimento al colore delle acque.
Sono circa le 15,30 quando sbarchiamo ed è tempo di dirigersi verso l’albergo. Arrivati all’hotel Meeting di Marina di Noto, ci meritiamo un riposino (non dimentichiamo che la notte scorsa molti di noi non hanno toccato letto!) ma c’è il tempo di un giro ricognitivo in paese nell’attesa della cena. A parte una lunga spiaggia sabbiosa dall’acqua pulita e l’unica strada che la costeggia sulla quale si affacciano i ristoranti e le strutture ricettive, non c’è granché da vedere; del resto siamo ormai a fine estate e c’è aria di smobilitazione.
La cena è ottima e abbondante, come lo saranno le tre successive, in un’alternanza di carni e pesce.
Concludiamo la serata raggiungendo il bar gelateria in fondo al lungomare, dove diamo il via alla lunga serie di cassate, granite e gelati che saranno uno dei valori aggiunti a questa indimenticabile settimana in Terra di Sicilia.

Domenica 20 settembre
Giornata di pieno sole. Partenza dall’albergo alle 8 in direzione nord e trasferimento di circa un’ora ad Avola antica, fino al bivio Castello Madonna di Lourdes: qui lasciamo il pullman per innestarci sul sentiero che in circa quattro ore (più le soste) ci immergerà nell’ambiente della CAVA GRANDE DEL CASSIBILE.
Come accennato nella parte introduttiva, localmente il termine “Cava” definisce le profonde forre scavate nel corso delle ere geologiche nell’altopiano calcareo, il cui fondo è percorso da fiumi: nella fattispecie odierna, si tratta del Cassibile, che scorre circa 300 metri sotto la quota dell’altopiano dando luogo a una serie di laghetti dalle acque trasparenti.
Cominciamo a camminare alle 9,15 e bastano una decina di minuti per raggiungere il punto panoramico che propone la prima veduta complessiva dall’alto della Cava: in un’alternanza di roccia e fitta vegetazione di platani, oleandri, salici e rovi, si scorgono qui e là tra le fronde piccole “finestre” sul fiume. A chi ha già compiuto escursioni in ambienti simili, risulta evidente l’analogia geologica con siti quali il Finalese in Liguria e le Gole del Verdon in Provenza.
Si scende a tornanti lungo il sentiero ben tracciato e in qualche tratto transennato, fra rocce di forma curiosa, cavità naturali, muretti a secco e gradinature, fino ad arrivare (1h 20’ dalla partenza) al primo gruppo di laghetti: lo scenario è idilliaco e indugiamo più di un’ora fra tuffi e nuotate in un’acqua che, benché freddina, è irrinunciabile.
L’escursione prosegue lungo una cengia naturale che offre una bella veduta dall’alto dei laghetti, dopodiché la valle va allargandosi in una successione di saliscendi sul suo fianco destro orografico: in basso sulla nostra sinistra è sempre presente il Cassibile intervallato da cascatelle e pozze d’acqua, mentre sul versante opposto si distingue, scavato in posizione incredibile sulla parete a strapiombo, l’insediamento rupestre della Grotta dei Briganti, chiamata anche della Conceria per la presenza di un ambiente adibito alla concia delle pelli.
Dopo avere aggirato una spalla rocciosa, il sentiero si biforca: a destra si sale alla carrozzabile, ma sarebbe un peccato non scendere sulla sinistra e raggiungere in un quarto d’ora il punto più spettacolare dell’escursione, vale a dire i laghetti di Avola, tre specchi d’acqua cristallina adagiati teatralmente lungo un pendio di rocce stratificate.
Inutile dire che anche qui i tuffi, i bagni e le foto si sprecano!
C’è anche un certo affollamento, visto che è domenica e che il luogo è accessibile con un itinerario più breve e agevole del nostro: dal parcheggio situato a una quota di 300 metri superiore, si può infatti scendere qui in 30 minuti, anche se poi la risalita ne richiede quasi il doppio.
E’ la via che, giocoforza, dobbiamo seguire anche noi per raggiungere la carrozzabile dove ci attende il pullman. Per fortuna sul piazzale sorge un posto di ristoro dove, ammirando l’ultima veduta della Cava dall’alto, possiamo rinfrescarci con una buona granita.
(Clicca QUI per il video dell’escursione).
Sono circa le 16 e abbiamo il tempo per la visita di AVOLA, che raggiungiamo in una ventina di minuti di pullman. In buona parte distrutta, come molte località del comprensorio siracusano, dal rovinoso terremoto del 1693, la cittadina fu ricostruita su un impianto urbanistico di strade a reticolato all'interno di una pianta esagonale. Cuore di tale struttura è la Piazza Umberto I, un ampio spazio quadrato molto scenografico, sulla quale affacciano diversi edifici fra cui la baroccheggiante Chiesa Madre dedicata a San Nicola di Bari: la sua facciata, caratterizzata da un portale in bronzo decorato con pannelli a sbalzo rappresentanti i Sette Sacramenti, è detta "a torre" per via della sovrapposizione di tre ordini architettonici.
Adempiuto ai doveri del bravo viaggiatore con le principali eminenze del centro storico, fra cui l’elegante Palazzo di Città sul cui fronte spiccano due lapidi - in verità un po’ retoriche - dedicate a Garibaldi e a Mazzini, possiamo ora tornare in piazza e indulgere ai piaceri della gola: lo facciamo ai tavolini all’aperto della storica Pasticceria Gelateria Finocchiaro, dove possiamo compenetrarci, fra granite, cassate e cannoli, nella pigra quotidianità di un pomeriggio domenicale siciliano.
Rientriamo infine in albergo, dove ci attende la consueta serata conviviale.

Lunedì 21 settembre
Fatta colazione e ritirati i pranzi al sacco, oggi puntiamo verso sud, con meta la RISERVA REGIONALE ORIENTATA DI VENDÌCARI, che dista dal nostro albergo meno di mezz’ora di pullman.
Ma c’è prima il tempo per la visita della poco distante VILLA ROMANA DEL TELLARO, sito archeologico del IV secolo d.C. scoperto nel 1971 sotto le rovine di una masseria e aperto al pubblico nel 2003: si percorre un sistema di passerelle sotto il quale si ammira la pavimentazione di tre stanze fatta di mosaici con scene mitologiche, di caccia e di danze splendidamente conservati grazie al fatto di essere rimasti sotto terra per 1700 anni.
In breve raggiungiamo la Riserva di Vendìcari, che si estende per 1512 ettari ed è situata in una stretta fascia costiera acquitrinosa, gradita da diverse specie di uccelli migratori provenienti dall’Africa e diretti nelle varie regioni europee. L’area è caratterizzata da biotopi differenti: costa rocciosa, costa sabbiosa, macchia mediterranea, pantani (salmastri e d'acqua dolce), saline (un tempo di importanza economica per l’industria conserviera praticata nella tonnara) e garighe (sistemi arbustivi che crescono fra le dune di sabbia).
Imboccato l’ingresso principale e il sentiero interpretativo, si incontrano diversi capanni per l’osservazione dell’avifauna (in questa stagione limitata a qualche anatide e gruppi di aironi cinerini e fenicotteri rosa) del Pantano Grande. Raggiungiamo la spiaggia, dalla quale si ha verso sinistra una suggestiva veduta verso la cinquecentesca Torre Sveva e la tonnara, un complesso abbandonato ma ancora in buone condizioni: attiva fra il Settecento e il 1943, vi sono ancora ben individuabili la ciminiera, gli stabilimenti, le case dei pescatori e le vasche per la preparazione del garum, una salsa ottenuta facendo macerare nell'acqua marina le viscere e gli scarti di lavorazione del pesce, molto in uso nell’antichità per insaporire le vivande.
Dirigiamo alla nostra destra (sud) lungo il sentiero fra le dune fino a raggiungere un lungo spiaggione che si estende fra il mare aperto e il quasi prosciugato Pantano Roveto: non rinunciamo a una sosta balneare in un’acqua simil-caraibica, tiepida quanto ieri era simil-polare quella del Cassibile!
Un ultimo tratto di sentiero porta alla zona più interessante della Riserva sotto l’aspetto storico-archeologico, vale a dire l’area degli insediamenti bizantini: l’edificio più evidente è la Trigona, l’unica rimasta in piedi (per quanto degradata) delle originarie quattro chiese a pianta basilicale, secondo gli studiosi risalente al basso impero e poi riadattata a luogo di culto cristiano. All’intorno si notano tratti di mura in rovina, resti di abitazioni e due sistemi di catacombe sotterranee nelle quali - facendo attenzione al soffitto basso - ci si può tuttora inoltrare. Questo sito è affascinante anche perché, favorito dalla posizione dominante, offre una bella veduta verso il basso sul paesaggio dei pantani, impreziosito dai riflessi multicolori delle acque.
Lasciata Vendìcari, non più di una mezzora ci separa da NOTO, uno dei fiori all’occhiello di questa vacanza. Con l’occasione, è d’obbligo sottolineare l’operato di Naturaliter, che con l’ottimizzazione dei tempi e dei trasferimenti, ha sapientemente alternato in ciascuna giornata escursionismo e visita di centri storici.
Noto è a buon diritto considerata la capitale del Barocco siciliano, ricostruita dopo la quasi totale distruzione del terremoto del 1693. Non mi improvviso guida turistica, lasciando la descrizione del grande patrimonio architettonico della città all’immensa letteratura cartacea e informatica e limitandomi a poche righe e qualche impressione.
Direttrice obbligata dell’itinerario essenziale di visita è il pedonale Corso Vittorio Emanuele, al quale si accede attraverso l’arco della Porta Reale e che vede una successione di tre piazze con relative chiese. Il più scenografico di questo tre spazi è quello centrale, vale a dire la Piazza Municipio, sulla quale si fronteggiano l’elegante Palazzo Ducezio (sede comunale) e la Cattedrale - ben restaurata dopo il crollo della cupola nel 1996 - situata teatralmente alla sommità di un’ampia scalinata.
E’ raccomandato anche un itinerario “a naso in su” lungo le strade e stradine che si intersecano a saliscendi per ammirare l’infinità di particolari architettonici spesso curiosi: spicca la Via Nicolaci, trasversale in salita subito dopo la Cattedrale, sulla quale si affacciano palazzi nobiliari dai poggioli in ferro battuto che poggiano su mensole ridondanti a forma di sirene, putti, cavalli, leoni, animali favolosi, motivi floreali e creature grottesche.
Perfino inutile dirlo, anche a Noto non mancano le pasticcerie-gelaterie, alle cui lusinghe non opponiamo la minima resistenza!

Martedì 22 settembre
Colazione in albergo e partenza in pullman. Oggi niente pranzo al sacco e Mimmo fa il misterioso affermando che in qualche modo si provvederà: non ci preoccupiamo di dover saltare pasto e confidiamo in un “coup de théatre” che come vedremo ci sarà. E molto gradevole!
Puntiamo in direzione nord per un trasferimento di circa un’ora fino al punto d’inizio dell’escursione, che corrisponde all’edificio dell’ex stazione di Sortino sulla dismessa linea ferroviaria Siracusa - Ragusa - Vizzini. Cominciamo a camminare proprio lungo questo tracciato, oggi un’agevole sterrata che si inoltra tortuosamente (compresi un tratto in galleria e alcuni ponti) lungo l’incassata VALLE DELL’ÀNAPO, ora alti sul fiume, ora al livello delle acque. Viene da pensare a quanto spettacolare dovesse essere un viaggio in treno nel cuore di un tale ambiente e non si può non rimpiangerne l’abbandono: purtroppo la nefasta miope politica italiana degli anni ’50 e ‘60 favorevole al trasporto su gomma decretò la condanna a morte di numerose linee ferroviarie locali - sbrigativamente definite “rami secchi” - di alto valore paesaggistico che in buona parte d’Europa sono invece valorizzate come risorsa turistica.
Il percorso è sempre scenografico, fra falesie calcaree verticali e rigogliosa vegetazione tra le quale di tanto in tanto si aprono improvvisi laghetti dalle acque trasparenti che invitano alla sosta.
Ripresa quota al di sopra del fiume, si cominciano a scorgere - talvolta in posizione incredibile - le prime cavità del sito di PANTALICA di cui le pareti rocciose sono disseminate, per un numero valutato in non meno di 5000.
Una breve caratterizzazione dell’area: gli studiosi fanno coincidere Pantalica con l'antica Hybla, insediamento abitato fin dall'età del bronzo. Nel XIII sec. a.C. i Sicani decisero di spostarsi, per ragioni difensive contro la minaccia di nuove popolazioni in arrivo dalla Grecia e dall’oriente, dalla costa verso l’entroterra e la valle stretta e tortuosa intorno al fiume Anapo e al suo immissario Calcinara risultò ideale grazie alla difficoltà di accesso ad eventuali invasori e alla ricchezza di acqua. Della città rimangono oggi pochissime tracce, con la straordinaria eccezione delle numerose tombe che vi furono scavate. Pantalica ebbe una prima riscoperta verso il 700-800 d.C.da parte dei bizantini, che sfuttarono le cavità per impiantare piccoli villaggi rupestri, e una successiva frequentazione in periodo arabo normanno. Seguirono ulteriori secoli di abbandono, fino alla definitiva riscoperta all'inizio del '900 ad opera dell’archeologo Paolo Orsi, probabilmente il più profondo studioso della regione al quale Siracusa ha intitolato il suo bel museo.
L’odierno itinerario penetra, consentendo di “toccarne con mano” le peculiarità, nel cuore dell’area che consta di cinque necropoli, utilizzate in periodi successivi. Se ne può notare l’evoluzione, dalle più antiche a pianta ellittica a quelle più recenti (circa VIII-VII secolo a.C.) a pianta rettangolare, non di rado fatte di più vani collegati. Si ritiene che in queste grotte i morti fossero sepolti a singoli nuclei familiari anziché come di consueto a gruppi allargati. In alcune, alte diversi metri, si può entrare agevolmente, in altre con un po’ di impegno per le dimensione anguste e per la folta vegetazione che fa da barriera, mentre talune sono in posizione talmente ardita da risultare inaccessibili senza dotazioni da arrampicata.
Non mancano luoghi di culto del periodo bizantino, quali gli oratori di San Nicolicchio e San Micidiario (alzi la mano chi li ha già sentiti nominare!), in realtà cappellette di pochi metri quadrati scavate nella roccia sui cui muri interni si distinguono, non senza sforzo, tracce di affreschi di gusto popolare.
Un ultimo strappo in salita lungo un sentiero a tornanti porta all'Anaktoron o Palazzo del Principe, il punto più elevato del sito di Pantalica con 415 metri. Il termine Palazzo non inganni: si tratta dei resti di un edificio costruito con tecnica megalitica di cui rimangono solo i blocchi di fondazione di una cinta muraria, sufficienti peraltro a distinguere i vari vani comunicanti in cui era suddiviso il complesso. Secondo teorie formulate dopo il recente reperimento di ulteriori ruderi all’intorno, il “Palazzo” potrebbe essere parte di un’acropoli fortificata.
Lasciato l’Anaktoron, tocca percorrere un tratto monotono nel quale non sempre sono evidenti i passaggi nel folto di cespugli di finocchio selvatico ad altezza d’uomo, disagio accresciuto da un po’ di apprensione per la nuvolaglia minacciosa addensatasi progressivamente sopra di noi. Si mette a piovere proprio sul punto del rendez-vous con Mimmo (e con la sorpresa mangereccia!), uno slargo per fortuna circondato da alberi che fanno da parziale riparo; ci consoliamo (tanto abbiamo anche gli ombrelli) facendo man bassa delle splendide torte di patate e verdure ancora calde portate con un furgone da un fornaio pasticciere di Sortino amico di Mimmo.
(Clicca QUI per il video dell’escursione).
Non rimane che un’ultima passeggiata, prima su sterrato e poi sulla carrozzabile, per raggiungere Sortino e il pullman che ci aspetta. Nel frattempo è spiovuto, ma il meteo promette niente di buono e purtroppo manterrà: il tempo perturbato imporrà infatti la rimodulazione delle attività nei prossimi giorni. Ma intanto ci consoliamo, giusto per non perdere colpi, con una sosta rilassante alla pasticceria dell’amico di Mimmo per un buon gelato e l’acquisto di squisiti dolciumi tipici.
E’ l’ultima sera nell’Hotel di Marina di Noto e ideale giro di boa di un soggiorno di cui serberemo un buonissimo ricordo. Dopo la consueta ottima cena, il titolare dell’albergo ci rivolge un breve discorso di ringraziamento e omaggia di un bouquet floreale tutte le signore: un gesto da vero gentiluomo siciliano d’altri tempi, una delle tante piccole attenzioni alle quali siamo stati fatti segno in questa settimana e ci fanno sempre più amare questa Terra meravigliosa.

Mercoledì 23 settembre
Al mattino piove alla grande e come ciliegina sulla torta si presenta anche un problema tecnico: una telefonata di Massimiliano comunica che il pullman ha avuto un guasto meccanico e che la partenza da Marina di Noto per il trasferimento a Chiaramonte Gulfi, nostra base per le ultime tre giornate, subirà un ritardo non indifferente.
Però cogliamo il lato positivo nel fatto che si era comunque deciso, visto il meteo avverso, un ridimensionamento del programma odierno: taglieremo cioè la prevista escursione a piedi di 8km alla Cava Sughero e al Castello di Donnafugata nell’ambiente rurale dell'altipiano ibleo ragusano e ci recheremo al Castello dopo la visita mattutina di Còmiso.
Fra l’attesa del pullman riparato e il tempo di percorrere i 70 km che ci dividono da CÒMISO, arriviamo a questo piacevole centro storico della provincia di Ragusa poco prima di mezzogiorno. Si aggiunga il fatto che la giornata continua ad essere piovigginosa, per cui la nostra visita è per forza di cose limitata all’area incentrata su Piazza delle Erbe, bello spazio urbanistico sul quale si fronteggiano l’elegante Chiesa Madre Santa Maria delle Stelle e il mercato coperto, eretto nel 1871 in stile neoclassico: il complesso ospita il Museo Civico Kasmeneo con una raccolta di cetacei e di tartarughe marine e la Biblioteca di Gesualdo Bufalino (1920-1996), donata dallo scrittore al suo paese natale. E’ su quest’ultima che si soffermiamo, con la guida appassionata di uno dei custodi. Bufalino fu uomo di cultura immensa, che spaziava dalla letteratura all’arte, dal cinema alla musica (in particolare jazz): dopo avere gravitato tutta la vita nell’ambiente letterario, con recensioni di libri, collaborazioni con riviste, insegnamento, traduzioni da testi francesi, si rivelò nel 1981, quindi ormai sessantunenne, con il romanzo “Diceria dell’untore”, opera prima che vinse subito il Premio Campiello dando luogo a un caso letterario di portata internazionale.
Nell’attuale allestimento del locale, le scaffalature sono colme dei libri della sua vasta biblioteca personale, mentre diversi tavoli espongono sotto vetrinette tutte le edizioni delle sue opere, sia italiane che in numerose lingue straniere.
Ultimata la visita, approfittiamo del porticato coperto che contorna il cortile del palazzo per consumare il pranzo al sacco al riparo dalla pioggia.
Lasciamo Còmiso ormai a metà pomeriggio e, mentre si fa largo una schiarita, puntiamo in direzione sud-ovest fino a raggiungere dopo una quindicina di km. il CASTELLO DI DONNAFUGATA.
Diciamo subito che non c’entrano storie di donne in fuga ma che probabilmente il nome è la libera trascrizione del termine arabo Ayn as Jafat (fonte della salute), deformato nella pronuncia siciliana in Ronnafuata, fino all’attuale Donnafugata. E’ anche impropria la definizione di castello, in quanto si tratta piuttosto di una sontuosa dimora baronale di fine Ottocento realizzata in un miscuglio di stili in cui non mancano realizzazioni fantasiose e particolari bizzarri.
L’edificio conta oltre 120 stanze distribuite su tre piani, ciascun arredata con mobili originali dell'epoca di gusto diverso e con differenti destinazioni d’uso: ricordiamo ad esempio la stanza della musica, la grande sala degli stemmi delle famiglie nobili siciliane, il salone degli specchi, la pinacoteca con quadri neoclassici. Una ventina di esse sono oggi aperte alla visita e spostandosi da una all’altra non si può non andare con il pensiero ai tempi e alle atmosfere mirabilmente descritti nel “Gattopardo”.
Intorno al castello si estende un parco di 8 ettari con oltre 1500 specie vegetali nel quale, secondo il gusto del “giardino romantico” ottocentesco, si incontrano diversi luoghi di svago per gli ospiti, come il tempietto circolare, la Coffee House, alcune grotte artificiali con finte stalattiti e cascatelle, il singolare labirinto edificato con muri in pietra alti un paio di metri nel quale anche noi non rinunciamo al piacere di “perderci”.
Ultimata anche questa visita, non rimane che ripercorrere a ritroso i 15 km fino a Còmiso e gli altrettanti che ci dividono da CHIARAMONTE GULFI. La cittadina, ubicata su un pendio collinare a quota 668, ha un tessuto urbano molto fitto che nelle sue stradine a reticolato offre alcuni scorci caratteristici, ma soprattutto si può ammirare dal belvedere dei giardini di Villa Umberto all’ingresso dell’abitato un vastissimo panorama che si estende fino al mare comprendendo Gela, Caltagirone, l’Etna e numerosi paesi del fondovalle: non a caso Chiaramonte vanta l’appellativo di “Balcone di Sicilia”.
L’albergo Antica Stazione che ci ospiterà è situato sul passo ai piedi del punto più alto dell’altopiano, il monte Arcibessi di 906 metri. Lo raggiungiamo con 3 km di strada tortuosa fendendo un fitto nebbione che ci fa scorgere il complesso solo quando siamo a pochi metri dal cancello d’ingresso.
L’hotel è molto confortevole e la cucina non tradisce la fama che accompagna il ristorante. Degno completamento della serata, le squisite torte che Mimmo ha commissionato per festeggiare il compleanno del sottoscritto e dell’amica Alba.
Pensavate che oggi potessimo saltare le consuete gioie per la gola?

Giovedì 24 settembre
Visto che il meteo non ne vuole sapere di mettere giudizio, concordiamo di invertire il programma odierno con quello di domani, che prevede due ore di cammino in meno e una prevalenza di visite turistiche.
La parte iniziale della giornata prevede un trekking di tre ore nella valle del torrente TELLESIMO, uno dei luoghi più nascosti - e per questo incontaminato - della provincia di Ragusa. Il fiume scorre sul fondo di una cava lunga, stretta e tortuosa sulle cui pareti a strapiombo sono scavate parecchie grotte rupestri, per confluire nel Tellaro dopo circa 15 km. in territorio di Siracusa.
Lasciato il pullman, si scende lungo un sentiero nel bosco che porta in breve a uno slargo sormontato dall’ampia cupola di una grotta. A poca distanza si imbocca il sentiero, sempre in fitto sottobosco, che costeggia il Tellesimo. La nostra escursione prevede solo la prima metà (che prende il nome di Cava dei Servi) dell’itinerario integrale, dato che gli ultimi 7 km. sono di accesso problematico: nessuna traccia di sentiero, obbligo di guadi, necessità in certi punti di stivali e dove l’acqua è più alta materassini o canotti.
Purtroppo ben presto comincia a piovere e, anche se gli alberi fanno da parziale protezione, il percorso si fa disagevole fra intrichi di rovi e massi che diventano viscidi. Cosicché, ad evitare scivolate e inopinati bagni che sarebbero molto meno graditi di quelli nel Cassibile, preferiamo dopo un paio d’ore intraprendere una “via di fuga” individuata da Giuseppe che riporta al punto di partenza.
Smesse le mantelle e i capi bagnati, dirigiamo con il pullman verso i non lontani centri storici per la parte turistica della giornata. Come già per Noto, non scenderò nei dettagli di tutte le eminenze di Modica e di Ragusa Ibla: vista la forzata superficialità della visita, dovrei scopiazzare nozioni da siti internet, ai quali preferisco indirizzare il lettore riportando qualche link nell’apposita sezione, limitandomi a una sommaria descrizione di quanto riscontrato “de visu”.
MODICA è divisa in due aree originali che si fronteggiano sugli opposti versanti della valle: Modica Alta, le cui costruzioni si abbarbicano sul pendio montuoso, e Modica Bassa sul fondovalle, un tempo percorso da due fiumi poi ricoperti a causa delle numerosi alluvioni.
Ciò che, al pari di Noto, rende la città affascinante è soprattutto l’impronta barocca di cui tutto l’impianto urbanistico è pervaso; ma al di là dell’aspetto monumentale, è appagante il piacere di girare senza meta fra caratteristici vicoletti, sottopassi, stradine a saliscendi in cui si alternano vecchie botteghe, abitazioni popolari e ricchi palazzi.
Anche volendo limitarsi all’essenziale, è imperdibile il Duomo di San Giorgio: di antica origine e ricostruito nelle forme attuali dopo il già citato terremoto del 1693, è reso scenografico dall’ampia scalinata di 250 gradini che porta alla fastosa facciata. Dal sagrato si gode di una splendida vista su Modica Alta, le cui case addossate l’una all’altra fanno pensare a un presepio.
L’ampio Corso Umberto, purtroppo alquanto congestionato in quanto direttrice obbligata del traffico, è la sede del passeggio sulla quale si affacciano la maggior parte delle rivendite del cioccolato per cui Modica va giustamente famosa: lavorato con le tecniche degli Atzechi, è inconfondibile per la sua consistenza granulosa e la varietà dei gusti: cannella, caffè, arancia, anice, peperoncino, ecc.
Inutile dirlo, ne facciamo tutti abbondante provvista!
RAGUSA, insieme con tutte le località tardobarocche del Val di Noto, fa parte dal 2002 del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Coinvolta anch’essa dal devastante terremoto del 1693, dalla ricostruzione sono risultati due nuclei, vale a dire Ragusa superiore, situata sull'altopiano, e Ragusa Ibla edificata sulle rovine della città antica ricalcando l'antico impianto medioevale. Come si può notare dal parcheggio nella parte bassa, l’abitato digrada lungo il pendio con andamentro teatrale offrendo un suggestivo colpo d’occhio.
Oltre a una passeggiata nel centro storico, una buona opzione per chi, come noi, non abbia molto tempo per gli approfondimenti, può essere il trenino elettrico che, con un percorso circolare di una quarantina di minuti, tocca alcune tra le principali eminenze di Ragusa Ibla. Con partenza e arrivo in Piazza Duomo, si vedono la splendida Basilica di San Giorgio, la Villa Comunale con le sue tre chiese, il portale gotico-catalano unica parte rimasta della duecentesca San Giorgio Vecchio, numerosi palazzi nobiliari e alcune curiosità come le decoratissime mensole dei poggioli analoghe a quelle di Noto e il “Circolo di Conversazione”, luogo di ritrovo dell’aristocrazia ottocentesca.

Venerdì 25 settembre
Altra giornata dal meteo incerto, con sporadici spruzzi di pioggia che comunque non infastidiscono più di tanto.
Ci portiamo nel comprensorio di Palazzolo Acreide per intraprendere l’odierna escursione a piedi di circa quattro ore. Dopo un breve tratto di mulattiera lungo il quale incontriamo un grosso abbeveratoio in pietra, penetriamo nell’incantevole BOSCO DI BAULÌ, una parte di una millenaria foresta di lecci fortunatamente sopravvissuta ai ripetuti incendi dolosi tesi a ricavare terreni coltivabili; il bosco sovrasta l’omonima Cava, il cui accesso è però meno agevole rispetto a quelle percorse nei giorni scorsi per la vegetazione molto compatta che la sommerge.
Numerose testimonianze di occupazione umana fanno pensare alla presenza araba in epoca medioevale: non a caso il nome deriva dall'unione dei due termini arabi "Bu-Alì" o "Abu-Alì", tradotto in "Figlio di Alì", così come dall’arabo dar=casa proviene la parola “Ddieri” che definisce le abitazioni rupestri scavate all’interno della Cava.
Contornato in parte l’orlo superiore della Cava, il paesaggio va gradualmente facendosi più aperto e procediamo lungamente sull’altopiano, la cui caratteristica saliente consiste in un reticolato di secolari muretti a secco a delimitazione delle proprietà che di tanto in tanto ci troviamo a dover scavalcare. Camminiamo fino al punto in cui l’altopiano ha termine in un sorta di sperone roccioso che si protende alto sulla piana, della quale ammiriamo un esteso panorama. Scendiamo senza percorso obbligato lungo un pendio che richiede un minimo di attenzione fino raggiungere “La trota”, un ristorante ricavato da una grotta naturale prospiciente un prato con laghetto-vivaio in cui è stato fissato l’appuntamento con il pullman del fedele Massimiliano.
Dirigiamo ora su Palazzolo Acreide, che dista da qui sette chilometri. Alla periferia sud-ovest dell’abitato è ubicato il sito dell’antica AKRAI, ultima meta ufficiale della nostra settimana siciliana.
Varcata la biglietteria del Parco Archeologico, si raggiunge il Teatro Greco, costruito in pietra bianca verso il II sec. a.C., di cui si è in buona parte conservata la pavimentazione d'epoca romana. Un cunicolo mette in comunicazione il teatro con il Bouleuterion, luogo di riunione per le assemblee del senato. Aggirato il Teatro si perviene alle latomie, usate in origine come cave di pietra per la costruzione di Akrai, poi riconvertite dai cristiani in catacombe e abitazioni. Poco prima dell’imbocco della latomia denominata Intagliatella, si distingue, per quanto consunto dai secoli, un bassorilievo raffigurante un eroe che compie un sacrificio (a sinistra) e che partecipa a un banchetto (sulla destra).
In una piccola valletta a circa un chilometro dal Parco Archeologico, dodici sculture rupestri del III sec. a.C. testimoniano l’antico culto per la dea Cibele o Magna Mater, raffigurata fra due leoni o circondata da personaggi di dimensioni minori. Scoperti a inizio Ottocento - così come Akrai - dal barone Gabriele Judica, appassionato di archeologia, sono popolarmente chiamati “Santoni”: protetti ciascuno da cappellette il legno chiuse con un chiavistello, non hanno potuto sottrarsi a secoli di vandalismi, dimodoché solo due risultano sufficientemente decifrabili.
Rientro in albergo e ultima cena, come sempre ottima, cui segue la notizia dell’ultimo graditissimo “fuori programma”: visto che domani il nostro volo Catania-Malpensa partirà alle 20, Naturaliter per tramite di Mimmo ci metterà a disposizione per l’intera giornata il pullman e l’accompagnamento di Giuseppe per la visita di Siracusa e di Catania, non previste nel programma.
Non ci sono più parole per esprimere l’apprezzamento per quei “carissimi ragazzi”! ;-)

Sabato 26 settembre
Siamo alla fine di una settimana indimenticabile. Dopo tre giorni di tempo perturbato, oggi splende un magnifico sole: sembra incredibile, il giorno della partenza è sempre così!
Inutile che stia a spiegare Siracusa e Catania, città sempre piacevoli di cui esistono milioni di pagine web e di cui ho già trattato in un precedente resoconto (clicca QUI per leggerlo).
La giornata passa fra visite, shopping, chiacchiere; fra queste, le ipotesi per la settimana di fine settembre 2010 che sicuramente ci rivedrà da queste parti: Madonie/Nebrodi o Isole Eolie? Come cantava il grande Lucio; “lo scopriremo solo vivendo…”.
A presto rivederci, Sicilia!* A MARINA DI NOTO: quattro pernottamenti all’Hotel Meeting, una struttura funzionale prospiciente la spiaggia. Cene abbondanti a menù fisso (ma con disponibilità per varianti individuali su preavviso), intrattenimento serale “soft” a cura di Giovanni, ottimo cantante e tastierista dal repertorio vastissimo che diventerà una piacevole costante dei dopo cena.
* A CHIARAMONTE GULFI: tre pernottamenti all’Antica Stazione, Contrada Santissimo. Ricavato dalla riconversione della dismessa stazione sulla linea a scartamento ridotto Ragusa - Vizzini - Siracusa attiva dal 1922 al 1949, sorge a tre km. sopra il paese a quota 860. Nacque come ristorante di alto livello per ampliarsi successivamente a confortevole albergo.

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