Le Odle, le “Dolomiti più Dolomiti”

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Le Odle, le “Dolomiti più Dolomiti”

Grandi imprese alpinistiche ma anche paesaggi idilliaciIn uno dei tanti libri di montagna, non ricordo quale, ammassati nella mia ormai… ingovernabile biblioteca, lessi anni fa una stringata caratterizzazione con la quale l’autore (non ricordo neanche quello…) definiva le Odle come le “Dolomiti più Dolomiti”. In effetti, osservando la più classica inquadratura della catena da Santa Maddalena in Val di Funes, viene da pensare che quell’affermazione non sia così stramba come può sembrare. Se poi ci aggiungiamo la luce bassa del tramonto che tinge le cime di tutte lo tonalità di rosso, si finisce per condividerla in pieno: in pochi settori dell’arco alpino si può infatti ammirare, in un gruppo montuoso piuttosto circoscritto, una pari varietà di forme, con torrioni, pareti verticali, campanili, obelischi, guglie, pinnacoli che presentano profili sempre nuovi a chi percorre i sentieri alla loro base. Per l’appunto, un vero e proprio “manifesto” per spiegare, senza usare le parole, com’è fatto un paesaggio dolomitico.
Sotto l’aspetto alpinistico, le Odle hanno come quota più alta e rappresentativa la Furchetta, che curiosamente ha la stessa quota, m. 3025, del dirimpettaio Sass Rigais. La salita della sua parete nord, 800 metri assolutamente verticali dal ghiaione di base alla cima, rappresentò per decenni uno dei più insolubili enigmi dell’alpinismo dolomitico, fino alla conquista nel 1925 da parte dei tedeschi Wiesser e Solleder; nonostante l’evoluzione delle tecniche e dei materiali, a tutt’oggi è rimasta uno dei più impegnativi banchi di prova per gli arrampicatori.
Il Sass Rigais, benché non meno imponente, risulta più accessibile, tanto più che l’ascesa è “addomesticata” da due vie ferrate che, nonostante richiedano un certo impegno e la dovuta attenzione, pongono la sua cima alla portata di ogni buon escursionista: il premio dello straordinario panorama che si gode dalla cima ripaga abbondantemente del piccolo sforzo. Una curiosità sta nel fatto che probabilmente proprio il Sass Rigais fu, se non proprio la primissima, certo una delle prime vette scalate dal grande Reinhold Messner, originario proprio della Val di Funes, intorno all’età di dieci anni.
Quanto sopra per quanto riguarda le cime, prestigiose ma obiettivo di una stretta minoranza e qui un po’ “fuori tema”, visto che questa rubrica non vuole scimmiottare guide e siti specialistici ricchi di trattazioni tecniche; può invece interessare un pubblico più ampio il suggerimento di un paio di escursioni di mezza giornata altamente panoramiche, eventualmente anche alla portata dei bambini, che consentono di scoprire rispettivamente i due versanti, nord e sud, di questo magnifico gruppo. Congiungendo eventualmente i due itinerari per un’escursione di sei-sette ore, magari avvalendosi di un paio di varianti un po’ più “sportive”, si chiude un anello di grande soddisfazione.
Il punto di partenza di una delle più classiche gite della Val Gardena è la Rasciesa (m. 2107), raggiunta in pochi minuti con la seggiovia da Ortisei. Da qui parte un agevole sentiero che taglia un esteso pendio di pascoli disseminato di gruppi di cavalli avelignesi (non avellinesi come talvolta capita di leggere…), caratteristici per la piccola taglia, il manto chiaro e la criniera bionda; giunti dopo circa un’ora e un quarto ai 2117 metri del Passo Brogles, ormai in vista dell’omonimo rifugio, è d’obbligo una sosta per ammirare la veduta del versante settentrionale delle Odle, che da questo punto si allineano in tutto il loro slancio. Non a caso, il termine “odle” significa in dialetto ladino “aghi” e in nessun punto meglio di qui si può condividere l’esattezza della similitudine.
L’area circostante l’accogliente rifugio è sempre affollata, cosa del resto inevitabile per la facilità dell’accesso e lo splendore dello scenario.
L’altra escursione, ancora più semplice in quanto prevalentemente in discesa, si svolge sul versante opposto ed è altrettanto raccomandabile per la dolcezza dei pendii, disseminati di belle baite e rifugetti, e per l’esposizione a sud che garantisce pieno sole nell’arco di tutta la giornata; da non trascurare il “valore aggiunto” della meravigliosa veduta sulla Val Gardena, sull’altopiano della Stevia, sul gruppo del Puez, sul massiccio del Sella e, più in lontananza, verso la Marmolada e le Pale di San Martino.
Grazie alla funivia in partenza da Ortisei, spettacolare per l’unica campata che collega i 1680 metri della stazione intermedia ai 2456 di quella superiore, si raggiunge la panoramicissima sommità della Seceda. Da qui si può percorrere la fitta rete di sentieri cho digradano dall’altopiano tagliando l’area pascoliva dell’Alpe Mastlè, ma anche camminare “a vista” (non esiste il rischio di perdersi) toccando in successione le varie baite: Sophie, Mastlè, Troier, Daniel (quest’ultima raccomandabile per l’ottima cucina), Rif. Fermeda, Malga Cuca. Meta della gita è il Rifugio Col Raiser, ma vale la pena, anziché raggiungerlo direttamente, fare un giro più ampio che impegna non più di mezz’ora e passa dal Rifugio Firenze (m. 2037): da qui si individua verso nord, magari con l’ausilio di un binocolo, il percorso della ferrata che porta sul Sass Rigais, ad est il canalone detritico che scende dalla Forcella dla Piza (Piza sta per pizzo, con riferimento all’aguzzo pinnacolo alla sua sommità) che mette in comunicazione con la Stevia, altopiano suggestivo quanto poco frequentato dai gitanti.
L’escursione ad anello cui ho accennato prevede il proseguimento dalla Malga Brogles lungo il cosiddetto “sentiero delle Odle”, che si sviluppa senza apprezzabili dislivelli alla base di estesi ghiaioni, in un’alternanza di pascoli, macchie di cembri e zone di mughi. Superato il Rifugio Genova (m.2297) e il Passo Poma, il sentiero prende quota inoltrandosi nelle propaggini orientali delle Odle, ricalcando il tracciato dell’Alta Via n. 2 delle Dolomiti: è il tratto più impegnativo, ma la fatica è ripagata da continui cambiamenti di scenario su entrambi i versanti. Davvero di grande soddisfazione è lo scavalcamento della Forcella della Roa, o in alternativa la Forcella Mont de l’Ega (ega=acqua), entrambe piuttosto impervie ma prodighe di visuali inconsuete in un ambiente di roccia e ghiaie particolarmente severo: le dolci praterie della Seceda e di Malga Brogles, anche se geograficamente vicine, sembrano far parte di un altro mondo.
Si perde ora velocemente quota fino a calarsi sui pascoli ondulati dell’Alpe di Cisles, ormai in vista del Rif. Firenze; da qui non rimangono che gli ultimi 15 minuti per raggiungere il Col Raiser e la funivia che porta a Santa Cristina.

Anche l’aspetto geologico del gruppo merita un po’ di attenzione, in particolare nel tratto che va dalla Malga Brogles fino alla Malga San Zenòn, vale a dire quello che corre parallelo al versante nord delle Odle. L’elemento più peculiare è dato dagli interminabili ghiaioni che fanno da basamento alle cime che si susseguono, Piccola e Gran Fermeda, Grande Odla, Sass de Mesdì, Sass Rigais, Furchetta, Odla di Valdussa, Sas da l’Ega, Sasso di San Zenòn, segno evidente della fragilità della roccia: le ghiaie sono appunto l’accumulo dei detriti delle frane susseguitesi nel corso di milioni di anni.
Una riprova sta anche nel fatto che le due principali (e bellissime) “scorciatoie” tra i due versanti, vale a dire i ripidi canaloni della Forcella Pana e della Forcella de Mesdì, sono soggetti a frequenti smottamenti che, unitamente alla neve indurita che può fermarsi anche tutta l’estate in alcune strozzature, possono renderle impraticabili; per lo più si provvede tempestivamente al ripristino, ma si consiglia chi voglia percorrere queste entusiasmanti alternative di informarsi per tempo presso i gestori dei rifugi o le associazioni delle guide.
Un’esemplare “lezione sul campo” di geologia si può ricevere, prestando un poco di attenzione, al passaggio sotto la parete del Sass Rigais: l’imponente mole della montagna, costituita da dolomia dello Sciliar che qui tocca quasi gli 800 metri di altezza, poggia su differenti strati di dolomia di Livinallongo, gesso e arenaria. Pur senza profonde cognizioni di geologia si possono individuare le varie sedimentazioni dal diverso colore della roccia, che va dal rosso carico al bianco fino al giallo-grigio.

Ancora una volta, abbiamo la riprova che ogni escursione su queste montagne non è mai una semplice gita, a patto di soffermarsi a coglierne tutti gli aspetti. Che si tratti della fauna, della flora, delle tradizioni, della storia alpinistica, delle vicende belliche o della conformazione geologica, si ritorna a valle magari un po’ stanchi ma in qualche maniera arricchiti: le Dolomiti non deludono mai!

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