La Sicilia nell'incanto dell'inverno

in viaggio con sangiopanza in Italia

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La Sicilia nell'incanto dell'inverno

Non è la prima volta che vado in Sicilia. Ma la varietà e la ricchezza in senso culturale, artistico, paesaggistico, umano, gastronomico di questa nostra isola-regione è tale per cui, per quante volte vi ci si rechi, non sono mai sufficienti per conoscerne tutti i risvolti. Ed anche rivedere luoghi già visti tempo fa, ha sempre un sapore nuovo.
In modo particolare questa volta, che è la prima in cui la vedo durante la stagione invernale, mentre tutte le altre volte mi ci ero recato d’estate. Ed anche se il clima, per quelle latitudini, è stato, in quella settimana, particolarmente freddo, ciò non ci ha impedito di girare quel tanto che ci eravamo prefissati.
E la Sicilia si presenta in questa stagione con una veste forse inimmaginata. Il verde carico dei giardini di aranci e di limoni, carichi dei frutti che lo chiazzano di arancio o di giallo intenso, si alterna al bianco-rosato dei mandorli in fiore. Le mimose stanno per far esplodere, con i loro grappoli di fiori gialli, le macchie “solari”, in mezzo alle bougainvilllee rosse, rosate o viola, mentre s’affacciano dai giardini le campane dei fiori di ibisco. I pendii scoscesi sono coperti dai fichi d’India, su alcuni dei quali sporgono i frutti carnosi colorati di viola. I prati sono coperti da un tappeto di margheritine bianche e dai bordi delle strade sporgono i ranuncoli gialli. Ma quello che è incredibile e che fa piazza pulita dello stereotipo di una Sicilia arida, sono i pascoli, che spesso s’incontrano, specie in alcune zone. Sembrerà impossibile, ma i prati verdissimi, delimitati da muretti a secco, su dolci pendii, dalla cui cresta sporgono allineate naturalmente scure rocce, sulla più grossa delle quali è magari arroccata una torre od un piccolo castello, mi fanno pensare alle fotografie che ho visto della Scozia o dell’Irlanda.
Forse il modo più corretto per descrivere un viaggio del genere sarebbe quello di farsi portare dalle sensazioni e dalle emozioni. Più coinvolgente, ma molto probabilmente sarebbe forzatamente incompleto. Sarò pertanto più banale, facendo la cronaca giornaliera delle nostre mete, ma senza trascurare di accennare anche agli aspetti più emozionalmente coinvolgenti di questo viaggio.In controtendenza: il fascino dell'isola "fuori stagione"4 Febbraio 2006
Partenza antelucana per me, mia moglie e mia cognata, accompagnati da un amico, per l’aeroporto di Verona, dove, con Meridiana, decolliamo per Catania. I biglietti, acquistati via internet, ci sono costati 142 euro a testa, andata e ritorno. Volo tranquillo, anche se le nuvole sotto di noi non ci consentono di ammirare il panorama. Ma già quando ci abbassiamo per atterrare, lo spettacolo che ci dà l’Etna innevato e fumante, ci riempie gli occhi di qualcosa che non avevo mai osservato prima.
Ritiriamo la vettura prenotata a noleggio presso Hertz, che ci affida una Panda con chilometraggio illimitato, compagna fedele, comoda, affidabile e “risparmiosa” per tutti gli oltre 1200 km percorsi durante la settimana. E vi assicuro che la Fiat non mi ha sponsorizzato questa vacanza.
Arriviamo prima dell’orario previsto per l’accoglienza al residence di Letojanni dove siamo prenotati, per cui non troviamo nessuno. Per fortuna è in evidenza un numero di telefono di emergenza, per cui vengono subito, dicendoci però che ci devono assegnare una sistemazione di ripiego, in quanto il residence è in ristrutturazione. Svantaggio: non godiamo più della vista panoramica che avremmo avuto dalla collina su cui sorge il residence. Vantaggio: l’appartamentino si trova nel centro del paese, a 20 metri dal lungomare.
E’ ora di pranzo, e non dobbiamo cercare molto per un posto dove pranzare. Vicinissimo, sul lungomare, si trova l’unico ristorante aperto in questo periodo, dove ci facciamo servire un piatto di spaghetti alle vongole, discrete, senza essere memorabili, e dove torneremo la sera per una pizza, questa assolutamente da evitare.
Taormina dista solo 5 km, e nel pomeriggio facciamo una passeggiata per questa cittadina, uno dei miti del turismo internazionale, il cui corso principale, oltre ad essere ricco di negozi, anche di lusso, è da percorrere con il naso all’aria per la presenza di case caratteristiche, ma anche guardando ed infilandosi nei vicoli laterali. Ed osservate i balconi, quasi tutti ornati con piante e vasi antropomorfi di ceramica, raffiguranti teste di uomini e donne, che richiamano quelle che dovevano essere le fisionomie saracene. Arriviamo al Teatro Greco, già visto molti anni fa , ma che rivedrei con piacere, se non fosse che in questa stagione la chiusura è alle 16, e noi siamo lì con pochi minuti di ritardo. Poco conta: saremo ancora qui per tutta la settimana. Ma ancora non sappiamo cosa ci aspetta!
Ma si fa presto a passeggiare per il corso a Taormina, pur osservando intorno a noi gli eleganti palazzotti, ed allora la nostra passeggiata si sposta a Giardini, di cui percorriamo una parte del lungomare e della strada principale. Paese che di per sé non presenta grandi attrattive, ma che probabilmente, con la vicina Naxos e la confinante Taormina, durante la stagione balneare è turisticamente molto appetibile.

5 Febbraio 2006
La giornata non si presenta granchè, ma ci avviamo ugualmente a percorrere quell’itinerario che ci eravamo prefissati. O pressapoco. Infatti da Letojanni ci dirigiamo verso nord, e, dopo 3-4 km soltanto, superato Capo Sant’Alessio, dominato sul mare da un castello a picco sul mare, deviando a sinistra, dopo pochi chilometri, ci troviamo a Forza d’Agrò. Posteggiati nella piazzetta all’ingresso del paese, saliamo prima di tutto verso la cosiddetta Chiesa della Triade, a cui si arriva da una breve scalinata che ne fa scorgere la facciata al di là di un arco. Purtroppo una caratteristica di questo viaggio in Sicilia, sarà quella di trovare quasi sempre, con poche eccezioni, le chiese chiuse, e perciò impossibili da visitare. Pur arrivando in orari in cui, in teoria, avrebbero dovuto essere aperte. Da qui, come da altri punti del paese, viste magnifiche sul mare o verso l’Etna, che ammiriamo, nonostante il vento gelido.
Ci inoltriamo poi nel vecchio centro, percorrendo delle stradine in salita. Le antiche case, ai piedi della rocca, sono purtroppo in rovina, ma, nonostante questo, hanno un fascino incredibile e lasciano intuire quello che potrebbe diventare questo paese con un restauro filologicamente ben attuato. E che forse sarà davvero effettuato, visto che all’ingresso di ognuno di questi edifici, dall’acciottolato sporgono i cavi di nuovi impianti elettrici e telefonici. Ce lo conferma anche qualche cartello, dalla data recentissima, di autorizzazione ai lavori di restauro ed il discorso di un macellaio che, nonostante sia domenica, è aperto, il quale ci riferisce che alcuni anni fa un tedesco acquistò una trentina di quei ruderi ad un milione (di lire) l’uno ed ora li sta rivendendo, così come sono, a 30.000 euro. Sempre cadauno. Ah, averlo saputo… ed averli avuti.
Riscendiamo verso il mare con l’intento di risalire verso un altro borgo, subito all’interno. Ma sbaglio strada. Che fortuna!!! Vediamo così una parte di quello che è l’interno dei monti Peloritani, lungo la valle d’Agrò, fuori dalle consuete vie del turismo, tra giardini di aranci e limoni prima, lungo pascoli, incontrando mucche, capre, pecore ed asini che pascolano tranquilli, salendo poi verso boschi di lecci, macchiati di tanto in tanto dai mandorli in fiore. E ad un certo punto ci troviamo ad attraversare un altissimo ponte sul fiume, scoprendo sulla sinistra delle inattese gole (di S.Giorgio) da cui il fiume precipita, prima di acquietarsi nella piana che lo porterà al mare. Proseguendo, tra strade tortuose, passiamo da Casalvecchio Siculo, che forse meriterebbe una sosta, ma la stradina che l’attraversa è talmente angusta, che penso solo a sperare di non incrociare nemmeno un ciclomotore.
E finalmente scorgo dall’alto il paesino che era la mia meta: Savoca. Che va osservata da Casalvecchio, appena se ne esce. La sua disposizione è infatti molto caratteristica: una fila di case, da cui spicca il campanile, adagiate in una sella tra i picchi di due colline, dominati dai ruderi del castello, l’uno, e dall’ultima tappa di un “calvario”, l’altra. E quando ci arriviamo per visitarlo, capiamo meglio la sua strana disposizione: un’unica strada circonda la rocca del castello, in rovina, fiancheggiando alcune chiese ( mi pare ce ne siano 4 per 280 abitanti), per scendere verso una biforcazione dove da un lato si torna verso il punto di partenza e dall’altro, per la strada principale, se così la si può chiamare, si sale verso il “calvario”. Su questa porzione di paese di notevole c’è la chiesa Madre, con portale rinascimentale e, vicino, una casetta medievale, con bifora del ‘400. Certamente non vi perderete in questo borgo minuscolo.
Dopo un veloce pranzo preparato in fretta nell’appartamento, nel pomeriggio decidiamo di andare ad Acireale. La giornata è purtroppo peggiorata e già lungo la strada inizia a piovere, per cui, quando arriviamo alla nostra meta, la pioggia, che si è purtroppo intensificata, non ci concede molta libertà di movimento. Ma ciò nonostante non manchiamo la scenografica Piazza del Duomo, con, appunto, il Duomo, la chiesa dei Ss. Pietro e Paolo ed il Palazzo Comunale, godibilissimi ora che, da poco, è stato vietato il traffico nella piazza, anche se i commercianti vi si sono opposti. All’interno, la più interessante delle due è sicuramente il Duomo, che però abbiamo visto solo dalla soglia, in quanto, essendo domenica, era in corso la Messa.

6 Febbraio 2006
Decidiamo oggi di arrivare fino a Siracusa. Ma la giornata, già non buona in partenza, peggiora decisamente appena superata Catania. Torniamo quindi indietro, decidendo di dedicarci alla visita di questa grande città. Infatti la scelta è assistita dal tempo, in quanto uno squarcio di cielo sereno tra le nuvole a nord ed a sud ci assiste per tutta la giornata. Prima di addentrarci nella città passiamo, per curiosità, lungo il viale che affianca la famosa “Playa”, la spiaggia cittadina, che si estende verso sud. Sembra davvero una bella zona, elegante e ricca di attrattive. Tanto che, con mio grande stupore, noto una grande struttura fissa, denominata “Palaghiaccio”. Incredibile! Forse, ora che siamo in tempo di Olimpiadi invernali, bisogna dire che è il frutto di una medaglia d’oro vinta, mi pare a Lillehammer, da Orazio Fagone, nativo proprio di Catania, nello short track.
Troviamo parcheggio in Piazza dei Martiri, affacciata sul mare, ai margini del centro storico.
Percorriamo via Vittorio Emanuele. Fino ad arrivare alla piazza del Duomo, con il famoso obelisco retto dall’elefante. Anche il Duomo di S.Agata, come tutte le altre chiese, lo troviamo chiuso, e non solo dalla cancellata in ferro battuto, che tipicamente recinge tutte le chiese di Catania, ma anche dal portone che ci impedisce di visitarne l’interno. Percorriamo quindi la famosa via Etnea, che percorre l’altro asse principale della città, fino ad arrivare ai giardini Bellini, che hanno un bell’effetto scenografico, specie all’entrata, con la scalinata sormontata dalla fontana e dal gazebo, e che oggi sono occupati dalla fiera di Sant’Agata, che però qui non è altro che una banale sfilata di bancarelle, con la merce che si trova dappertutto.
Scopriamo, anche se non ci crederete, che a Catania danno la cera ai marciapiedi! Infatti, mentre camminiamo, l’aderenza delle suole delle nostre scarpe non è delle migliori. Ed è proprio cera, ma in verità succede in quanto il giorno prima c’è stata la processione finale della festa di S.Agata, protettrice della città, che chiude le celebrazioni che durano più di un mese, facendo sfilare la statua della Santa per le vie del centro, dopo le processioni dei giorni precedenti che la portano nei quartieri periferici. Ed i fedeli sono tutti armati di candele, che ovviamente sgocciolano per terra, tanto che il giorno dopo i netturbini sono costretti a spargere, invece che il sale, come al nord per il ghiaccio, segatura, onde evitare pericolose scivolate. In realtà la festa si conclude all’alba del lunedì, con la statua che viene portata in via dei Crociferi, una delle strade più suggestive d’Italia, con le numerose chiese barocche che si susseguono nel suo pur breve percorso, ed al cui termine si affacciano le grate del convento delle Carmelitane, che all’arrivo dell’effigie intonano un dolcissimo e struggente canto. Ma pare che quest’anno il maltempo abbia impedito lo svolgersi di quest’ultima parte del rito.
Purtroppo continua a fare freddo, ed il vento gelido non ci consente di godere appieno gli aspetti meno monumentali e più intimi di questa bella città. Pertanto ci riavviamo con la vettura verso Letojanni. Ma, invece di prendere la strada più breve, percorriamo la strada costiera, che ci fa fiancheggiare, ancora in città, il piccolo suggestivo porto di Ognuna, per proseguire verso le “Aci”, Aci Castello, Aci Trezza, con i suoi spettacolari faraglioni di lava nera immersi nel mare subito davanti al lungomare ed al porticciolo di questa bellissima località. E poi passiamo tra coltivazioni di arance e giardini chiazzati dal giallo delle mimose in fiore, attraverso numerosi paesi e paesini, senza grosse monumentalità, ma sicuramente con scorci che meritano di essere visti.

7 Febbraio 2006
Sorpresa! Apro la finestra appena alzato, e vedo scendere qualche fiocco di neve. Dicono che a Letojanni non si ricorda neve a memoria d’uomo. Naturalmente non attacca, ma sulle colline intorno, a non più di 100-150 metri di altezza una spolveratina c’è. Leggo sui giornali il giorno dopo che a Taormina si sono depositati 5 centimetri. Che però a mezzogiorno sono già dissolti. Ma, nonostante questo, riprendiamo il programma previsto, e poi cambiato, ieri, e ci dirigiamo verso Siracusa. E’ strano come nel giro di poco più di 100 km il panorama cambi almeno tre volte: si passa dai giardini di agrumi delle pendici dell’Etna, alla fertile pianura del primo tratto di strada dopo Catania, solcata da qualche antica colata, alle pietrose ondulazioni che si trovano prima di giungere a Siracusa. Senza considerare quello creato dall’uomo nella zona di Augusta, piena di raffinerie, che con le loro torri metalliche lo offendono, senza però negare che anche questo ha il suo perverso fascino.
Arriviamo a Siracusa in una giornata di sole, ma sferzata da un gelido vento di tramontana, che tuttavia contribuisce a tenere pulito il cielo, e ci dicono che anche qui stamane ha nevicato. Ci dirigiamo verso Ortigia, l’isola che rappresenta il centro storico di questa città, ricca di riferimenti storici soprattutto del periodo della dominazione greca. Appena superato il ponte che unisce l’isola alla parte moderna della città, ci fermiamo al parcheggio che affianca il porticciolo turistico, ed entriamo attraverso Porta Marina nel cuore del centro storico. E qui la prima cosa che ci colpisce, e continuerà a farlo per tutta la giornata, è il fermento di lavori di ristrutturazione che ne impediscono il pieno godimento, ma fanno intuire che razza di gioiellino potrà diventare questa località quando saranno tutti completati. Anche se penso che ci vorranno non meno di una decina di anni.
Percorriamo la centrale via Cavour, che, insieme al parallelo Corso Matteotti, percorre l’isola in senso longitudinale, mentre tutto il resto è un intreccio di vicoli e stradine in cui ci si perde volentieri. Arriviamo nella piazza del Duomo, che ci accoglie abbagliante, illuminata com’è da un sole accecante. Bellissima e scenografica piazza, in cui però la facciata del Duomo è attualmente in restauro. Ma per fortuna stavolta l’interno è accessibile, ed è una delle poche occasioni che abbiamo di visitare una chiesa in questo nostro tour siciliano. Impressionante è notare come si sia riusciti ad innestare armonicamente una chiesa cattolica, sulle preesistenti ciclopiche colonne di un tempio dorico greco, ottimamente conservate. Uscendo, finiamo di attraversare la piazza per arrivare alla famosa Fonte Aretusa, sorgente di acqua dolce, che emerge sul lungomare, all’interno di una piccola area recintata, ornata da papiri. Il colpo d’occhio sul porto grande è davvero suggestivo.
Continuando sulla passeggiata, nel primo tratto affiancata da alcuni ristoranti, si arriva nei pressi del Castello Maniace, che però non è visitabile. Si torna verso il centro lungo via Roma , ed a quel punto si è fatta ora di pranzo, per cui ci dirigiamo verso un localino adocchiato all’andata. E’ una piccola trattoria in Corso Cavour che si chiama “ La gazza Ladra” (giustamente: non potete immaginare quante gazze abbiamo visto durante il nostro peregrinare), con una ventina soltanto di coperti. I prezzi sono ragionevoli (primi a 4,50 – 5 euro e secondi a 7-8), ma soprattutto il proprietario fa sentire il calore di un trattamento familiare, disponibilissimo a dare indicazioni ed a fare quattro chiacchiere con voi. Scopriamo che ha sposato una trevigiana, cosa che ci dà una spiegazione del fatto che nel menù figurano radicchio alla trevigiana, polenta e baccalà e tiramisù. Noi ovviamente restiamo sulla cucina siciliana, con spaghetti alla cambusa, con sugo di novellame, pesciolini neonati, ed un piatto di antipasti vari locali. Il tutto innaffiato da un bicchiere di buon Nero d’Avola.
Usciti, percorriamo via Maestranza con numerosi palazzi barocchi, per spuntare sul Belvedere S. Giacomo che consente una splendida vista sul mare verso la città nuova. Proseguiamo e risaliamo verso il centro per via Mirabella, che, all’inizio, presenta il bel palazzo Abela, quattrocentesco. Arriviamo quindi ai ruderi del tempio di Apollo, all’ingresso di Ortigia, concludendo praticamente così il nostro giro.
Manca però l’area archeologica, con il Teatro Greco e le Latomie. E mancherà ancora, perché, essendo inverno, vi arriviamo che si stanno già chiudendo i cancelli. Fortunatamente, anche se ormai molti anni fa, avevo già visto questi imperdibili monumenti.
Uscendo da Siracusa scelgo di percorrere la strada litoranea, che mi consente di passare in mezzo a quelle fabbriche e raffinerie che all’andata avevamo visto dall’alto. Beh, non è che sia un grande spettacolo. Ma il mio intento è recarmi a Brucoli, piccolo centro poco a nord di Augusta, dove ci tengo a rivedere quel fiordo particolare che ne costituisce il porticciolo, e dove avevo trascorso una vacanza molti, moltissimi anni fa. Certamente il paesino non è più solo il villaggio, il Castello e quel pochissimo d’altro che era allora. Sono cresciute numerose le case di vacanza e le cose sono alquanto cambiate. Ma il fiordo, quello no; quello, per fortuna, non può cambiare.

8 Febbraio 2006
Potevamo rinunciare ad andare a vedere da più vicino possibile il gigante? L’Etna, con l’abbondante nevicata di ieri, sembra un enorme cono di panna montata, e mi attira vederlo più da presso. Ci infiliamo nella valle dell’Alcantara, deviando verso destra dalla statale Orientale Sicula all’altezza di Fiumefreddo. Una quindicina di km più avanti, dove le indicazioni ci dicono che siamo alle famose gole, ci fermiamo nel piazzale. Ma delle gole possiamo solo osservarne l’imbocco dall’alto, in quanto il fiume è in piena, ed anche la spiaggetta è coperta dall’acqua.
Proseguiamo, inoltrandoci in una strada secondaria, che sale dolcemente verso la nostra prima meta, Randazzo. Man mano che saliamo, la strada si fa più difficoltosa, in quanto la neve, trattandosi di un percorso poco trafficato, non è stata ripulita né dal passaggio di auto né dai mezzi spazzaneve. Intuiamo in certi punti le distese di lava residuate da antichissime colate, che già hanno un loro fascino e che ci fanno immaginare cosa possa essere più in alto, dove esse hanno avuto meno spazio per distendersi. Il che non potremo gustare, in quanto per la neve le zone più interessanti sono irraggiungibili. Arriviamo a Randazzo, e ci avventuriamo a piedi per le strade della cittadina, correndo grossi rischi, per la presenza di ghiaccio non pulito. Ma direi che ne è valsa la pena, perché alcune cose, come le absidi normanne della chiesa di S. Maria, la via degli Archi che si diparte dalla via principale, o il palazzo Scala, già sede della corte, tra gli altri, di Carlo V, vanno sicuramente viste. Anche se in questa occasione, il cielo grigio sulle costruzioni laviche scure rende il tutto un po’ cupo.
Ora la nostra meta è Linguaglossa. La strada si fa più comoda e scende lentamente. E si apre pure il cielo, per cui l’Etna si mostra in tutta la sua grandiosità. E si fa fatica a distinguere, in cima, dove finisce la candida neve e dove inizia il vapore che esce dal cratere centrale.
Piccolo giro per Linguaglossa che presenta qualche interessante edificio, ma, soprattutto, è un altro degli ormai numerosi paesi dipinti. Infatti i muri di alcune case sono ornati di murales, alcuni sicuramente di un certo interesse.
E’ ora di pranzo. Decidiamo di fidarci del consiglio che ci ha dato un negoziante di Letojanni, per cui prendiamo la strada che porta verso l’Etna e superato il passaggio a livello, percorriamo circa 3 km, finché, sul lato destro di un piazzale, troviamo la nostra meta: Sole e Neve. L’ambientazione, tovaglie, legno, è montanaro ma l’atmosfera è calda ed accogliente. Oltre a noi c’è un solo altro avventore. In altre occasioni non mi fiderei molto di un locale così poco frequentato. Ma siamo a Linguaglossa, in un mercoledì di febbraio, il giorno dopo una grossa nevicata, per cui ci fermiamo. E facciamo un’ottima scelta. I primi, preceduti da bruschettine diverse, con una ciotolina di pistacchi, specialità locale, sono di buona qualità. Ne assaggiamo tre tipi diversi (tagliatelle ai funghi, gemellini al sugo di lepre e maccheroni alla Norma - quest’ultimi da preferire), seguiti, come secondo, da un indimenticabile piatto di antipasti locali. Assolutamente da non perdere, per la freschezza e la varietà di quei sapori che si pensa di aver dimenticato. Come imperdibile è, per chiudere, il semifreddo alla mandorla, che ci viene portato spontaneamente. Innaffiato da un rosso dell’Etna, a 9 euro, il tutto ci costa, in tre, 47 euro. Ben spesi!
Torniamo verso il mare, che, raggiunto da questa parte, è distante solo pochissimi chilometri.
Ma è presto per tornare a casa, per cui decidiamo di salire oltre Taormina ed andare a Castelmola.
Qui devo dire che i ricordi talvolta ingannano. Mi ricordavo qualcosa di più caratteristico, ma, a parte la chiesetta di S. Giorgio, il paese in sé non mi pare offra nulla di notevole. Ma non starete mica pensando che con ciò io vi stia sconsigliando di recarvisi? Andateci invece senz’altro, perché la vista che si gode verso Taormina ed il mare dalla piazza all’ingresso del paese è davvero qualcosa che non va perso. E poi ci sono due bar, il S.Giorgio, in piazza, ed il Turrisi, più in basso che, per motivi diversi, meritano una visita. Il primo per il fatto di avere un libro degli ospiti carico di firme illustri, ed il secondo per un motivo che fareste meglio a scoprire da soli, perchè io non ve lo dirò.

9 Febbraio 2006
Decisione difficile, oggi. Il tempo continua a non essere buono e quanto c’era di vicino l’abbiamo già visto. Cediamo allora all’insistenza di mia moglie, che vuole accoppiare la testa del moro portavasi in ceramica di Caltagirone, comprata moltissimi anni fa, con la sua sposa. Pertanto ci dirigiamo verso questo centro, una delle capitali italiane della lavorazione della ceramica.
Ma, percorrendo la comoda statale che da Catania porta verso Ragusa, al momento di deviare verso Caltagirone, evidentemente ci sfugge l’indicazione. Per cui, invece di fare inversione di marcia, continuiamo e ci ritroviamo a Ragusa. La giornata è scura, ma, nonostante questo, il fascino di questa città, almeno nella sua parte antica, rimane intatto. Ibla, arroccata su uno sperone, con le sue case addossate l’una all’altra, ricorda, vagamente, la struttura di Matera, anche se qui non ci sono le abitazioni scavate nel tufo.
Parcheggiamo vicino all’ingresso del Giardino Ibleo, ai margini della città, all’interno del quale si trovano tre esempi di quelle chiese per cui Ragusa va famosa. Da qui percorriamo il corso principale, fino ad arrivare nella famosa piazza, più volte immortalata in film ambientati in Sicilia, dominata ad un estremo dalla chiesa di S.Giorgio, che svetta al termine di una scenografica scalinata. Naturalmente anche qui l’effetto è smorzato dalla presenza di incastellature che consentono il restauro della facciata. In una piazzetta vicina troviamo un ristorantino, “La bettola”, che sembra ricordare l’atmosfera della vecchia Sicilia, e dai prezzi ragionevoli. E qui si conferma l’idea che la Sicilia sia meta di immigrazione gastronomica: infatti, come a Siracusa la moglie del gestore era veneta, così qui la proprietaria è una tedesca che da 26 anni, per amore, si è trasferita da Colonia a Ragusa. Colpisce molto il suo modo di parlare gutturale tipico dei tedeschi, ma con l’ormai acquisito accento siciliano. Mangiamo discretamente 1 piatto di penne alla ragusana e 2 di tagliatelle con salsiccia e ricotta, seguiti da carciofi, sia lessi che arrostiti, coltivazione tipica delle campagne siciliane. E da insalata di arance. Un cannolo, solo per me, chiude il tutto, Acqua e mezzo litro di rosso locale, portano il conto a 33 euro.
Fa troppo freddo, purtroppo, tanto che la città è praticamente deserta, per addentrarsi per i vicoli, che sicuramente meriterebbero un’escursione alla cieca. E poi vogliamo accontentare mia moglie, per cui, sulla strada del ritorno, la deviazione per Caltagirone stavolta non ci scappa.
Fermiamo la macchina nella parte alta della cittadina, nei pressi di quell’Istituto d’Arte della Ceramica che volle Don Sturzo nel 1918 per incentivare lo sviluppo di un’arte secolare, dando così modo ai giovani locali di trovare occupazione. Percorriamo alcuni vicoli in discesa, tra scorci caratteristici,, fino ad arrivare proprio in via Don Sturzo, di fronte alla chiesa di S. Salvatore che ne contiene il monumento funebre. Scendendo ulteriormente, arriviamo ai piedi della famosa scalinata ornata da piastrelle di ceramica. Ma sembra che nulla sia pienamente godibile: anche qui lavori ad un palazzo che l’affianca ne riduce la godibilità. Numerosi sono qui, e nell’adiacente Piazza del Municipio, i negozi di ceramica. Ma, addentrandoci appena un po’, troviamo un laboratorio, dove i prezzi sono leggermente inferiori a quelli delle botteghe. E finalmente mia moglie se ne esce con la testa della sua donna tanto ambita. Vuol dire però che faremo un po’ di meticciato, perché, tornati a casa ci accorgeremo che il maschio è un tipico saraceno, dalla carnagione olivastra, mentre la sua sposa è decisamente bianca. Ma la scelta nel laboratorio, per quanto riguarda questo articolo, non era molto vasta. Usciti, notiamo che gli edifici del centro intorno alla piazza del municipio, hanno una struttura che li fa sembrare più quelli di una città, che di una cittadina di provincia.
Ritorniamo infine verso Letojanni, percorrendo una strada diversa rispetto all’andata e che offre belle viste sui verdissimi pascoli e, in lontananza su alcuni paesi arroccati, che, in questo periodo, sono sede della festa delle arance, in cui tutto, dalle decorazioni alla gastronomia, è ispirato a questo frutto. Ma lo riferisco purtroppo solo per averne letto, senza che ne possa godere personalmente.

10 Febbraio 2006
Ultimo giorno di permanenza. La giornata, rispetto a quelle trascorse, è discreta. Non lo sarà però del tutto per quanto ci riguarda. Intanto, visti i chilometri fatti nei giorni scorsi, decidiamo di prendere un po’ di sole in relax. Ma sarebbe troppo facile farlo a Letojanni stesso, quindi ci dirigiamo ad Aci Trezza, già vista in una giornata peggiore di questa.
Ci fermiamo sulla terrazza di un bar affacciato sul mare proprio davanti ai faraglioni che spiccano dall’acqua, quelli che la leggenda vuole siano i massi che Polifemo lanciò contro la nave di Ulisse, quando questi fuggì dopo averlo accecato. Ma c’è una nube dispettosa. Sembra impossibile, ma in un cielo sereno c’è una sola nuvola, lunga, che si muove esattamente seguendo il percorso del sole. Perciò non ci fermiamo molto, anche se la sosta e la vista sono piacevoli, ed infatti sono numerose le persone che qui si fermano. Facciamo una breve passeggiata lungo il porto, pieno di barche sia in secco che in acqua, e notando quanti locali lo affanchino, segno che, in stagione migliore, dev’essere un posto molto frequentato anche dai catanesi stessi. Riprendiamo l’auto e, prima di tornare all’appartamento, da Acireale scendiamo di nuovo verso il mare per osservare un’altra piccola caratteristica località peschereccio-balneare: S. Maria La Scala. Ad una estremità del paese c’è un antico mulino, in parte rammodernato ed ancora funzionante.
L’intento è mangiare a casa e poi, nel pomeriggio, vedere quel Teatro Greco di Taormina che, ricordate?, nella prima giornata ci era sfuggito per questioni di orario. E qui la sgradita sorpresa.
Arrivando all’altezza della stazione di Giardini-Taormina un blocco stradale dei carabinieri ci impedisce di percorrere la strada costiera che offre magnifiche viste sulla baia dell’Isola Bella e di Mazzarò, e ci costringe a tornare indietro a prendere, da un’uscita all’altra, l’autostrada. Motivo?
Si tiene a Taormina un vertice Nato, pochissimo pubblicizzato, probabilmente per motivi di sicurezza, con la presenza di tutti i Ministri della Difesa dei 26 paesi NATO, più quello russo e degli altri paesi del Mediterraneo. Compresi il Ministro italiano, Martino, e quello americano Donald Rumsfeld. Per cui le misure di sicurezza sono eccezionali. Mai visti tanti carabinieri in una volta sola. Senza contare gli elicotteri che ronzano sopra le nostre teste e le motovedette in mare.
A causa di ciò, non se ne parla neanche di tornare a Taormina nel pomeriggio, per cui l’unica alternativa, vista la necessità di preparare i bagagli e fare pochi km fino a Santa Teresa di Riva.
Purtroppo non chiudiamo in bellezza, perché questo centro balneare lo definirei, diciamo, insignificante.
La sera chiudiamo con una pizza a “Villa Cagnone” a Mazzeo, che in realtà è la prosecuzione verso Taormina di Letojanni. La pizza è buona, sicuramente migliore di quella mangiata la prima sera al Tropical, locale sul lungomare di Letojanni, a due passi dal nostro alloggio. Per tre pizze (Margherita, melanzane e Regina - con ricotta) e 3 birre 24 euro.

11 Febbraio 2006
E con ciò si chiude la nostra settimana siciliana. Partenza mattutina verso l’aeroporto di Catania, restituzione della vettura, imbarco e volo tranquillo e panoramico. Vediamo e riconosciamo la penisola sorrentina, il Vesuvio, il Gran Sasso e il lago di Campotosto, infine l’Adige ed infine atterriamo a Verona. Alla prossima.

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