La Maremma e le “città del tufo”

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La Maremma e le “città del tufo”

L'area di Pitigliano, Sovana e Sorano, compresa nella provincia di Grosseto, riveste un interesse ambientale, architettonico, storico e urbanistico che rendono una visita altamente raccomandabile.
La caratteristica che accomuna città e paesi è il tufo, pietra friabile che, se da una parte si è prestato, nel corso della Storia, ad essere modellato dall'uomo in complessi urbani che sorprendono per la continuità tra essi e la roccia di basamento, dall'altra ne ha decretato anche la fragilità. Ma anche la precarietà di questo equilibrio contribuisce ad accrescere il fascino struggente di questa regione.
Inoltre, nel raggio di poche decine di chilometri non mancano attrattive di ogni genere, quali le fonti termali di Saturnia, i siti etruschi e gli insediamenti rupestri.

Dove alloggiare

Come già alcuni anni fa, abbiamo alloggiato presso l’Agriturismo Ghiaccio di Vetta, un confortevole casale ben ristrutturato ubicato, nel contesto di una campagna meravigliosa, a metà strada tra Grosseto e Scansano, nei pressi della località Preselle. Per prenotazioni, tel./fax 0564/28387.

In cucina

Per le due cene ci siamo indirizzati a due trattorie di Scansano, entrambe decisamente raccomandabili per l’ottima qualità, con una spesa intorno ai 20 € a testa: si tratta di Ado e Anna, tel. 0564/507777, e Il Rifrullo, tel. 0564/507183.
I menù sono a base di prodotti locali, con note di merito per la pasta fresca, le ottime carni bovina e suina, la cacciagione e i funghi.

Itinerario

Facendo base in uno dei numerosi accoglienti agriturismi della zona, si può strutturare il programma di visite in tre giorni, magari utilizzando un ponte festivo o un fine settimana lungo. Arrivando noi da Genova, abbiamo dedicato la prima giornata a Pitigliano, la seconda a Sorano, Sovana e Saturnia, la terza a Vitozza e, già sulla via del ritorno, a Vetulonia con l’interessante museo e le tombe etrusche dei dintorni.

Da non perdere

PITIGLIANO
Arrivando da Manciano, da un tornante di fronte alla Chiesa della Madonna delle Grazie, Pitigliano offre un colpo d’occhio da lasciare a bocca aperta. Non a caso sul luogo è stato ricavato uno slargo, sempre stipato di autoveicoli, dal quale gli scatti delle macchine fotografiche si sprecano. Il paese si eleva a quota 313 su un pianoro scavato all’intorno dai corsi d’acqua Lente, Meleta e Prochio. L’enorme sperone di tufo è intagliato da numerosi vani rupestri, un tempo abitati e oggi impiegati comemagazzini o ricovero per attrezzi agricoli. Le abitazioni sono addossate le une alle altre e danno la sensazione, essendo costruite con lo stesso materiale, di essere un tutt’uno con la roccia.
La posizione dominante del sito favorì nel corso della storia il ruolo di Pitigliano come vera e propria città fortificata, con periodi di grande splendore sotto il governo degli Orsini.
Dal punto di vista architettonico, fu di grande rilevanza, tra il 1543 e il 1545, l’intervento di Antonio da Sangallo il Giovane, che completò il sistema difensivo con due bastioni poligonali.
Il tessuto urbano si basa su un sistema principale di tre direttrici longitudinali intersecate da un fitto reticolo di vicoli che le interrompono trasversalmente.
Il fascino di Pitigliano sta anche nell’amalgama tra gli elementi monumentali e gli edifici di abitazione, in cui spiccano le altane, i terrazzi pensili, i tipici lavatoi, la pavimentazione in pietra o in mattoni a coltello delle ripide vie cordonate (dette “salciate”) che conducono fuori dell’abitato.
La visita può avere inizio dalla Piazza Petruccioli, dalla quale si varca l’imponente portale bugnato sormontato dallo stemma degli Orsini che dà accesso alla cittadella.
Superate le scenografiche arcate dell’imponente acquedotto, fatto realizzare alla metà del sec. XVI da Gian Francesco Orsini, si raggiunge la Piazza della Repubblica, terminante all’estremità meridionale con la fontana ad archi che inquadra la suggestiva visione della campagna circostante. L’abitato è dominato dalla mole grandiosa del Palazzo Orsini, passato attraverso successive fasi di costruzione.
Buona parte del Palazzo è oggi visitabile: nelle diciotto sale dell’itinerario, alcune ricche di affreschi, dipinti, soffitti a cassettoni, distribuite su due piani, sono esposte pregevoli opere d’arte, tra cui statue, monete, argenti, pergamene, monili, oggetti e paramenti sacri.
Particolare interesse riveste nell’edificio il cassero, vale a dire un’ampia sala sulla sommità della fortezza che aveva funzione di posto di guardia e di avvistamento. Notevole anche la vista dall’alto sul paesaggio circostante, con l’Amiata sullo sfondo, la Chiesa della Madonna delle Grazie e le Coste del Gradone, lungo le quali si estendeva una necropoli etrusca.
Percorrendo le vie del paese fino alla sua parte terminale, si nota che le eminenze monumentali lasciano posto a un ambiente caratterizzato da un tipo di vita che appare ancora legato all’attività rurale degli abitanti, con una serie di funzioni che si estendono nei vicoli tortuosi e pittoreschi in cui si aprono le porte di fondi, magazzini e cantine scavate nel tufo.
Consistente fu un tempo a Pitigliano la comunità ebraica, di cui rimane la Sinagoga della fine del sec. XVI in quasi totale rovina: gli arredi del tempio e i preziosi testi della biblioteca Consiglio, ospitati nel vicino oratorio, sono stati trasferiti altrove. Dal vicino Vicolo Marghera, cuore dell’antico Ghetto, si scende al tradizionale “forno degli azzimi”.

SOVANA
Un tempo capitale della maremma aldobrandesca, Sovana ebbe il suo momento di massima fioritura tra l’XI e il XII secolo, periodo in cui si arricchì di numerose chiese ed edifici pubblici, solo in minima parte sopravvissuti fino a oggi. Un ruolo rilevante ebbe Ildebrando di Soana, poi papa Gregorio VII (1073-1085), grande riformatore della Chiesa che qui ebbe i natali.
Il piccolo insediamento gravita in prevalenza sulla cosiddetta Via di Mezzo, che ha ad una delle sue estremità i pittoreschi ruderi della rocca aldobrandesca e all’altra, quasi fuori dell’abitato, la cattedrale. Il punto più scenografico è lo slargo della Piazza del Pretorio, cuore del nucleo storico su cui si affacciano gli edifici più rilevanti (Palazzo del Pretorio con loggiato decorato da stemmi, Palazzo Bourbon dal Monte, Chiesa di Santa Maria) e il cui fondale è costituito dal curioso palazzetto dell’Archivio: alla sua altezza l’asse stradale si biforca, dando luogo alla Via di Sotto. Le due strade finiscono poi per ricongiungersi nello slargo antistante la cattedrale.
Sovana, recentemente restaurata con grande attenzione, mantiene, nonostante l’impronta turistica data da negozietti, punti di ristoro, laboratori di artigianato, la suggestione di un ambiente lontano nel tempo. L’abitato, caratteristico per i muri in pietra tufacea e le pavimentazioni in cotto a spina di pesce, sfuma nella stupenda campagna coltivata che è uno degli aspetti più dolci della Toscana.
Lasciata l’auto nel parcheggio presso i ruderi della Rocca, già smantellata nel corso del Seicento dopo i restauri fatti eseguire da Cosimo I dei Medici nel 1572, vale la pena di percorrere la Via di Mezzo osservando con attenzione ogni particolare, fino a soffermarsi su quel magnifico salotto all’aperto che è la Piazza del Pretorio. Addossata al Palazzo Bourbon dal Monte, è di grande pregio la Chiesa di Santa Maria, costruzione trecentesca dal semplicissimo esterno; l’interno è valorizzato da un pregevole ciborio, vale a dire un tabernacolo a forma di tempietto, databile ai sec. VIII-IX: costituito da quattro colonne che sorreggono un baldacchino terminante con un elemento conico, presenta una raffinata decorazione con motivi ornamentali protoromanici.
Poco più avanti, eretta su uno slargo erboso, sorge la Cattedrale: intitolata ai SS. Pietro e Paolo, è un edificio romanico tra i più rinomati della Toscana. Degno di rilievo è il portale, singolare per gli elementi scultorei in cui si mescolano motivi cristiani, simboli pagani e sculture barbariche.
Anche i dintorni di Sovana non mancano di motivi di interesse, con le strade e i poggi lungo i quali si estende la necropoli etrusca. Fra le testimonianze di questo complesso si devono segnalare la Grotta Pola a Poggio Prisca, la tomba Ildebranda a Poggio Felceto, la tomba del Tifone a Poggio Stanziale, tra loro collegate da una sequenza continua di sepolcreti rupestri in un ambiente naturale di grande fascino.

SORANO
Un po’ a somiglianza di Pitigliano, su uno sperone di tufo proteso nella valle scavata all’intorno dal Lente, Sorano offre un colpo d’occhio dal basso davvero spettacolare. Anche questo paese colpisce per l’inconsueta agglomerazione degli edifici che quasi si confondono con la roccia sulla quale è costruito. In un labirinto di strade e vicoli trasversali, i dislivelli sono spesso superati con scale o gradinate.
Il nucleo abitativo è racchiuso tra le due imponenti moli della fortezza degli Orsini (di fondazione trecentesca ma rifatta alla metà del sec.XVI) e dal cosiddetto Sasso Leopoldino, rupe fortificata nel Settecento con un altissimo muro e un bastione squadrato. I due elementi delimitano anche visivamente il paese alle opposte estremità nella classica veduta da levante.
L’interesse di Sorano non risiede tanto nelle emergenze monumentali (comunque rilevanti, nonostante il degrado), quanto nella caratterizzazione di un ambiente che, seppure in decadenza, rivela ancora oggi l’impianto originario. La situazione di dissesto geologico e ambientale conseguente al movimento franoso è una realtà con la quale Sorano deve purtroppo fare i conti; una serie di leggi speciali dal 1929 al dopoguerra hanno prodotto la costruzione di un nuovo centro residenziale esterno al capoluogo, ma il conseguente abbandono da parte degli abitanti ha finito per aggravare la precarietà del centro storico.
Si può iniziare la visita dalla Fortezza, imponente monumento di architettura militare rinascimentale fatto erigere da Niccolò IV Orsini nel 1552. Il grandioso complesso consta di un mastio centrale collegato da spalti ai due baluardi angolari; un tempo gli spazi interni dei due baluardi erano utilizzati come camere molitorie, rispettivamente per i grani e per le polveri da sparo; le macine erano azionate da mulini a vento.
Oltrepassato il grande spazio interno alla fortezza, si giunge al nucleo più antico del Castello, residenza dei signori e delle truppe, difeso da due muraglie a picco e da un profondo fossato.
Discesi al paese, si entra nell’antico abitato trovando poco dopo sulla destra lo slargo antistante la Cattedrale del sec. XIV e il Palazzo Comitale, antica residenza degli Orsini prima del trasferimento nella Rocca. Si procede poi verso il Sasso Leopoldino, non prima di una deviazione fino all’estremità est del paese fino alla bella Porta di Sotto (oggi “dei Merli”), affacciata in pittoresca posizione sulla valle del Lente. Ripresa la salita verso il Sasso Leopoldino fino a Piazza del Poggio, si potrà scendere poi per Via della Rocca Vecchia, dove l’abitato presenta le sua parte più precaria.
Nei dintorni riveste notevole interesse un’escursione alle colombaie di Poggio Croce e Poggio di San Rocco, grandi locali di forma cubica scavati a cellette, di uso funerario, aperti nelle pareti rocciose. Al di là di San Rocco, hanno inizio le suggestive cave, antichissime vie in forte pendenza, strette fra pareti di tufo che in epoca romana fecero parte del sistema viario della Via Clodia.

VITOZZA
Ubicata a circa un chilometro dalla località di San Quirico, è considerata il più grande insediamento rupestre dell'Italia Centrale. Il complesso è costituito da oltre duecento grotte di diverse dimensioni, talvolta anche su più piani, occupate dall'uomo dalla preistoria fino a metà del 1700, alle quali si accede lungo un suggestivo itinerario a piedi in mezzo a bella vegetazione.
Raggiunto il sito, si intraprende il percorso a piedi e ben presto si nota che, mentre le cavità più vicine all’abitato sono state nel corso degli anni adibite a cantine, magazzini o garage, quanto più ci si inoltra nel bosco vanno diradandosi le tracce di modernità fino a provare la sensazione di un salto indietro nel tempo.
Il percorso è segnalato da cartelli che indicano le grotte più rilevanti: particolarmente curiose sono la n. 22 a due piani, comunicante con quelle adiacenti in una sorta di “condominio medioevale”, quella detta “del Somaro”, con due aperture che le danno una forma di tunnel, e un’altra ad essa vicina caratterizzata da una vasca per l’acqua con un ingegnoso sistema di canalizzazione.
Un ulteriore aspetto di curiosità è dato dai colombari a nicchie, di volta in volta utilizzati come urne funerarie o per l'allevamento dei piccioni.

SATURNIA
Nel corso della Storia il borgo, prima sotto l'influenza romana, poi etrusca e senese, passò diverse vicende di splendori, decadenze, distruzioni, ricostruzioni, pestilenze, per cui rimangono oggi poche tracce dell'impianto urbano originario: qualche tratto della cinta muraria senese incorporata in quelle etrusca e romana, un arco abbastanza ben conservato, resti di pilastri, colonne, cippi, epigrafi.
Oggi Saturnia attira i turisti principalmente per le vicine sorgenti di acqua calda sulfurea e gli annessi stabilimenti termali, nei cui pressi si può anche visitare un parco archeologico.

VETULONIA
Fino al 1880 la località, un borgo medioevale sulla sommità di un colle, aveva nome Colonna di Buriano. In quell’anno Isidoro Falchi, medico e appassionato di archeologia, individuò il paese quale antico sito di un insediamento etrusco dando inizio a una campagna di scavi e sette anni dopo un decreto di Re Umberto I le restituì l’antico nome di Vetulonia.
Oggi nei dintorni si può percorrere, in parte in auto e in parte a piedi, un interessante itinerario, la Via dei Sepolcri, tra i punti salienti dell’ampia necropoli: sepolcreti dell’età del Ferro, tombe, tumuli nei quali sono stati rinvenuti reperti delle varie epoche che fanno mostra di sé nel Museo Civico Archeologico che è stato intitolato proprio a Isidoro Falchi.
Inaugurato il 25 giugno 2000, il Museo è un ottimo esempio di spazio espositivo allestito secondo criteri di grande funzionalità; nelle sue sette sale, disposte su due piani, si possono ammirare, oltre ai plastici delle tombe monumentali della Pietrera (così chiamata perché depredata nei secoli per ricavarne pietre da costruzione) e del Diavolino, bellissime collezioni risalenti alle varie epoche storiche, dall’età villanoviana (IX-VIII sec. a.C.) a quella ellenistica e romana: corredi funerari, utensili, monili di raffinata produzione orafa, terrecotte, utensili, armi, suppellettili, monete in bronzo e argento.
L’ingresso al Museo costa € 4,13, ridotto a 2,58 per gruppi; classi scolastiche € 1,03 per alunno).

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