La costa dei Trabocchi

in viaggio con Costa dei Trabocchi in Italia

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La costa dei Trabocchi

Il Progetto di valorizzazione turistica integrata “Golfo dei Frentani” nasce per valorizzare e far conoscere il patrimonio ambientale: peculiarità naturalistiche, bellezze paesaggistiche e storico-culturali, le tradizioni popolari delle civiltà contadina e marinara, del territorio teatino dei comuni di Fossacesia, Rocca San Giovanni e Torino di Sangro, in particolar modo la zona di Punta Cavalluccio ed il Golfo di Venere, coordinando ed integrando tra loro le varie realtà, imprenditoriali e non (associazioni culturali e di promozione del territorio Pro Loco), già presenti ed attive e la realizzazione di quelle mancanti e supportare le azioni pianificate dalle amministrazioni comunali nell'ambito della promozione del Territorio, in modo tale anche da impiegare giovani disoccupati e promuovere attività di sviluppo locale sostenibile in linea con quanto previsto dalle linee guida uscite dal processo in itinera di Agenda 21 locale della Provincia di Chieti.L’Abruzzo che vi sorprende!I TRABOCCHI
Sono sparsi lungo il litorale abruzzese. E pare siano stati messi lì per caso, ancorati agli scogli, sornioni e silenziosi, vedette sul mare, fedeli guardiani delle bellezze della nostra costa. La loro origine si perde nella notte dei tempi. Nessuno, difatti, può stabilire con esattezza l’epoca in cui sono stati “poggiati” sul mare. Si può solo supporre che la loro invenzione sia stata originata dalla paura che l’uomo provava, una volta, nell’avventurarsi, per la pesca, in mare aperto. Ed era quindi più comodo e più tranquillo “pescare da fermo”, da una piattaforma stabile, collegata alla terraferma da una passerella di legno.
Il primo e più antico documento che ci parla dei trabocchi della nostra zona è del 1400. Il suo autore è Padre Stefano Tiraboschi, dell’Ordine Celestiniano. Questi, nella Vita Sanctissimi Petri Celestini (Pietro da Morrone), scritta in dialetto veneto-bergamasco e conservata presso la Biblioteca Marciana di Venezia, parlando della permanenza di Pietro da Morrone nel Monastero di San Giovanni in Venere (1240-1243), racconta che Pietro usciva spesso dall’Abbazia di Fossacesia e, dal colle che oggi è denominato “Belvedere”, ammirava il mare sottostante “punteggiato di trabocchi”. Si deduce pertanto che nel 1240, l’anno di inizio del corso di studi frequentato da Pietro da Morrone nel celebre monastero benedettino, i trabocchi già esistevano.
Stefano Tiraboschi, che scrisse la Vita Santissimi Petri Celestini utilizzando sia i contenuti degli Opuscola, scritti dallo stesso Pietro da Morrone, sia i manoscritti dei discepoli dell’Eremita, fa dire a Pietro di Angelerio, nato nel 1215 a Sant’Angelo Limosano, nel Molise: “La grande distesa del mare mi sembrò meravigliosa, come quando, da bambino, accompagnavo i parenti ai pascoli bassi, verso la marina di Vasto. Ma ora, più che il mare calmo, che luccicava sotto il sole della tarda mattina, punteggiato dai trabocchi posti come vedette verso il confine del cielo, mi colpiva la grande Badia. Era la cosa più bella che avessi mai visto”.
Il manoscritto di Padre Stefano Tiraboschi, trascritto dalla scrittrice Maria Burani di Terracina, autrice, tra l’altro, di un ottimo libro sul grande Eremita del Morrone, è un documento attendibile. Di conseguenza, anche il capitolo che riguarda i trabocchi del Lido di Venere non dovrebbe prestarsi a contestazioni di sorta. Eppure, alcuni studiosi di queste antiche macchine da pesca preferiscono collocare in epoche più recenti la nascita dei trabocchi. Noi, convinti della serietà del Tiraboschi, insistiamo sulla tesi che, nel 1240, i trabocchi già esistevano.
Essi sono, comunque, dei manufatti che provocano delle intense suggestioni in quanti li conoscono da anni e in quelli che, per la prima volta, hanno la ventura di osservarli e il privilegio di sostare sulle loro piattaforme sconnesse. Sembrano, addirittura, dei personaggi antichi che si rifiutano di morire. Una razza sovrana insediata da secoli su una costa, la nostra, la cui bellezza ci arricchisce e ci rende orgogliosi.

FOSSACESIA
La Fossacesia di oggi è uno dei paesi più belli e più prosperi della costa abruzzese. Ha una campagna fertilissima, una grande abbondanza di acque sorgive, è bagnata da un fiume, il Sangro, è toccata dal mare Adriatico, è posta, in gran parte, in collina. La sua agricoltura è fiorente, con produzione di vini, oli, frutta, ortaggi, cereali, tabacchi, barbabietole; e così il commercio; fiorente è anche il settore dell' edilizia con numerose imprese che operano con serietà e lungimiranza; non mancano le aziende specializzate nell'imbottigliamento dell' olio di oliva e del vino; è anche un laboratorio per la produzione di ottimi gelati; è la Cantina Sociale Sangro, specializzata nella produzione e commercializzazione di ottimi vini; il turismo balneare è in netto progresso; nei pressi della foce del Sangro è stata realizzata una Darsena per l'ancoraggio di natanti da diporto e da pesca.
Il tessuto urbano è moderno, con strade, piazze, edifici pubblici, viali alberati. Numerosissimi i locali pubblici, sia in paese che sul Lungomare. Vi sono tre alberghi, quattro stabilimenti balneari, numerosi ristoranti, alcune pizzerie e gelaterie, quattro panifici, cinque pasticcerie, sei supermercati. E, a testimonianza di un passato glorioso, sono ancora aperti alcuni laboratori artigianali di falegnameria, sartoria e calzoleria. Ci sono anche due aziende metalmeccaniche e un' altra che produce giocattoli in legno.
Ci sono cinque chiese: quella parrocchiale, dedicata a San Donato Martire, del 1290, la chiesa del Rosario (realizzata nel 1876 dalla Congrega del Rosario e della Santissima Annunziata sull’area dell’antica chiesa della Madonna delle Grazie), quelle ubicate nella Frazione Marina, dedicate a Maria Stella Maris e alla Madonna del Carmine, e la chiesa della Frazione Scorciosa, intitolata a San Carlo.
Fossacesia è posta a 142 metri sul livello del mare e ha una popolazione che supera le 5300 unità. La sua spiaggia, lunga 6 chilometri, si estende lungo il bellissimo Golfo di Venere, compreso tra la Punta del Cavalluccio e la foce del fiume Sangro; è un tratto di costa di incomparabile bellezza, impreziosito da numerosi “Trabocchi” le cui origini risalgono al medioevo.
Il paese è vicino all’Autostrada A 14, alla linea ferroviaria, alla Superstrada Val di Sangro e alla Statale Adriatica ed è attraversata dalla direttissima Lanciano - Marina di Fossacesia e dalla ex Statale 16. E’ distante 11 chilometri da Lanciano, 45 da Pescara, 55 da Chieti, 58 dalla Maiella, 33 da Vasto, 25 da Ortona a Mare. Nella zona ovest del suo territorio, c’era una volta il Tratturo Aquila - Foggia, l’antica via armentizia, sul cui tracciato, della larghezza di 110 metri, scorreva la Via Traiana (o Frentana).
Fossacesia, fino al 1770, era tutta raccolta all’interno dell’antica cerchia muraria. Vi abitavano non più di 200 famiglie, dedite all’agricoltura, all’artigianato e alle piccole attività commerciali. Prima del 1770, al di fuori delle mura, vi erano pochissime case, numerose pinciare (abitazioni di paglia e fango) e alcuni casaleni adibiti a stalle, depositi di legna, fieno e attrezzi agricoli. L’antico centro storico era attraversato da una lunga strada (l’attuale Via Bonavia) ed era intersecato da numerosi Vichi, tuttora esistenti. C’erano poi una piazza, una piazzetta, la torre campanaria (del 1190), la chiesa dedicata a San Michele Arcangelo (del periodo longobardo, la più antica del paese), la chiesa parrocchiale di San Donato del 1290, una decina di case palazzate appartenenti alle famiglie più abbienti, l’antica sede del Municipio del 1500, il palazzo dei Governatori del 1400, alcune cisterne per la raccolta e l’uso dell’acqua piovana, 12 trappeti, una pizzicheria, due aromatari (farmacie), alcuni locali per la vendita del pane, della carne, del vino del sale e del tabacco. Erano tante, infine, le modeste abitazioni dei contadini (tutti residenti in paese), degli artigiani e dei piccoli commercianti.
Il centro storico era, peraltro, diviso in cinque Rioni: San Donato, Sant’Angelo, Codacchio, Piazzetta e l’Inforzi. Era questa la situazione urbana fino al 1770. Dopo quella data, le cose cambiarono, e di molto. Tutta la zona adiacente le antiche mura venne “lottizzata” dai suoi proprietari (i Filippini, il Clero e la famiglia Contini) e concessa in enfiteusi a buona parte della popolazione, che ebbe, in tal modo, la possibilità di costruire le proprie abitazioni sui siti disponibili. Nacque, così, in pochi decenni, il nuovo Rione del paese, denominato Il Borgo, e che corrisponde, attualmente, a Via Vigna del Signore, Piazza del Popolo, Via Roma, Via del Commercio, i due Vichi di Via di Lanciano, Via Romanelli con i suoi Vichi, Via XIV Luglio, Via S.Egidio, Via Polidoro e i primi tratti di Via Sangro e Via di Lanciano.
E veniamo alle origini di Fossacesia. Vi sono, su di essa, solo delle ipotesi. Si ritiene, difatti, che Fossacesia (l’antico Vicus Veneris o Fara Benedicti) sia stata costruita da un gruppo di coloni romani inviati, verso il 90 avanti Cristo, dal Console Lucio Silla. Ma si ritiene anche che la sua origine risalga ad epoca posteriore, quella che vide l’arrivo di frate Martino, il benedettino che, dopo aver demolito l’antico tempio di Venere, costruì, sul poggio dove oggi sorge la splendida Abbazia di San Giovanni in Venere, un cellario e una piccola cappella, nelle cui adiacenze sarebbe sorto, appunto, un gruppo di case denominato Vicus Veneris o Fara Benedicti; epoca, questa, da collocare tra il 530 e il 540 dopo Cristo.
Ma c’è anche una terza ipotesi, anch’essa suggestiva. Sempre nel VI secolo, una colonia di bizantini avrebbe costruito, nella zona che oggi corrisponde a Contrada Palazzo, una chiesa e, nella zona adiacente, un insediamento denominato Vicus Veneris. Anche questa è un’ipotesi, ma c’è da dire che in effetti in detta zona esistono i ruderi di un’antica chiesa chiamata Santa Maria dei Greci.
Sono tre, pertanto, le ipotesi relative all’origine del nostro paese. Ma non sappiamo quale sia la più credibile. Così come non siamo in grado di spiegare le ragioni del suo nome. Anche su di esso ci sono delle ipotesi. La prima vuole che la denominazione di Fossacesia (anticamente Fossa Cesia o Fossacieca, o Foscesium) derivi dal fatto che, nei tempi remoti, nell’area dove sorse il paese, esistessero delle grandi fosse, adibite alla conservazione del grano e di proprietà di una nobile famiglia romana, quella dei Cesia. Di qui, “Fossa dei Cesi”. L’altra ipotesi, che è forse più attendibile della prima, vuole invece che, nell’area dove venne costruito il primo nucleo abitato, ci fosse una fitta boscaglia. Il bosco fu tagliato (Cese) e, nell’area, potè sorgere la nostra Fossa-Cesia. Rimangono quindi incerte sia l’epoca in cui ebbe origine il nostro paese e sia le ragioni del suo nome.
Forse, in futuro, le incertezze di oggi potranno essere chiarite attraverso l’acquisizione di una documentazione che, finora, non è stata trovata. Rimane, comunque, la luminosa realtà di un paese bello e prospero (più volte denominato “Terra di Venere”), che ha alle spalle delle pagine di storia di cui andiamo orgogliosi e che, ancora oggi, è ricco di preziosi monumenti storici.
Per quanto riguarda questi ultimi, destano ammirazione:
- il complesso architettonico del Monastero benedettino di San Giovanni in Venere realizzato tra il 1165 e il 1204, che è Monumento Nazionale;
- la fontana di fabbrica romana (ancora esistente nei pressi dell’Abbazia);
- il campanile del 1190:
- i ruderi delle antiche mura e quelli della Fontana della Terra;
- l’antica chiesa di San Silvestro, a Scorciosa, dell’XI secolo;
- il palazzo Rotondo del 1600 (posto all’interno della Terra Murata);
- il palazzo Contini del 1770;
- i due palazzi Mayer, del 1834 e 1852, il palazzo D’Aloé del 1808, il palazzo Antonelli del 1806, il palazzo Carusi del 1855;
- la fontana delle cinque cannelle del 1888;
- la sede del Comune del 1882;
- la chiesa del Rosario del 1876;
- l’antico Municipio del 1450, la cappella di Sant’Antonio Abate del 1400;
- le quattro ville dei Mayer, la villa della famiglia Carusi, la villa dei Lovy, oggi di proprietà del Monastero di S.Giovanni in Venere;
- i ruderi del Mulino Grande, del 1600.
Nel corso dei secoli soggiornarono nell’Abbazia di San Giovanni in Venere di Fossacesia: Pietro da Morrone (Papa Celestino V), Federico di Lorena (Papa Stefano IX), l’Abate benedettino Desiderio (Papa Vittore II), Giovanni dei Medici (Papa Leone X), il grande Abate e Cardinale Odorisio II, S.Berardo, Patrono di Teramo, il poeta Francesco Berni, teologi, filosofi, letterati, giuristi, medici, miniaturisti, amanuensi.
Questa è Fossacesia: un paese ricco di monumenti, di storia, di tradizioni, di dignità, di orgoglio e di fierezza, aperto al nuovo, ma legato ai valori civili, religiosi, morali e culturali. E’ quindi un paese da rispettare e da amare!

L’ABBAZIA DI SAN GIOVANNI IN VENERE
Sono stati scritti, sull'Abbazia, non pochi libri, numerosi saggi e tantissimi articoli. Il tutto viene gelosamente conservato nella Biblioteca Comunale di Lanciano e in quelle di Chieti, L'Aquila, Ortona, Vasto, Pescara, Roma, Napoli. Tanti, difatti, gli storici che si sono occupati del nostro grande Monastero. Sull'Abbazia esistono anche delle Tesi di laurea, scritte da numerosi studenti universitari.
C’è, poi, sulla storia della stessa, sulla sua architettura, sulla sua economia e sulla sua giurisdizione civile e religiosa, una gran mole di documenti originali, che si possono trovare nell’Archivio di Stato di Napoli e in quelli di Roma, Benevento, Salerno, Lanciano e Chieti. Altri documenti sono conservati presso l’Archivio della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri alla Vallicella di Roma, nella Biblioteca Marciana di Venezia e nell’Archivio del Vaticano. Alcuni documenti si trovano anche nella nostra Fossacesia, conservati nell’Archivio Storico del Comune. Si tratta di atti della Corte Baronale, raccolti in alcuni volumi manoscritti, redatti tra il 1585 e gli inizi del 1800.
I motivi di tanta attenzione nei confronti del Monastero di San Giovanni in Venere sono molteplici. C’è da dire, innanzitutto, che il Monastero è stato, per tanti secoli, il più grande Feudo dell’Italia Meridionale. Lo è stato sotto i Longobardi, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, gli Spagnoli, i Borboni. Possedeva, difatti, vastissimi latifondi, porti, mulini, scafe, paesi, città, chiese, conventi, fiumi, saline, fabbriche di figuline, risaie, boschi, piantagioni di ulivi e di gelsi. L’Abbazia aveva, poi, il privilegio di essere considerata “nullius dioecesis”. Non dipendeva, cioè, dai Vescovi della nostra regione. Erano i suoi Abati ad avere la giurisdizione vescovile.
Altro motivo di tanta attenzione nasce dalla presenza, nel Monastero, di grandi Abati, alcuni dei quali furono, addirittura, Cardinali di Santa Romana Chiesa. Altri Abati vennero chiamati ad occupare delle cattedre vescovili. Ci furono, peraltro, dei padri benedettini, ospiti di San Giovanni in Venere, che occuparono la Cattedra di Pietro: Federico di Lorena (zio di Matilde di Canossa), Desiderio e Pietro da Morrone (che vi sostò, per motivi di studio, dal 1240 al 1243). Lo stesso Papa Leone X – al secolo Giovanni dei Medici – fu, per alcuni anni, Abate Commendatario dell’Abbazia. Vi sostò anche San Berardo, il Patrono di Teramo. Tra gli altri ospiti dell’Abbazia, occorre ricordare il poeta Francesco Berni; vi dimorò, nel secondo decennio del 1500, per svolgere le funzioni di amministratore dei beni del Monastero per conto di un abate commendatario.
Non si dimentichi, infine, il ruolo che l’Abbazia ha svolto, nel corso dei secoli, nel campo religioso e in quelli della cultura, dell’arte, dell’economia e della politica. In un certo periodo, collocabile nei secoli XI, XII e XIII, il numero dei padri benedettini presenti nel Monastero superava le 120 unità, senza contare le presenze, anch’esse elevate, degli studenti interni ed esterni. Le scuole dell’Abbazia erano frequentate, difatti, anche dagli studenti esterni. Nelle stesse, venivano impartite lezioni di latino, retorica, teologia, filosofia, medicina, giurisprudenza, farmacia. C’erano delle vere e proprie cattedre universitarie.
L’attuale impianto architettonico dell’Abbazia venne realizzato dal grande Abate Odorisio II tra il 1165 e il 1204. Ma è solo quello che resta della struttura originaria, che era molto più imponente ed era costituita dalla basilica, dal monastero, dalla sala capitolare, dalle tantissime celle, dalle aule per lo studio, dal grande refettorio, dai laboratori, dalla biblioteca, dall’archivio, dai locali occupati dagli amanuensi, dai due chiostri, dalla cucina, dal forno, da un ambulatorio, dall’ufficio dell’Abate, dai magazzini, dalle stalle, dal trappeto per la molitura delle olive, dai locali atti ad ospitare i pellegrini, i poveri e i perseguitati.
Prima del 1165, c’era un monastero di dimensioni ridotte, realizzato, nel 1020, dal conte longobardo Trasmondo II. Prima ancora, esisteva soltanto un cellario per il ricovero di una piccola comunità di frati benedettini; e, accanto al cellario, una modesta cappella. Il cellario e la cappella furono realizzati, nel 540 dopo Cristo, da Frate Martino, un benedettino che da Montecassino si era trasferito nella nostra zona. Aveva trovato, sul poggio attualmente occupato dall’Abbazia, un tempio pagano risalente all’anno 80 a.C. e dedicato a Venere Conciliatrice. Demolito il tempio, che era stato da tempo abbandonato, aveva realizzato appunto un cellario e una piccola cappella.
Il grande monastero si arricchì, attraverso i secoli, e grazie a delle generose donazioni di Re, principi, imperatori, marchesi e conti, di vastissime estensioni territoriali, paesi, città, porti, saline, fabbriche di figuline, rendite, censi, benefici vari. Il suo feudo si estendeva da Ravenna a Benevento. Vi erano compresi, tra l’altro, quasi tutti i paesi della zona frentana, del pescarese, del chietino, del vastese e del teramano. La stessa Lanciano apparteneva, per buona parte, all’Abbazia. Così dicasi di Vasto, Francavilla, Ortona, Atri, Penne e Pescara. Il suo immenso territorio era governato da amministratori, erari, capitani, luogotenenti, suffeudatari. Era, insomma, un vero e proprio Stato compreso in quello più grande del Regno di Napoli. Potè così partecipare, con cospicui contigenti militari, a quasi tutte le Crociate e ad altre operazioni di guerra.
Nel 1300, ebbe inizio il declino a causa dell’incompetenza di alcuni abati, dell’ingordigia di altri e delle spoliazioni effettuate dai suffeudatari e dai potenti confinanti. Subì, tra l’altro, dei gravissimi danni causati dai terremoti, dai maremoti e dalle frequenti incursioni dei Turchi e di bande brigantesche. Il monastero si impoverì a tal punto da non essere più in grado di versare alla Curia Romana le imposte dovute. Si apri, di conseguenza, il lungo periodo degli abati commendatari, nominati non dal Capitolo del monastero, ma dalla Santa Sede.
Nel 1585, Papa Sisto V concesse in perpetuo l’Abbazia e quanto rimaneva del suo feudo alla Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri. I filippini nel 1626 concessero la giurisdizione religiosa, sia dell’Abbazia e sia dei paesi che da essa dipendevano, all’Arcivescovo di Chieti, riservandosi la nomina degli arcipreti di Fossacesia, Santeusanio, S.Vito e Vasto. E, da quell’anno, il nostro paese dipende, a livello di giurisdizione religiosa, dalla Curia teatina. I filippini vi rimasero fino al 1871, anno in cui il monastero e i suoi beni vennero confiscati dallo Stato. Pochi anni dopo, il monastero venne dichiarato Monumento Nazionale, ma lo Stato lo trascurò a tal punto che la sua custodia venne affidata a degli eremiti, quasi tutti anziani e illetterati. Soltanto nel 1954, è tornata a fiorire grazie all’arrivo dei Padri Passionisti, tuttora presenti e attivi.
Attualmente, si possono ammirare: la grande Basilica (lunga 50 metri e larga 20), la cripta con i dipinti di Nicola Pallustri, il chiostro, il giardino, il portale della Luna con gli altorilievi del 1230, la nicchia con i resti dell’abate Odorisio II, il succorpo situato sotto il sagrato del portale della Luna, le sculture delle due porte laterali, le splendide absidi, le colonne e gli archi a tutto sesto e a sesto acuto della Basilica.
Gran parte del materiale in marmo che si scorge sia nella cripta e sia nelle tre porte proviene dall’antico tempio pagano di Venere Conciliatrice. Altri reperti sono sparsi all’interno del chiostro. E’ in discreto stato di conservazione la “fontana di fabbrica romana” che si trova nelle adiacenze della monumentale struttura. Risale ad un periodo collocabile tra l’80 e il 90 a.C. e vi defluivano le acque utilizzate dalle sacerdotesse del Tempio di Venere per i riti sacrificali. Ci sono, nei pressi del succorpo, i resti dei muri di una piccola chiesa. Sono stati riportati alla luce nel corso degli scavi effettuati quattro anni addietro dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici. Dovrebbe trattarsi di quanto rimane o del luogo di culto costruito da Frate Martino verso il 540 d.C., oppure della chiesa fatta realizzare nel 1020 dal Conte Longobardo Trasmondo II.
L’abbazia è stata, più volte, visitata da Gabriele D’Annunzio, Francesco Paolo Michetti, Francesco Paolo Tosti, Costantino Barbella, Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio. Vi hanno sostato, tra gli altri, lo scrittore Guido Piovene durante il suo “Viaggio in Italia” e il giornalista abruzzese Ettore Janni, Direttore, nel 1943, de Il Corriere della Sera. Aggiungo, per inciso, che Gabriele D’Annunzio era molto legato sia all’Abbazia sia alla vicina Fossacesia. Era, difatti, di Fossacesia il maestro che lo aveva guidato, a Pescara, negli anni delle Elementari. Si chiamava Giovanni Sisti (1839-1915) e gli aveva insegnato le prime nozioni scolastiche dal 1871 al 1873. Aggiungo ancora che il ricordo di questo maestro non si cancellerà mai dalla memoria del Vate. Tanto che il nome di Giovanni Sisti figura più volte tra le pagine del suo “Libro segreto”.
L’Abbazia è stata, per secoli, un punto di riferimento, un crocevia, un faro di civiltà, di cultura, di economia e di religiosità. Era frequentata da grandi maestri e sacerdoti esemplari; vi operarono scultori, maestri muratori, architetti, ebanisti, notari, cancellieri, medici, avvocati, pittori, musicisti, letterati. Vi sostarono grandi predicatori, Santi, vescovi, cardinali, principi, conti, marchesi, baroni, alti funzionari del Regno di Napoli, ambasciatori, banchieri, Mastrogiurati (Sindaci) ed Erari (esattori). Si suppone che vi si sia fermato, per alcuni giorni, nell’anno 1222, lo stesso Francesco d’Assisi durante il suo viaggio(fatto a piedi lungo l’antico tratturo) da Bari a Isola del Gran Sasso.
Oggi la grande Abbazia non possiede più niente: né latifondi, né porti, né paesi, né città, né fiumi, né scafe, né boschi, né chiese subalterne. Insomma, non ha più le grandi ricchezze di un tempo né vi risiedono i grandi Abati, i letterati, i teologi, i filosofi, i latinisti e gli amanuensi. Il suo archivio (ricco di incunabili e di pergamene) e la sua biblioteca (dotata di migliaia di testi scritti da autori greci e latini, oltre che di libri sacri artisticamente miniati), sono stati cancellati dagli eventi. Erano considerati tra i più famosi d’Italia; sono stati trasferiti altrove, a Roma, presso la Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri. E’ scomparso anche il ricco museo che, un tempo, vi era ospitato. Sono scomparse, tra l’altro, le opere d’arte che vi erano custodite: i dipinti, le statue in marmo, gli arredi sacri in oro e in argento, le suppellettili in legno, il grande Coro, anch’esso in legno, la sedia vescovile degli Abati. La stessa sorte è toccata ad altri grandi monasteri d’Abruzzo: San Clemente a Casauria e San Salvatore a Maiella.

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