L'isola dei templi: 2 - La Sicilia Occidentale

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L'isola dei templi: 2 - La Sicilia Occidentale

Dopo avere pernottato nel sobborgo costiero di San Leone, eccoci così ad Agrigento in una calda mattina di fine maggio, un vero e proprio anticipo d’estate, per continuare questo Giro della Sicilia che non smette di regalarci cose belle.
Chi ha già letto la parte di questo resoconto riguardante l’est dell’isola, vi ha anche trovato le notizie pratiche su trasporti, pernottamenti e alimentazione, che mi asterrò quindi dal ripetere. Riprendo quindi senz’altro con la descrizione dell’itinerario.
Continua il viaggio attraverso una delle più belle regioni italiane.Giovedì 30 Maggio 1999: Agrigento (San Leone) – Eraclea Minoa – Sciacca – Castelvetrano – S.Trinità di Delia – Mazara del Vallo (km.129 / 1152)
La visita di Agrigento, che occupa l’intera mattinata, si concentra ovviamente nell’itinerario della Valle di Templi. La denominazione “valle” è in realtà fuorviante, dal momento che l’area è esattamente il contrario di una valle: le varie costruzioni si allineano infatti in posizione elevata lungo un crinale che domina la città odierna.
La grande fioritura sociale, militare, urbanistica e architettonica dell’antica Akragas che produsse questi capolavori è da collocare nel periodo che va dal 488, inizio del regno di Terone, al 406 a.C., anno del quasi totale abbattimento da parte dei Cartaginesi. I Romani provvidero al fedele restauro dei templi nel I sec. d.C., ma in epoche successive gli eventi sismici e la distruzione del IV sec. ad opera dei cristiani a seguito di un editto scriteriato dell’imperatore Teodosio ne segnarono la rovina definitiva: uno degli innumerevoli cattivi esempi che la Storia ha sempre fornito, ma erano tempi in cui non si andava tanto per il sottile nello spazzare via le testimonianze di una civiltà, per quanto fiorente.
La visita si svolge quindi attraverso edifici dei quali ben poco è rimasto in piedi, ma si rimane comunque stupefatti dalla grandiosità che tuttora si può intuire; dal punto di vista estetico, all’alba e al tramonto la colorazione calda del tufo calcareo che ne fu il prevalente materiale da costruzione aumenta la suggestione del luogo.
Dei templi di Zeus Olimpio, dei Dioscuri, di Eracle, di Hera Lacinia sono individuabili solo poche colonne e i basamenti, il che permette comunque di farsi un’idea dell’impianto originario. Il percorso di visita, lungo il quale si riconoscono anche altari sacrificali e gruppi di sepolture, ha la sua ideale e scenografica conclusione nel Tempio della Concordia, uno dei più ben conservati dell’antichità: lo straordinario edificio è una vera e propria lezione di architettura classica “sul campo”, con l’uso sapiente della sezione aurea e della correzione della prospettiva tramite la rastrematura delle colonne, il loro leggero rigonfiamento a 2/3 dell’altezza e il “trucco” della lieve inclinazione verso il centro del colonnato frontale.
Concludiamo la visita e il seminario di storia dell’arte giusto a mezzogiorno. Siamo un po’ accaldati e cominciamo ad avere fame, quindi la conseguenza è la più logica: facciamo un po’ di acquisti in un mercatino e lasciamo Agrigento alla ricerca di una spiaggia per una sosta balneare e alimentare.
Basta una quarantina di chilometri in direzione ovest per trovare il luogo ideale, vale a dire Eraclea Minoa. Il sito, dove fiorì duemila anni fa una colonia greca, è un’importante area di scavi, ma dopo la scorpacciata di monumenti di Agrigento siamo più attratti dall’aspetto naturale: sotto la collina che ospita il complesso archeologico si stende infatti la lunghissima spiaggia di Capo Bianco, compresa tra una folta pineta e l’alta parete calcarea del promontorio. Anche il mare cristallino contribuisce a rendere altamente raccomandabile questo luogo di sosta.
Dopo avere fatto un bel bagno ed esserci rifocillati, possiamo riprendere il nostro itinerario. Tocchiamo Sciacca, importante località termale e attivo porto peschereccio, per piegare poi verso l’interno in direzione di Castelvetrano; quattro chilometri a ovest della cittadina si trova il prossimo luogo di visita, una di quelle attrattive cosiddette “minori” ma spesso capaci di arricchire un viaggio in autonomia qual è il nostro. Si tratta del demanio forestale Trinità, zona ricca di alberi rigogliosi nel cuore della quale spicca un autentico gioiellino architettonico, la chiesetta di Santa Trinità di Delia; è un minuscolo ma significativo esempio di arte arabo-normanna del secolo XI, caratterizzata da tre absidi semicilindriche e una cupola rosata emisferica. Una vera oasi d’incanto. Cito anche con piacere la cortesia della custode, che non potendo accompagnarci perché ammalata, si scusa e ci affida senza problemi le chiavi dell’edificio.
Conclusa la visita ormai al tramonto, abbiamo ancora il tempo di guadagnare qualche chilometro in direzione di Marsala, nel cui circondario graviteremo domani. Raggiungiamo quindi la costa e facciamo tappa a Mazara del Vallo, cittadina nota per essere il principale porto peschereccio della Sicilia e uno dei più importanti del Mediterraneo. Ci sistemiamo in un moderno albergo del centro e concludiamo la giornata con l’ennesima cena di pesce.

Venerdì 31 Maggio 1999: Mazara del Vallo – Marsala – Mozia e saline – Erice – San Vito lo Capo (km. 100 / 1252)
Lasciamo Mazara per immetterci sulla statale n. 115 in direzione di Marsala, che dista non più di una ventina di chilometri.
Principale vanto della città è ovviamente l’omonimo vino, anche se non tutti sanno che la sua diffusione al di fuori dell’isola e dell’Italia fu merito degli Inglesi: fu il commerciante John Woodhouse ad assaggiarne un bicchiere in un’osteria nel 1770 apprezzandolo quanto il Porto e i vini liquorosi spagnoli, dando così il via all’importazione in Inghilterra e in seguito all’impianto degli stabilimenti Ingham e Whitaker in Marsala, da ormai un secolo assorbiti dalla Florio. È proprio la Florio che propone un’esauriente visita, nel corso della quale vengono illustrate le successive fasi di lavorazione: così come il Porto e lo Xeres spagnolo, un sistema di rabbocchi (il cosiddetto metodo Solera) tra vini di più annate successive assicura la qualità media costante di ciascuna bottiglia, la cui etichetta in effetti non indica l’anno di vendemmia.
Procedendo in direzione nord lungo la litoranea, ci si inserisce gradualmente in uno scenario assolutamente unico, quello della laguna dello Stagnone. Gli specchi squadrati delle saline, i riflessi rosati sull’acqua bassa, i mulini a vento dal tetto rosso un tempo usati per macinare il sale, i cumuli bianchi di minerale protetti da coperture in tegole e le barchette colorate attraccate nelle insenature formano un paesaggio di favola, un luogo sospeso nel tempo.
Delle quattro isole che caratterizzano la laguna, quella che ha maggiore importanza storica è Mozia, florida colonia fenicia per oltre mille anni a partire dall’VIII secolo a.C., l’accesso alla quale avviene con una breve traversata in battello. Dopo una visita al Museo, che espone pregevoli ceramiche e sculture tra cui spicca la stupenda statua marmorea dell’Efebo di Mozia, si può effettuare in un’ora e mezza il giro a piedi dell’isola tra numerosi resti dell’antica civiltà; peccato per una patina di trascuratezza che penalizza un luogo così suggestivo e stride parecchio con l’ammirevole allestimento del Museo.
Una curiosità consiste nella strada lastricata di collegamento con la terraferma ancor oggi esistente appena sotto il pelo dell’acqua: in fotografie precedenti il 1971 si vedono carretti trainati dal cavallo che danno l’impressione di “camminare sull’acqua” e questa originale escursione di sette chilometri tra Birgi e l’isola può essere tuttora effettuata, con un po’ di cautela, seguendo dei cippi che emergono dall’acqua.
Le saline caratterizzano il paesaggio fino all’altezza di Trapani, dove lasciamo la costa per spingerci verso l’interno: una strada che prende gradualmente quota con numerosi tornanti porta ai 751 metri di Erice, in posizione straordinariamente panoramica. La cittadina, la cui pianta forma un triangolo quasi perfetto, è in parte circondata da mura ed è un fitto reticolato di stradine e piazzette pavimentate a riquadri sulle quali si affacciano belle case, localini caratteristici, negozietti di artigianato e di prodotti tipici: i lodevoli restauri degli ultimi anni e l’ottimo stato di mantenimento fanno di Erice una delle mete turistiche più suggestive della Sicilia.
Entrati in città da ovest dopo avere lasciato l’auto nel parcheggio all’esterno di Porta Trapani, merita subito una visita la bella Chiesa Matrice, che richiama la struttura di una fortezza per via della merlatura del tetto. Salendo sulla torre campanaria, ci si può fare l’idea dall’alto di quanto sia intricato il tessuto urbano.
Il punto terminale della visita, da effettuare a piedi in un susseguirsi di splendidi scorci sulle numerose chiese e conventi che danno l’impronta alla città, è il Giardino del Balio: da qui si gode un panorama estesissimo che va dal sottostante sperone boscoso su cui sorge il normanno Castello di Venere del sec. XII fino ai promontori di Monte Cofano e di Capo San Vito, mentre nella direzione opposta, al largo di Trapani, sono ben riconoscibili le isole Egadi.
Già da quassù si può apprezzare la limpidezza del mare sottostante, così, visto che siamo ormai a fine pomeriggio, ci dirigiamo alla volta di San Vito Lo Capo, che dista circa 35 km. Siamo appena a inizio stagione e nel paese, affollato nel periodo estivo, non c’è alcuna difficoltà di trovare alloggio; ci sistemiamo al Camping La Pineta, che offre confortevoli bungalows a un prezzo conveniente. Anzi, fissiamo senz’altro due pernottamenti per concederci un po’ di relax in questo mare cristallino.
Siamo un po’ stanchi e, dopo una bella nuotata nella piscina del camping, per la cena preferiamo orientarci (pesce, per non sbagliare…) sul ristorante adiacente: anche sotto questo aspetto abbiamo la conferma di avere scelto bene.

Sabato 1 Giugno 1999: San Vito lo Capo – Custonaci – Riserva dello Zingaro – San Vito lo Capo (km. 65 / 1317)
San Vito è una piacevole stazione balneare che prospetta su una baia con un’acqua limpida dalle bellissime sfumature di colore. L’abitato, costituito da casette bianche, ha la sua unica emergenza architettonica nella settecentesca Chiesa Madre, inconsueta per la sua mole massiccia che rivela l’originaria struttura di fortezza saracena.
Ripercorriamo in parte la strada di ieri per recarci a visitare uno dei luoghi più singolari di questo viaggio. Raggiungiamo Custonaci fiancheggiando alcune cave di marmo Perlato di Sicilia aperte sul fianco scosceso di Monte Cofano; poco distante, per la precisione in frazione Scurati, si trova la Grotta Mangiapane, una cavità naturale talmente ampia da ospitare un antico insediamento contadino. Lungo una stradina acciottolata ci si aggira tra casette squadrate e resti di attrezzi agricoli in un’ambientazione che ricorda i pueblos messicani o le abitazioni rupestri dei nativi americani; nel periodo natalizio il sito ospita un originalissimo presepio vivente.
Tornati a San Vito, ci approvvigioniamo di ottima frutta per lo spuntino di metà giornata e ci immettiamo nella strada panoramica che percorre la costa est del promontorio fino ad avere termine su uno slargo al’ingresso della Riserva Naturale dello Zingaro. Quest’area protetta è un lodevole esempio di gestione delle risorse naturali e bisogna congratularsi con gli amici siciliani per la mobilitazione popolare che all’inizio degli anni Ottanta fece fallire il progetto di una carrozzabile tra San Vito e Scopello che avrebbe in pratica condannato a morte un habitat di valore inestimabile ricco di una quarantina di differenti specie di uccelli e circa 700 di piante.
Dal parcheggio parte un sentiero a picco sul mare in un contesto di rigogliosa vegetazione mediterranea, dal quale si possono raggiungere una serie di spiaggette appartate in ambiente incontaminato. Una camminata di un quarto d’ora porta a una caletta, in mezzo a una splendida fioritura di capperi, ai piedi della ex tonnara dell’Uzzo, riconvertita a museo delle civiltà contadine e marinare; ci immergiamo per uno splendido bagno, in un paesaggio reso unico dal contrasto tra il mare e i pendii selvaggi che portano ai 921 metri del Monte Speziale, massima elevazione del promontorio.
Un’ulteriore passeggiata di un’ora tra andata e ritorno porta alla Grotta dell’Uzzo: alta 45 metri e profonda 50, è importante luogo di studio per il ritrovamento di scheletri e manufatti che testimoniano un’occupazione umana databile a 12.000 anni fa. Dalla grotta si può scendere alla Torre dell’Uzzo e alla sottostante spiaggetta per un bagno ancora più godibile del primo.
Dopo un’indimenticabile giornata di mare, ceniamo di nuovo nel ristorante del Camping La Pineta, che anche stasera non ci delude.

Domenica 2 Giugno 1999: San Vito lo Capo – Castellammare del Golfo – Segesta – Palermo Sferracavallo (km.130 / 1447)
Ripercorriamo per l’ultima volta l’ormai nota strada per Custonaci per poi immetterci sulla statale n. 187, facciamo sosta all’altezza di Castellammare del Golfo apprezzando il colpo d’occhio dall’alto sul porto e sul bellissimo golfo e deviamo infine verso l’interno in direzione di Segesta, l’ultimo sito archelogico del nostro programma.
Il fascino del tempio dorico, risalente al 430 a.C., è dato soprattutto dal grande equilibrio delle proporzioni e dall’eccellente stato di conservazione, ma anche dal suo isolamento sulla sommità di un colle e dallo splendore della vegetazione circostante. A tanta perfezione si contrappone una serie di misteri ancora irrisolti dagli studiosi, tra cui le colonne lisce anziché scanalate, la mancanza della cella interna (nell’architettura classica lo spazio riservato al culto) e l’assenza di indizi per individuare la divinità cui fosse consacrato.
Ideale completamento della visita è la salita (servizio di navetta) di due chilometri su un’altura antistante; qui si trovano il ben conservato teatro, tuttora scenario di rappresentazioni estive, e i ruderi dell’Eremo di San Leone e del Castello Normanno, ma soprattutto si può godere di una bellissima veduta sul sito del tempio.
Dopo avere consumato uno spuntino dell’area di sosta del parco archeologico (per fortuna coperta da una tettoia, visto che si scatena un temporale breve quanto intenso), facciamo il punto in vista del trasferimento a Palermo, dove effettueremo gli ultimi tre pernottamenti della vacanza. Decidiamo di sistemarci in periferia, per non rischiare di finire imbottigliati nel traffico cittadino quando fra tre giorni dovremo recarci all’aeroporto; fissiamo telefonicamente in un hotel di Sferracavallo, località a nord-ovest del centro, in posizione strategica a una ventina di chilometri da Punta Raisi.
Da Segesta ci immettiamo in breve nell’autostrada e copriamo i 75 chilometri che ci dividono dall’Hotel Bellevue, dove giungiamo nel tardo pomeriggio.
Sferracavallo è un sobborgo di Palermo situato in una piccola baia tra due promontori, con parecchio verde e un’animata passeggiata a mare. Per la cena abbiamo un’indicazione da parte di amici, che non tardiamo a individuare dall’affollamento all’esterno, tanto che possiamo prendere posto dopo un’attesa di circa un quarto d’ora. Al ristorante “Il Delfino” non esiste menù e il cameriere, posando in tavola tre bottiglie di bianco di Alcamo, si presenta così: “Ditemi solo se volete acqua minerale naturale o gassata, per il resto facciamo noi”. Il “facciamo noi” si concretizza in sette antipasti, tre primi e una gigantesca grigliata mista di pesci e crostacei freschissimi, il tutto per 35.000 lire a testa. È del tutto inutile che vi esorti a prendere nota di questo prezioso indirizzo.
Ripeteremo la felice esperienza la sera successiva, mentre per la cena di martedì preferiremo moderarci limitandoci a una bella spaghettata con le vongole in uno dei tanti chioschetti all’aperto della zona portuale: una soluzione popolare, anch’essa consigliabile per la vivacità dell’ambientazione.

Lunedì 3 Giugno 1999: Palermo Sferracavallo – Monreale – Palermo (km. 50 / 1497)
Martedì 4 Giugno 1999: Palermo (55 / 1552)
Dedichiamo la mattinata di lunedì alla visita di Monreale, che da Sferracavallo dista 25 km. lungo la statale n. 186.
L’inizio dello splendore della città coincise con l’edificazione del Duomo, eccezionale complesso in stile arabo-normanno nel quale, alla fine del Millecento, l’illuminato sovrano Guglielmo II volle inglobare il potere ecclesiatico e quello temporale: l’edificio comprende infatti la chiesa, l’abbazia benedettina e il Palazzo Reale (riconvertito nel sec. XVI in Seminario Arcivescovile).
La facciata, quale la si vede oggi, non rende giustizia al fasto originario: cedimenti, crolli, rimaneggiamenti e restauri discutibili hanno prodotto un fronte disorganico, soprattutto il pesante inserimento del portico ad arcate ottocentesco che ha lasciato visibile solo la parte superiore del magnifico decoro dell’epoca e stona con le due tozze torri laterali. Bisogna fare il giro dell’edificio per rifarsi gli occhi ammirando le absidi, la cui imponenza è equilibrata dalla finissima decorazione ad archi ciechi che si sovrappongono con un mirabile gioco di incastri.
Ma appena si varca la porta d’ingresso, ecco l’impatto con una delle maggiori meraviglie in cui un viaggiatore possa imbattersi, non solo in Sicilia e in Italia ma nel mondo. Ottomila metri quadrati di mosaici a fondo dorato coprono praticamente tutte le superfici al di sopra delle colonne, facendo passare in secondo piano la pur grandiosa architettura dell’interno.
Come già a Cefalù, lascia stupefatti il perfetto stato di conservazione dei mosaici, se si pensi che hanno ormai superato la rispettabile età di 800 anni.
Si possono individuare tre cicli principali (oltre ad altri secondari) che sviluppano, con minuzia di particolari e complessi simbolismi, i temi dell’Antico Testamento, della Vita del Redentore e del Pantocratore con la sua Corte Celeste; ma per la descrizione di un apparato figurativo così imponente servirebbe un intero trattato e rimando chi voglia approfondire alle pubblicazioni reperibili sulle bancarelle e nei negozietti circostanti.
Per completare la visita del Duomo, raccomando la salita alle terrazze per le bellissime viste sulle absidi e sul chiostro dall’alto; proprio il chiostro, raffinatissimo esempio di arte moresca, è un luogo dall’atmosfera davvero magica e si rimane incantati dalla varietà delle decorazioni delle colonnine binate e dei capitelli, nelle quali la fantasia dei numerosi artisti si è sbizzarrita facendo di ciascuna un piccolo capolavoro irripetibile differente da tutte le altre.
Lasciamo Monreale e dirigiamo sul centro di Palermo, dove, dopo un gustoso spuntino in una tavola calda in prossimità dello scenografico Teatro Massimo, diamo inizio alla visita del capoluogo. Le note problematiche legate al sociale, alla malavita, al degrado dei quartieri antichi e delle periferie non devono prendere il sopravvento sul fatto che la città è un centro d’arte prezioso come pochi, tanto più affascinante per gli influssi delle successive dominazioni nel corso della storia, dai Bizantini agli Arabi ai Normanni agli Svevi agli Angioini agli Spagnoli fino ai Borboni di Napoli.
Il quartiere monumentale ha il suo ideale centro nel Palazzo dei Normanni. Già fortezza prima punica e poi araba, divenne sfarzosa residenza reale a metà del XII secolo sotto Ruggero II; oggi di quell’impianto, passato attraverso rimaneggiamenti del Sei e Settecento, rimangono solo una torre e il nucleo centrale dell’edificio, dal 1947 sede dell’Assemblea Regionale Siciliana. La parte più spettacolare del Palazzo è la Cappella Palatina, costruita per l’incoronazione di Ruggero II: i cicli di mosaici che rivestono le pareti, che comprendono 134 quadri, 110 figure isolate e 131 medaglioni reggono per splendore e stato di conservazione il confronto con quelli del Duomo di Monreale, con la sola differenza delle minori dimensioni della cappella rispetto a quello.
Uno splendido colpo d’occhio è quello fornito dalla Cattedrale, il cui esterno è una ben equilibrata miscela tra lo stile arabo-normanno e il gotico-catalano, con le raffinate absidi dalla decorazione analoga a quelle di Monreale.
Originalissimi angoli di Oriente sono invece le due chiese di San Cataldo e di San Giovanni degli Eremiti, caratterizzate da semplici forme squadrate, coronamento a merli e cupole emisferiche rosate che richiamano l’arte araba; in particolare nella seconda si ha l’impressione di una dimensione estranea al frastuono esterno, anche grazie al giardino di palme, aranci e bouganvillee che la circonda.
Non intendo imitare le guide turistiche ed elencare una serie di cose da vedere, ma come tacere, anche con una semplice citazione, le innumerevoli attrazioni che Palermo offre? Ad esempio il lussureggiante Orto Botanico con la grande varietà di piante orientali tra cui spicca un secolare Ficus; o gli edifici normanni, suggestivi nella semplicità delle forme, della Zisa e della Cuba; o il gusto macabro delle Catacombe dei Cappuccini, con la sfilata di migliaia di corpi conservatisi quasi intatti grazie al particolare microclima; o la Galleria Regionale di Sicilia, dove ammirare i dipinti di Antonello da Messina o l’incantevole busto di Eleonora d’Aragona; o perdersi nelle allegorie della scenografica fontana di Piazza Pretoria; ma anche respirare l’atmosfera orientaleggiante del quartiere popolare della Kalsa o immergersi nel colorito chiasso del mercato della Vucciria, mirabilmente raffigurato da Renato Guttuso; o intervallare questa sfilata di meraviglie con una sosta al tavolino di una pasticceria davanti a un cannolo, a una cassata, a un vassoio di pasta di mandorle accompagnati da un buon bicchiere di Marsala.

Mercoledì 5 Giugno 1999: Palermo - Genova
Viaggi come questo hanno sempre termine troppo presto: anche questa volta il giorno della partenza ci è piombato addosso senza che potessimo evitarlo.
Disponiamo ancora di una mattinata, che preferiamo passare sulla spiaggia di Sferracavallo per un’ultimo bagno in questo splendido mare di Sicilia. Prima di prendere la strada dell’aeroporto, acquistiamo un po’ di dolci tipici da portare agli amici, anche se sono talmente squisiti che sappiamo già che finiremo per mangiarceli noi; agli amici potremo tutt’al più farne assaggiare uno e dare loro l’indirizzo della pasticceria!

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