In Terra di Siena sulle tracce di Duccio

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In Terra di Siena sulle tracce di Duccio

Questo è il resoconto di una vacanza di quattro giorni, ad inizio dicembre 2003, incentrata su Siena e alcune tra le innumerevoli località dei dintorni, una più bella dell’altra. Ma segna anche un momento emblematico del “progetto Ci Sono Stato”: si tratta cioè dell’incontro “non virtuale”, dopo alcuni mesi di scambio di e-mails, e conseguente itinerario attuato da due persone conosciutesi tramite la frequentazione del sito.
L’occasione è stata data dalla bellissima mostra di Duccio, che consiglio a tutti, appassionati d’arte e no. Mia guida impareggiabile è stata Grazia, ormai tra le più fedeli collaboratrici sia tramite apprezzati articoli (Cambogia, Siena, Guatemala, Como, Irlanda, altri che di certo seguiranno…) che per puntuali interventi sul Forum. Grazia, senese DOC, contradaiola della Pantera, ha preparato e realizzato alla perfezione il programma di visite e non c’è di meglio che percorrere i luoghi apprendendone gli aspetti meno noti e le curiosità in compagnia di chi li conosce e li ama.
La stagione invernale, anche se penalizzata dalle giornate brevi, regala il piacere di un approccio tranquillo e di ritmi rilassati, ben lontani dalle folle del turismo estivo che spesso sminuiscono il fascino dei paesaggi, delle località e delle bellezze artistiche.

Dove alloggiare

Ho alloggiato per tre notti al “Piccolo Hotel Chianti”, ubicato a cinque minuti d’auto dal centro storico di Siena in posizione strategica (pochi metri dall’uscita Siena Nord della superstrada FI-SI) come punto di partenza per visitare la città e i dintorni. È un accogliente bed & breakfast ottenuto ristrutturando e ampliando nel 2002 l’originaria casa di famiglia del 1926, vivamente raccomandato per l’ottimo rapporto-qualità prezzo. La signora Sandra Fiaschi mette immediatamente a suo agio il cliente con camere confortevoli, un servizio informale ma impeccabile e le abbondanti colazioni confezionate di sua mano.
Per le notizie pratiche e i contatti, rimando al sito riportato nei Links.

In cucina

Abbiamo cenato in tre differenti locali, tutti ben conosciuti da Grazia e decisamente consigliabili:
** Da Quinto al Ceppo, Strada del Riciano 1, 53035 Monteriggioni, tel. 0577/593387 solo a mezzogiorno. A una decina di minuti di macchina dal “Piccolo Hotel Chianti”, è un locale familiare con ottima cucina senese, portate abbondanti e prezzi contenuti. Note di merito per i primi di pasta fresca e le eccellenti carni, in particolare la fiorentina (ne ho visto servire una da 1250 grammi!) e la tagliata di manzo. In ogni caso, affidatevi a Laura, non ve ne pentirete!
** Osteria da Anna, Strada del Chianti 7/9, tel. 0577/51297, qualche decina di metri dal “Piccolo Hotel Chianti”. Locale con pochi coperti (meglio prenotare), covo dell’Istrice con bella atmosfera di contrada. Da non perdere l’assortimento di crostini, i pici con ragù di cinghiale o anatra e la piccola pasticceria fatta in casa. Anche qui la cosa migliore è lasciare carta bianca ad Anna, che è un personaggio da conoscere, anche attraverso numerose vecchie foto sui muri che la ritraggono di volta in volta in azione come pilota di rally o ai campionati mondiali di tiro a volo o insieme con i giocatori della Mens Sana, la squadra di basket di Siena.
** La sosta di Violante, Via di Pantaneto 115, 53100 Siena, tel.0577/43774. Sulla direttrice di Porta Romana (uscita sud-est del centro storico), è un caratteristico locale attivo da tre anni grazie ad alcuni giovani appassionati sul confine tra le contrade del Leocorno e del Nicchio, con cucina molto saporita legata alle antiche tradizioni. Squisiti gli gnocchi di patate e zucca al burro e salvia, gli involtini di verza e i saltimbocca avvolti nel prosciutto di cinta (tipico suino locale caratterizzato da una fascia, appunto una “cinta”, di pelo più scuro intorno al corpo). Ulteriori notizie e curiosità nel bel sito indicato nei Links.

Itinerario

A Siena (già ben conosciuta in precedenti occasioni) è stato dedicato un pomeriggio alla visita accurata delle mostre, nonché un giro per “ripassare” le tante bellezze note ma sempre piacevoli da rivedere.
Gli itinerari nelle “Terre di Siena” sono stati così organizzati:
* verso nord-ovest lungo la Via Cassia (S.S. n. 2) e le provinciali per Monteriggioni, Colle Val d’Elsa e San Gimignano;
* verso sud lungo la 223 con deviazione verso San Galgano e Montesiepi;
* verso sud-est ancora sulla Cassia e le diverse diramazioni per Monte Oliveto Maggiore, Montalcino, San Quirico d’Orcia e Sant’Àntimo.

Da non perdere

Il difficile sarebbe individuare qualcosa di cui dire “si può anche lasciar perdere”…
Al di là dei viaggi in terre lontane o mete esotiche, ci troviamo in luoghi tra i più belli del pianeta, sia per l’elemento naturale, i valori ambientali, la ricchezza artistica, sia per la qualità di vita, le straordinarie produzioni gastronomiche e vinicole, tutti vanti ineguagliabili della Toscana e dell’Italia in generale.
Al proposito, è significativa una leggenda: quando Dio concluse la Creazione, volle passare in rassegna tutte le parti del mondo appena nato. Osservando la Toscana, si compiacque con sé stesso per l’ottima riuscita e, quasi a mettere la firma su un’opera d’arte, sparse dei punti esclamativi che si possono vedere ancora oggi: sono… le macchie di cipressi che in maniera inconfondibile caratterizzano le ondulazioni della campagna senese.

SIENA
Non è esagerata la definizione di “evento storico” per la mostra Duccio - Alle origini della pittura senese. Dal 4 ottobre 2003 all’11 gennaio 2004 (ma le molte richieste non fanno escludere un prolungamento) è reso disponibile al pubblico un percorso artistico che va dai precursori di Duccio, passa per la maggior concentrazione di opere del Maestro mai radunata, per finire con i seguaci che ne colsero la lezione dando un’impronta inconfondibile alla pittura toscana a cavallo tra Duecento e Trecento.
I diversi fattori che rendono la mostra davvero imperdibile sono la presenza di dipinti di collezioni private mai esposti al pubblico, l’assemblaggio delle tavole, sparse in musei di tutto il mondo, di alcuni polittici mai visti prima nella loro interezza e, soprattutto, l’opportunità di ammirare da pochi centimetri la vetrata circolare dell’abside del Duomo fresca del recente magnifico restauro: terminata l’esposizione, sarà risistemata al suo posto e si potrà vederla solo dal selciato della piazza puntando lo sguardo (e magari un binocolo) verso l’alto da diverse decine di metri di distanza. Insomma, per buona parte di ciò che si vede può valere l’esortazione “Ora o mai più!”.
La mostra si tiene in alcune sale, allestite con criteri di grande funzionalità, dell’antico Spedale di Santa Maria della Scala, fatta eccezione per il capolavoro di Duccio, la Maestà, che a causa delle grandi dimensioni non può essere spostato dal Museo dell’Opera Metropolitana; il biglietto d’ingresso della mostra comprende peraltro l’accesso alla relativa sala.
In questo periodo è però visibile un’altra meraviglia, anche in questo caso per un periodo limitato, visto che la visita avviene in contemporanea al cantiere di restauro che durerà ancora a lungo. Parlo della cripta del Duomo, vano scoperto grazie a un caso fortunato negli ultimi anni. Diciamo subito che non è del tutto esatta la definizione di cripta, nel senso di “ambiente scandito da volte e colonne sotto il livello del presbiterio delle chiese cristiane in cui erano custodite le reliquie del Santo”; quale fosse la reale destinazione di questo locale, ubicato esattamente sotto il pulpito di Nicola Pisano, è ancora allo studio, forse un luogo di culto preesistente al Duomo o un passaggio alla chiesa riservato ai canonici. Quello che è certo è lo splendore degli affreschi, i cui colori sono in eccellente stato di conservazione grazie ai detriti che per secoli hanno riempito completamente il vano proteggendoli dalla luce e dall’umidità. I critici sono propensi a far risalire gli affreschi, attribuibili a pittori di scuola duccesca e raffiguranti episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, al 1270-1280 e a considerare la cripta un singolare unicum artistico: le colonne dipinte a motivi geometrici e la decorazione che interessa ogni parte dell’ambiente, capitelli compresi, non hanno infatti riscontro in analoghe realizzazioni. La visita, esclusivamente guidata a gruppi di non più di 30 persone, è limitata a mezz’ora ed avviene tra le impalcature del cantiere: ma già si può immaginare quale meravigliosa opera si potrà ammirare quando sarà definitivamente aperta al pubblico.

Ma Siena, oltre all’occasione di queste esposizioni, è la città straordinaria che tutti conosciamo e, pur con poco tempo a disposizione, non si può rinunciare al rinnovato piacere di passeggiare nel suo centro storico, magari anche senza una meta precisa. Questa volta, poi, è con me una persona che ne conosce i risvolti meno noti al grosso turismo, un “valore aggiunto” davvero inestimabile.
Non farò quindi un elenco di cose da visitare, che rischierebbe di essere stucchevole, visto che il compito è svolto in modo esauriente da una vastissima editoria specializzata; né avrebbe senso che sia io dirvi di andare qui o là a vedere questo o quello (anche perché l’indicazione più ovvia sarebbe “Tutto!”).
Girare Siena in compagnia di un (o in questo caso di una) senese significa inevitabilmente affiancare agli itinerari artistici un percorso trasversale nelle realtà del Palio, anche quelle che un forestiero neanche immagina. Per non essere (indegnamente) ripetitivo, invito chi non l’avesse ancora fatto alla lettura del bell’articolo di Grazia su questo stesso sito (vedi Links) e non mi addentrerò in una materia che conosco solo tramite la televisione e qualche libro. Però non si può non avere la sensazione di trovarsi in un mondo a parte quando un senese ci mostra con orgoglio la sede della sua contrada, o la porta della stalla (più che stalla, una sala…) in cui nei quattro giorni prima del Palio il “barbaresco” veglia il cavallo come un figlio, o la fontana dove i neonati ricevono un battesimo “profano” della contrada non meno importante di quello religioso, o il leggero disagio con cui si percorrono le strade di una contrada nemica e il sollievo di varcare l’ideale confine che immette nella propria; ma c’è anche la complessità dei rituali legati al Palio, le irrinunciabili scaramanzie (lo sapevate ad esempio che quando corrono insieme le quattro contrade con il verde nello stemma – Bruco, Drago, Oca, Selva – è presagio di un Palio tumultuoso?), la terminologia ben precisa che pure i non senesi faranno bene a imparare: non dite mai “il sorteggio” per indicare “la tratta”, “la partenza” invece che “la mossa”, “le corde” al posto de “i canapi”! Si racconta che anche Paolo Frajese, telecronista del Palio per molti anni e senese di adozione, fu (seppure bonariamente) rimproverato per avere definito “pilastrini di marmo” i “colonnini” che delimitano il lato interno del “giro di piazza”! E attenti a non confondere il verrocchio (l'alloggiamento del Mossiere che contiene anche il meccanismo per manovrare il canape) con il verrocchino (la struttura che sorregge il primo canape, quello più corto che sta dietro ai cavalli)! Si farà ben presto l’orecchio ad espressioni come “qui siamo nel Leocorno” o “sono passato in Pantera”, abituali come lo sarebbero per noi “qui siamo in Via Roma” o “sono passato al circolo”. E sarete apprezzati se chiamerete l’ambito premio non con il termine ufficiale di Palio ma con quelli popolari di “drappellone” o “cencio”!

SAN GALGANO (30 km. da Siena)
L’Abbazia di San Galgano è uno dei luoghi di culto della Cristianità di più profonda suggestione, immerso com’è nella tranquillità della campagna senese e visibile in tutta la sua magnificenza già da lontano. Anche se il complesso, edificato tra il 1224 e il 1288, si presenta oggi in rovina e completamente scoperchiato, è impossibile rimanere indifferenti davanti a tanta grandiosità: l’insieme, sia nelle tre navate, sia nella facciata e in parte delle volte, è peraltro ben conservato e una passeggiata all’interno del perimetro, specialmente in questa stagione di scarso afflusso, regala silenzi e giochi di luce impensabili. Notevole è anche l’acustica, che valorizza al massimo i cicli di concerti che vi si tengono in estate.
Vale la pena di completare la visita salendo, in pochi minuti di macchina, all’Eremo di Monte Siepi, in posizione dominante con bellissima veduta sull’Abbazia. Si tratta di una piccola chiesa romanica in cotto a vista su pianta circolare al cui interno, molto semplice, è conservato - sotto una calotta di plexiglas - il masso in cui, secondo la tradizione, San Galgano avrebbe conficcato la spada in segno di pace; in una cappella laterale si può ammirare anche una bella Madonna in trono di Ambrogio Lorenzetti.

MONTERIGGIONI (16 km. da Siena)
Questo borgo fortificato sulla sommità di un colle a poco meno di 300 metri di quota era di grande importanza già ai tempi di Dante, che lo definì “borgo di torri a corona”.
Anche se il territorio comunale si è espanso verso la bassa valle (pure il ristorante “Da Quinto al Ceppo”, per quanto a breve distanza da Siena, è compreso nel comune di Monteriggioni), il nucleo originario è quello circoscritto da una cinta muraria di quasi 600 metri risalente ai primi del Duecento e intervallate da 14 torri quadrangolari che caratterizzano il profilo della cittadina già da lontano. Una passeggiata all’interno del paese, anche se la sua parte monumentale si limita alla bella pieve di San Giovanni Battista, è da raccomandare sia per la grande cura nel mantenimento del tessuto urbano sia per la tuttora ben viva impronta medioevale, ancora più marcata nella calma ovattata di un tardo pomeriggio di dicembre.

SAN GIMIGNANO (39 km. da Siena)
Le torri! Ecco la prima immagine che si presenta alla memoria di chi abbia visto dal vero o in raffigurazione questo borgo, senza dubbio uno dei più bei “passaporti” del paesaggio, dell’arte e della bellezza italiani nel mondo.
Già nel XIII secolo San Gimignano era punto di riferimento per i flussi mercantili che attraversavano l’Italia, in quanto ubicato su quella importantissima arteria di traffico che era la Via Francigena. Il benessere derivato dal commercio si manifestò in una sorta di competizione tra le varie famiglie nel costruire ciascuna la propria torre: 72 al momento del massimo splendore, ne sono oggi rimaste in piedi 15, che caratterizzano in maniera inconfondibile il tessuto urbano e le “cartoline” del borgo visto dal fondovalle.
Lasciata l’auto in uno dei parcheggi esterni alla cinta muraria, si può dare inizio alla visita a piedi entrando da Porta San Giovanni all’estremità sud. L’omonima via, sulla quale si affacciano edifici del Tre e Quattrocento, porta in circa 300 metri all’Arco dei Becci, quasi una quinta teatrale che introduce al cuore del borgo. Si tratta di due ampi spazi, collegati da un breve tratto di passaggio, che costituiscono un insieme fortemente scenografico: il primo in cui ci si imbatte appena varcato l’arco è la triangolare Piazza della Cisterna, sulla quale si affacciano l’elegante Palazzo Tortoli-Treccani, la loggia del Palazzo del Popolo, la Torre del Diavolo che sovrasta il Palazzo dei Cortesi e le Torri gemelle degli Ardinghelli; poco oltre si raggiunge la Piazza del Duomo, dominata dalla Collegiata sulla sommità di una larga scalinata, con il Palazzo del Podestà e altre quattro torri, la Rognosa, la Ghigi e le gemelle Salvucci.
L’itinerario si prolunga poi fino all’estremità settentrionale dell’abitato, dove si erge in posizione dominante sul punto più elevato della piazza la chiesa di Sant’Agostino dalla massiccia facciata in mattoni. Ci si può infine addentrare nel reticolato di strade e stradine, talvolta a saliscendi, apprezzando begli scorci e un’architettura abitativa ricca di particolari interessanti.
Alle attrattive degli esterni fanno riscontro gli splendori degli interni di cui San Gimignano è ricca. Si può cominciare dalla Collegiata, le cui navate sono completamente ricoperte di affreschi del XIV-XV secolo, opera di Bartolo di Fredi, Barna da Siena e Benozzo Gozzoli: consiglio di acquistare il libretto che illustra esaurientemente i vari riquadri dei cicli pittorici, raffiguranti scene della vita di Gesù Cristo e storie del Vecchio e Nuovo Testamento. Un vero gioiello è la cappella laterale di Santa Fina, protettrice della città, capolavoro dell’arte rinascimentale toscana (affreschi del Ghirlandaio).
Di grande rilevanza è il Palazzo del Popolo: dopo avere ammirato il bel cortiletto interno con cisterna e loggiato affrescato dal Sodoma, si passa alle sale del Museo Civico, piccolo ma con pregevolissime opere di pittura toscana dei sec. XIII-XV tra le quali spicca la grandiosa Maestà di Lippo Memmi. Infine, una porta laterale consente la salita della Torre Grossa alta 54 metri (stesso biglietto del Museo), che regala una magnifica veduta d’insieme del borgo e dei dintorni. Avverto chi soffra di vertigini che l’ultimo tratto è una rampa di una ventina di gradini metallici quasi verticale (comunque ben protetta) al cui termine bisogna accucciarsi per sbucare sulla sommità: può presentare qualche problema più che altro in discesa.
Infine, il già citato Sant’Agostino custodisce, oltre a numerosi dipinti di scuola toscana nelle varie navate, un’altra meraviglia: il ciclo di affreschi su più livelli della vita del Santo sulle pareti del coro, opera imponente di Benozzo Gozzoli.

SAN QUIRICO D’ORCIA (44 km. da Siena)
Non avrà la notorietà né le bellezze clamorose di altri luoghi qui citati, ma è proprio la dimensione più intima, raccolta e quotidiana che rende San Quirico meritevole di essere inserita in questo itinerario. Le attuali giornate, che sono quelle dedicate all’annuale Festa dell’Olio di inizio dicembre, aggiungono alle strade del borgo una particolare vivacità, con l’animazione di abitanti e visitatori tra negozietti e bancarelle di prodotti tipici.
Non mancano comunque interessanti spunti di rilievo architettonico e ambientale, quali la scenografica Collegiata romanica del XII-XIII secolo con un bel coro in legno intarsiato e un pregevole trittico di Sano di Pietro, la tozza Porta dei Cappuccini in forma di torre poligonale che segna il varco d’ingresso al nucleo storico racchiuso in una cinta di mura, e l’oasi di pace degli Horti Leonini, classico esempio di giardino all’italiana cinquecentesco caratterizzato da siepi squadrate a motivi geometrici.

MONTALCINO (42 km. da Siena)
E’ difficile citare Montalcino disgiungendolo dal Brunello, suo prodotto-simbolo e ormai uno dei marchi italiani più noti nel mondo. E c’è da dire che fu proprio la diffusione di quel vino straordinario al di fuori dell’ambito locale a fare la fortuna del paese, fino a qualche decennio fa uno dei tanti piccoli villaggi di collina i cui abitanti non avevano certo di che arricchirsi con le risorse locali. Oggi l’impronta turistica è l’aspetto che maggiormente colpisce non appena si comincia a percorrere le vie di Montalcino, disseminate di negozi che espongono le produzioni locali, senza dubbio di qualità ma a prezzi che, francamente, appaiono talvolta spropositati. Per non parlare della miriade di laboratori artigiani sorti sull’onda del successo turistico, che ad articoli di pregio affiancano spesso un’oggettistica discutibile mirata a vacanzieri di bocca buona.
Queste puntualizzazioni non vogliono sminuire la gradevolezza del borgo, ben mantenuto ai limiti del lezioso, che annovera eminenze architettoniche di tutto rispetto: tra di esse, incuriosisce la struttura del Palazzo Comunale per la facciata strettissima, espediente inevitabile visto che la piazza in cui si erge è appena uno slargo del principale asse viario. Molto belli sono i numerosi stemmi in marmo che decorano la facciata in pietra e la slanciata torre.
Vale poi la pena di dedicare un po’ di tempo al Museo Diocesano, recentemente ristrutturato con un allestimento molto funzionale, che espone, oltre a diverse opere pittoriche, alcune statue in legno dipinto del Quattrocento di grande espressività. Si può terminare la visita con la Rocca dalla massiccia mole pentagonale, risalente al 1361 e dai cui spalti si apre un vastissimo panorama su Montalcino e sulla campagna circostante.
L’“organizzazione Grazia” ha però pensato anche al naturale completamento dell’itinerario, sta a dire la visita guidata di una delle più prestigiose cantine locali, la tenuta Castello Banfi, la cui eccellente produzione gode del beneficio del microclima in cui si estendono i vigneti: ci troviamo in località Poggio alle Mura, 13 km. a sud di Montalcino.
La visita comprende il Castello vero e proprio, un complesso del XII secolo ottimamente restaurato e conservato grazie alla passione degli attuali proprietari, i fratelli italo-americani John e Harry Mariani, che ingloba il Museo del Vetro, l’enoteca, i ristoranti, il Centro Visite: un insieme di grande fascino immerso nel verde sulla sommità di un colle. Inoltre, circa 5 km. a valle, la cantina, più che altro un vasto stabilimento in cui le tecniche all’avanguardia, i moderni macchinari e le procedure computerizzate si integrano con la tradizione, ancora viva nelle migliaia di botti d’invecchiamento in rovere e in alcune operazioni svolte ancora con la manualità dell’uomo.
Questo tipo di visita è gratuito tramite prenotazione al tel. 0577/816041, mentre sono a pagamento le degustazioni e le cene al ristorante (tel. 0577/816054) a prezzi… adeguati, cioè proporzionati alla qualità dei prodotti e all’esclusività dell’ambientazione.

MONTE OLIVETO MAGGIORE (37 km. da Siena)
Questo straordinario complesso monastico è probabilmente, per peculiarità dell’ambiente circostante, per i valori architettonici, il calore trasmesso dall’uso prevalente di laterizi in mattone e i tesori artistici in esso contenuti, il luogo di visita che mi ha più potentemente impressionato in questo soggiorno in Terre di Siena.
Già dal primo colpo d’occhio da lontano si apprezza la scelta felice del sito in cui nel 1313 l’Abbazia dei Benedettini Olivetani fu eretta, nel cuore delle Crete Senesi, alla sommità di un colle isolato protetto naturalmente su tre lati da dirupi difficilmente praticabili. L’unico accesso è tuttora quello originario tramite un ponte (all’epoca levatoio) che immette in un massiccio torrione (oggi ristorante tipico); da qui un camminamento in leggera discesa porta agli edifici affiancati della Chiesa Abbaziale e del Monastero, che sorgono su un piazzale acciottolato e si svelano quasi all’improvviso, come in una scenografia studiata ad arte, al termine del vialetto delimitato da cipressi.
Prima di accedere al Chiostro Grande, il gioiello che rende irrinunciabile la visita di Monte Oliveto, è opportuno passare dall’emporio per acquistare l’istruttiva pubblicazione “Monte Oliveto Maggiore - L’abbazia nata da un sogno”: senza le precise indicazioni in essa contenute sarebbe impossibile l’approfondimento che i cicli pittorici ben meritano, a meno che non ci si accontenti di un’occhiata en passant che però avrebbe poco senso.
Questo capolavoro assoluto dell’arte di tutti i tempi consiste in 36 grandi affreschi con scene della vita di San Benedetto, opera, a cavallo del Quattro e Cinquecento, di Luca Signorelli e di Antonio Bazzi detto il Sodoma. Il primo realizzò nove riquadri, dopodiché fu chiamato ad affrescare la cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto; il completamento fu così affidato al Sodoma, personaggio singolare anche al di fuori dell’ambito artistico, alle cui stravaganze farò cenno nelle “Curiosità”.
Lo stato di conservazione degli affreschi è ottimo, grazie ai sapienti restauri e alla posa in opera, in tempi moderni, di vetrate a protezione del chiostro; solo due riquadri sono parecchio rovinati, nel punto in cui le orde napoleoniche si accamparono accendendo anche dei fuochi. Consiglio di soffermarsi con cura su ogni scena: non mancheranno scoperte di particolari sorprendenti!
In questa stagione non è prevista la visita, se non su richiesta, di altri ambienti dell’Abbazia. E’ però presente uno dei volontari che curano i percorsi guidati, che si offre di aprirci (si sono intanto aggiunte altre due persone) il refettorio e la biblioteca: il servizio è gratuito, anche se è apprezzato un piccolo contributo per le opere di mantenimento. Cito con piacere il nome di questa persona, Dino Benincasa, dalle cui parole traspare una grande competenza e una profonda passione per questi luoghi.
Il refettorio è una grande sala nella quale si respira appieno l’atmosfera monastica, ma anche realizzazione di un progetto che, all’epoca, fece reputare folle il suo autore Giovanni da Verona: infatti non esistono colonne intermedie a sostegno dell’unica volta “a botte”, soluzione ardita pensando che, esattamente sopra, si trova la biblioteca con tutto il peso degli arredi e degli scaffali. Passando al piano superiore, si ha la spiegazione di questo “miracolo”: le due file di colonne che scandiscono le tre navate non sono di marmo ma di un impasto molto più leggero, e inoltre sono leggermente inclinate all’esterno verso le pareti laterali, sulle quali scaricano buona parte del peso tramite barre di metallo: quella che pareva un’eresia è tuttora in piedi a distanza di oltre 600 anni!
Peccato, piuttosto, che negli armadi si trovi oggi meno della metà dei libri un tempo custoditi, in prevalenza pezzi unici in quanto scritti a mano dagli amanuensi; anche di questo dobbiamo ringraziare quel gentiluomo di Napoleone, che decretò la soppressione di tutti gli ordini monastici, arrogandosi di fatto il diritto di saccheggiare grandi quantità di opere d’arte, oggi sparse nei musei di tutta Europa.
Si passa poi nella Chiesa propriamente detta, il cui interno è purtroppo snaturato dagli interventi baroccheggianti di fine Settecento. Ma il capolavoro più rilevante vi è in buona parte rimasto: si tratta del coro intarsiato dal già citato Giovanni da Verona, davvero un artista a tutto tondo, una straordinaria successione di 125 stalli, buona parte dei quali decorati con soggetti che vanno dai paesaggi agli strumenti musicali, dagli elementi naturalistici ai motivi geometrici agli scorci cittadini ai simboli sacri. Anche qui le soldataglie napoleoniche “ci provarono” ma dovettero accontentarsi di pochi pannelli, dato che la maggior parte furono tempestivamente nascosti in magazzini ed alcuni furono trasferiti nel coro del Duomo di Siena, dove sono tutt’ora visibili.
Torniamo infine nel già visitato Chiostro Grande, dove il sig. Benincasa ci svela particolari e simbologie degli affreschi e particolari della vita del Sodoma che diversamente non avremmo mai appreso (vedi “Curiosità): una “ciliegina” davvero gradita!

SANT’ÀNTIMO (52 km. da Siena)
Cominciato con San Galgano, questo (troppo breve!) soggiorno in Terre di Siena ha termine con la visita di un luogo di culto altrettanto suggestivo e per certi versi simile. L’Abbazia di Sant’Àntimo spicca infatti in un pianoro erboso tra cipressi e ulivi ai piedi di pendii coltivati a vigneto e del colle su cui sorge il borgo di Castelnuovo dell’Abate, in un’ambientazione fortemente teatrale.
Sul primo nucleo fondato intorno all’anno 800 da Carlo Magno come ringraziamento per la guarigione del proprio esercito dalla peste, la chiesa nelle forme attuali fu eretta nei primi anni del 1100: come accadde per tanti luoghi della fede, l’Abbazia alternò periodi di splendore ad altri di lunga decadenza, finché nel 1870 ebbe inizio il lavoro di recupero che permette oggi di apprezzare Sant’Àntimo in tutto il suo splendore. Un particolare calore è trasmesso dalla pietra di onice utilizzata per la decorazione sia esterna che interna, ricca di particolari e simbologie talvolta complesse, una tipicità del periodo d’oro del cosiddetto “movimento dei monaci costruttori”.
Il caso vuole che al nostro arrivo stia per officiarsi una cerimonia nuziale, occasione in cui le visite non sono ammesse, per cui dobbiamo accontentarci del bel colpo d’occhio che l’edificio offre da ogni lato senza poter approfondire l’interno. E poi dobbiamo anche fare i conti con il rientro a Siena e gli orari dei treni con i quali tornerò a Genova…
Ma ci ritornerò, anche perché Sant’Àntimo è uno dei pochi luoghi in cui è officiata ogni giorno la Messa in Gregoriano: un’esperienza davvero da non mancare!

Curiosità 

L’appellativo di “Sodoma”, con il quale è più noto il pittore Antonio Bazzi, ha due possibili spiegazioni: una si rifà al frequente intercalare “anduma, andoma” (nel senso di “andiamo”) derivato dalla sua origine vercellese e con il tempo deformato in “Sodoma”, l’altro è riferito alla Sodoma biblica quale luogo di peccato, al pari di Gomorra, con allusione alla presunta omosessualità del Maestro.
Si trattò, in ogni caso, di un personaggio decisamente “fuori dalle righe”, come del resto buona parte degli artisti rinascimentali, spesso capricciosi, lunatici, arroganti, inaffidabili ma ogni volta perdonati delle loro bizze e contesi a suon di quattrini dalle varie fabbriche proprio in virtù della loro valentia artistica.
Una vasta aneddotica parla di continue dispute, minacce e ripicche tra il Sodoma e l’Abate di Monte Oliveto: numerose testimonianze, spesso divertenti, si trovano in alcune delle tavole affrescate, difficili però da individuare e spiegare in mancanza di un appassionato come quello che abbiamo avuto la fortuna di incontrare. Alcuni esempi:
- nel quadro “Come Benedetto lascia la casa paterna e recasi a studio a Roma” si notano sulla destra, in secondo piano, due asini di cui uno privo delle zampe anteriori: alle rimostranze dell’Abate, il Sodoma replicò di averlo lasciato incompleto in ottemperanza ai suoi ripetuti inviti di finire presto;
- nel quadro “Come Benedetto spezza col segno della croce un bicchiere di vino avvelenato”, il frate traditore che porge la pozione al Santo ha le sembianze dell’Abate, per di più con il naso rosso da ubriacone;
- nel quadro “Come Benedetto fa tornare nel manico un roncone che era caduto nel fondo del lago” si scorgono in lontananza, sulla destra, alcuni uomini che fanno il bagno e praticano il pugilato; a parte l’originalità delle attività sportive, si immagini quanto fosse sconveniente all’epoca ritrarre figure svestite in un ciclo di dipinti religiosi!
- nel quadro “Come Benedetto ottiene farina in abbondanza e ne ristora i monaci”, ciascun monaco ha la mano posata su una pagnotta, tranne quello in primo piano a destra che sta ghermendo anche quella del vicino che osserva perplesso: manco a dirlo, il ladro ha i lineamenti dell’Abate!
- nel quadro “Come Fiorenzo [un monaco ribelle] manda male femmine al monastero” il Sodoma la fece davvero grossa: pretese di lavorare nascosto dietro impalcature fino al termine dell’opera, al che fece chiamare tutti i monaci. Si può immaginare lo scandalo quando il telo fu tolto rivelando figure di donne del tutto nude di estremo realismo! E’ pur vero che, dopo la bravata, il Maestro dipinse dei veli sopra le “male femmine”, ma il turbamento nei novizi, specie in rapporto ai tempi, non dovette essere di breve durata...
- nel quadro “Come Benedetto scioglie un contadino che era legato solo a guardarlo” si vede in lontananza, sulla destra, una casetta alla cui finestra è stesa ad asciugare una camicia: è l’ultima scena del ciclo di affreschi e pare che con quel particolare il Sodoma abbia voluto simboleggiare gli anni di estenuante lavoro in un’ininterrotta diatriba con l’Abate che gli aveva fatto sudare sette camicie!
Questi esempi di certo non esauriscono l’intrigante tema, ma mi fermo qui sperando di avere dato uno stimolo in più, anche se decisamente profano, per recarsi a visitare un luogo veramente unico.

Una magnifica mostra ma anche incomparabili bellezze senza tempo!

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