Il Monte Emilius, un "classico" della Val d'Aosta

in viaggio con Francesco Volpi in Italia

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Il Monte Emilius, un

Scalato per la prima volta nel 1826 dal canonico Georges Carrel, è dal 1839 che l’Emilius ha questa denominazione; prima era chiamato “Le Pic De Dix Heures”. Alcune ricostruzioni asseriscono che una giovane fanciulla di 14 anni, Emilie Argentier, lo scalò nel 1839, e il canonico Carrel propose di ribattezzare questo monte con il nome di Emilius in onore della giovane Emilie. Oggi, il complesso montuoso culminante nel Monte Emilius è, per quanto riguarda l’altezza, il sesto di tutta la Valle d’Aosta.E sotto di noi... tutto il mondo!Giovedì 8 Luglio 2004
Si parte da Roma. Sveglia alle 5 del mattino, appuntamento alle 6: pronti e via verso Aosta! A buon ritmo arriviamo alle 14 circa e lasciamo la macchina al parcheggio della cabinovia che ci dovrà portare a Pila (1800 m.). Il tempo non è proprio dei migliori; alla biglietteria vogliamo acquistare anche il tagliando per la seggiovia successiva, ma ci viene detto che forse non è in funzione poiché la visibilità, causa maltempo, è nulla. Senza batter ciglio, decidiamo di salire comunque.
Giunti a Pila, la pioggia è battente, tuttavia la seggiovia è funzionante: comincia il calvario verso il Rifugio Arbolle (2.500 m.). Vento gelido e pioggia incessante mettono subito alla prova la nostra determinazione, la visibilità è pessima; io e Giò facciamo fatica a scorgere Simo e Roscio che sono sui seggiolini davanti a noi. Dopo un quarto d’ora interminabile, arriviamo al rifugio Chamolé (2.300 m.). Se possibile, la pioggia è ancora più intensa, bisogna rompere gli indugi e mettersi in cammino.
Dopo pochi metri, ci appare, scuro e impenetrabile, il lago Chamolé (2.325 m.) che ci dà subito un assaggio della straordinaria bellezza di queste alte valli montane. Dobbiamo superare il muro dell’omonimo Col Chamolé (2.641 m.); una serie di tornanti “spacca polpacci” si inerpicano sempre più ripidi, la pioggia, la visibilità ridotta, e il peso degli zaini e delle borse completano il quadro della situazione. Non senza sofferenza, dopo circa 50 minuti, scolliniamo: davanti a noi si presenta avvolta nelle nebbie la vallata con il Lago d’Arbolle, ma facciamo fatica a scorgere il rifugio, finché, sottolineato da un “oh” di meraviglia, eccolo disvelarsi appena sopra il lago. Non rimane che scendere.
La discesa è più ripida della salita precedente e il terreno fangoso mescolato ad escrementi di capre non facilita le operazioni. Poiché nel primo tratto la cengia terrosa è decisamente esposta su un interminabile costone di roccia, ci muoviamo con cautela: Roscio, scivolando, prende subito contatto con i materiali organici ed inorganici del posto. Nell’ultimo tratto di discesa, sembra che la nostra perseveranza sia stata premiata: il sentiero diviene più dolce e pietroso, cessa di piovere, e compare sopra il rifugio un rassicurante arcobaleno. Ancora pochi metri, bisogna attraversare un ruscello su dei tronchi, e giungiamo al rifugio fradici ed infreddoliti.
L’accoglienza è ottima, ci viene servito un tè caldo (da una splendida fanciulla) e assegnata la camera. Il gestore del rifugio è di una gentilezza disarmante, più tardi scopriremo anche le grandi qualità culinarie del cuoco, ma questa è un’altra storia…
Venerdì 9 Luglio
Sveglia alle 7,30. La sorpresa che troviamo affacciandoci alla finestra della stanza non ci lascia tranquilli, infatti, durante la notte ha nevicato e la valle ci appare ricoperta da un sottile strato bianco; in compenso, la giornata sembra essere limpida e tutto sommato favorevole all’ascesa. Abbondante colazione, operazioni di toletta, preparazione psicologica e ha inizio il grande giorno.
Verso le 10 siamo in cammino. Il primo tratto di strada, quello che costeggia il lago d’Arbolle e il suo ruscello immissario, è decisamente bucolico, aprendosi tra verdi declivi spruzzati di neve incorniciati tra le vette. Da queste parti, non è difficile incontrare greggi di capre montane, marmotte e qualche stambecco. Dopo poco, ci troviamo di fronte una prima erta: una serie di tornanti ci allontana dal verde della valle per accedere ad un terreno pietroso dove la neve è più abbondante. Salendo, alla nostra sinistra compare il Lago delle Capre (2.702 m.), che lascia cadere più in basso una piccola cascata che va a confluire nel ruscello che si tuffa nell’Arbolle.
La prossima tappa è il Lac Gelé (2.955 m.). Non ci mettiamo molto a raggiungerlo: qui il paesaggio è quasi artico, le sponde del lago sono innevate e la sua superficie è per gran parte ghiacciata offrendoci, con la luce del sole, incomparabili spettacoli di colori e riflessi. La foto di gruppo con autoscatto è d’obbligo.
Saliamo fino a quota 3.000 metri, il paesaggio è caratterizzato da rocce color ruggine di tutte le dimensioni e da tanta neve; sulla destra, sopra di noi, spicca terribile la Punta Rousses (3.405 m.). Procediamo, tagliando orizzontalmente lingue di neve e ghiaccio che come un’enorme scivolo si calano sul Lac Gelé: io e Roscio, forniti di scarpe impermeabili, affrontiamo per primi il passaggio lasciando sulla neve le nostre orme per facilitare la traversata a Giò e Simo; a volte la gamba affonda quasi sino al ginocchio e bisogna fare attenzione.
Siamo vicini al Col des Trois Capucins (3.240 m.), un vero e proprio muro di oltre duecento metri, il cui culmine costituisce l’accesso all’erta finale dell’Emilius. Decidiamo di mangiare prima di affrontare la parte più dura e conclusiva dell’ascesa. Grazie alla premura del nostro ospite il cibo non manca, a nostra disposizione abbiamo nell’ordine: pane, fontina, frittate, salame, prosciutto e dell’ottimo lardo valdostano. Dopo una mezz’oretta ci accingiamo a ripartire.
Successivo ad una piccola discesa e all’ennesima lingua di neve, ecco il Col des Trois Capucins. Dopo un piccolo tratto, il ripido sentiero lascia il posto ad una vera e propria arrampicata tra rocce più o meno stabili. Non possiamo seguire sempre i segnali gialli che indicano la via, poiché neve e ghiaccio ci farebbero scivolare, bisogna lavorare di fantasia. La salita è comunque addolcita dalla bellezza del colle; piccole cascate scendono ovunque tra rocce dalle quali pendono esili stalattiti di ghiaccio; inoltre il panorama comincia ad arricchirsi delle vette valdostane che spuntano al di là dei monti circostanti. L’ultimo tratto, quasi verticale, ci porta in cima al colle.
Lo spettacolo è agghiacciante, la parte opposta a quella da cui siamo saliti si affaccia sul nulla. A destra si va verso il Col d’Arbolle (3.149), a sinistra si affronta l’Emilius. Subito si presenta un’alternativa: la via delle creste o il sentiero. Malauguratamente, tentiamo il sentiero; per accedervi bisogna scavalcare un muretto di roccia che separa il versante da cui siamo venuti da quello totalmente esposto su un precipizio di centinaia di metri. L’altitudine, il vento gelido (la temperatura è intorno agli zero gradi), e la targa di una escursionista morta, non ci conferiscono calma e freddezza. Giò scavalca e si trova su una strettissima cengia terrosa leggermente declinata sul nulla; io lo seguo, Giò prosegue superando il tratto più atroce: una pietra piatta stretta e scivolosa si sostituisce per un paio di metri alla cengia pendendo insidiosissima verso il precipizio. Simo, non ancora dalla parte del burrone, dichiara candidamente che la sua ascesa finisce lì, io ci penso e non gli posso dare torto. Più guardo la pietra dove è passato Giò, più salgono vertigini e senso di nausea, alla fine mi blocco tra la pietra piatta e il muretto appoggiandomi alla parete: dietro i miei talloni il nulla. Supero il momento d’impasse grazie a Roscio che a cavalcioni sul muretto di roccia mi tende una mano amica: mi riporto a fatica dall’altra parte. Anche Giò, senza guardare in basso, torna indietro e scavalca raggiungendoci.
Il morale è pessimo, con il terrore negli occhi guardiamo Giò che cerca d’incitarci con grande forza d’animo. Alla fine, ritrovo il senno perduto e accetto di passare per la via delle creste, Simo e Roscio si improvvisano portatori sherpa e decidono che l’ascesa di loro competenza finisce ai 3.240 del Col des Trois Capucins: gli lasciamo gli zaini e ci apprestiamo, alleggeriti, ad affrontare gli ultimi trecento metri di dislivello che ci separano dalla vetta dell’Emilius.
Dopo un breve tratto di cresta vengo assalito da lucida follia e dal fomento dell’ascesa finale. Mi porto avanti a Giò: il terrore è passato. Salendo alterniamo cresta e sentiero; quest’ultimo rimane quasi sempre molto esposto, ed a volte è più verticale della cresta. Naturalmente, i tratti ghiacciati ci impediscono di proseguire seguendo i segnali gialli, e ancora una volta dobbiamo tracciare mentalmente possibili vie di salita. Qui regna la verticalità, l’appoggio delle mani è maggior garanzia di quello dei piedi, i nostri appigli sono le rocce e in mancanza di queste i declivi terrosi dove affondiamo le unghie. Per tre quarti d’ora il nostro incedere è dettato da queste condizioni ambientali. Gli ultimi metri prima della vetta sono una vera e propria direttissima, dobbiamo evitare ghiaccio e cascatelle che rendono scivolose le rocce, procediamo con il petto e il viso schiacciati contro la parete. Finalmente, intorno alle 15,15, conquistiamo i 3.557 m. dell’Emilius.
Ci riproponiamo di rimanere in vetta il meno possibile. Questa, infatti, si presenta molto piccola e si affaccia per gran parte su strapiombi mozzafiato; inoltre, a restringere lo spazio disponibile, sono un crocifisso, una Madonna argentata, e sette lapidi di escursionisti sfortunati. Naturalmente il panorama è unico, le vette della Val d’Aosta, delle vicine Francia e Svizzera si offrono a nostri occhi, il cuore delle Alpi si staglia verso il cielo formando una corona sterminata di picchi bianchi. Dopo 5 minuti scarsi, costipati dagli spazi ridotti e preoccupati per eventuali cambiamenti del tempo, decidiamo di ridiscendere attraverso le creste.
La soddisfazione per la conquista della vetta e la voglia di raggiungere “lidi” più sicuri, ci portano a scendere con buon ritmo, accompagnati, di tanto in tanto, dall’elegante volo di alcuni falchi che planano poco sotto di noi. Superati i punti più verticali diventa quasi divertente scendere la bella cresta sino al Col des Trois Capucins. Qui troviamo i nostri zaini lasciati ad hoc dagli “sherpa” Simo e Roscio che intanto si sono portati sotto il Colle. Rifocillatici, li raggiungiamo incuranti dei segni gialli, con un vero e proprio “free style” tra le rocce.
Una volta riuniti, tutti e quattro riprendiamo, con massima calma, il sentiero verso il rifugio, al quale giungiamo alle 19,00, trovando ad aspettarci l’agognata cena. Ora, si dovrebbe parlare dell’eccezionale cucina del cuoco ma, come dicevo, questa è un’altra storia...

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