Il Cilento... minuto per minuto!

in viaggio con Maurizio Malavasi in Italia

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Il Cilento... minuto per minuto!

Periodo: 30/07 – 13/08/2005
Partecipanti: Maurizio e Morena
Soggiorno: Appartamento (Soggiorno, cucina, camera doppia, bagno, disimpegno, loggia e cortile) a Caprioli (4-5 km da Palinuro).
Spesa totale (extra inclusi; escluso carburante e pedaggi autostradali): 1540 €
Km percorsi: circa 1600 per il trasferimento A/R. 1400 sul posto.
Guida: “Cilento” TCI, 2005; Certosa di Padula “La Reggia del Silenzio” XV edizione 2003 Libreria della Certosa; La Costa del Mito-Parco Nazionale del Cilento, Matonti Editore (Salerno)

Preparazione
Quest’anno siamo molto indecisi sulle vacanze di Agosto. Una settimana di mare a Giugno ci ha dato una bella boccata di ossigeno, allora perché non rimanere a godersi la casa nuova? Da quando ci siamo entrati non ci abbiamo passato molto tempo insieme. Inoltre sarebbe un bel risparmio per le nostre esauste casse, e potremmo por mano a tanti lavoretti rimandati per mesi…
Ma di fronte al richiamo potente del Mare e della Vacanza, tutte le considerazioni virtuose svaniscono. La Morena sussurra: “Cilento”, e scattano le ricerche sul web. Siamo particolarmente ignoranti di questa zona d’Italia, pur avendola già sfiorata nel 2001. Navigando qua e là trovo qualche sito rilevante. Devo dire però che le informazioni dettagliate scarseggiano, mentre sono molte le sistemazioni che vengono proposte (Hotel, agriturismi e soprattutto villaggi). Buone indicazioni per raggiungere le spiagge sono nel sito di Casa Maiorana. Mi convinco che la zona più comoda per la vacanza marina sia compresa fra Palinuro e Marina di Camerota, peraltro gli unici due centri che abbiamo già vagamente sentito nominare.
Finalmente domenica 24 Luglio faccio un giro di telefonate alla ricerca di una sistemazione e mi accordo per un appartamento a Caprioli, circa 4 km a N da Palinuro, costituito da cucinotto, camera, soggiorno e terrazzo, al piano terra; 800 Euro per il periodo dal 30/07 al 13/08.

Nella settimana successiva tutto scorre nella dolce attesa della partenza, ma all’ultimo momento sorge urgente in azienda la necessità di intervenire per la riparazione di un sistema che abbiamo installato in A3, verso Sicignano degli Alburni.
Faccio due conti sulle distanze da Palinuro a Sicignano e, d’accordo con la dolce metà, mi rendo disponibile a sacrificare un giorno di vacanza intervenendo sul posto il lunedì primo Agosto. Potrò però trattenere l’auto aziendale fino al nostro ritorno, carburante e Telepass inclusi. Una contropartita che giudico senz’altro favorevole alla luce dei 3000 km che ritroverò sul contachilometri alla fine della vacanza….
La sera prima di partire stagna un caldo pesante. Trasferiamo le piante dai genitori ed effettuiamo un carico che neanche dovessimo affrontare il periplo d’Italia dalle Alpi a Lampedusa….
A questo si somma una buona sessantina di kg di attrezzi di lavoro che avevo già provveduto a buttare dentro, compresa una batteria che da sola fa 31 kg. Fortunatamente il Kangoo aziendale è ben capiente. Al buio però mi accorgo che la manutenzione non è stata proprio ineccepibile: entrambi gli anabbaglianti sono bruciati, circolo un po’ con gli antinebbia che oltre i 5 mt non vedo niente, poi, verso l’una e trenta di notte, passo una tranquilla mezzoretta a cambiare la luce sinistra con la riserva… A parte questo e una spia gialla SERV perennemente accesa sul cruscotto, non avremo altri problemi col mezzo. Sì, c’è qualche difficoltà alla prima accensione mattutina dopo il fresco notturno, ma questo lo sapevo da prima: ho condiviso con questo simpatico Kangoo (detto amichevolmente “il Canguro”) tante migliaia di Km per decine di missioni in giro per l’Italia.
Alle due sono a letto dopo un bel documentario di Alberto Angela non so più su cosa…
Itinerario
30/07 Il Viaggio
Partiamo in perfetto ritardo alle 7:30 del mattino. Breve sosta dal genitore per recuperare un telo copri bagagli, e alle 8:30 siamo finalmente in coda a Castelfranco Emilia, secondo la migliore tradizione del grande Esodo. Dopo l’ingresso in A1 tuttavia non incontriamo traffico per il resto del viaggio.
Fermiamo all’area di servizio Aglio Ovest, mia preferita perché la maggior parte degli automobilisti ignora l’esistenza del bar/ristorante raggiungibile con una breve salita che parte dietro il bar al livello stradale. In effetti anche questa volta non c’è praticamente nessuno e facciamo colazione con calma. Pranzo al sacco in Lazio e proseguiamo tranquilli imboccando l’A3 e uscendo a Battipaglia. Prendiamo la strada per Paestum dove non possiamo fare a meno di riverire i meravigliosi templi con una breve visita, nostalgia di una splendida giornata di quattro anni fa.
Proseguiamo quindi per Agropoli sulla SS 18, una comoda dorsale delle comunicazioni nel Cilento. Questa superstrada, per lunghi tratti modernizzata e a tre corsie (due in salita, una in discesa) ci offre un primo scorcio sul Cilento: paesi arroccati, montagne ricche di verde incontaminato, vallate selvagge. La statale è in via di completamento e improvvisamente termina a Futani in cambio di una deviazione tortuosa che si arrampica lenta sulle montagne. Dopo le molte ore di viaggio la variante non viene accolta con il massimo entusiasmo. Finalmente però ci ricongiungiamo con la veloce statale per uscirne dopo poco a Poderia. Imbocchiamo la strada Mingardina (562) e questa sì che ci ridesta. Percorre la valle incassata del fiume Mingardo, un canyon quasi disabitato soprattutto nell’ultimo tratto che si spinge verso la costa. Poche mucche pascolano nel fondovalle dove il fiume ormai in secca scorre in un ampio letto ghiaioso. Svetta su uno sperone roccioso che domina la valle il borgo fantasma di S. Severino, suggestivo nei toni caldi del tardo pomeriggio.
Ancora pochi km e sfioriamo Palinuro, quindi raggiungiamo Caprioli e l’appartamento che sarà la nostra casa per un periodo che sappiamo già essere troppo breve.
Veniamo accolti dalla giovane signora E. con cui mi ero accordato per telefono. Ci accompagna per mostrarci la sistemazione e assicurarsi che sia di nostro gradimento. In effetti lo spazio non manca: abbiamo camera matrimoniale, soggiorno, bagno e un cortile con tavolo da giardino. Un porticato dà su un filare di vite con verdi grappoli ancora acerbi, poi la vista digrada sugli ulivi per spaziare fino al mare, vicino ma irraggiungibile. Qui infatti le ripidi pendici della collina non hanno formato una spiaggia e si gettano direttamente in mare. Sul porticato si affacciano le camere e si apre la cucina, una grande comodità per allestire i nostri pranzetti all’aperto senza esporsi al sole cocente. Muri spessi e mobilio un po’ datato indicano che la casa ha più di qualche anno. Al primo piano, un altro appartamento con terrazza, servito da una scala esterna.
Soddisfatta l’ansiosa curiosità iniziale di vedere la nostra nuova casa, ci guardiamo intorno un po’ meglio. Siamo in un residence un po’ particolare, composto da edifici eterogenei di varia età. Un insieme di case d’abitazione affittate dalla famiglia proprietaria come case vacanza, che però conservano gli ampi spazi e quell’aria di “vissuto” che rendono accogliente il posto. Ovunque piante grasse, fiori , alberelli di pero, e soprattutto immensi ulivi secolari che dominano il giardino.
Un viottolo percorre in discesa l’intera proprietà fino al cancelletto che, scesi alcuni gradini, porta al nostro appartamento. Una posizione apprezzabile visto che il cancelletto e il verde che ci circonda garantiscono tutta la privacy che si può desiderare.
Conosciamo in breve i genitori pensionati della nostra accompagnatrice che risiedono qui stabilmente insieme al cane Peter e ad una statua a grandezza naturale di Padre Pio. La sorella, signora S., arriverà fra qualche giorno, è professionista e si divide fra lo studio a Salerno e quello di Policastro. Intanto come benvenuto ci viene fornita una buona dose di piccole pere semiselvatiche e pomodorini appena colti , che, gustosissimi, verranno decimati a cena. Veniamo informati che in serata a Palinuro centro viene festeggiata la melanzana “fatta alla maniera nostra”, ma siamo costretti a declinare a causa della stanchezza.
La consegna delle chiavi chiude la piacevole fase di socializzazione coi padroni di casa e con grande gioia passo a dedicarmi al facchinaggio. La quantità dei bagagli e la stranezza di certi accessori (valigetta metallica degli attrezzi, matassa di cavo elettrico di circa 60 mt, PC portatile) mi spinge vergognosamente a cercare una giustificazione verso i presenti che mi osservano fare la spola su e giù per una decina di volte. Ho l’impressione che comunque mi sorridano fra il curioso e il commiserevole.
Finalmente ci sistemiamo, ceniamo con viveri di fortuna e via a dormire.

31/07 Palinuro, Cala d’Arconte
Ogni volta che andiamo in vacanza, ci ripetiamo di prendere le cose con calma che tanto non ci corre dietro nessuno, che dobbiamo riposare corpo e mente da mesi di lavoro stressante, che possiamo finalmente dormire finchè vogliamo. Regolarmente ci prende però questa voglia inspiegabile e irrefrenabile di vedere, conoscere, esplorare zone sconosciute, città e paesi, costa e montagne, spiagge e siti archeologici. E’ una potente molla inconscia che non riusciamo a contenere, soprattutto quando ci capita di visitare luoghi per noi vergini. Così, nonostante tutti gli sforzi per dormire ancora un po’ dopo la sfacchinata del viaggio, ecco che verso le 6:30 comincio a rigirarmi nel letto. Si sveglia anche la Morena e verso le 7:00 ci alziamo. Ci godiamo la colazione in veranda, poi via a sperimentare questo mare del Cilento.
Percorriamo pochi Km sulla litoranea e parcheggio il canguro a lato della strada pochi metri prima del cartello metallico che dà il benvenuto a Palinuro. Una breve discesa sabbiosa e siamo in una spiaggia ampia che digrada lentamente verso il mare. C’è gente ma ci posizioniamo senza problemi vicino alla battigia. Pianto l’ombrellone e con questo gesto da conquistador inauguro ufficialmente la Vacanza Estiva 2005.
Mi guardo intorno: la spiaggia è grande e si vede bene che si allunga per vari km, praticamente da Caprioli a Capo Palinuro, dove la costa si innalza a formare il promontorio ricoperto di verde. Molti tratti sono attrezzati a lido, ma non manca la spiaggia libera. Sperimento il primo agognato bagno, l’acqua è di un bel colore verde-blu, un po’ intorbidata a causa del fondale sabbioso che digrada lentamente prima di costringermi a nuotare. Al largo della prima fascia di bagnanti sguazzanti nei bassi fondali, l’acqua si fa più limpida e ne approfitto per galleggiare a lungo in pace. Soddisfatti delle prime ore di mare, rientriamo per il pranzo. Nel pomeriggio decido di provare l’antichissima TV bianco e nero che ci siamo trascinati da casa. La Morena infatti mi fa notare che il giorno dopo sarà da sola in appartamento, per cui mi chiede gentilmente di provvedere affinchè la noia possa essere ridotta al minimo. Il cavo d’antenna che penzoloni rinvengo sotto il porticato presenta una spina tutta arrugginita e ben macerata dalla salsedine. Inoltre scopro uno strano paradosso per cui è impossibile attaccare corrente e antenna contemporaneamente alla TV: le rispettive prese sono troppo lontane fra loro. A questo punto decido spudoratamente che l’impianto elettrico ha necessità di una piccola revisione. Gli attrezzi non mi mancano e dopo un’oretta raggiungo il notevole risultato di avere la TV installata sotto il portico, ben visibile dal tavolo da pranzo. Persino la presa rugginosa dell’antenna, dopo opportuna raschiatura, si è rivelata perfettamente funzionale.
Risolta questa esigenza, partiamo in esplorazione seguendo la litoranea verso Marina di Camerota. Dalle macchine parcheggiate lungo la strada si capisce bene dove sono gli accessi alle spiagge. Una stretta piazzola subito dopo una galleria ci permette di avvistare due baie gemelle che sembrano particolarmente attraenti. Proseguiamo fino al cartello del villaggio Willy’s, secondo le indicazioni del sito di Casa Maiorana. Parcheggio e scendiamo per una decina di minuti. L’ultimo tratto è particolarmente ripido anche se in parte ombreggiato da alberi. Sbuchiamo in una baia molto bella, non affollata e con un mare pulitissimo. E’ sorprendente voltarsi e scoprire soltanto la macchia mediterranea e la costa che sale incontaminata verso i rilievi retrostanti. La strada e i villaggi risultano totalmente mimetizzati dalla vegetazione. Da un lato vi è un arco di legno con una scritta che mi dà il nome della baia: “Cala d’Arconte”.
Mi lascio cullare dalle onde, il mare è un po’ mosso. Faccio un po’ di foto, soprattutto sul lato dove uno sperone roccioso aggredito dalla schiuma si protende nel mare. Oltre lo sperone è la baia gemella che avevamo notato dalla strada. E’ la baia del villaggio TCI e credo che per raggiungerla il modo più economico sia di circumnavigare la punta rocciosa di separazione (o superarla da sopra a mo’ di capre), altrimenti bisogna prenotare una vacanza al villaggio.
Rimaniamo fino al tramonto.
La sera, dopo cena, procediamo verso Palinuro. Parcheggiamo salato (2,5 €) all’imbocco di Viale Indipendenza sulla destra subito dopo la grande mappa in ceramica del Capo.
A piedi proseguiamo verso il centro, che in realtà non è altro che una bella sfilata di negozi ad uso prettamente turistico che prosegue per varie centinaia di metri fino a sboccare in piazza Virgilio. Prevalgono abbigliamento, prodotti tipici cilentani, poi ricordo un’agenzia viaggi, l’Hotel Conchiglia che avevo già incontrato su Internet, un negozio di lavori in radica, vari negozi di ceramiche artistiche dal posacenere al piatto per la mozzarella di bufala, per proseguire con i classici souvenir paccottiglia. Notevole è la Casa d’aste e Galleria d’Arte “Nell’Incanto” dove i turisti convergono come falene, attratti dall’esposizione ben illuminata di quadri di ogni dimensione, icone russe, tappeti orientali, mobilio di ogni epoca, lampade liberty. Ci si può sedere comodamente su sedili di cemento che come in un’arena digradano verso la platea. Qui si assiste ad una sessione di cazzeggio dell’inesauribile battitore, che elargisce descrizioni evocative dei dipinti sottolineando l’accuratezza della tecnica e approfondendo con dettagli biografici sull’autore (quasi sempre uno sfigato). Alcuni pezzi da salotto in effetti sembrano vendere abbastanza bene, altri oggetti vengono ritirati in buon ordine in attesa di tempi migliori.
In piazza Virgilio l’affollamento raggiunge l’acme, anche perché c’è un immancabile concorso di bellezze locali, “Miss Fotomodella”. Rapidamente svicolo lasciando la Morena all’evento mondano, io invece ne approfitto per intrufolarmi in una fornitissima libreria a metà prezzo (mi sembra si chiami “Leggenda”) dove acquisto gli Urania “L’invasione degli ultracorpi” e “I figli di Matusalemme” due classici della science fiction dell’età dell’oro. Soddisfatto mi ricongiungo alla dolce metà, e nella folla viriamo di bordo per seguire la corrente del ritorno. Ormai la mezzanotte è passata da un pezzo…

01/08 Una giornata particolare
Il mese delle vacanze per eccellenza comincia per me con una giornata di lavoro di 13 ore. Travaso nuovamente nell’auto gli attrezzi e strumenti scaricati all’arrivo, questa volta senza osservatori incuriositi dato l’orario antelucano.Verso le 07:00 parto destinazione A3, Sicignano degli Alburni. Il traffico è inesistente e viaggio veloce fino a Marina di Camerota per poi inerpicarmi con mille giravolte fino a Lentiscosa e S. Giovanni a Piro. Il panorama è splendido ma la media scende a 40 km/h. La strada che attraversa Lentiscosa è regolata da un semaforo all’imbocco del paese, perché troppo stretta per far passare due mezzi. Scoprirò in seguito che meglio avrei fatto a riprendere la Mingardina e la SS18 in direzione Policastro, assai più veloce. Da Policastro è ottima la strada che dirige verso l’A3, salvo che l’ultimo tratto da Sanza fino all’ingresso di Buonabitacolo è assai curvilineo e spesso frequentato da lenti mezzi agricoli o camion. Comincia a far caldo e il traffico è molto intenso, fino a congestionare all’altezza del cantiere di ammodernamento dell’autostrada. Il cantiere si allunga per una quarantina di km, con lunghi tratti dove si viaggia a corsia unica. Impressionanti i lavori di apertura di nuove gallerie e di innalzamento di viadotti. Dopo una sosta per l’opportuna colazione giungo sul luogo di intervento verso le 9:30. Si apre una giornata arida che per fortuna riesco a sopportare meglio grazie a una discreta ventilazione, anche se a sera avrò lasciato sul campo due bottiglie d’acqua e una di tè. Riesco persino a concedermi un panino con la bufala in un’area di servizio. Terminato il lavoro, nel pomeriggio un breve incontro di cortesia con i referenti del cantiere, poi via verso Palinuro. Il contatto telefonico mi ha assicurato notizie fresche dalla Morena, che in effetti ha passato una bella giornata di riposo e di meditazione sul mondo. Le ho lasciato la guida del Cilento da studiare, ma dopo le prime pagine è passata alla beata incoscienza rigeneratrice del sonno.
Alle 19:45 giungo finalmente a Caprioli e con ponderata e famelica calma ci prepariamo per cena. Questa sera si va “da Carmelo” su indicazione dei padroni di casa. E’ facile trovare il ristorante sulla strada che porta a Marina di Camerota (S.S. 562). La sistemazione dei tavoli è gradevole, c’è il giardino e c’è la musica dal vivo. Ho tanto voglia di vendicarmi del panino trangugiato a pranzo, per quanto gradevole era una bazzecola del mio fabbisogno quotidiano di carboidrati e grassi. La Morena intende tenermi testa, così ordiniamo:
Carpaccio di polpo con mentuccia
Spaghetti con gamberi rossi alla Carmelo (i gamberi sono già puliti)
Pesce spada alla cilentana (olive capperi e pomodorini)
Frittura mista di pesce fresco
Contorno di zucchine in scapece e ciambotta
I piatti sono gustosissimi e ben presentati, superiore il pesce spada. Il resto ve lo lascio scoprire, abbiate un occhio di riguardo per i piatti dal nome locale: sono composti generalmente con freschissimi ingredienti di stagione e poi rappresentano una tradizione che si può golosamente indagare. Carmelo viene ad assicurarsi che tutto vada bene e offre a tutti lo spumante a fine cena, dato che è il suo compleanno!
Lasciamo sul campo 68,5 €. Considerata la cena di pesce, l’accompagnamento del vino locale e la chiusura di limoncello, mi sembra un prezzo corretto.

02/08 Arco Naturale, Pineta
Partiamo la mattina abbastanza presto per uno dei mitici luoghi della Costa del Mito: l’Arco Naturale. E’ facile raggiungerlo seguendo dalla S.S. 562 l’indicazione per l’Arco Naturale Club, si imbocca una strada che in breve costeggia la foce del Mingardo per sboccare in un parcheggio abbastanza ampio e vuoto (alle 8:30!). Il parcheggio è incredibilmente gratuito e persino sorvegliato da un vigile urbano. Riusciamo a mettere il canguro sotto un ombroso albero. Chi arriva un po’ più tardi invece parcheggia più lontano e a pagamento.
Ben presto, lasciando a sinistra un ponticello di legno che attraversa l’estuario del fiume Mingardo, sbocchiamo in una spiaggia piatta di ghiaia. Qui domina un promontorio roccioso che precipita in mare. Un imponente arco perfora e allo stesso tempo sostiene strati e strati di roccia deformati da ere geologiche. Oltre l’arco si staglia un cielo limpido e invitante, e si apre una spiaggia abbracciata da alte pareti naturali. Ci sistemiamo con comodo, ci sono pochissime persone. Ci dedichiamo a foto e bagni, mentre sopra di noi vorticano in sincrono velocissime rondini a caccia di cibo. Con il passare delle ore le rondini si rifugiano all’ombra negli anfratti rocciosi mentre la spiaggia viene presa d’assalto dai turisti. La situazione rimane abbastanza vivibile, tuttavia decidiamo di fare un giretto esplorativo. Alla base dell’Arco una spaccatura nelle rocce conglomerate si apre ampia e conduce a una parete di fondo dove varie aperture danno la vista su un piccolo rudere e sulle spiagge retrostanti. L’acqua verde azzurra, illuminata dal basso penetra attraente da un’altra apertura a livello del mare.
Sulla parete rocciosa dell’arco sta intanto sorgendo un magico paesaggio di piramidi Maya, dinosauri, Faraoni e Dei solari, che l’abilità di un artista di strada sta cesellando nella sabbia miscelata ad acqua e cemento. Le forme una volta rapprese vengono dipinte con colori tenui che si integrano con la roccia matrice di questo fantastico scorcio. Nei giorni successivi vedremo l’opera espandersi sempre più alla base delle rocce, non so quale sia l’ispirazione dell’autore ma l’effetto è sicuramente suggestivo.
Lungo la foce del Mingardo si allineano i barcaioli che propongono la gita alle grotte di Capo Palinuro per 9-10 € a testa. E’ anche possibile farsi portare alla Baia del Buondormire per 5 € a testa A/R. Tuttavia per oggi proseguiamo la nostra esplorazione sulla battigia. Ci allontaniamo sempre più dall’Arco, ammirando la baia e lo scoglio del Mingardo. Attraversiamo le zone degli organizzatissimi bagni dove la folla dei villaggi è fitta come a Rimini, poi la densità dei presenti si dirada notevolmente proprio laddove una pineta sorge ombrosa alle spalle della spiaggia di sabbia.
Ci tratteniamo un po’ ma la camminata è stata lunga, un paio di km, quindi rientriamo per il pranzo.
Nel pomeriggio ci spingiamo di nuovo alla pineta, questa volta in auto. E’ sufficiente prendere per Marina di Camerota e parcheggiare dopo il camping “Pineta”. Si scende al mare fra i pini marittimi, la spiaggia è poco affollata e il mare ancora una volta pulito. Con una granita presa da un ambulante dotato di uno strano carretto cingolato siamo a posto fino alle otto di sera. Ci godiamo il tramonto con qualche avvisaglia di nuvole mentre siamo travolti dal profumo dei pini che intensissimo sboccia al crepuscolo.
L’ora è matura per l’appuntamento con una cena tipica, così dirigiamo all’agriturismo “Isca delle donne”. Il nome intrigante deriva dal latino medioevale per indicare un’isola formatasi alla foce del fiume e prevalentemente coltivata dalle donne. Ed ecco qui quello che con gran gusto ci siamo fatti:
Antipasto misto di salumi sottoli e formaggi
Strascicati al cinghiale
Fantasia di carni e verdure
Arista di maiale
Torta di mele ancora calda
Mirto e mitico finocchietto
Il tutto per 35 € in due. Peraltro si mangia nella gradevole e fresca cornice del giardino. Musica dal vivo e spazio per ballare, per chi è ancora in grado di manovrare dopo la cena. Se non ce la fate potete sempre chiedere un bungalow fra le vigne dell’agriturismo.
Curiosi della notte, dopo cena torniamo all’arco naturale. Nella calma grandiosa del mare notturno uno spettacolo di luci esalta di contrasti la volta dell’arco e la parete rocciosa di sfondo. Rosso e blu, viola e verde i colori che si rincorrono vivaci sulle rocce imponenti. A lungo ammiriamo il magico mutamento come se assistessimo al sorgere e al tramontare accelerato di un sole multicolore. La suggestione è tale che perfino nel rigido cuore di un ingegnere può accendersi una scintilla di romanticismo.

03/08 Certosa di Padula, grotte di Pertosa, Teggiano
La mattinata si apre sul presto come al solito, con la variante di una nuvolosità diffusa come scrupolosamente previsto dai vari meteo televisivi. Stiamo un po’ a vedere gli sviluppi, così io ne approfitto per incollarmi al nostro TV in bianco e nero da 12 pollici e immergermi nella fantastica storia dell’U 234, uno degli ultimi U-boot della II guerra mondiale. Questo sottomarino fu l’estremo tentativo della Germania ormai sconfitta di aiutare l’alleato giapponese. Venne caricato con gli ultimi ritrovati tecnici tedeschi, casse di Uranio 235, una V2 e un Messerschmitt 262 completamente smontati e fu inviato nell’Oceano per il lunghissimo itinerario verso il Giappone. Colto durante il viaggio dalla resa della Germania annunciata dall’ammiraglio Dönitz, si consegnò volontariamente agli americani e… ah sì, scusate è ora di andare.
Partiamo circa alle 9:30 e percorriamo la strada che porta fino all’A3, per giungere alle 11:30 circa nel parcheggio della Certosa (68 km approssimativi). Venendo da Buonabitacolo le indicazioni non sono proprio evidenti, comunque a un certo punto si svolta a destra verso il paese di Padula, che si nota facilmente sulla collina. Nel parcheggio custodito (1€/hr) siamo noi e una specie di aratro di ferro abbandonato in un angolo. Comincia a piovere e acceleriamo il passo verso l’ingresso del monumento a poche centinaia di mt. Si scende una larga scalinata e si attraversa il primo portone abbastanza anonimo per ritrovarsi in un cortile a grossi ciottoli dove si ammira il vero monumentale ingresso alla parte “nobile” della Certosa. La ricchezza di statue e balaustre prelude alle bellezze architettoniche dell’interno. Paghiamo il biglietto (4 €) e decidiamo di affidarci alla guida che incontriamo all’ingresso. Insieme a uno sparuto drappello di visitatori veniamo sapientemente condotti attraverso il chiostro dei Procuratori, il cimitero antico, la cucina ancora perfettamente attrezzata per “erbe, pesce, carni”. Nel chiostro grande l’immenso porticato spicca con le sue arcate sulla quinta del paese abbarbicato alla collina. Con la narrazione passionale e il gergo arricchito da citazioni devozionali il nostro accompagnatore interpreta lo spirito che ispirò i certosini nel trasporre la fede mistica in un’opera materiale di arte e architettura. Il tempo variabile con sprazzi di pioggia e raggi di sole rende drammatici gli scorci architettonici. Raggiungiamo il culmine di questo percorso di fronte allo scalone ellittico che a doppia rampa ascende al piano superiore. Ultima e suprema opera dei monaci lo scalone si affaccia con grandi finestroni, sul desertum, il giardino dedicato alla meditazione. L’avvolgente simmetria della pietra ci affascina a lungo.
Finita la visita guidata scambiamo qualche parola con la nostra ispirata guida, di cui apprezzo l’integrità rendendomi conto che si esprime con lo stesso gergo e passione manifestati durante la visita, quasi che questa non fosse una pura recitazione ad uso e consumo di noi turisti ma reale emozione mille volte vissuta e pur sempre viva. Ahimè, questa persona degna rimarrà qui anonima per mia dimenticanza….
Ripercorriamo a ritroso i vari ambienti visitando anche una delle celle resa accessibile per i visitatori e popolata di strani e assai discutibili pezzi d’arte moderna.
La Certosa di San Lorenzo ospita anche il Museo archeologico della Lucania, con ritrovamenti dai dintorni. Due per me i pezzi notevoli: un’urna cineraria in forma di abitazione e un vaso in foggia di duplice ritratto (maschile e femminile) da una necropoli nei pressi di Padula. In un chiostro sono conservati incongruamente rocchi e capitelli di un antico tempio.
Mentre cerco varie angolazioni per riprendere la fontana nel chiostro della Foresteria, vengo apostrofato da un guardiano preoccupato che io possa fare un uso commerciale delle foto che sto facendo. Spiego che non ho visto alcun cartello che mi proibisca di fare quante foto voglio, mentre so benissimo che non si possono fare foto in interni o servizi con attrezzature professionali senza autorizzazione della Soprintendenza. Comunque è ormai ora di andare. Nel grande cortile esterno prendiamo un caffè e acquisto la guida “Certosa di Padula – La Reggia del Silenzio” che mi sento tranquillamente di consigliare (4,5 €).
Recuperiamo il canguro non senza beccarci un po’ d’acqua e procediamo verso le Grotte di Pertosa a una trentina di km di distanza, col ragionamento che le grotte possiamo visitarle tranquillamente anche se piove. Dopo Polla troviamo le indicazioni e raggiungiamo facilmente l’ingresso delle grotte, dotato di piccolo giardinetto con lapide e cascata, panche per pic-nic, biglietteria e immancabile parcheggio a pagamento (1,5 €).
I prezzi per la visita alle grotte sono un po’ salati: 10 € per il percorso base e 15 € per il percorso più completo di 1,5 ore. Dopo tutta la strada fatta sacrifichiamo il portafogli per il percorso più lungo. Si entra a scaglioni e, visto che piove, attendiamo il turno nell’androne della biglietteria. Su una parete a piastrelle sono dipinti due scorci della Certosa che ci siamo da poco lasciati alle spalle, mentre li osservo mi si chiudono le palpebre fino all’oblio. Vengo gentilmente risvegliato al momento della visita e ci inerpichiamo brevemente all’ingresso delle grotte. La particolarità è che la visita si svolge in parte su delle zattere che vengono manovrate a forza di braccia tirandosi a dei cavi tesi fra le pareti di roccia. All’ingresso un laghetto (dove furono trovati resti di palafitte) e l’ormeggio delle zattere. Si parte nel massimo silenzio e ci si inoltra nel buio. Si attracca di fianco a una piccola cascata sotterranea. Nel “Paradiso” si attraversano fantastici ambienti ricchissimi di stalattiti, colonne, veli di pietra tinti dai colori rossi del ferro, laghetti scintillanti di calcite fino a giungere alla stupenda sala delle Spugne, cosiddetta per la forma delle concrezioni che si possono ammirare da una balaustra. Del resto il gioco di riconoscere forme del mondo esterno in questo mondo ipogeo si ripete più o meno in tutte le grotte che abbiamo visitato, da Postumia alla Zinzulusa. Così si ritrovano nelle stalattiti e stalagmiti immagini di animali, di personaggi famosi, o anche di significato religioso, non c’è limite alla fantasia.
Percorriamo la grotta dei pipistrelli e ci affacciamo dall’alto sul fiume sotterraneo dove avevamo navigato prima. In alcuni punti ci vengono mostrati i graffiti di chi si rifugiò qui durante la II guerra mondiale, forse anche alcuni ebrei da Padula.
Usciamo dal buio nella luce del sole e di un cielo che splende terso. Grandi nuvole bianche corrono veloci superate da altre scure e sfrangiate. La valle davanti a noi si apre selvaggia. Facciamo una breve sosta alle cascate appena a valle della strada che porta alle grotte e riprendiamo con calma la via del ritorno. Ma questo tardo pomeriggio di sole non può essere sprecato in macchina. Consultiamo brevemente la guida e decidiamo una sosta a Teggiano. Sono un po’ in dubbio dato che il versante del Vallo di Diano è ancora ricoperto di fitte nuvole, mentre la vallata e inondata dal sole. Il traffico sulla SS 19 ci rallenta parecchio a causa del cantiere in A3, ma ad Atena Lucana infiliamo una provinciale che in veloci tratti rettilinei ci porta ai piedi di Teggiano.
L’antica Diano è un paese ricchissimo di storia e si vede. Lasciando l’auto all’imbocco del paese si giunge in una grande piazza su cui si affaccia il castello, di cui sopravvivono i resti delle torri angolari e un corpo rimaneggiato come palazzo fortificato. Mi attira un angelo di bronzo proteso verso il cielo nonostante il braccio spezzato. L’imbocco della via principale è dominato dall’obelisco dedicato a San Cono, cui fa da contrappunto il campanile della cattedrale. Sullo sfondo le montagne verdi e selvagge del Vallo, illuminate dal caldo sole del tramonto estivo. Lapidi romane con ieratici ritratti sono incastonate a intervalli regolari sul muro della chiesa, quasi a sorvegliare le panchine allineate lungo la via. Ci perdiamo fra vie di ciottoli e antichi portali fino alla chiesa di San Pietro (chiusa), dove frammenti architettonici, un leone scolpito e lapidi spezzate emergono a caso dai muri di pietra. Poco lontano è in restauro il monumento ai caduti. Sbirciando fra le assi di legno del cantiere scorgiamo una figura alata di bronzo che spicca al di sopra delle montagne su un cielo grandioso di azzurro e di nuvole.
Torniamo al castello dove una grande terrazza ci dà una vista a grandangolo sulla valle riquadrata dai mille rettangoli dei campi coltivati e sugli abitati di S. Rufo e di Sala Consilina alle pendici dei Monti della Maddalena. La visibilità ottima e il tramonto mutevole ci fanno indugiare qui a lungo. Dopo un po’ veniamo notati da un signore che si affianca appoggiandosi alla balaustra e dicendo: “Se volete vedere qualcosa di raro dovete andare a Roscigno, un paese completamente abbandonato…”
Così veniamo a conoscere una famiglia di emigranti tornati a vivere a Teggiano dopo anni passati in Svizzera, una storia casualmente simile a quella dei genitori della Morena. Rimaniamo un po’ a conversare anche con il figlio che ha sposato una svizzera ed è in visita, in effetti prima li avevamo notati mentre esploravamo il paese. Prima di accomiatarci, chiedo consiglio per una cena in zona, che dato l’orario comincia a diventare una sentita necessità. Ci consigliano un ristorante a pochi km.. Ormai siamo al crepuscolo, osserviamo un manipolo di ragazze che armate di tamburo fanno le prove per la parata e palio storico che si terrà con gran richiamo di folla nei tre giorni precedenti il ferragosto. Ci avviamo verso il fedele canguro ma, notando il chiostro di San Francesco, penetriamo per dare un’occhiata. Niente di particolare , se non che alle pareti sono appese opere di arte moderna della mostra “Escape – l’uomo e i suoi spazi”. Incontriamo il gallerista di Neo art gallery che si mostra ben felice di ricevere dei visitatori e ci accompagna alla scoperta dell’esposizione. I quadri sono alquanto inquietanti, ammassi di automobili in città rosseggianti di smog, un tratto di autostrada popolato di anonime auto luccicanti, il volto angosciato di una ragazza colato in grigio e nero.
Uscendo veniamo colti da più amene considerazioni riguardanti la cena, per cui ci lanciamo giù dalla collina di Teggiano in direzione S. Marco. La strada rettilinea ci era stata indicata a vista dai gentili signori che avevamo incontrato sulla terrazza. In pochi minuti siamo al ristorante “Romantica”, in mezzo al verde. L’atmosfera è vivace con un sacco di gente, ad un tavolo incontriamo anche la famiglia che ci ha consigliato il posto, la loro presenza mi sembra una buona garanzia sulla qualità del locale. In effetti non subiremo alcuna delusione, anzi per 36 € ci abbuffiamo con:
Misto di salumi e cacio alla piastra
Ravioli ricotta e porcini
Parmatieddi al forno
Tagliata di vitello (non proprio alla maniera toscana, comunque ottima)
Macedonia di frutta fresca
Fragolino rosso da macchiare il bicchiere
Caffè
Salutiamo e ringraziamo soddisfatti i signori che ci hanno così ben consigliato. Questi, avendo ben notato la mia stazza e sapendo che soggiorniamo a Palinuro, ci segnalano anche un ristorante ad Acquavena che prontamente annoto a mente. Rientriamo da Teggiano in 1 ora e quaranta riassaporando la degna giornata trascorsa.

04/08 Ciclope, Saline, Marina di Camerota
Sveglia abbastanza presto, colazione, e via sul canguro verso Palinuro. Notiamo dalla litoranea che il mare è abbastanza mosso e non c’è molta gente in spiaggia. All’arco naturale chiediamo per la gita alle grotte marine di Capo Palinuro, ma il mare è troppo agitato per consentire l’uscita delle barche. Torniamo mestamente all’auto, osservando la vegetazione rigogliosa che viene alimentata dalla foce del Mingardo. Il paesaggio verso l’entroterra ha un aspetto particolare, quasi di montagna nonostante la vicinanza del mare. Proseguiamo verso Marina di Camerota inoltrandoci dopo la pineta fino alla zona del Ciclope. Qui alcuni promontori rocciosi precipitano in mare definendo una serie di cale che ospitano splendide spiagge. La strada corre a ridosso della parete rocciosa retrostante e permette di passare da una cala all’altra attraverso strette gallerie. Ci fermiamo prima nell’ultimo tratto della Cala del Cefalo, che in realtà è un’unica grande spiaggia che comincia all’arco naturale e prosegue per alcuni km senza soluzione di continuità. Parcheggiamo all’altezza del lido Blu e sistemiamo i nostri averi in una fascia di spiaggia libera.
Il mare è potentemente agitato, si formano cavalloni di almeno un paio di metri che si frangono sulla sabbia in lunghe lame di schiuma che allagano i lidi fino alla terza fila di ombrelloni. Lo spettacolo è travolgente, ce ne rendiamo conto quando un’onda più violenta raggiunge i nostri asciugamani, zaini e ombrellone. I danni sono limitati, arretriamo di qualche metro. Passiamo la mattinata fra sole e nubi, che alternativamente esaltano o incupiscono la bellezza del Capo che si erge alla nostra destra. Molta gente se ne va quando le onde rinforzano ancora. Nessuno osa fare il bagno, rimango per un po’ sulla riva lasciandomi affondare nella sabbia quando le onde scavano sotto di me.
Nella foga di fare qualche foto, risalgo la duna alle nostre spalle dove incontro un pezzo di ferro che mi perfora la pianta del piede. Torno subito in mare per l’opportuna disinfezione, che verrà completata da un consulto alla guardia medica di Palinuro giusto prima di pranzo. Tutto bene, nel pomeriggio siamo di nuovo in spiaggia alle “Saline”. Da Caprioli verso Palinuro è facile trovare questa spiaggia all’altezza dell’Albergo omonimo. E’ anche indicata con cartello turistico (marrone) la passeggiata delle saline. Ci spiaggiamo nella zona sabbiosa, ma data l’impossibilità di fare il bagno per il mare ancora grosso, ben presto esploriamo la zona vera e propria delle saline. Qui le rocce basse sono state erose dal mare fino a formare delle cavità per lo più tondeggianti, spesso simili a orme. L’acqua che vi rimane intrappolata evapora lasciando depositi e cristalli di sale. Ondate si frangono sulla piatta scogliera sospingendo acqua limpida che si infiltra nelle cavità e negli anfratti. Siamo al tardo pomeriggio, il sole riverbera verso di noi negli spruzzi irruenti delle onde e nei riflessi lucidi delle pozze tranquille. Siamo talmente presi a saltellare fra le rocce che non ci accorgiamo delle nuvole minacciose e bluastre alle nostre spalle. Uno spettacolo affascinante, leggermente rovinato dal temporale che ci colpisce a tradimento mentre corriamo verso il protettivo canguro. Evitiamo comunque il grosso del temporale e a casa ci rifocilliamo a dovere.
Dopo cena. via verso Marina di Camerota. Ci hanno detto che c’è la festa del patrono con sagra e spettacolo pirotecnico sul mare. C’è una marea di gente e coda per parcheggiare (a pagamento). Svicoliamo per una salita che porta verso il buio. Ci consigliano di parcheggiare vicino alla torre di avvistamento e scendere da lì per un sentiero da capre. Data l’oscurità e la strada sconnessa preferisco però tornare verso il paese, parcheggiamo un po’ fuori ma gratuitamente. In compenso lasciamo 19 € al mercatino tra statuette etniche e biscotti in “offerta” (ottimi e croccanti quelli che si chiamano “ossa da mordere”)… Facciamo un giretto in paese dove le luminarie dominano la via principale fino a giungere ad un chiosco con orchestra. Per dare il tempo a tutti i turisti della costa di arrivare, i fuochi sono stati programmati per l’una di notte. Dopo un gelato, cominciamo a cercare un punto opportuno per l’osservazione dello spettacolo. Dirigiamo verso il molo dove il tetto del mercato ittico offre un’ottima terrazza con vista sulla baia dominata dalla torre del Poggio e sul paese. Saltiamo il parapetto per proseguire sul muretto del molo alla ricerca di un posto in prima fila. Sotto di noi ci sono i camion delle ditte di fuochi d’artificio. Ci mettiamo comodi ma dopo poco la guardia costiera ci scaccia, la zona è troppo esposta alla ricaduta di frammenti infuocati. Arretriamo e lo spettacolo comincia imponente, in cielo e sull’acqua con fuochi galleggianti nella baia. Non ho un cavalletto né un punto di appoggio e diventa difficile tenere ferma la macchina fotografica, così a un certo punto decido di muoverla veloce su e giù o in tondo: nelle foto i fuochi disegnano traiettorie fantastiche, guizzi e linee di mille colori luminosi.
Alla fine dello spettacolo partenza intelligente insieme a migliaia di altri spettatori, rientro tardivo per le 3:00.

05/08 Molpa e Marinella, San Severino
La mattina sveglia alla solita ora e torniamo in spiaggia dalle parti del Ciclope. Il mare è ancora molto mosso ma il sole impera. Apprezzo il rumore delle onde che ha il vantaggio di cancellare gli schiamazzi e la musica diffusa in spiaggia dagli attrezzatissimi lidi.
Nel pomeriggio partiamo per una delle nostre piccole esplorazioni. Riprendo la strada per l’”Isca delle donne”, poco prima della svolta per l’arco naturale. Qui avevo già notato un cartello semiarrugginito con le indicazione per i ruderi del castello di Molpa. Molpa era un’antica città che prosperava sulla collina omonima. Questa sorge a strapiombo sul mare, separata da Capo Palinuro dalla valle del fiume Lambro. Seguiamo la strada aggirando la collina sulla nostra sinistra. A un certo punto una sbarra ci impedisce di proseguire, ma alcune auto sono parcheggiate nei pressi. La cosa mi sembra abbastanza promettente, così proseguiamo a piedi. Una decina di minuti fra boscaglia e ulivi e ci troviamo ad affiancare e poi a guadare il Lambro. Il nome è abbastanza famigerato (vedi inquinamento a Milano) e non mi ispira niente di buono. In effetti il fiume sfocia in una spiaggia ampia e deserta protetta dai marosi da file di massi di riporto, complessivamente non molto attraente. E’ la grigia spiaggia della Marinella. Da un lato sorgono le propaggini della Molpa. Qui, proprio su una falda di roccia che si getta in mare, sorgono alcuni ruderi assai malridotti. Mi chiedo se siano quelli del castello. Oltre c’è un altro lembo di spiaggia, che sembra più gradevole ma difficilmente raggiungibile se non dal mare (forse si può provare passando dai ruderi). Ancora più in là la collina si trasforma in fiera rupe a strapiombo sul mare. Mi rendo conto che l’arco naturale altro non è che l’estrema propaggine della Molpa dal lato opposto rispetto a quello in cui ci troviamo. Invece il castello sorgeva in cima alla collina come ogni fortilizio che si rispetti. Per raggiungerlo si deve “scalare” la collina, credo dal lato dell’entroterra. Questo però lo imparerò soltanto tempo dopo, quindi niente visita romantica.
Comunque alla spiaggia della Marinella non c’è molta gente, in compenso troviamo un forte vento. Torniamo al canguro sferzato dai rami agitati degli alberi vicini e procediamo sulla statale mingardina alla volta di San Severino. Dalla litoranea si raggiunge facilmente. Bisogna superare il paese nuovo salendo lungo la strada principale per giungere alla scalinata di pietra ben sistemata e segnalata che porta al borgo antico e al castello. All’ingresso si può lasciare in un macigno opportunamente perforato un obolo per il mantenimento del borgo. A sinistra si sale verso il castello, di cui rimangono ruderi abbandonati con pochi elementi riconoscibili (una feritoia in una torre semicircolare, un’arcata aperta verso il cielo). Però da qui la vista sul villaggio è notevole. Si raggiunge quest’ultimo prendendo a destra all’ingresso e salendo la sella che divide le case dal castello. La maggior parte delle abitazioni si addossano su un’unica strada al cui termine domina un picco arido a fare da sfondo al villaggio.
Dalle porte si intravedono piani crollati, tetti squarciati verso il cielo, finestre aperte in muri che non chiudono più nessuna stanza. Della chiesa antica sopravvivono il solo muro a monte e il campanile rinforzato dalla Soprintendenza. I crolli l’avevano colpita molto prima dell’abbandono, spingendone vaste porzioni nella profonda valle del Mingardo che si apre sotto il paese a strapiombo come uno stretto canyon. La parete opposta della valle si innalza ripida e selvaggia di roccia e di boschi, illuminata dal sole a fare da sfondo ai muri di pietra grigia e ai tetti rossi del villaggio. La chiesa nuova è più in alto e in buone condizioni. Un’associazione ne cura il mantenimento con l’intento inoltre di preservare gli edifici e realizzare un minimo di strutture di accoglienza turistica.
Per ora non vi sono troppi elementi moderni a corrompere l’essenza fantasmagorica di San Severino, guscio affascinante di una vita che non c’è più. Nella vallata che si apre silenziosa a nord tre viadotti curvilinei stagliano arcate infinite sullo sfondo di verdi colline e dell’azzurro del cielo. A guardar bene però il più vicino di questi viadotti è già in rovina. Le arcate di mattoni rossi sembrano ancora solide, ma la strada che le sormonta è invasa dalle erbacce e termina in una stretta e buia galleria. Doveva essere la vecchia strada ferrata, ormai abbandonata a favore della nuova ferrovia che poco lontano scavalca il Mingardo con falcate di cemento armato. Il cielo terso, ripulito da un forte vento, esalta i colori caldi del tramonto. Proseguiamo un altro po’ sulla mingardina per fermarci in un punto panoramico da cui osservare il borgo. Da qui, le case si confondono con lo spuntone roccioso che le domina come a inghiottirle in un pugno, oppure si stagliano dalla cresta rocciosa ridotte a pura silhouette nella luce del tramonto. Sotto il borgo rosseggia il vecchio ponte ferroviario, simile a un antico acquedotto romano. Da qui si svelano alcuni particolari: i balconi che lo decorano, l’inconfondibile insegna del fascio e la sigla An. VI. Si possono passare ore a San Severino, nella pura suggestione del silenzio e dell’abbandono, come le passammo fra le rovine di Pentedattilo due soli anni fa.
In serata, per la prima volta giriamo il canguro in direzione Pisciotta anziché Palinuro. Raggiungiamo ben presto San Nicola di Centola dove si celebra la sagra della sfogliatella e del babà, di cui approfittiamo bassamente e con soddisfazione. Rientriamo presto per il vento freschino e per il sonno mancato la notte precedente.

06/08 Grotte di Capo Palinuro, Acciaroli, Pollica
Subito a scrutare il mare la mattina presto: se va avanti col mare mosso come da qualche giorno, non riusciremo a vedere le grotte marine! Per fortuna sembra più tranquillo, così andiamo all’arco naturale e prenotiamo un tour per le 11:00. Nel frattempo ci godiamo lo spiaggia dell’arco.
Le gite in barca alle grotte di Capo Palinuro in alta stagione partono alle 9:00 ogni due ore fino alle 15:00 con varianti a seconda dei barcaioli. Mi sembra sia meglio andare nelle ore centrali della giornata quando il sole è alto sul mare e la luce penetra negli anfratti, ma questa è un’osservazione personale. Se volete fare la gita alle grotte scegliete una barca piccola che possa incunearsi e manovrare facilmente all’interno. Inoltre ricordate che il punto di partenza più comodo è l’arco naturale. I prezzi sono sui 10 € a testa.
Alle 11:00 ci presentiamo da Mauro che ci accoglie sulla sua barca di legno da una decina di posti. Usciamo dalla foce del Mingardo passando sotto il ponticello. Da una inusuale angolazione vediamo l’arco naturale, poi la costa si innalza a picco frastagliata e variegata per le diverse componenti geologiche. Ci avviciniamo all’isola dei conigli, cosiddetta per la sua forma. Poi iniziamo con le grotte: grotta delle ossa, dove depositi di ossa preistoriche emergono a frammenti dalle pareti; grotta dei monaci che prende il nome da alcune concrezioni visibili sulla parete di fondo quando si entra con la barca; grotta sulfurea la cui acqua ribolle durante le fasi di luna piena.
Alla grotta del sangue il mare fa risacca e la barca sbatte sulle rocce, vedo il legno del corrimano schiacciarsi lentamente contro una sporgenza di fronte a me. Non c’è spazio di manovra ma spingendo a braccia contro le rocce ci sfiliamo dalla grotta. Un piacevole diversivo.
Siamo ora di fronte a una lama di roccia verticale che si protende in mare a racchiudere una baia. In alto l’architiello, un foro naturale da cui sbuca il cielo azzurro. E’ un classico che la barca cerchi il punto esatto da cui si può vedere la torre della stazione meteorologica perfettamente inquadrata nel foro dell’architiello. Il mare di mezzogiorno in questa baia è di un incredibile celeste pastello.
Intravediamo sopra di noi il faro, secondo per portata in Italia. Superiamo il capo e il mare si fa più grosso, si balla alquanto ma Mauro ci evita anche il più piccolo spruzzo. Passiamo davanti alla grotta degli inglesi, la leggenda dice che due inglesi immergendosi qui riuscirono a sbucare alla grotta azzurra. Noi invece ci arriviamo comodamente in barca. Il mare qui è calmissimo. Si entra nell’oscurità e per un po’ sembra tutto buio. Improvvisamente l’acqua si accende di un azzurro luminoso e variegato dai riflessi subacquei della luce solare. Il fascino è intenso, come svelare un piccolo gioiello segreto inspiegabilmente sepolto nelle acque marine. Il fenomeno è analogo a quello della grotta degli Smeraldi, vicino ad Amalfi, o della grotta Azzurra di Capri, ben più nota ma che non abbiamo visitato.
Uscendo dalla grotta mi accorgo che siamo piuttosto vicino all’abitato di Palinuro. E’ possibile che anche dal porto di questa località si possa partire per le grotte, o almeno per la grotta azzurra, ma non mi sono informato.
Al ritorno sostiamo brevemente alla baia del Buondormire per il bagno. Lasciamo il posto con l’intenzione di tornarci un po’ più a lungo nei giorni successivi. Rientriamo osservando la spiaggia della Marinella, sempre un po’ desolata, e le spiaggette successive scavate nella scogliera della Molpa e non facilmente raggiungibili.
Il giro in barca ci dà modo di osservare un po’ meglio il paesaggio costiero. In generale sembra che non vi siano troppe costruzioni abusive e ampie zone sono ben conservate, anche perché alquanto scoscese. Avevamo già notato, soprattutto verso Marina di Camerota, che la strada litoranea è spesso invisibile dalle spiagge e lo scenario è costituito dalle grandi quinte rocciose che definiscono baie più o meno ampie. Talvolta fra le spiagge e la parete rocciosa rimane poco spazio e si può parcheggiare solo lungo la strada, cosa che impedisce il sovraffollamento a causa della mancanza di posti auto.
Dopo pranzo decidiamo di visitare gli scavi archeologici di Velia, cosa che attendo con ansia già da qualche giorno. Partenza ore 16:00 circa. Attraversiamo Pisciotta che offre splendidi spunti panoramici, come tutta la strada che seguirà fino alla discesa verso la piana di Ascea. Dall’alto notiamo fumo abbondante e un elicottero che fa la spola con il secchio. Giunti nel parcheggio degli scavi, si avvera ciò che più temevo: l’area archeologica è chiusa per un incendio che interessa alcune zone di macchia ed erba secca. Per punto d’onore faccio comunque una foto alla torre normanna da lontano e proseguiamo un po’ delusi lungo la costa, prima verso Casal Velino e, con un altro tratto panoramico, fino al mitico borgo di Acciaroli che affascinò Hemingway. All’arrivo parcheggiamo prosaicamente dietro al SIDIS ed entriamo in centro, assai quieto in questo pomeriggio estivo.
Anche se gli yacht ormeggiati superano di gran lunga le barche dei pescatori e i vacanzieri soverchiano la popolazione, rimane nel borgo il fascino delle vecchie case dall’intonaco screpolato che si allineano lungo il fronte del porto. L’ hotel restaurant “La scogliera” per quanto semicadente conserva decisamente un’aria di orgogliosa e consolidata tradizione. La torre angioina restaurata e la chiesa scrostata dell’Annunziata completano il colpo d’occhio dal molo. All’estremità di quest’ultimo una bianca statua della Madonna accoglie i naviganti nell’approdo sicuro. E’ ricoperta di ex-voto e piccoli doni segno di devozione. Nel porto è ormeggiata la Goletta Verde e ne approfittiamo per visitarla. Per la verità questa è una delle tre imbarcazioni denominate “Goletta Verde” che solcano i mari verificando la qualità delle acque. Questa è la più antica, il Pietro Micca del 1895 ancora con le macchine a vapore (riconvertite per evitare l’inquinamento del carbone) e ottoni lucidati in cabina di comando.
Tornando in paese notiamo un crescente affollamento, i negozi hanno aperto e offrono ceramiche e altro artigianato. Noi invece ci buttiamo su sfiziose focacce e pizzette che facciamo fuori in un baleno.
Riprendiamo la strada alla volta di Pollica avendo notato manifesti che propongono una “Serata cilentana” in questa località per il 6 e 7 agosto. La strada sale stretta e costellata di cartelli di pericolo per frana e strada senza parapetti (che però in molti punti ci sono). Spettacolare la vista fino a Capo Palinuro al tramonto. Arriviamo in paese con la sigla del TG1 che esce dalle finestre e facciamo un giretto. Il posto è genuino, nessuna contaminazione turistica. Le case sono antiche, di pietra e spesso con accessi difficili (a volte addirittura con scala a chiocciola). I muri sono ricoperti del tipico e screpolato “cemento cilentano”. Interessanti i tetti coi coppi che aggettano verso l’esterno in tre file sovrapposte. Le strade sono del tutto inadatte alle auto. C’è anche un castello al momento in restauro per accogliere un centro di esposizione e documentazione di prodotti della dieta mediterranea. Nella piazza centrale si sta allestendo la sagra a fianco della Chiesa di San Nicola. L’atmosfera e l’organizzazione sono allegre e genuine, vengono disposti lungo il muro della chiesa tavoli in numero insufficiente per accogliere i soverchianti avventori affamati che si mettono pazientemente in coda per:
Fusilli 3,5 € (buoni)
Salsiccia paesana 2,5 € (notevole)
Melanzane ‘mbaccate 2,5 € (ottime e mai sentite prima)
Molti gli oggetti tipici esposti: cesti in vimini e bottiglie ricoperte in vimini intrecciato, lampade di ferro ad olio a due e a quattro fuochi, fiori di perline, dolcetti e fichi.
Verso le 21:00 vengono proposti con animate scenette in costume i temi della vita sociale di un tempo. Rivivono per una sera la setacciatura della farina, il mestiere della lavandaia, il battibecco fra la ragazza di città e quella di campagna, la seduzione e la serenata alla finestra, l’emigrazione e infine il matrimonio con la festa e la musica in piazza. Lungo i vicoli altri mestieri e momenti della vita quotidiana sono ricostruiti accuratamante nei gesti e negli strumenti: fare il sapone, fare carratieddi e fusilli, il mestiere dello scarpolino e dell’arrotino. Troviamo anche un banchetto che offre limoncello e altri liquori tipici, con tanto di ricetta che riporto fedelmente.
Limoncello
lt 1 acqua
lt ½ alcool
kg ½ zucchero
kg ½ limoni
Mettere a macerare le bucce di limone per 24 ore nell’alcool. Bollire 1 l d’acqua con ½ Kg di zucchero ed unirlo all’alcool precedentemente filtrato e liberato dalle bucce di limone.
Finocchietto
30 fiori di finocchio selvatico
lt 1 acqua
lt 1 alcool 90°
gr 800 zucchero
Mettete i fiori in un recipiente a chiusura ermetica e versatevi sopra l’alcool. Lasciate a macerare per 1 mese il vaso al sole, agitandolo ogni tanto. Trascorso il mese, preparate uno sciroppo con l’acqua e lo zucchero, lasciate raffreddare e unitelo agli altri ingredienti. Mescolate e filtrate, imbottigliate e conservate qualche settimana prima di gustare.
Fragolino
lt 1 alcool
gr 400 acqua
gr 250 fragole di bosco
gr 400 zucchero
½ bottiglina di essenza di fragole
Mettere a macerare le fragole per 24 ore nell’alcool. Bollire l’acqua con lo zucchero, far raffreddare ed unire lo sciroppo all’alcool ed alle fragole. Imbottigliare.
Mirto
kg 1 frutti di mirto
lt 1 alcool a 90°
kg 1 zucchero
lt ½ acqua
Pestare i frutti di mirto con lo zucchero e metterli a macerare nell’alcool per 10 giorni. Dopo questo tempo aggiungere l’acqua, mescolare con energia, richiudere il vaso e continuare la macerazione per altri 10 giorni, poi filtrare. Lasciare a riposo per un giorno e imbottigliare.
So che esistono decine di ricette per questi liquori, ma a Pollica fanno così!
La vivace “serata cilentana” sta per chiudersi, saliamo al convento di San Francesco poco fuori dal paese. La statua del santo si innalza su un piedistallo a padiglione, costruito su una terrazza con una splendida vista sul paese e sulla costa poco lontana. Salutiamo Pollica e rientriamo per l’una.

07/08 Finocchiara, Velia, Marina di Pisciotta
Sveglia 7:30. Abbiamo voglia di mare e di sole e ci dirigiamo verso il Ciclope, questa volta fermando dopo la seconda galleria, all’altezza del lido Trettre, località Finocchiara. La spiaggia di sabbia è molto ampia anche se con il passare del tempo si riempie di turisti. C’è vento e il sole splende senza bruciare. Facciamo una passeggiata sulla battigia tenendo il mare a destra. Le onde si frangono sulla ghiaia grigio scura. Dopo poco aggiriamo uno sperone di roccia nera e si aprono improvvisamente davanti a noi altre centinaia di metri di spiaggia, dove sono dispersi pochi ombrelloni qua e là. Non mi sembra vero: una spiaggia praticamente incontaminata e deserta, immersa in un paesaggio unico di gole rocciose che si susseguono fino ad un invalicabile contrafforte che si getta in mare. La parete dolomitica nera screziata d’ocra precipita a picco sopra di noi. Il mare vi ha scavato alcune caverne, con l’ingresso appena un po’ più in alto di quanto potrei raggiungere (nonostante la curiosità non riusciremo ad entrare). Sopra la scogliera si erge squadrata un’antica torre saracena, ormai in rovina. Mi concedo il bagno proprio all’estremità di questa splendida spiaggia. Il mare è ancora mosso ma l’acqua limpida grazie al fondo ghiaioso. Sopra di me la torre possente, alla mia sinistra Capo Palinuro illuminato dal sole e alle spalle il mare che mi trascina su e giù all’arrivo delle onde: splendido!
Indugiamo a lungo prima di rientrare per il pranzo, si sta veramente bene, anche perché le rocce a picco offrono ottimi anfratti ombrosi persino nelle ore più calde.
Nel pomeriggio usciamo dopo le quattro e dirigiamo nuovamente a Velia, visto che ci era rimasto il tarlo dal giorno prima. In venti minuti il canguro ci porta a destinazione, previa sosta per foto panoramica al luminoso borgo di Pisciotta adagiato fra gli ulivi. Questa volta entriamo agli scavi senza problemi (ingresso 2€). Non c’è traccia di bookshop alla biglietteria, ma viene fornita una brochure con mappa di ausilio alla visita. L’area del parco archeologico è piuttosto vasta, dato che Velia era una città ben sviluppata in epoca greca e romana (col nome di Elea), poi rapidamente decaduta. Si calcola che soltanto il 15% dell’area cittadina sia stato finora scavato. Gli scavi hanno evidenziato un importante ritrovamento architettonico: la Porta Rosa, uno dei rari esempi di porta ad arco di costruzione greca. La visita comincia dal quartiere meridionale entrando dalla porta greca a blocchi squadrati. Si attraversa poi una zona di epoca romana: si riconoscono negli edifici di età imperiale l’impianto delle botteghe e l’insula del criptoportico. L’edificio meglio conservato è quello delle terme romane: il laterizio è in buone condizioni, qualche colonna superstite si innalza incompleta. E’ ancora al suo posto il mosaico a figure marine del frigidarium, a tessere bianche e nere che mi ricorda per ampiezza, tema e tecnica i vasti mosaici pavimentali di Ostia. Dalle terme si comincia a salire verso il vasto santuario di Asclepio di cui rimangono tre imponenti terrazzamenti con relative sostruzioni. Quanto fosse complesso e ricco questo monumento si può solo vagamente intuire dalle poche rovine.
Da questo punto cominciano ad essere visibili i segni dell’incendio del giorno prima: il terreno è annerito e l’erba carbonizzata. Molti oleandri che incontriamo salendo la rampa seguente sono parzialmente bruciati. In sacra solitudine ascendiamo all’antica porta. Qui subiamo una cocente delusione archeologica: di fronte a noi la porta greca è ingabbiata da orrendi ponteggi di ferro. Attraverso rapido il passaggio voltato, ma anche dall’altra parte la vista è deturpata allo stesso modo. Ormai a capo chino mi soffermo ad ammirare la costruzione bugnata e la volta perfettamente lavorata in blocchi di pietra. Il contesto ambientale è piacevole: la porta è perfettamente incastonata fra due pareti di roccia tagliate dagli antichi per consentire il passaggio fra il quartiere meridionale e quello settentrionale, ancora sepolto. Per trovare il monumento esposto completamente al sole conviene visitarlo durante le ore centrali della giornata. Il tramonto invece dovrebbe esaltare la colorazione delle pietre che ha dato il nome alla porta (anche se alcuni ritengono che lo scopritore l’abbia battezzata col nome della moglie). Riconosco due A e una H incise nei blocchi della parete interna, ma da quale epoca provengano, proprio non saprei. Ridiscendiamo verso il quartiere meridionale, prendendo però la svolta a destra che conduce all’Acropoli. Il terreno annerito mette in evidenza il perimetro degli edifici scavati. L’incendio superficiale non ha intaccato le pietre, né, fortunatamente, gli ulivi. Giungendo all’acropoli si riconosce il teatro parzialmente restaurato in pietra bianca. Il monumento dominante è però la torre normanna, di epoca medioevale. Il suo basamento integra ampi tratti di fondamenta dei templi classici. L’area sacra della città è ricca di spoglie appartenenti a varie epoche. Dietro i resti della gradinata di un tempio emerge la chiesa settecentesca di S. Maria di porto Salvo, sullo sfondo dei verdi monti circostanti. Il paesaggio è splendido, dall’alto le rovine contrastano con le case moderne di Marina di Ascea e con il blu del mare vicino. Purtroppo la torre normanna non è visitabile, dalla cima sicuramente il panorama è spettacolare. Si può però accedere al primo livello merlato e allo spiazzo antistante la torre dalla parte del mare. In una giornata tersa come oggi la vista spazia dall’orizzonte infinito del mare alle ondulazioni verdeggianti dell’interno punteggiato di paesi arroccati e di cime lontane. Un ultimo sguardo e cominciamo la discesa. Siamo ben oltre l’orario dichiarato di chiusura (18:15) ma nessuno ci viene a cercare per cacciarci fuori (cosa regolarmente avvenuta a suo tempo ad Ostia antica), così procediamo con calma fino alla macchina. Qualche nuvola mette l’acropoli in una nuova luce, quindi faccio ancora qualche scatto. Tornando verso casa, cogliamo nel mare riflessi del sole oscurato dalle nubi. A Pisciotta catturiamo al tramonto la prospettiva che già ci aveva colpito nel pomeriggio. Se vi capita fermate poco fuori dal paese dalla parte di Ascea, c’è una splendida vista sulle case che digradano fra gli ulivi e, in secondo piano, Capo Palinuro che si protende nel mare. Questo tramonto non possiamo perdercelo, ci infiliamo nei tornanti che in discesa ci portano a Marina di Pisciotta. Dal molo osserviamo a lungo sprazzi del sole rossastro che si tuffa in mare fra le nuvole. Nel crepuscolo attraversiamo il paese: una fila di case a ridosso del mare, una marina piuttosto grande, qualche ristorante e una discreta folla intenta alle inattività serali. Rientriamo a casa, stasera non si esce.

08/08 S. Maria di Castellabate, Punta Licosa, Agropoli, Paestum
Ore 7:30: nubi minacciose oscurano il cielo, la voce del colonnello Giuliacci recita rassicurante “nubi innocue sulla Lucania e Campania meridionale, in rapido miglioramento”. Siamo un po’ incerti, ma alla fine decidiamo di inforcare il canguro per un nuovo itinerario costiero. Partenza alle 8:40 e in dieci minuti siamo a Pisciotta sotto un intenso temporale alla faccia del colonnello. Per l’ennesima volta saltiamo Pisciotta, che non riusciremo poi a visitare. Rivoli d’acqua scorrono sulla strada, il paesaggio è tetro e sembra di essere in un altro mondo rispetto a ciò che abbiamo ammirato il giorno prima. Procediamo sotto le nuvole e a velocità ridotta fino ad Agnone dove la Morena avvista un “Idee regalo” dove bisogna fermare. Il negozio è chiuso ma la sosta è utile per sgranchirci le gambe. Ha smesso di piovere ma le nuvole minacciano ancora. Ripartiamo alla volta di Castellabate. Sulla strada però noto la deviazione a sinistra per Punta Licosa che seguo immantinente. Si giunge così ad Ogliastro Marina dove la strada diventa in certi punti impraticabile per le auto parcheggiate che la occupano. Imperterrito proseguo fino ad un cancello che chiude la strada con il solito cartello “Proprietà Privata”. E’ aperto ma anche ben sorvegliato. Chiedo indicazioni ai guardiani: per Punta Licosa sono circa 4,5 Km e da lì si può proseguire soltanto a piedi. Osservo però che alcune auto passano il “check point” e chiedo spiegazioni: può passare chi ha prenotato al ristorante presso la punta, oppure chi possiede una villa nell’area!
Facciamo retromarcia e, aggirando il monte Licosa, ci ritroviamo a San Marco di Castellabate per tentare di arrivare da qui alla famosa punta. Ci spingiamo fino all’estremità del porto, dove l’Hotel “L’approdo” viene indicato dalla guida del TCI come punto di partenza per l’escursione. Chiedo lì ulteriori informazioni e mi dicono che la strada parte esattamente dietro l’Hotel ma che ci sono 4-5 km assolutamente non percorribili in auto. La guida parla invece di una “facile passeggiata” ma non determina ne’ distanze ne’ tempi. Valutando che 8-10 km a piedi potrebbero essere un po’ troppi rinunciamo con delusione.
La giornata mette al bello e la gente comincia a uscire e a popolare le spiagge e soprattutto le strade dove il traffico si fa intenso. In breve comunque arriviamo a S. Maria di Castellabate dove per miracolo riesco a parcheggiare in centro davanti, guarda caso, a una pasticceria. Approfittiamo immediatamente di un ottimo cannolo cilentano (con crema all’interno e cioccolato alle estremità) e di una cassata. Con buona disposizione di spirito cominciamo così la nostra visita a S. Maria proprio dalla statua della Vergine sul lungomare a fianco di palazzo Perrotti, un antico edificio nobiliare con una torre circolare sul tetto. Qui una comoda spiaggia dà ospitalità a chi vuole prendere il primo sole della giornata. Dal lungomare riusciamo a scorgere l’isola e il faro di Punta Licosa. Proseguiamo sul corso principale, affollatissimo e ricco di negozi e boutiques. Fortunatamente le visite ai vari negozietti risultano infruttuose anche se i prezzi delle ceramiche non mi sembrano eccessivi. Prendiamo un attimo di respiro dalla calca nel parco dove scopriamo l’antiquarium comunale, allestito a villa Matarazzo e piacevolmente disertato dalla folla. Sono esposti reperti provenienti dalle acque dei dintorni, soprattutto anfore in quantità e ceppi d’ancora romani in pietra e in piombo. Un appassionato illustra ai presenti il materiale esposto. Questa persona dal fare gentile mi sembra parlare con cognizione di causa così gli rivolgo qualche domanda. Scopriamo che molti degli oggetti provengono da Punta Licosa, dove sono ancora visibili sott’acqua resti di antichi edifici. Chiedo ancora una volta come raggiungere la punta. Ci consiglia di andare via mare partendo in barca dal porto di S. Marco dove dobbiamo chiedere di “Rambo”. Il mare però oggi è un po’ mosso. Un’altra possibilità è noleggiare una mountain bike a S. Maria e percorrere circa 5 km fino alla punta (ci dice che a S. Marco non è possibile noleggiare biciclette). Da S. Marco alla punta ci assicura che ci sono al massimo 2,5 km. Rinfrancati da queste informazioni decidiamo di ritentare l’escursione, non prima però di aver soddisfatto lo stomaco. Sul corso facciamo incetta di pizze al cestino, arancini e crocchette che facciamo sparire accomodandoci alle spalle della spiaggia cittadina. Recuperiamo il canguro e con una improbabile svolta a gomito in un vicolo 2 millimetri più stretto dell’automezzo con gli specchietti chiusi, scantoniamo verso S. Marco. Anche qui si è diffusa la peste dei parcheggi a pagamento, ma, visto che siamo in vacanza, non esito a pagare i 2€ richiesti dal comune.
Ci incamminiamo per la salita dietro “L’approdo”, sono le 13:20. La mulattiera è abbastanza comoda, non ci sono grandi dislivelli e alcuni tratti sono ombreggiati dagli alberi. Sono piacevoli gli scorci sul golfo di Salerno e sulle ville discretamente acquattate nel verde, ciascuna con un nome evocativo a volte impresso su una targa in ceramica (“l’Oasi”, “le due Francesche”…). Per un tratto la strada si svolge in una campagna semicoltivata con alberi di fichi, poi sbuchiamo in vista della Punta all’altezza di una villa con un grande crocefisso. Una macchia di pini marittimi abbarbicati all’estrema scogliera ci offre ombra e fresca brezza. Da qui godiamo della vista sulla Punta, l’isola con il faro e il molo che si protende in mare come una grande L di scogli. Sulla riva svetta una grande villa bianca con annessa una piccola chiesa. Raggiungiamo il molo dove prendiamo un po’ di sole circondati da questo splendido scenario. Il fondale basso intorno all’isola rompe il mare in mille frangenti spumosi. E’ qui che si dovrebbero nascondere i resti di antichi insediamenti. Presso la villa si scorgono alcuni ruderi massicci. Nell’antichità questo era il luogo da cui la sirena Leucosia si gettò sugli scogli per non aver saputo ammaliare Ulisse. Oggi lo sguardo spazia sull’intero golfo di Salerno: da punta Campanella giunge fino a S. Maria di Castellabate, per correre poi alle basse scogliere stratificate da cui siamo venuti. Il monte Licosa rimane a destra, completamente selvaggio e coronato dai resti di un’antica torre. Esplorando i dintorni sostiamo al monumento commemorativo del “Velella”, lo sfortunato sommergibile che venne affondato con l’intero equipaggio il 7 settembre 1943, alla vigilia della cessazione delle ostilità contro gli alleati.
Torniamo verso San Marco osservando la natura mediterranea che ci circonda. Fotografo un grosso esemplare di ape solitaria e una cascata di fiori su un muretto a secco. In una quarantina di minuti siamo a San Marco, favoriti da nubi che ombreggiano la passeggiata. In prossimità del porto notiamo dall’alto i resti semisommersi del molo greco-romano.
Soddisfatti della bella passeggiata ci dirigiamo al canguro che però troviamo decorato da un foglietto. Questa volta non è la solita benvenuta pubblicità di una sagra, ma una ben più prosaica multa. In vicinanza si aggira furtivo il vigile che abbordiamo per esprimere le nostre più vive proteste (particolarmente convincenti quelle della Morena). Ci spiega che avendo parcheggiato fra le 13 e le 14 avremmo dovuto pagare 1 € in più. La cosa non mi è chiara così tempestiamo nuove proteste, ma quando esamino il verbale e vedo che la sanzione è di 3 € totali, mi rassereno e chiudiamo con un paio di risate. Mai vista una multa così economica! Andiamo a prenderci un caffè per proseguire poi verso Agropoli che raggiungiamo rapidamente.
Parcheggio a ridosso dell’isola pedonale che presumo conduca al centro storico. Agropoli è il più grande centro del Cilento, e si vede. C’è una periferia simile a quella di tutte le città di medie dimensioni e numerosi sono anche in centro i palazzi che raggiungono l’ottavo piano. Gode però di una bella passeggiata, piacevolmente lastricata, che sale ad una grande piazza e piega poi a destra in una dolce gradinata per salire panoramicamente alla città vecchia o città alta. Superata la porta merlata, simbolo della città, lo scenario muta completamente e ci si ritrova in un nucleo storico perfettamente conservato dove si respira un’atmosfera antica fra palazzi nobiliari dai portoni scolpiti e case scrostate color pastello, alcune con tetti sconnessi che sembrano doversi aprire al cielo da un momento all’altro e altre già in gloriosa rovina. Per iniziare, merita una sosta la piazzetta che si apre immediatamente dopo la porta di accesso. Su di essa affaccia la gialla chiesa di S. Maria di Costantinopoli con il motto “Ave Maris Stella” in rosso sotto al timpano. Una fontana dall’acqua freschissima ci offre sollievo dal caldo che si è fatto più intenso nel pomeriggio. Poco più in là una balaustra con splendida vista sulla marina sottostante e sul golfo. Indugiamo un po’ all’angolo della meridiana installata qualche anno fa sul bordo di questo spettacolare belvedere. Attraversiamo i vicoli e le piazzette nella calma pomeridiana per giungere al castello. L’edificio è solo parzialmente conservato ma le ali che ne rimangono sono in discrete condizioni. La sera è adibito a ristorante, vocazione ideale per le panoramiche terrazze ricavate sulle torri sopravvissute e sui camminamenti. La nostra visita però avviene in perfetta solitudine, molto prima delle cene a lume di candela che si possono immaginare quassù. Il castello è molto antico, risale al VI secolo e ha visto passare Saraceni, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Francesi, Feudatari e Vescovi. Si entra dal ponte levatoio che scavalca il fossato con un bell’arco a tutto sesto, sorvegliato da biglietteria (2€) e tranquillo pastore tedesco. Sopra l’ingresso si riconosce la postazione della vedetta dotata di piccolo arco con parapetto. Scorrazziamo fra spalti merlati, palle di pietra usate per l’artiglieria e passaggi oscuri annegati nelle mura. Ma è piacevole anche riposare ammirando il panorama dal torrione di ponente. Da qui si dominano la costa e la città e ben visibili sono le torri di avvistamento collegate in linea visiva con il castello (la leggenda dice che vi fosse un passaggio sotterraneo diretto fra il castello e la torre di San Marco). Dopo aver sgranocchiato qualche “osso da mordere” attraversiamo stradine e scale della città vecchia per tornare nel mondo moderno e sederci ad una gelateria (Cavè), già adocchiata dalla Morena all’andata. Gustiamo in un’isola di pace banana split e coppa di frutta in mezzo ad una folla crescente come una marea. Se l’animazione rende piacevolmente vivace la zona pedonale, all’esterno le auto hanno cominciato un carosello infernale all’assedio dei parcheggi. Impieghiamo un po’ per districarci dal centro e procedere un po’ più spediti, ma appena imboccato il lungomare verso Paestum veniamo folgorati da un rosseggiante tramonto che nella nitidezza dell’aere ci mostra splendida l’isola di Capri fronteggiare punta Campanella. Fermiamo immediatamente per ammirare il sole sospeso su Capri come un disco rovente che piano piano discende in mare traendo riflessi rossastri dalla cresta delle onde appena sotto di noi. L’aria è limpida, l’isola si staglia netta e inconfondibile nonostante i 65 km che ci separano. Restiamo finchè l’ultimo spicchio del sole non si spegne in mare e con un sospiro riprendiamo verso Paestum.
In breve raggiungiamo la zona archeologica. Percorriamo il perimetro delle mura greche fino a lasciare l’auto poco prima della zona pedonale. La vecchia statale 18 costeggia gli scavi con un rettilineo che offre una splendida passeggiata da cui ammirare l’antica città. Addirittura taglia in due l’anfiteatro di epoca romana, le cui spoglie debordano sul marciapiede. Lungo l’altro lato della strada stanno i parcheggi a pagamento, le botteghe dei souvenir e i ristoranti. Fra questi, posso tranquillamente consigliare “l’Oasi” per le due ottime cene di pesce accompagnate da vino cilentano che qui mi capitarono per benevolenza del destino nel dicembre 2004.
La serata è animata senza essere affollata. In agosto viene allestita al bordo degli scavi un’arena per spettacoli di lirica, danza, musica e teatro che sembrano richiamare un buon numero di persone anche stasera. Altri stanno arrivando per la passeggiata notturna tra i templi. Come a Pompei e alla Reggia di Caserta è infatti possibile visitare il sito illuminato ad arte per creare suggestioni inconsuete. Uno spettacolo in stile “Sounds & Lights” ormai ben collaudato in molti siti, dalle Piramidi al palazzo dei Cavalieri a Rodi. Questa opportunità è sicuramente molto interessante, anche se il biglietto è di 14 € tondi.
Noi ci godiamo la passeggiata al bordo degli scavi a partire dal tempio di Athena coronato da nubi bluastre nella luce del crepuscolo. Fiancheggiamo l’edificio circolare dell’ecclesiasterion, l’ anfiteatro e altri resti romani per giungere in vista della Basilica e dell’imponente Tempio di Nettuno. E qui ammiriamo uno dei più importanti monumenti sopravvissuti dall’età classica, esempio di ineguagliata architettura dal fascino grandioso e solenne. Nell’oscurità ormai dominante fari abilmente nascosti esaltano la sagoma dell’edificio e permettono di scrutarne l’interno popolato di colonne che si innalzano per due livelli.
Mi appresto a scattare una foto usando come appoggio di fortuna la cancellata esterna, quando improvvisamente le luci si spengono. L’intero sito è piombato nel buio, ma dopo poco, una zona per volta, le luci si riaccendono a intervalli per seguire le tappe della visita guidata. Finalmente il tempio esce a sua volta dall’oscurità e posso scattare la mia foto notturna. La visita è accompagnata da un racconto fuori campo che possiamo benissimo ascoltare anche da dove siamo. Viene raccontata l’ineffabile emozione di Goethe di fronte a queste rovine appena riscoperte dopo secoli di oblio. In controluce si intravedono i visitatori che si aggirano davanti al tempio, ad una giusta distanza di rispetto.
Impieghiamo circa un’oretta sulla superstrada deserta per giungere a San Severino, dove intendiamo chiudere la serata e possibilmente cenare. Arriviamo che la sagra del prosciutto paesano è in pieno svolgimento al centro del paese nuovo. Ci forniamo rapidamente di panini caserecci al prosciutto, melanzane arragonate e 3 bicchieri di vino per 11,5 €. Una visita al minuscolo mercatino dell’artigianato e alla chiesa ottagonale e rientriamo dopo la splendida giornata campale alle 23:30.

09/08 Spiaggia
Per passare una giornata di totale riposo dirigiamo in mattinata alla Finocchiara. Sulla strada noto ancora una volta come venga spesso citato ad uso turistico il mito che qui si svolse millenni fa. Incontriamo infatti il Camping Villaggio “Odissea”, quello che si chiama “Nessuno”, l’hotel “Ulisse” e il lido-discoteca “Ciclope”. Senza contare che tutto il tratto di costa viene indicato come “Costa del Mito”. Per chi volesse ripassare l’origine del nome Palinuro, consiglio di osservare attentamente la splendida mappa in ceramica realizzata nel 1989 dalla Lega per l’ambiente nella piazza principale della cittadina. Vi è rappresentata la rotta seguita da Enea in fuga da Troia con la citazione dei versi virgiliani relativi al leggendario nocchiero.
Quando arriviamo, la spiaggia è tutta per noi. Non un’impronta sulla sabbia, che il mare mosso del giorno precedente ha dilavato, ripulito e appiattito perfettamente. Passiamo la mattinata in solitudine: noi e il mare. Arrivano poi poche persone a disturbare la nostra quiete e manteniamo una vasta area di rispetto intorno all’ombrellone. Qualche foto ad un masso screziato incastrato nella sabbia e vecchio di duecento milioni d’anni e per oggi le fatiche della giornata sono finite.
In serata la voglia di cucinare scarseggia, così dirigiamo a Massicelle, un paese dell’interno che abbiamo già attraversato più volte per giungere alla statale 18. E’ in programma la “11° sagra dei sapori cilentani” e una volta arrivati sul posto non rimaniamo affatto delusi. Incontriamo vari piatti tipici di cui il volantino pubblicitario della sagra fornisce persino un glossario:
Minestra strinta
Misto di verdure selvatiche e patate, prima scaldate e poi soffritte in olio extravergine di oliva con aggiunta di aglio e peperoncino
Ciauledda
Melanzane, peperoni e patate, con aggiunta di pomodorini e odori vari.
Parmigiana cilentana
Melanzane ripiene di impasto di formaggio, uova e basilico, prima fritte e poi condite con sugo di pomodoro fresco.
Cavatielli
Impasto di farina, uova, acqua e conditi con sugo di pomodoro fresco.
Salsiccia di maiale paesano
avorata con carni di suino rigorosamente paesano.
Pastorelle
Dolce tipico “Massicellese”; realizzate con la sfoglia di farina di grano duro viene farcita di impasto composto di farina di castagna, cioccolato, zucchero, aromi vari; prima vengono fritte e poi servite con zucchero velato e miele.
Strufoli
Impasto di farina, uova e olio; si fanno dei dadini, si friggono e si condiscono con il miele paesano.
Potete scoprire da voi altri piatti come ad esempio la “Mulignana m’buttunata”, che è ottima. Facciamo man bassa ai chioschi che servono queste prelibatezze nella piazza principale. Su un lato di questa si affaccia il Museo del giocattolo povero, che purtroppo non riusciamo a visitare perché il responsabile è ammalato.
Dopo cena andiamo per una passeggiata in centro a Palinuro, questa volta evitando il parcheggio a pagamento. Visitiamo la chiesa moderna detta familiarmente il “Pandoro” per la sua forma e scendiamo verso il porto. Quando, dopo attente ricerche e domande, ci rendiamo finalmente conto che non c’è un vero e proprio lungomare passeggiabile, torniamo sui nostri passi e rientriamo.

10/08 Porto Infreschi, la frittata di Padula
Ore 7:15, la giornata sembra buona. Decidiamo di fare la gita a Porto Infreschi, già consigliata dai padroni di casa ma non ancora affrontata per via delle condizioni meteo incerte o del mare palesemente troppo mosso. In questo caso si parte da Marina di Camerota e quindi ci diamo una mossa per essere al porto alle 8:40. Ci forniamo estemporaneamente di croissant e bevande per la giornata e saliamo a bordo della barca dell’associazione “Monte di Luna”. Prezzi, orari e tappe di visita mi sembrano abbastanza simili fra le varie cooperative o barcaioli che fanno il servizio. Paghiamo 12 € a testa per la visita alla costa e alle grotte e la sosta in spiaggia con rientro alle 16:30 (volendo si può rientrare alle 17:30). Il tratto di costa visitato è quello che va da Marina verso Scario, fino all’insenatura naturale degli Infreschi e ritorno. Partiamo alle 9 condotti dal barcaiolo Dominic, un pescatore nerboruto dai capelli grigi e ondulati. Ci mostra Marina dal mare e ci spiega le differenze tra le torri costiere saracene e quelle borboniche. Poi cominciamo ad esplorare la costa frastagliata che offre mille sfumature di colori nella pietra e nell’acqua e incredibili formazioni rocciose. Splendido il paesaggio alla rupe del Monte di Luna con i tre faraglioni che sbucano dall’acqua. Visitiamo poi vari antri nei quali la barca si intrufola per farci ammirare la limpidezza e i riflessi del mare. Ogni grotta costiera ha un nome preso dalla leggenda o dalla tradizione locale. Con grande sorpresa scopriamo anche qui una grotta azzurra, altrettanto splendida e misconosciuta quanto quella sulla costa di Palinuro. Il mare è calmo ma Dominic lamenta la stagione negativa: oggi, ci dice, è la prima giornata con un mare accettabile. A porto Infreschi ammiriamo la baia naturale dalle acque incontaminate. Il luogo era già noto ai romani per la presenza di una grotta da cui sgorga acqua dolce e fresca, preziosa per il rifornimento delle navi in transito.
Sulla costa rocciosa e selvaggia sopravvivono i resti di un’antica torre e di uno stabilimento per la lavorazione del tonno. Davanti a noi si apre scenograficamente il golfo di Policastro che si allunga a perdita d’occhio verso i rilievi della Basilicata e della Calabria. E’ ancora presto e non c’è molto affollamento ma Dominic consiglia di non fermare qui dove la piccola spiaggia tende a diventare un carnaio. Ci lascia invece alla spiaggia del Pozzallo, una baia di ciottoli bianchi abbastanza ampia, con molto spazio e macchia mediterranea alle spalle. Al nostro arrivo non c’è affollamento, anche se ben presto le barche successive scaricano un bel po’ di gente e si genera il caos, tra tuffi, urla, bambini etc… Sfuggo con un po’ di bracciate nell’acqua limpida dai colori stupendi grazie alla ghiaia del fondo. Mi allontano dalla riva cercando di capire se a nuoto si possa raggiungere la grotta del Pozzallo che abbiamo visitato in barca all’andata. Non credo sia difficile ma rinuncio per la confusione di gente e soprattutto di natanti. L’acqua è fresca per il rimescolio dei giorni precedenti e la ventilazione è ottima, così quando esco dall’acqua mi asciugo in un attimo e mi sorge un languore potente. I croissant della mattina non sembrano più tanto invitanti dopo aver passato varie ore nello zainetto così getto un’occhiata alle nostre spalle dove si acquatta nella macchia il “Ristoro Pozzallo”. Dominic lo ha consigliato per i piatti tipici della vera tradizione dei pescatori, tuttavia diffido di quello che potrebbe essere un richiamo per turisti da accalappiare grazie al monopolio sulla spiaggia. Sono le 12:30 e urge una soluzione, così parto in esplorazione. Il ristorante è quanto meno rispettoso dell’ambiente, mimetizzato com’è nel verde e costruito ai minimi termini. Gode di ottimo ombreggiamento e i prezzi sembrano abbordabili. Recupero la Morena che stava abbrustolendo ben bene e ordiniamo:
Verdurine sottolio della casa
Fresella (ciambella di pane con verdure e acciughe)
Alici marinate
I sapori sono marcati e ottimi. Paghiamo 18 € con acqua e caffè, per cui il posto è del tutto approvato. Chiedo con curiosità al cameriere se il posto sia raggiungibile solo per la via del mare, mi spiega che si può anche arrivare a piedi in una ventina di minuti e mi allunga un’opportuna mappa: si parte da Lentiscosa con inizio su strada sterrata all’altezza del traliccio Enel segnale CAI rosso P.I. gialloblu. Aggiunge che con un fuoristrada (“o una macchina vecchia”) si può arrivare più vicino e parcheggiare a 5 minuti a piedi. Però se andrete a cena portate con voi la torcia elettrica!
Molti dei bellissimi luoghi costieri possono essere raggiunti anche a piedi con itinerari nella natura. Varie associazioni organizzano queste escursioni. Un’altra interessante possibilità è di partecipare alla “lamparata”. Si tratta della pesca notturna tradizionale con la lampara, una grossa luce che ha il compito di attirare il pesce. Di solito si cattura pesce azzurro che viene poi fritto e mangiato sulla spiaggia. Si parte verso le otto di sera e si torna dopo 5-6 ore. Il prezzo si aggira sui 25 € a testa.
Ritorniamo in spiaggia dopo un breve giretto nel fondo asciutto di un torrente. C’ è un bel venticello e la folla è diminuita notevolmente, molti evidentemente scelgono la gita di sola mezza giornata. Comunque una transumanza di bambini assatanati offende le mie orecchie così mi getto nell’acqua turchese verso plaghe più tranquille. E’ dura la vita di spiaggia. Se appena l’affollamento diminuisce e si aprono spiragli di mezzo metro quadrato ecco che vengono immediatamente occupati da temibili giocatori di racchettoni, volani, fresbee e persino dalla squadra di pallavolo o di calcio acquatico, con palle, palline, biglie, palloni, dischi che possono colpirti a tradimento mentre cerchi solo la pace con te stesso. Peggio se lo spazio scarseggia. Eccoti allora esposto senza via di scampo al ludibrio di bambini urlanti, cani che si scrollano grondanti acqua, passanti sgocciolanti, gente che per non saper che fare per ore batte un sasso contro l’altro. Ci vorrebbe Giovenale per lanciare un anatema a questi disturbatori della quiete umana.
La giornata scorre veloce e alle 16:15 ricompare la barca di Dominic che ci viene a prendere. Un’occhiata alla costa nella luce del pomeriggio e al club Med e siamo al porto di Marina.
A casa facciamo una piccola verifica della situazione. Ben cotti dal mare e dal sole, basta però una doccia a rimetterci in sesto. La giornata è ancora lunga e siamo attratti dalla manifestazione storica che stasera si dovrebbe tenere alla Certosa di Padula. Si tratta della rievocazione della visita di Carlo V nel 1535. L’imperatore qui fermò di ritorno da una vittoria sui Barbareschi a Tunisi e in suo onore vennero fatti grandi festeggiamenti e le magnificenti cucine dei certosini furono in grado di servire una immane frittata di mille uova.
Il 10 agosto di ogni anno la Pro Loco di Padula organizza una giornata storica con giochi d’arme, giocolieri, danzatori, mangiafuoco, giullari, nobili, tamburini, suonatori e, naturalmente, certosini. La sera si raggiunge l’acme con la produzione della leggendaria frittata delle mille ova sul piazzale antistante la magnifica facciata barocca della Certosa.
In circa un’ora e venti siamo a Padula e questa volta non parcheggio a pagamento. Sono circa le 20 e non c’è molta gente anche se nel piazzale della Certosa sono state disposte innumerevoli sedie per accogliere i visitatori. Un’area abbastanza vasta a ridosso della facciata è transennata e riservata ai figuranti. Il trono di Carlo V è in cima alla scalinata d’onore insieme a quello dell’abate. Sulla scena incombe immensa e mirabile la speciale macchina atta a friggere le mille ova. Riscattata dall’abbandono miserabile del parcheggio dove la vedemmo in occasione della prima visita, ora splende di acciaio inossidabile come un enigmatico mostro meccanico. Una squadra di certosini attende alacremente al servizio dell’ingegnoso ordigno e del quadro braciere ove avvampa un gran fuoco. Intorno a loro una danza vorticante di giocolieri che roteano torce fiammeggianti e mangiafuoco che sputano sfere ardenti a celebrare “lo magno foco”. La grande macchina leonardesca come drago meccanico spalanca lenta le piatte fauci a racchiudere le uova sbattute, l’olio, le erbette che, dopo le danze propiziatorie, le donne hanno abilmente amalgamato. L’ampio braciere viene sospinto et sottratto tramite rotaie onde portare a giusto calore la nutriente sostanza. L’abate prende il comando per la delicata operazione: con repentina rotazione dell’inossidabile crogiuolo la frittata viene felicemente ribaltata, manovra accolta dagli astanti con il fiato sospeso dopo un primo tentativo che la mala chiusura fece fallire con perigliosa fuoriuscita dell’intingolo. Quando infine si dispiega il prodotto fumante dell’immane fatica, all’unisono fuochi d’argento si innalzano al cielo a celebrare la buona e bene augurale riuscita dell’evento. I “monaci” con sacre spatole provvedono a raccogliere l’immensa frittata che viene immantinente distribuita in panini alla folla questuante.
Dato l’orario noi avevamo già provveduto a calmare lo stomaco con panini alla porchetta munendoci anche dei buoni per vino e frittata onde evitare la fila. Sazi dello spettacolo e delle calorie facciamo una foto ricordo sul trono di Carlo V e poi con l’abate. Questi è personaggio affabile che mi conferma la magnitudine della frittata pari a 1200 uova e la conformità alle norme igieniche del processo di frittura grazie all’uso di padellona in acciaio inox. Un tempo invece veniva usata una più tradizionale padella in ferro, non propriamente omologata dall’usl e con il grave difetto di non consentire il ribaltamento della frittata. Paghi della serata lasciamo il sagrato, per scoprire che sulla via principale non c’è praticamente nessuno. In effetti l’evento sembra un po’ misconosciuto: non ci sono i sintomi classici di una sagra (bancarelle, negozi aperti, ecc.) e non vi è particolare pubblicità. A parte lo spettacolo all’interno della Certosa sono attivi soltanto i chioschi per i panini e bibite e una postazione filatelica per l’annullo speciale delle Poste. Dato l’impegno profuso con ottimi risultati, credo che la manifestazione meriterebbe qualcosa di più.
Riprendiamo il canguro e, sotto un cielo stellato, rientriamo per mezzanotte e quaranta.

11/08 Cala del Buondormire, Roccagloriosa
Partiamo di buon’ora con un chiaro obiettivo in mente: la spiaggia del Buondormire, già visitata molto brevemente qualche giorno fa. Vorremmo tentare la discesa dall’alto della rupe che domina la cala, secondo le indicazioni del TCI che dichiarano una scalinata di 500 gradini. La strada l’abbiamo ben vista durante la gita in barca alle grotte di Capo Palinuro: una serie di strettissimi tornanti aggrappati alla parete rocciosa, che partono da una fila di case rosse sulla cima. Si tratta del King’s Hotel Residence, una splendida struttura a non so quante stelle. Il passaggio verso la spiaggia appartiene a questa struttura e pertanto non è accessibile ai comuni mortali. Non so quanto sia rigoroso il divieto di passaggio, comunque chiedo indicazioni e ci consigliano di scendere seguendo la prima discesa a destra uscendo dal residence. Di conseguenza mi infilo in un buco del guard-rail che sembra preludere effettivamente ad un sentiero in discesa. Tuttavia dopo pochi metri e varie sferzate di arbusti spinosi decidiamo che questa pista da capre non ci porterà a nulla e risaliamo. Dirigiamo all’Arco Naturale, e ingaggiamo rapidamente un barcaiolo che senza fatica e in pochi minuti ci accompagna all’agognata spiaggia. Il viaggio a/r costa 12€ (ma si trova anche a 10) e si prenota il ritorno per l’ora desiderata. Se poi si cambia idea basta chiamare al cellulare il barcaiolo. Nonostante la perdita di tempo al King’s Hotel arriviamo alle 9:30 circa che la spiaggia è praticamente vuota. La sabbia è finissima e dorata soprattutto sulla battigia. L’acqua limpida verde-azzurra invita subito al bagno. Seguo a nuoto gli anfratti rocciosi che abbracciano la cala, sfiorando qua e là colonie di Posidonia. Galleggio a lungo nell’acqua ammirando la parete stratificata che sorge a picco alle spalle della spiaggia. Ritorno all’ombrellone per godermi il sole con la dolce metà. La folla sta crescendo, per lo più avventizia e scaricata dalle barche che stanno facendo il giro delle grotte marine. Avendo piantato l’ombrellone lontano dalla zona degli sbarchi godiamo di una relativa tranquillità. Ben presto comunque mi rimetto in moto per un’inconsueta esplorazione. Un breve sentiero ghiaioso abbarbicato alla rupe sale ripido verso un anfratto che si vede benissimo dalla spiaggia. Arrivo così all’ingresso di una vera e propria grotta, ignorata da tutti ma ricca di ombra e frescura e di una bellissima vista sulla spiaggia e le sue acque cristalline. All’interno qualche concrezione calcitica e un magnifico esemplare di falena Catocala Elocata che svolazza un po’ e si mette in posa per una foto. Torno giù appoggiandomi alla roccia verticale che si apre qui nella spaccatura di un crollo che potrebbe essere imminente o scatenarsi fra un milione d’anni.
Ormai sono le 14:00 e puntuale la barca “Nelluccia” viene a raccoglierci, una soluzione sicuramente assai più comoda rispetto all’arrampicata sulle scale del King’s Hotel.
La cala, protetta dall’alta falesia, comincia già ad entrare in ombra dal lato di ponente.
Ce la prendiamo comoda e usciamo per un giretto senza meta precisa verso le 17:30. L’intenzione è quella di visitare almeno il paese di Roccagloriosa, dal nome talmente accattivante da meritare sicuramente una puntata.
Imbocchiamo quindi la mingardina per raggiungere la statale 18. Durante il tragitto mi viene in mente che in un’altra occasione avevo avvistato dal fondovalle dei ruderi merlati aggrappati alle pendici sul lato orografico sinistro della valle. Questa potrebbe essere una delle ultime occasioni per indagare, così prendo la deviazione per Licusati sperando di raggiungere il misterioso rudere, non citato da alcuna guida. Dopo alcuni km e qualche tornante, fermo fra gli ulivi e diamo uno sguardo sotto di noi salendo sul muretto di confine di un campo. Da qui si scorgono bene le mura merlate e il bastione di ingresso di un castello, non facilmente accessibile e completamente in abbandono. In pegno a questo pezzetto di storia dimenticato da tutti, svolgerò in seguito qualche ricerca sul web senza rinvenire indicazioni significative. Sono certo tuttavia che qualcuno nei dintorni vorrebbe ripristinare la fortificazione e renderla fruibile al turismo e che questo si avvererà prima della completa rovina……
Proseguiamo per Roccagloriosa, già visibile dalla veloce statale 18. Giunti al paese seguo immediatamente le chiare indicazioni per la zona archeologica e i punti panoramici. Giungiamo così ad un’area abbastanza solitaria dove troviamo alcune tombe e i resti dell’insediamento lucano del IV secolo a. C. In particolare una tomba conserva l’alzato e la copertura in aggetto che ricopre una singola camera sepolcrale. Un sentiero bordato da una staccionata si inoltra scendendo nel bosco sottostante da cui sembrano provenire alcune voci lontane fra le frasche. Curiosi cominciamo la passeggiata nel bosco ma ben presto ci viene incontro un grosso cane bianco. Prima annusa un po’ e poi accelera verso di noi.
Indietreggiamo e in buon ordine ci rifugiamo nel canguro. Faccio in tempo a notare gli occhi cerulei del cane e il collare con un piccolo osso d’argento. Torniamo al paese e diamo un’occhiata al centro storico con i suoi scorci. Dopo un po’ saliamo verso il castello, anch’esso antichissimo visto che risale al VI secolo e venne costruito da soldati bulgari (nei dintorni vi è un importante rilievo denominato monte Bulgheria). Cosa ci facessero all’epoca dei bulgari in queste zone non è facile da stabilire, comunque la storia ci conferma la loro presenza. Si potrebbe pensare che a questi soldati e alla loro fortificazione sia legato un fatto d’armi particolarmente eroico, dato il nome della località. Invece il toponimo deriva dalla piccola chiesa dedicata alla Madonna Gloriosa che sorge tuttora al centro dell’altura in cima alla quale si trova anche il castello. La via d’accesso è erta ma ben sistemata, il parcheggio alquanto improbo. Del castello rimangono pochi ruderi e un muro bucato da un paio di finestre ma la cosa splendida è il panorama a tutto tondo che si può godere dalle rovine del bastione più alto: Roccagloriosa si stende . tranquilla fino alla chiesa che risalta ai piedi di un piccolo sperone roccioso, sulla destra si apre il golfo di Policastro già proteso verso i monti calabri, dall’altro lato la valle del Mingardo, il fiume una striscia d’argento serpeggiante nella luce del tramonto. Si scorgono anche l’abitato di Acquavena e i viadotti della statale piantati nel bosco. E’ il crepuscolo, il sole ormai nascosto dalle montagne. A proposito di Acquavena mi torna in mente un ristorante assai caldeggiato dalla famiglia incontrata a Teggiano. L’orario ispira favorevolmente i pensieri gastronomici. Riprendiamo il canguro appena in tempo, guarda caso, per incontrare al parcheggio lo stesso cane che ci aveva inseguito poco prima. Questa volta è con la padrona e mantiene un comportamento impeccabile, sembra persino simpatico.
Dirigiamo prontamente ad Acquavena dove troviamo facilmente il ristorante “U’ Trappitu”. Il nome (Trappeto) deriva dall’antico uso che si faceva di questo edificio, adibito alla lavorazione delle olive. Il locale è organizzato su più livelli: in alto il bar con gli anziani del paese, al centro il ristorante e più sotto un ambiente per la musica e una bella terrazza con panorama sul golfo. Una grande macina campeggia all’aperto, mentre nel ristorante sono disposti alcuni grandi torchi di legno utilizzati anch’essi per la spremitura delle olive.
Ci affidiamo ai buoni consigli della signora che ci accoglie al tavolo e ordiniamo:
Antipasto misto della casa, con pomodori essiccati, melanzane trattate non so come ma ottime, mozzarella di latte vaccino e ricotta calda e aromatica, prosciutto e olive
Cerioli ai funghi (pasta simile ai cavatielli)
Fusilli al sugo d’agnello
Salsiccia e tracchitielle (fette di costine di maiale)
Ciambotta
Patate fritte
Anguria fresca
Devo confessare, con mia vergogna, che la quantità e qualità dei cibi presentati rischiò di eccedere le mie capacità gustative, nonché il volume del mio stomaco. Tuttavia, con l’aiuto di limoncello e caffè, lo smacco fu evitato e tutto venne consumato con grande gaudio. Il tutto per 43 € in due. Ben felici dell’operazione, prendiamo un po’ di fresco per favorire la digestione. All’ingresso del paese fermiamo per attraversare un antico e suggestivo passaggio illuminato che portava al lavatoio. Vedo un piccolo gruppetto di persone che si sta godendo il fresco della serata lì attorno. La Morena mi fa notare che alcune di queste persone erano al ristorante poco prima (io ero troppo concentrato sui piatti per poter notare alcunchè). Mi avvicino e faccio qualche domanda su Acquavena. Immediatamente una coppia nota l’accento e si accosta: anche loro vengono dalle nostre zone. Così ci scambiamo alcune impressioni su questo Cilento così bello e così poco conosciuto. Come noi sono qui in vacanza per la prima volta e sono entusiasti. Noi riviviamo nel racconto i luoghi visitati nei giorni trascorsi, sperimentando la nostalgia che al ritorno diventerà pungente. Loro ci consigliano i panorami di S. Giovanni a Piro e la visita ai reperti delle tombe lucane a Roccagloriosa. Drizzo le orecchie visto che non sapevo di alcuna raccolta archeologica a Roccagloriosa. Ci spiegano che gli oggetti ritrovati durante gli scavi della necropoli sono stati suddivisi in due spazi espositivi, di cui uno, per i corredi funebri, particolarmente ben riuscito. Che disdetta non saperne nulla! Comunque incamero l’informazione per il giorno dopo. Mentre chiacchieriamo una signora ci offre i cannoli cilentani che accettiamo ben volentieri nonostante la cena non sia ancora smaltita. Chiudiamo così la serata e rientriamo abbastanza presto.

12/08 Maratea
Questo è l’ultimo giorno di vacanza, così diamo l’addio alle spiagge con una mattinata alla Finocchiara. Il tempo è variabile con qualche nuvola di troppo, cosa che però ha il vantaggio di lasciarci completamente padroni della spiaggia.
Nel pomeriggio partiamo invece per la rinomata cittadina di Maratea. Il viaggio dura circa 1 ora e venti. Attraversiamo Policastro e Sapri, da dove la strada si fa stretta e tortuosa, spesso a picco sul mare. A Maratea cominciamo la visita dal Municipio appena fuori dal centro storico. Il centro, quasi completamente pedonale, è stupendo. Chiese antiche e palazzi storici si susseguono in scorci suggestivi. Qui una maschera di pietra decora la chiave di volta di un portone, là spunta un lampioncino in ferro battuto. Signorili negozi di antiquariato e di quadri espongono i pezzi direttamente nelle linde viuzze selciate di fresco. Il tono generale è un po’ snob, la piazzetta che si apre a un certo punto somiglia vagamente a quella assai più nota e sovraffollata di Capri. Il chiassoso turismo da spiaggia sembra lontano, anche perché oggettivamente nei dintorni le spiagge scarseggiano. Prendiamo un caffè nella piazzetta e noto che sulla bustina di zucchero è rappresentata la grande statua del Cristo Redentore. La statua si scorge da vari punti lungo la passeggiata e anche dalla strada che conduce alla cittadina. Deve essere anche ben visibile dal mare, bianca e imponente sulla cima di un monte a picco sulla costa . La giornata si è messa al bello, così proseguiamo proprio per visitare il santuario di San Biagio e il monumentale Cristo. In pochi minuti da Maratea siamo al parcheggio del Santuario (1,5€/h). Da qui si può proseguire a piedi (gratuitamente) o prendere la navetta che supera il notevole dislivello con vertiginosi tornanti sospesi (1€ a/r). Si arriva dietro la chiesa, un edificio chiaro con un portico a tre arcate sulla facciata. Semplice ma gradevole l’interno, dove sono conservate in un prezioso busto d’argento le reliquie di San Biagio. Una strada parte dalla chiesa per raggiungere in poche centinaia di metri il belvedere su cui poggia il Cristo. La statua bianca domina il panorama con i suoi 22 metri di cemento. Le persone che si aggirano al suo cospetto da lontano scompaiono come tante figurine colorate. Avvicinandoci veniamo colpiti dall’imponenza del monumento. Il volto del Cristo è giovane e guarda la sua chiesa, le braccia spalancate abbracciano il cielo, le spalle sono rivolte al mare. La statua sorge fra le rocce sparse della cima, rialzata rispetto alla strada che le gira attorno e che consente una vista spettacolare sul mare a picco e sul porticciolo di Marina di Maratea seicento metri più in basso. La visione è netta come una fotografia aerea. Si scorgono ampi tratti della costa e distese di rilievi più interni che sembrano completamente disabitati. Improvvisamente una nube grigia densa di umidità risale il crinale e investe la grande statua che da silhouette stagliata contro la luce del tramonto si trasforma in figura a tutto tondo quasi dello stesso colore del cielo. Di sotto alla nube inattesa si scorgono ancora i riflessi dorati del sole sul mare calmo e il litorale, mentre il cielo contrasta ridotto a confusa grigia foschia. Sulla via del ritorno la chiesa appare e si nasconde fra scampoli di nuvole. Facciamo una piccola sosta ai negozietti di souvenir, dove comunque non acquistiamo nulla, e ridiscendiamo al parcheggio per incamminarci sulla via di Palinuro.
L’ora è piuttosto tarda, ma di passaggio sulla SS18 prendo l’uscita per Roccagloriosa. Parcheggiamo in centro e seguendo le indicazioni raggiungiamo in pochi passi il museo che il giorno prima ci era sfuggito. Miracolosamente è ancora aperto anche se sono ormai le 21. Si tratta di un’unica sala ricavata in un antico edificio religioso e modernamente ristrutturata. Quattro vetrine ben illuminate contengono i corredi ritrovati nelle tombe lucane fuori dal paese. Ci sono vasi di bronzo, ceramiche a figure rosse, oggetti votivi. Spiccano i gioielli provenienti dalla Tomba 9, sepoltura di una donna di alto rango di età compresa fra i 25 e i 30 anni. Una collana con pendenti alternati a testa di leone e a testa umana e un bracciale terminato a forma di serpente sono degni della più alta oreficeria antica, con influenze italiche e greche. I riflessi d’oro ci ammaliano a lungo. Solo dopo vari minuti ci rivolgiamo al pannello che mostra gli oggetti nella giacitura originale al momento del ritrovamento. Quale emozionante scoperta deve essere stata per gli archeologi!
L’esposizione gradevole e moderna valorizza questo patrimonio che Roccagloriosa è riuscita a conservare, evitandone l’asportazione dal suo territorio. E’ strano che la guida del TCI si sia persa questa chicca, secondo me assolutamente meritevole di visita.
Usciamo salutando il vigile urbano che sorveglia la sala. Dato l’orario l’altro spazio espositivo dedicato alle grandi terrecotte è già chiuso, quindi riprendiamo l’auto. E’ l’ultima sera di vacanza e procediamo a caccia dell’ultima sagra paesana, una soluzione che non ci ha mai deluso per la cena. Dirigiamo quindi per S. Mauro la Bruca dove dovrebbe essere in corso la 28° edizione della “Sagra della salsiccia sammaurese”. Sulla carta la distanza dall’uscita della SS 18 presso Futani fino a S. Mauro sembra minima. Dopo un po’ però ci troviamo in una stradina di montagna, tutta curve e buio. Arranchiamo per chilometri nel bosco senza incontrare anima viva. La stanchezza vien fuori di colpo e la strada diventa interminabile. Quando non ce la facciamo più compare in lontananza il riflesso nel cielo di luci elettriche, che sembra provenire da una paesino nascosto fra i monti. Finalmente dopo un’ora e dieci da Roccagloriosa raggiungiamo S. Mauro dove le cucine della sagra sono fortunatamente ancora attive e sfornano salsiccia e freselle con cui ci rianimiamo. Interessante e irresisitibile è anche la varietà di dolci prodotti dalle signore del paese. Il centro storico meriterebbe poi una visita un po’ approfondita. Noi ci limitiamo a visitare la chiesa e notiamo il piccolo monumento che ricorda la violazione del tabernacolo e la dispersione delle ostie nella pubblica via, avvenuta nel 1969. Rientriamo per tempo, consci delle fatiche che ci attendono per il viaggio di ritorno. Scopriamo così che meglio e più velocemente avremmo fatto a prendere la strada da Caprioli per arrivare a S. Mauro, assai più breve del percorso da Futani.

13/08 Il Ritorno
Non si vorrebbe mai terminare una vacanza, ma questo momento arriva sempre.
Anche quest’ultimo giorno ci alziamo presto. Raccogliamo i nostri averi, facciamo le pulizie, e dopo aver controllato per la duecentesima volta di non aver dimenticato nulla, cominciamo a caricare il tutto sul canguro. Sono già quasi le undici quando andiamo a salutare la famiglia che così gentilmente ci ha ospitato. Un ultimo caffè insieme nel giardino e un arrivederci suggellano il nostro ricordo di questa sistemazione simpatica e tranquilla.
Sulla litoranea acquistiamo alcuni panini con la mozzarella di bufala per il viaggio, poi dirigiamo a Palinuro per un’ultima passeggiatina in centro. Ben presto quest’ultima si trasforma in un temibile shopping selvaggio. All’ultimo momento vengono infatti riscoperti certi negozi che erano stati trascurati nelle visite precedenti. Alcuni sono specializzati in oggetti di ceramica sia tradizionali, sia moderni e alquanto originali, a volte di ottima qualità. Dopo aver passato in rassegna sterminate distese di ceramiche decidiamo infine per un vaso panciuto prodotto e decorato a mano. Risolto l’acquisto del souvenir ci accorgiamo che non abbiamo proprio voglia di partire. Così muoviamo alla volta del promontorio: da quando siamo arrivati ho sempre covato la curiosità di andare a vedere da vicino il faro, anche perché da lì il panorama dovrebbe essere assai vasto. Dalla centrale piazza Virgilio è facile seguire le indicazioni per il faro, però dopo il King’s Hotel bisogna imboccare una stradina non proprio ovvia e piuttosto stretta che si inoltra sul crinale del capo. Incontriamo per prima la torre bianca e azzurra della stazione meteo dell’aeronautica. Non è visitabile, ma parcheggio comunque il mezzo per osservare il panorama. Veniamo premiati dalla splendida vista sulle propaggini orientali del capo, dominate dalla massiccia torre saracena oltre la quale si aprono vaste la Cala del Cefalo e la Cala Finocchiara, fino alla torre Fenosa e oltre. Con un solo sguardo abbracciamo le spiagge dei giorni passati per un ultimo degno saluto. Sotto di noi lo strapiombo di quasi duecento metri ci offre uno spettacolo altrettanto magnifico: illuminata di uno splendido azzurro pastello si apre la Cala Fetente, con l’opposta impervia parete verticale di roccia perforata dallo spiraglio dell’architiello da cui occhieggia il mare increspato. La scia spumosa ed evanescente delle barche dà un ultimo tocco pittoresco. Scorgiamo anche una barca del giro alle grotte: siamo nella posizione simmetrica rispetto a qualche giorno fa, quando eravamo noi nella barca a scrutare la stazione meteo attraverso l’architiello.
Ormai è l’ora di pranzo e approfittiamo della bella pineta che si stende sul versante nord del promontorio per un piccolo pic-nic, prendendo esempio da alcuni ragazzi che ci hanno preceduto. Il faro mi accontento di vederlo da qui , senza percorrere l’ultimo tratto di salita. Faccio invece una rapida puntata a poca distanza dalla strada per i resti di un fortino, forse di epoca borbonica. Non ne rimane nulla di notevole, soltanto il piano terra (non accessibile) e i resti di una scalinata esterna.
Abbiamo rimandato fino all’ultimo, ma adesso è l’ora di partire. Riprendiamo il fido canguro e percorriamo per l’ultima volta la mingardina. A Futani imbocchiamo la SS18 e acceleriamo con questa strada veloce e moderna il distacco dal cuore del Cilento. Superiamo Agropoli e Paestum, da cui portiamo via dei bei ricordi. Verso Battipaglia fermiamo presso un caseificio per un rifornimento di ottima mozzarella di bufala. Conservata in apposita borsa termica, all’arrivo verrà magnanimamente distribuita ai parenti prossimi. Dopo l’ingresso in autostrada il viaggio è senza storia. Verso Bologna una piccola sorpresa: qualcuno ha deciso che poteva essere bello chiudere l’autostrada di notte per proseguire i lavori della quarta corsia. Così esco a Casalecchio e ci ritroviamo imbottigliati a Castelfranco esattamente come all’andata. Ormai è mezzanotte e non ne possiamo più. Imbocco una svolta per scorciare attraverso le “strade basse” ma ben presto ci troviamo dispersi in una campagna solcata da stradine buie che attraversano paesini con un pugno di case e nomi sconosciuti. Siamo a pochi km da casa, eppure sembra ancora di vagare nel Cilento profondo. Finalmente ritroviamo il bandolo e arriviamo a casa quasi all’una.
I ricordi di questa vacanza decido per la prima volta di raccoglierli in un diario da sfogliare insieme alle nostre fotografie. Gli appunti buttati giù in spiaggia il più in fretta possibile per poter correre a fare il bagno si espandono inaspettatamente in mille sensazioni e impressioni che riemergono dalla memoria ancora fresca di questa bellissima esperienza. Quanto ci sarebbe ancora da raccontare…Tutto, ma proprio tutto ciò che serve per la visita

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