I Nebrodi, una Sicilia tutta da gustare!

in viaggio con Roberto Patroniti in Italia

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I Nebrodi, una Sicilia tutta da gustare!

L'interno dell'isola: meno noto ma ricco di bellezze da scoprireALCARA LI FUSI
Le origini di Alcara sembrano risalire al VII sec. a. C., epoca in cui sembra sia sorto il primo nucleo di quella che è la cittadina attuale.
Narrano, infatti, Plinio e Dionigi d’Alicarnasso che, dopo la distruzione di Troia, fra i seguaci di Enea vi fosse un certo Patrone, natio della città di Turio e perciò detto Turiano, che, dopo essere sbarcato nel tratto di spiaggia che va da Acquedolci a Sant'Agata Militello con molti suoi compagni, si diresse verso l’entroterra dove trovò un luogo ricco di sorgenti d’acqua e riparato dai venti. Vi costruì un castello, da lui detto Turiano, ove prese dimora, costituendo il primo nucleo del borgo Turiano che poi divenne Alcara.
Sembra storicamente accertato che nel borgo di Castel Turiano abbia avuto i natali il pontefice Leone II che succedette nell’anno 682 al Papa Sant’Agostone, morto nel 683, essendo comune sentenza degli storici che fosse stato siculo, ma non certa la città che ebbe l’invidiabile fortuna di averlo dato alla luce. Pertanto, a confermare che qui nacque il Santo Pontefice, lo dimostra il fatto che in Alcara esiste appunto un fiume “Papa Leone”, nonché il ponte e la contrada dello stesso nome.
L’antico Castello Turiano fu sede vescovile e si narra che lo stesso Pontefice Leone II, nell’anno 682, nell’elevare il suo paese natio a sede vescovile, donasse ad esso tutto il suo patrimonio personale costituito principalmente dalle terre nell’ex feudo San Giorgio nella contrada che oggi, in sua memoria, è denominata Papa Leo.
Il nome di Alcara potrebbe derivare dal greco “Alchar” che significa fortezza, o forse furono i nuovi conquistatori arabi a dare il nome di “Akaret”, che significa Castello.
Nell’anno 885 circa, i Saraceni, che occuparono e distrussero la città di Castro, presero anche il Castello Turiano senza però distruggerlo giacché, data la sua posizione e solidità, fu ritenuto utile per essere utilizzato come fortezza.
I Greci di Castro e di Dèmina, andarono ad ingrossare l’abitato di Turiano che così divenne una città abbastanza importante per l’avvenuta fusione dei territori e delle popolazioni di tre civiltà. Cessato il dominio saraceno e affermatasi la dinastia Normanna, l’intero abitato assunse il nome di “Alcara”, e poiché era compresa nella “Valle Demona”, si chiamò “Alcara Valdemone”.
La denominazione di Alcara Valdemone rimase fino all’anno 1812, allorché una legge Borbonica soppresse le vecchie circoscrizioni amministrative delle tre valli di Noto, Mazzara e di Demona istituendo sette Intendenze, cioè province.
Da tale periodo il Comune assunse ufficialmente l’attuale nome di ALCARA LI FUSI perché allora fioriva l’industria dei “fusi” per filare la lana, la seta e il lino.
Altre pagine di storia furono scritte il 17 maggio 1860, in occasione dei moti rivoluzionari; in quel periodo la Sicilia era fermentata da scontri tra i contadini e i signori, con lo sbarco di Garibaldi e la sua marcia nei Paesi Siciliani.
Oggi Alcara Li Fusi è un paese di circa 2700 abitanti.

Se il contesto territoriale offre interessanti attrattive naturalistiche, archeologiche e paesaggistiche, altrettanto dicasi per il ricco patrimonio storico - artistico, attraverso la cui lettura si rinvengono segni e testimonianze di un glorioso passato.
Un itinerario molto suggestivo è il seguente: si parte dalla Chiesa del Rosario, all’inizio del paese, che presenta un bel portico del XV sec. (costruita nel 1163 sotto la dominazione Normanna): vi si ammira una statua marmorea di Maria SS. della Catena e una pregevole tela raffigurante il Visitatore di Giuseppe Tommasi del 1667.
Proseguendo per la strada principale che conduce verso il centro del paese, si arriva al Convento delle Suore Benedettine, eretto nel 1580, con annessa Chiesa di Sant’Andrea, un tempo chiamato “Ospedale dei Pellegrini” recentemente restaurato: in esso si può ancora vedere la “Rota”, posta in un muro vicino all’ingresso principale la quale girando su se stessa, lasciava passare degli ingombri dall’esterno all’interno, fu usata per deporvi i bambini abbandonati che poi venivano raccolti e allevati dalle Suore.
Risalendo una viuzza laterale si arriva alla Chiesa di San Pantaleone Martire, nell’omonima Piazza, costruita nel 1600 e ancora aperta al culto, che custodisce una ricca collezione di libri antichi fra i quali un incunabolo rarissimo del 1487 (Bibbia De Lyra) e pitture di notevole pregio, in particolare meritano menzione la tela di Sant'Antonio Abate, quella dei Santi Cosma e Damiano e di San Pantaleone dipinte nel 1671 da G. Tommasi, quella della Sacra Famiglia dipinta da Pietro Castelnovo nel 1681. All’Altare Maggiore si ammira una stupenda tela del Damiani (1539) raffigurante la Madonna col Bambino, circondata da una schiera di angeli e sovrastante uno stuolo di Santi; da ammirare la cornice di legno in stile barocco.
Proseguendo per la Via Don Gusmano si ammira una bella finestra bifora del XV sec. e si giunge, risalendo la Via SS. Annunziata e passando davanti all’omonima chiesetta, all’antico quartiere Motta, il più antico nucleo abitativo del paese, di chiara impronta medievale, il cui intreccio delle vie richiama la tipica disposizione dei quartieri Arabi.
Continuando si giunge nei pressi dei ruderi del Castel Turio, una torretta (risalente al XII sec. a. C.) arroccata su uno spuntone roccioso, e la piccola Chiesa della SS. Trinità, unici resti dell’antico abitato, fondato, come vuole la tradizione, da Patron Turio.
Ai piedi dei ruderi del Castello, scendendo per la Via Sant'Antonio, si trova la monumentale Fontana Abate costruita in età remota dai Turiani, adornata di stemmi, pinnacoli e volute di pietra, dalla quale sgorgano sette cannoli d’acqua freschissima. Dalla Fontana escono sette grandi getti d’acqua che si versano in una lunga vasca. Nella parete della Fontana si notano tre iscrizioni latine. Quella centrale è rappresentata da due versi, che riportiamo testualmente: Quas antro gelidas hausit Gens Turia lymphas - Arcara hoc placido splendida fonte bibit, che in italiano significa: La splendida Alcara beve da questo placido fonte le gelide acque che la Gente Turiana cavò fuori dall’antro. Al di sopra di questa iscrizione è fissato l’antico stemma della città, cioè un'aquila coronata con le ali spiegate scolpita in pietra. Nell’iscrizione a destra si può leggere: Taurianae nunc Alcariae civitas sumptu, cioè fontana costruita a spese della città Turiana ora Alcara. In seguito al terremoto del 10 giugno 1490 la fontana subì notevoli danni, ma fu subito ricostruita; nel secolo scorso, a seguito di una frana dovuta ad infiltrazione negli strati sottostanti, avvenne il crollo di tutta la fontana, ma venne immediatamente ricostruita. In tale occasione fu aggiunta una terza iscrizione a sinistra e che dice: Post passas ruinas melior resurgo, Anno 1841, cioè: Dopo le subite distruzioni, risorgo migliore.
Accanto alla Fontana Abate vi si trova una vaschetta con altri due getti d’acqua e nelle vicinanze sorge un grande lavatoio con ampia tettoia comprendente 24 vaschette con altrettanti getti d’acqua, ove le donne del paese lavavano i panni.
Sul torrente Stidda si susseguono i mulini ad acqua, uno dei quali è ancora integro (proprietà privata).
Continuando verso la fine del paese, si giunge nella Piazza De Gasperi dove, sulle rovine del tempio pagano dedicato alla Dea Fortuna, sorse la Chiesa di Sant'Elia, ed accanto il Convento dei Cappuccini, costruito nel 1574: all’interno della Chiesa si trovavano un tabernacolo in legno intagliato e adorno di numerose statuette, paziente lavoro dei frati del XVI secolo, che è attualmente conservato in un deposito in attesa di restauro, mentre l’antico crocifisso in legno si trova, in una teca di vetro, nella Chiesa di San Pantaleone. Annessa alla Chiesa vi è la sala dei morti con varie nicchie e in cui venivano appesi i corpi dei frati deceduti.
Il Convento dei Cappuccini fu quasi completamente distrutto da un incendio nel 1956, risparmiando solo la Chiesa e la biblioteca. I preziosi libri si trovano oggi presso la Chiesa di San Pantaleone. Il Testo più antico risale al 1487, un incunabolo rarissimo con incisioni su legno e le prime e ultime quattro pagine manoscritte su pergamena con miniature.
In luogo del Monastero oggi si trova un parco giochi dal quale si gode un panorama suggestivo della vallata del Rosmarino.
Ritornando nella Piazza Politi, al centro del paese, si può ammirare la Chiesa Madre di epoca bizantina, con absidi e campanile del sec. XVI sec., dove è custodita anche la statua e le reliquie di San Nicolò Politi, Santo protettore di Alcara. In essa, oltre ad un antico organo a canne recentemente restaurato, si possono ammirare pregevoli tele (Castelnovo, Damiani, Tancredi, etc.). Annesso alla Chiesa c’è un oratorio in cui ha sede la confraternita della SS. Assunta.
Infine, scendendo per la via Libertà, si giunge nel quartiere San Michele con l’omonima Chiesa, costruita nel 1523 e dedicata a San Michele Arcangelo, con un pregevole soffitto in legno dipinto. All’interno della Chiesa, si ammira una pregevole statua dell’Immacolata e di San Michele Arcangelo. La Chiesa un tempo era la cappella dell’antico Monastero dei Minori conventuali.
Suggestivo il vicino quartiere del Calvario, dove nella settimana Santa si svolgono parte delle funzioni pasquali.

“U MUZZUNI”
Una delle feste popolari più antiche d’Italia, che si celebra il 24 giugno di ogni anno.
Per risalire alle origini della festa del “Muzzuni”, che ogni anno si svolge ad Alcara Li Fusi il giorno del solstizio d’estate, il 24 giugno, è necessario tornare indietro nel tempo, al periodo in cui alcuni troiani sfuggiti alla distruzione ed alla rovina della loro madre patria, la città di Troia, trovarono rifugio dove sorge attualmente il paese di Alcara.
Nello stesso giorno due feste per la comunità degli Alcaresi.
La chiesa, di giorno, celebra la festa di San Giovanni Battista dal collo mozzo. Finita la festa di San Giovanni, la gente rientra in casa, ed ecco che le donne si accingono a preparare il quartiere, per la festa del Muzzuni.
In quasi tutti i quartieri si incomincia a vestire il luogo dove dovrà essere sistemato il Muzzuni, con “pezzare” tessute al telaio di legno, con vasi di grano germogliati al buio, (per prendere il colore dell’oro). Le ragazze prendono il posto delle “Sacerdotesse”, davanti al Muzzuni.
La brocca è col collo mozzo, rivestito con un fazzoletto di seta; dal collo della brocca spuntano steli di grano, un rito magico propiziatorio per le primizie della terra che erano offerte alla Dea Demetra, per ringraziarla del buon raccolto. I riti si collegavano alla fatica dell’uomo per dominare le forze della natura.
Da questo momento il Muzzuni si erge come simbolo fantastico, come fallico trofeo della Dea Demetra, “fonte di ricchezza e fecondità”, come trionfo della vegetazione della vita, divinità agreste che accentra la devozione dei contadini che con l’offerta dei “Lavuri” rappresentati nei giardini di Adone, simbolo delle aspettative contadine per un nuovo raccolto che si voleva abbondante. Una delle caratteristiche più importante di questa festa e quella del comparatico, la quale consiste nella promessa di amicizia fraterna fra due persone attraverso lo scambio di confetti, l’intreccio dei mignoli ed una breve proposta seguita da una filastrocca:
Proposta: Pi tia jiaù ‘n’amicizia ranni ‘nni facemu cumpari, u Sanciuvanni?
Risposta: Cu tantu piaciri
Intrecciando i due mignoli stretti come catena si incomincia a recitare la filastrocca:
Iriteddu fàcitini amari, chi nni ficimu cumpari;
‘nzuccu avemu nni spartemu
e giammai nni sciarriamu.
Cumpari semu e cumpari ristamu
quannu veni la morti nni sciarriamu.

DINTORNI
** In località Grazia, si può ammirare la piccola chiesa omonima: si dice che sia stata costruita in segno di ringraziamento dopo l’epidemia pestilenziale del 1525 dalla quale Alcara rimase indenne. La Chiesetta sorge ai piedi di un affascinante costone roccioso.
** A circa 7 km. ad ovest dal paese sul versante sinistro della vallata del fiume Rosmarino si trovano i resti del Monastero Basiliano di Santa Maria del Rogato e l’annessa chiesetta al cui interno si trova un raro affresco murario di chiaro stile bizantino, raffigurante la Vergine dormiente, purtroppo non restaurato. Ogni anno il 15 Agosto per ricordare l’ultima visita che San Nicolò Politi fece al Rogato il 15 agosto 1167, viene celebrata una messa con grande devozione di devoti.
** Spostandosi di circa 4 km. a est del paese si giunge all’Eremo di San Nicolò Politi, costruito verso la fine del secolo XII, al cui interno è racchiusa la piccola grotta che la tradizione indica come dimora del Santo eremita. Ogni anno il 18 Agosto per ricordare il ritrovamento del corpo senza vita di San Nicolò Politi il 18 agosto 1167, viene celebrata una messa con la partecipazione di moltissimi devoti.

GROTTA DEL LAURO
La Grotta del Lauro è la principale e più interessante delle cavità carsiche che si aprono numerose soprattutto nel versante occidentale del massiccio calcareo-dolomitico delle Rocche del Crasto.
La Grotta è dotata di una cavità d'ingresso di forma ovale irregolare e di una camera molto grande con pareti fessurate nelle quali penetra l'acqua dando luogo alla formazione di spessi strati di carbonato di calcio (concrezioni). La grotta è caratterizzata da splendide stalattiti e stalagmiti originate dal lento, ritmico gocciolio dell’acqua trasudante dalla volta. Dalla grande caverna principale si dipartono una serie di cunicoli e labirinti che danno luogo ad altre “stanze” e piccole grotte di dimensioni minori ma di suggestiva bellezza. Sul fondo della grotta principale si erge, imponente, una stupenda colonna stalattitica che sembra fare da pilastro, mentre altre colonne dalle innumerevoli forme rendono la grotta una vera e propria meraviglia della natura.

LAGO MAULLAZZO
E' uno specchio d'acqua nel Parco dei Nebrodi con una superficie di circa 5 ettari: ricade nel comune di Alcara Li Fusi, pendici nord-occidentali di Monte Soro, alla quota di circa 1400 metri. E’ raggiungibile sia dalla statale n. 289, percorrendo per 4 chilometri la rotabile che porta al lago Biviere, sia da Alcara Li Fusi seguendo per 15 chilometri la stradella, che dalla provinciale Alcara Militello Rosmarino punta verso Monte Soro.
Il lago Maullazzo è stato costruito negli anni ’80 a cura dell’Amministrazione Forestale della Regione allo scopo di migliorare le superfici nude pascolive ricadenti più a valle allentando così la pressione del pascolo nei boschi di faggio. Il laghetto ben inserito nell’ambiente circostante, ha acquistato notevole pregio naturalistico ed estetico, diventando tutto l’anno meta privilegiata per migliaia di turisti.

LAGO BIVIERE DI CESARO'
Ricade nella “Portella” omonima compresa tra Monte Soro (1847 m.) e Serra del Re (1754 m.), alla quota di 1278 metri. Si può raggiungere da molte parti, ma la via più breve e più agevole è quella che da Portella Femmina Morta porta al lago seguendo per circa 9 chilometri la rotabile in direzione nord-est.
Può essere definito un lago naturale ampliato, essendo stato la sua capienza iniziale incrementata mediante una piccola diga in terra.
Copre una superficie di 17,5 ettari, ha un contorno bagnato di 2.500 metri e può accumulare fino a 500.000 metri cubi di acqua.
Il Biviere di Cesarò rappresenta la zona più umida di maggiore pregio della Sicilia, non solo perché ospita molte specie animali e vegetali molto interessanti, ma anche perché costituisce punto di riferimento per diversi uccelli di passo.
Da segnalare un curioso fenomeno che si verifica nei mesi estivi quando le acque si colorano di un bel rosso-sangue per la fioritura di una microalga (Euglena sanguinea).

SENTIERO DEL CREPACCIO
Il percorso si inerpica tra calcari ricchi di una grande varietà di fiori, colori ma anche di aromi e profumi. Tra le presenze floristiche spicca l’Euphorbia dendroides che rappresenta l’essenza più significativa delle Rocche del Crasto, una spettacolare catena rocciosa di aspetto dolomitico. E’ possibile incontrare anche cespugli di ginestra e di leccio arroccate in spaccature e costoni.
Numerose le specie di animalitra i quali prevalgono i rapaci quali il gheppio, lo sparviero, i grifoni e l’aquila reale. Durante la scalata, tra rupi e sporgenze, ci si addentra in una profonda spaccatura tra la roccia dalle pareti verticali, attraversando la quale si offre un panorama mozzafiato sulla vallata che spazia dai boschi di Mangalaviti al Mar Tirreno.

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