Cronache dal fango

in viaggio con Armando B. in Italia

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Cronache dal fango

Premessa dello Staff
Questo è un contributo particolare, un po’ “on the border” rispetto agli abituali contenuti del nostro sito. Però non esistono solo i viaggi di piacere ma anche quelli (se viaggi si possono definire) della solidarietà, per i quali Cisonostato, in undici anni di presenza sul Web, ha sempre avuto un occhio di riguardo.
Armando, amico di Leandro con il quale condivide il piacere delle escursioni sui monti, ma anche volontario dei SMTS (Soccorsi con Mezzi e Tecniche Speciali) della Croce Rossa, ha scritto “a caldo” le sue impressioni sulle operazioni nei luoghi del disastro e siamo orgogliosi di renderne partecipi i nostri lettori.
Le fotografie sono di Luca Rizzi.
Ringraziamo Armando e Luca. Li ringraziamo di tutto.

Una struggente testimonianza da chi ha vissuto il disastro del Levante ligure. Da leggere e meditareMartedì 25 ottobre 2011
Tutto era pronto per il consueto appuntamento del mercoledì, lo zaino con il thermos di the caldo e i panini, l’immancabile banana e alcune barrette energetiche; Nikita già assaporava le corse pazze sui monti tanto familiari, io pregustavo i lazzi e gli sfottò con gli amici di tante gite, una giornata rilassante e spensierata.
Ma alle 20,00 squilla il telefono: “Pronti fra dieci minuti, si parte per Sestri Levante, ci sono dei feriti e dei dispersi da soccorrere”.
Ci ritroviamo, quasi senza rendercene conto, sul Land Rover dove abbiamo caricato in tutta fretta l’attrezzatura alpinistica e sanitaria, i nostri zaini personali con poche vettovaglie (sì proprio quello pronto per la gita con gli amici); frenetiche comunicazioni radio ed eccoci a Sestri Levante, all’Autogrill per il primo briefing con la Polizia e la Protezione Civile.
E’ ancora tutto molto confuso, siamo tra i primi ad essere intervenuti, nelle luci dell’autostrada si scorgono già le prime avvisaglie dell’immane tragedia che ha colpito questi paesi; passiamo sull’autostrada chiusa facendoci strada tra auto e tir fermi, alberi sradicati, frane e massi sulla carreggiata.
All’uscita di Borghetto Vara, un caos di auto e camion fermi e parcheggiati alla rinfusa, sotto una pioggia battente.
Ci è assegnato il nostro obiettivo: Cassana, un paesino tra i monti, irraggiungibile da mezzi motorizzati ed anche dall’elisoccorso, una serie di coordinate sui nostri GPS; tre persone o forse quattro sono state sepolte dal crollo della loro casa, inondata da una valanga di fango.
Ancora poche centinaia di metri e dobbiamo abbandonare gli automezzi: le ruspe dei VVFF cercano di rimuovere una frana che ostruisce il passaggio, l’altra possibile via di accesso, forse carrabile, è preclusa al traffico perché si è rotto il metanodotto ed il gas fuoriesce con un tanfo nauseabondo, il pericolo di esplosione è altissimo.
Carichiamo sulle spalle i nostri zaini da soccorso con il materiale sanitario e quello alpinistico, una bottiglietta d’acqua a testa e poche barrette energetiche, ci avviamo su quella che sino a poche ore fa era una larga strada asfaltata e ora è un mare di fango vischioso e di alberi abbattuti dalla furia delle acque.
Siamo un piccolo manipolo di SMTS della Croce Rossa delle province di Genova e Savona, alcuni volontari del Soccorso Alpino e due Unità cinofile dei Vigili del Fuoco, con attrezzature per affrontare ogni tipo di emergenza che possiamo incontrare; dobbiamo essere autonomi perché ogni tipo di comunicazione è caduto e il nostro unico contatto con il coordinamento dei soccorsi è garantito da due radio dei VVFF.
Alla luce delle lampade frontali il paesaggio è surreale: quel poco che si può vedere è solo distruzione, auto accartocciate le une sulle altre, le poche casette sono buie e abbandonate, sotto di noi il torrente è una furia ribollente di acque marroni che trascinano via ogni cosa ed erodono pericolosamente gli argini.
A ogni auto che incontriamo è la solita procedura: ci accertiamo che nessuno sia intrappolato dentro; ad ogni casa è la solita ispezione, nessuno può restare lì, il pericolo di crolli o di nuove frane è altissimo.
Incontriamo un pullman pieno di persone, il motore è acceso per garantire un minimo di tepore, i passeggeri sembrano tranquilli ma dai loro visi spettrali capiamo che se la sono vista brutta: li rassicuriamo, le ruspe dei VVFF sono a poche centinaia di metri da voi, tenete duro, presto saranno qui. I primi a non crederci siamo noi, sappiamo che prima del mattino seguente nessuno darà loro soccorso.
Ad una curva di quella che era una strada ecco l’ennesima sorpresa: il ponte stradale è crollato e al suo posto il torrente impetuoso è invalicabile; il GPS ci fornisce come possibilità un sentiero tra le fasce e gli ulivi, tentiamo di salire ma presto incappiamo nell’ennesima frana che si è portata via il sentiero, bisogna procedere gattoni nel fango scivoloso attaccandosi a poche radici ed a qualche masso che in ogni momento rischia di staccarsi e rotolare a valle.
Ora siamo nuovamente sul tracciato della strada asfaltata, in alcuni punti l’asfalto non c’è più, in altri è nascosto da un metro e più di fango e acqua; attraversiamo frazioncine di poche case, le ispezioniamo alla ricerca di abitanti: sono quasi tutte deserte, evacuate in tutta fretta.
In questa situazione si perde la cognizione del tempo, avremo camminato due ore e più quando giungiamo a Cassana. I pochi abitanti ci accolgono con un sospiro di sollievo, siamo i primi soccorsi e riaccendiamo le loro speranze.
Il paese è un mare di fango, ovunque auto accatastate le une sulle altre, sommerse da questa poltiglia marrone, dove prima c’era una casa di due piani ora sono solo macerie, alberi divelti e fango, tanto fango.
Soccorriamo una giovane di circa trent’anni, di nazionalità rumena e di nome Dana; ha vaste ferite provocate dal crollo, è in uno stato pietoso, semi assiderata ed in stato di shock. Sopra di noi l’elicottero tenta un disperato atterraggio, quasi alla cieca, poi desiste, il rischio è troppo grande, tornerà domattina alle prime luci dell’alba.
Delimitiamo il perimetro presumibile della casa crollata e per prima cosa cerchiamo di liberare il campo per le ricerche dei cani; con l’unica motosega si riducono gli alberi a spezzoni trasportabili, una catena umana li accatasta al di fuori del limite, poi le tegole, poi si spaccano pezzi di pavimenti e di muri.
E’ ora la volta dei cani: le povere bestiole, sono due Border Collie, corrono tra le macerie, nel fango tra i rovi, s’infilano nei pochi anfratti liberi, annusano ovunque, ora si fermano, forse hanno trovato qualcosa; no, ripartono ansiosi di captare qualche traccia di vita, un gemito, ma nulla, è solo silenzio e desolazione, là sotto non c’è più traccia di vita.
A mani nude cerchiamo di aprire altri varchi per i cani, secchi e secchi di fango sono spostati, emergono mobili schiacciati, poche cose di vita quotidiana illuminate dalla luce fioca delle lampade frontali.
“Dana, Dana, mi sente? Dove ha dolore? Ha ancora freddo? Sì, sì, suo marito? lo stiamo cercando, vedrà tra poco glielo portiamo… Stia tranquilla, l’elicottero sarà qui a minuti… Non posso darle da bere, lo so che ha sete… le bagno un poco le labbra, le abbiamo messo una flebo di acqua tiepida e sale, la scalderà”. Lunghe ore accanto a questa donna che soffriva visibilmente ma non si lamentava mai, aveva fiducia in noi, dopo la drammatica scena della sua casa che le crollava addosso; aveva fiducia in noi che le avremmo portato il marito, vivo; non sapeva che due piccoli cani avevano già espresso il loro verdetto.
L’alba livida e nebbiosa ci sorprende, dopo averla tanto attesa, ancora intenti a scavare, a spostare macerie: alla luce l’immane tragedia mostra il suo volto più crudo, ovunque è desolazione e fango, i monti sono segnati dalle ferite chiare delle frane, i torrenti sono rabbiosi di acque marroni e ribollenti, gli alberi abbattuti sono ovunque, le loro radici sono rivolte al cielo.
In lontananza sentiamo il rumore familiare dell’elicottero della Marina Militare che si sta dirigendo verso di noi: il pilota ha mantenuto la sua promessa, impiegherà però oltre un’ora per atterrare sul piazzale della chiesa, le nubi basse e la nebbia davano una visibilità di pochi metri.
E’ tempo di tornare, ci guardiamo: siamo incrostati di fango dalla testa ai piedi, gli sguardi spenti e poca voglia di parlare, la morte ha vinto anche questa volta, nonostante i nostri sforzi…
Ripercorriamo stancamente la strada che abbiamo fatto stanotte, solo ora ci rendiamo conto, alla luce del giorno, dei pericoli che abbiamo corso e del percorso fatto, solo ora ci rendiamo conto dell’immensa tragedia che ha colpito questa valle.
Altre squadre salgono a darci il cambio, giù a Borghetto Vara i soccorsi si stanno organizzando, in autostrada incrociamo colonne di soccorso che arrivano da tutta la Liguria e dal Piemonte.
Chissà se Dana sarà già in ospedale, chissà se le avranno detto del marito?

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