Aspro il monte, dolce il cuore

in viaggio con leander in Italia

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Aspro il monte, dolce il cuore

Il nome Calabria in se stesso ha non poco di romantico. Nessun'altra provincia del Regno di Napoli stimola tale interesse o ispira tanto ancor prima di avervi messo piede. Appena il nome è pronunziato, un nuovo mondo si presenta alla nostra mente: torrenti, fortezze, tutta la prodigalità dello scenario di montagna, cave, briganti e cappelli a punta, costumi e caratteri, orrori e magnificenze senza fine.
Eppure questa terra di grandissimo interesse pittorico e poetico ha avuto solo pochi visitatori; meno ancora hanno pubblicato le loro esperienze; i suoi paesaggi, a parte quelli delle strade principali, o vicini ad esse, sono stati raramente riprodotti, almeno dai nostri contemporanei.


E' un passaggio del libro "Diario di un viaggio a piedi - Reggio Calabria e la sua Provincia" nel quale Edward Lear, pittore e scrittore inglese (Highgate 1812 - Sanremo 1888), narrò la traversata a piedi della Calabria effettuata fra il 25 luglio e il 5 settembre 1847 in compagnia dell'amico John Proby, della guida Ciccio e di un asino. Lear potè contare sull'ospitalità della gente delle località incontrate, penetrando così nella maniera più autentica le realtà sociali, economiche e culturali dell'epoca.
Riecheggiando lo spirito che improntò il viaggio di Lear, a partire dal 1994 la Cooperativa Naturaliter (vedi Links) organizza attività nell'area Calabria - Campania - Sicilia - Isole contando sul coinvolgimento delle comunità locali. Dopo le esperienze indimenticabili degli scorsi anni alle Eolie e alle Egadi, il C.A.I. di Arenzano si è nuovamente affidato alla professionalità di Andrea, Pasquale, Angelo, Antonio e ai tanti altri collaboratori sparsi nel territorio per la messa a punto del trekking in Aspromonte; il risultato è stato una settimana di grande intensità (scenari mozzafiato, ospitalità schietta, cibi genuini) dalla quale è uscito arricchito ciascuno dei partecipanti: il sottoscritto Leandro, Rosy ed Enzo N., Agnese e Gianni B., Marina ed Enzo B., Angela D. e Gianni V., Laura e Franco, Lina e Francesco, Marisa e Lazzaro, Carla e Mauro, Gabriella, Angela V., Anna, Susanna, Lilla, Roberto, Mimmo.
Il pacchetto in loco, comprensivo di alloggio, cene, colazioni, pranzi al sacco, bevande ai pasti a volontà, assistenza ininterrotta di una o due guide escursionistiche, tutti i trasporti tra le località di soggiorno e quelle di inizio e termine delle gite a piedi, è ammontato a € 490 a testa.Natura stupefacente, gente ospitale, produzioni d'eccellenza: la Calabria che rimane dentroLa singolarità del territorio - la vicinanza cioè tra il mare e montagne che sfiorano i duemila metri - si riflette in una situazione climatica altrettanto unica. Il viaggiatore ottocentesco Norman Douglas definì l'Aspromonte "calamita delle nuvole" e in effetti capita spesso che dalle soleggiate località costiere si scorgano i crinali coperti da nebbia o nuvole.
Le previsioni precise, anche nell'arco della giornata, sono scarsamente attendibili: è quindi sempre opportuno intraprendere le escursioni attrezzati per ogni evenienza. Nei sette giorni della nostra permanenza abbiamo avuto un solo episodio di qualche ora di pioggia, ma gli addensamenti pur senza precipitazioni - in specie pomeridiani - sono stati una costante.CARATTERISTICHE DEL TERRITORIO
La denominazione di Aspromonte ha due differenti accezioni etimologiche: una - quella più scontata - richiama intuitivamente un territorio di montagne aspre, ma altrettanto plausibile si ritiene la derivazione dal greco aspros (=bianco) in riferimento alle cime che rimanevano a lungo imbiancate dalla neve.
Come che sia, si tratta di un territorio particolarmente duro e selvaggio. L'Aspromonte consiste in una dorsale rocciosa che fa da ossatura al settore più meridionale della Calabria, circondata su tre lati dal mare verso il quale precipita con valloni ripidi e impervi. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, l'area è rigogliosa di vegetazione, in certi casi impenetrabile, di piante arbustive (ginestra, erica, oleandro, essenze quali l'origano e l'onnipresente profumatissima nepitella), felci, alberi di pino laricio, faggio, abete, quercia spesso secolari, nonché ricca di acque sotto forma di sorgenti, ruscelli, cascate e di quel fenomeno quasi unico al mondo che consiste nelle FIUMARE.
Esse sono corsi d'acqua a carattere torrentizio che, vista l'elevata pendenza della parte iniziale, hanno eroso la roccia nel corso delle ere geologiche producendo alvei che in certi punti possono raggiungere la larghezza di un chilometro; per buona parte dell'anno si presentano come aride estensioni di ghiaie e massi qui e là inframmezzate da deboli rigagnoli, ma con le piogge primaverili e autunnali possono diventare fiumi impetuosi e provocare disastri. Un tempo la portata delle fiumare era ben maggiore, tanto da costituire una via di comunicazione navigabile dalla costa verso l'interno.

LA REALTÀ GRECANICA
Il Parco dell'Aspromonte è ubicato nel cuore della cosiddetta Calabria Grecanica, nella quale, se pure con fatica, sono ancora mantenute vive le radici greche. Dopo un progressivo abbandono delle tradizioni e dell'idioma che vide il momento più buio nelle leggi di epoca fascista che identificavano i dialetti come segno di sottosviluppo a favore della lingua italiana, a partire dagli anni Sessanta cominciò a rinascere da parte dei greci di Calabria il senso di identità volto a conservare il patrimonio linguistico, artistico e letterario: continuano a sorgere in questo senso associazioni culturali molto attive, anche grazie alla legge di tutela delle minoranze etniche del 1999 e dell'infittirsi dei rapporti con la madrepatria linguistica. Sono sempre più frequenti, ad esempio, le indicazioni bilingui delle località e delle strade, vedasi Bova / Vua, Gallicianò / Gaddicianò, Amendolea / Amiddalia.

LE ESCURSIONI
Come accennato, lo spirito di Naturaliter è quello di spostarsi con il mezzo più naturale - le gambe - lungo i sentieri che per secoli furono percorsi da pastori e contadini, poi "riscoperti" dai viaggiatori ottocenteschi che da mezza Europa scendevano in Italia per compiere il cosiddetto "Grand Tour". Anche a noi è capitato, soffermandoci a chiacchierare nei paesi attraversati, di imbatterci nello stupore della gente nel vederci muovere a piedi - cioè come le vecchie generazioni che non avevano alternative - in un'epoca in cui invece si cercano tutte le comodità possibili!
Il programma è stato strutturato con escursioni giornaliere di diverso impegno e lunghezza, in certi casi con partenza e arrivo nella località di soggiorno, in altri spostandosi da un paese all'altro affidando ai pullmini di Naturaliter il trasporto del grosso dei bagagli.

Sabato 23 settembre 2006
Atterrati puntuali a Reggio Calabria alle 13.15, troviamo immediatamente l'autopullman di Naturaliter che ci attende davanti all'aeroporto. Una sosta per uno spuntino, dopodiché dirigiamo verso la prima meta significativa: Pentedattilo. Il primo colpo d'occhio sul borgo è teatrale, un vero e proprio presepio adagiato ai piedi di una rupe suddivisa in cinque pinnacoli rocciosi che richiamano le dita di una mano (dal che il nome del paese). Vale la pena di aggirarsi tra le viuzze dirigendo verso la parte alta, che offre ampi panorami su entrambi i versanti. Il paese fu abbandonato negli anni Cinquanta per pericoli di frane ma intorno ad esso fervono iniziative di varie associazioni per il recupero e la valorizzazione.
Lasciato questo singolare luogo, ci spingiamo vieppiù verso l'interno per giungere in circa un'ora all'Azienda Agrituristica "Il Bergamotto": siamo in località Amendolea (m.120, frazione di Condofuri), un gruppo di case in cui ancora oggi gli abitanti sono quasi del tutto autosufficienti grazie ai prodotti della terra e dell'allevamento.
Il complesso in cui alloggiamo è accoglientissimo e consta di diversi edifici tradizionali (tra cui fienili e un mulino) riconvertiti ad ospitalità; la posizione è splendida, con il cortile che offre una bellissima veduta sul sottostante agrumeto, sulla fiumara Amendolea con l'imponente faraglione della Rocca del Lupo e all'orizzonte il mare.
Prima di cena c'è il tempo per una prima escursione di un paio d'ore tra andata e ritorno: un sentierino tra arbusti e fichidindia porta ai 305 metri della rocca su cui sorgeva la vecchia Amendolea, abbandonata dopo il terremoto del 1908, ai piedi dei ruderi del Castello dei Ruffo in posizione dominante sulla fiumara e sulle valli circostanti. La vista a 360° ci dà un primo assaggio del paesaggio d'Aspromonte, ancora più suggestivo nella luce radente del tramonto.
La cena è di impronta vegetariana, con pasta alle verdure seguita da melanzane e zucchine ripiene.

Domenica 24 settembre
Dall'Agriturismo si scende in pochi minuti sul greto della fiumara Amendolea, che si attraversa per portarsi sulla riva opposta. Si prende gradualmente quota fra macchie di fichidindia e pendii qui e là devastati dagli incendi, una delle più dolorose piaghe dell'Aspromonte. Da un bel pianoro disseminato di ulivi alla base del Monte Maradha, se ne guadagna ripidamente la sommità (m.463) che offre un vasto colpo d'occhio sulla sottostante fiumara nel tratto finale che sfocia in mare.
Il sentiero prosegue senza sensibili dislivelli fino a immettersi sulla strada asfaltata, che solo da pochi decenni ha tolto Gallicianò da un isolamento secolare. In uno slargo è stata ricavata una piazzola di sosta con panchine e bella vista d'assieme sul paese, che si raggiunge poi in pochi minuti (ore 2 e 30' dalla partenza): si tratta di uno dei borghi in cui più è marcata l'impronta grecanica, sia in termini linguistici che culinari, culturali, musicali e religiosi.
E' molto piacevole aggirarsi tra le stradine, caratterizzate dalle indicazioni bilingui; molto suggestiva è la Panaghìa tis Elladas (Madonna dei Greci), chiesetta di culto ortodosso eretta nel 1999 usando lodevolmente pietre a vista. Nelle vicinanze è in via di completamento, con l'impiego dello stesso materiale, un piccolo anfiteatro ispirato a quelli dell'antichità classica.
Il pranzo è curato da una cooperativa locale a base di salumi, formaggi, olive con menzione speciale per una squisita pasta e fagioli.
Lasciamo Gallicianò dal versante opposto a quello di arrivo lungo un pendio nella parte iniziale un po' accidentato che ci porta con parecchie svolte più dolci tra la rada vegetazione sul greto della già nota fiumara Amendolea. È lungo esso che rientreremo al punto di partenza con un tragitto di cinque chilometri, ma non è comunque un impegno da prendere alla leggera: benché pianeggiante, è un'alternanza di sabbia, ghiaie, sassi di diverse dimensioni, numerosi - se pur banali - guadi, vale a dire un fondo che richiede un minimo di cautela per evitare storte.
Altre 2 ore e 30' e rieccoci al "Bergamotto". La cena, pregevole quanto quella di ieri sera, comprende rigorosamente un menù della tradizione: spezzatino di capra preceduto dai Maccaruni conditi con lo stesso sugo.

Lunedì 25 settembre
E' la giornata del trasferimento a Bova, che avrà luogo a piedi in circa cinque ore per 730 metri di dislivello in salita, mentre gli automezzi porteranno a destino i bagagli.
Un paio d'ore della mattinata è dedicato all'interessante "lezione" sul Bergamotto, straordinario agrume definito anche "Oro Verde", a cura di Ugo Sergi, titolare dell'Azienda Agrituristica che del singolare frutto porta il nome (vedi in calce il link al sito del relativo consorzio).
Partiamo così intorno alle 11. Da oggi Andrea, che ci aveva accompagnato nei giorni scorsi, in vista delle tappe più impegnative lascia le consegne ad Antonio Stranges, autentico uomo d'Aspromonte di cui è uno dei massimi conoscitori, dall'immancabile accetta a manico lungo che gli sarà di volta in volta bastone, sedile o utile per sfoltire il sottobosco, tagliare fronde sporgenti sul sentiero, "arpionare" rami di vite, fico, pero o melo per rifornirci di frutta "che-più-fresca-non-si-può"!
Dopo un breve tratto di fiumara, risaliamo una spalla di fitti cespugli fino a sboccare, dopo un'ultima spettacolare veduta sull'opposto crinale dove sorge la vecchia Amendolea, su un bel pianoro a quota 400 sul quale spicca un frantoio che, seppure abbandonato, rivela ancora una pregevole architettura con caratteristiche arcate. Continuiamo a salire costantemente su pendii ora brulli ora rigogliosi di ulivi ora terrazzati con coltivazioni, fino a giungere sul dosso di Monte Brigha (m.610) da cui si ha un bel colpo d'occhio sull'abitato di Bova. Il sentiero prosegue serpeggiando fino a congiungersi con la carrozzabile che con alcuni ampi tornanti immette nell'abitato.
Il benvenuto sulla piazza del paese è caloroso: siamo accolti nientemeno che dal Sindaco, ma anche dai ragazzi della Cooperativa San Leo che opera in sinergia con Naturaliter per l'Ospitalità Diffusa (e, come vedremo, magistralmente per le cene!).
Smistati nelle varie abitazioni in cui soggiorneremo due notti, c'è il tempo per una visita istruttiva del borgo. L'abitato è arroccato su una rupe sviluppandosi da quota 850 fino quasi a mille metri e merita di essere "esplorato" (è il termine giusto!) in una successione di scorci suggestivi regalati dai vicoli, dai sottopassi, da facciate che rivelano un passato nobiliare, da sette chiese fra le quali spiccano la Cattedrale di Maria Santissima dell'Isodia, il cui nucleo risale ai primi secoli d.C., e il seicentesco Santuario di San Leo, caro ai Bovesi in quanto dedicato al patrono della città.
Meta finale è il Castello Normanno del X-XI secolo, tuttora imponente benché in rovina. Da quassù il panorama a 360° è grandioso.
La cena ha luogo nei locali della Cooperativa San Leo (affiliata a Naturaliter) e ha il suo fiore all'occhiello nei tagghiulini con i ceci: l'apprezzamento è evidente anche da parte di un gruppo di tedesconi (alla faccia dei crauti e dei wurstel!), poi coinvolti, insieme con noi, nel dopocena di musiche e danze tradizionali.

Martedì 26 settembre
La gita odierna prevede come meta uno dei più singolari borghi calabresi, quello di Roghudi Vecchio.
Lasciamo Bova percorrendo la carrozzabile che dall'abitato si porta con un ampio curvone sul versante opposto della rupe; la si abbandona dopo circa un chilometro per immettersi su una mulattiera che taglia lungamente un pendio tra castagni e lecci toccando alcuni ovili e le località di Lestizi e Spartusa. Attraversiamo anche la base di un erto pendio franoso lungo il quale Antonio ci sollecita un'andatura sostenuta per il pericolo che i soprastanti greggi di capre smuovano qualche masso, finché facciamo sosta su un terrazzo panoramico con vasca-abbeveratoio dal quale, con breve svolta, abbiamo il primo colpo d'occhio sull'ancora lontano Roghudi Vecchio.
E' il momento della discesa, talvolta ripida e non sempre facilmente individuabile tra gli arbusti e il terreno un po' dissestato, verso il greto della Fiumara Amendolea. Due chilometri ci dividono da Roghudi Vecchio, che si avvicina progressivamente con vedute sempre più scenografiche. Le apprezziamo durante il pranzo al sacco, in un susseguirsi di capocolli, formaggi, verdure, pane casereccio, vino, frutta, tutte produzioni rigorosamente locali!
L'abitato è abbarbicato su uno sperone roccioso a quota 627 al centro della Fiumara Amendolea nei pressi della confluenza con il torrente Furria, posizione che nel corso della Storia lo ha - comprensibilmente - sempre reso a rischio. Infatti nel 1972 una devastante piena lo travolse provocando decine di vittime e il susseguente abbandono che tuttora persiste rendendolo un paese fantasma. Come per altri borghi, quali ad es. Pentedattilo, non mancano i progetti di recupero; per intanto, la stradina a tornanti che sale alla sommità dell'abitato è stata messa in sicurezza tramite una ringhiera in legno.
Il passaggio attraverso le vecchie case regala sensazioni strane: in certi momenti l'abbandono sembra secolare, in altri casi (vecchi forni quasi intatti, opere murarie appena intraprese ed evidentemente interrotte dal cataclisma, la chiesa sul cui altare ignoti fedeli portano ancora fiori) pare invece che gli abitanti si siano assentati per pochi giorni.
Giunti sulla sommità del borgo, avviene il rendez-vous con i pullmini di Naturaliter: anziché intraprendere un lungo rientro a piedi, è stato infatti programmato il ritorno "motorizzato" a Bova dedicando il tempo prima del tramonto a due visite significative incentrate su curiose formazioni rocciose diffuse nella zona.
La prima avviene alle cosiddette "Caldaie del latte", una sorta di mammelloni calcarei emergenti dalla vegetazione: secondo una leggenda, erano serbatoi di latte che gli abitanti della valle offrirono a un drago affinché smettesse di divorare i loro bambini. Ovviamente, poco più in là esiste la "Roccia del Drago", una bizzarra formazione forata dal profilo adunco in cui l'erosione ha scavato due cavità che ricordano davvero gli occhi del mostro.
Il ritorno a Bova richiede non meno di un'ora d'auto lungo un percorso molto panoramico, giusto in tempo per una doccia e per la seconda cena a cura della Cooperativa San Leo che, ancora una volta, non tradisce le attese!

Mercoledì 27 settembre
Giornata dapprima soleggiata, che però si andrà via via guastando, come vedremo, proprio nel momento meno opportuno.
Lasciamo definitivamente Bova e con i pullmini ripercorriamo in senso inverso la strada del ritorno di ieri. Prima della deviazione per Roghudi Vecchio, lasciamo gli automezzi presso Chorio di Roghudi, nucleo solo parzialmente abitato dal quale ha inizio il sentiero che da quota 684 sale ai 1331 metri della cima di Monte Cavallo.
Una mulattiera che va facendosi più accidentata mano a mano che procede prende quota alternandosi con tratti in falsopiano e tre successivi boschetti di castagni; un ultimo tratto più ripido porta in vetta, da cui si procede fino al casello forestale di Pesdavoli (m.1385), luogo ideale di sosta per lo spuntino di metà giornata.
Quando ci rimettiamo in marcia si è messo a piovere, il che non permetterà di apprezzare al meglio la parte restante dell'itinerario. Toccata la località Casalino, "tetto" della gita con 1512 metri, si cala al punto panoramico (m.1287) sulle cascate Maesano, che con i loro tre salti successivi sono tra le più spettacolari dell'Aspromonte.
Non rimane che la traversata, piuttosto lunga e monotona, che porta alla diga sul torrente Menta, opera in corso da decenni e mai ultimata: anche per via del tempo sempre pioviggionoso, lo scenario è alquanto deprimente e cogliamo il lato positivo del pullman che ci aspetta con il tepore del suo interno.
Lungo una strada sempre panoramica che si dipana in un susseguirsi di stretti tornanti, saliscendi, tratti vertiginosi, fitti sottoboschi ai quali la nebbia conferisce un aspetto invernale, la direzione è ora Gambarie d'Aspromonte, ubicata a quota 1450 e principale polo turistico del Parco. Per quanto il chilometraggio non sia elevato, il trasferimento richiede quasi due ore.
Ci sistemiamo nel confortevole Hotel Miramonti, dove pernotteremo due notti.

Giovedì 28 settembre
Il programma odierno ha come "clou" la cosiddetta "Valle Infernale". Come già il nome lascia intuire, costituisce la zona più impervia, selvaggia e remota di tutto l'Aspromonte: si tratta della gola della Fiumara Bùtramo, un'alternanza di forre profonde, laghetti idilliaci, sorprendenti cascate ma anche di vegetazione quanto mai ricca, fitta e variata.
L'itinerario completo richiede circa sette ore e, per l'impegno richiesto, deve essere intrapreso in condizioni ottimali: è per questo che, a causa della pioggia di ieri, Antonio ritiene opportuno ridimensionare l'escursione e limitarla a una delle cascate più scenografiche del Parco evitando la parte più profonda della gola. La gita risulterà comunque splendida.
Con i pullmini raggiungiamo lungo una strada molto panoramica la località Cano (m.1500), sede di un casello forestale, da cui ha inizio il percorso a piedi. Ci si inoltra subito in un bellissimo bosco lungo il quale perdiamo velocemente quota; si rimane incantati dalla maestosità di alberi secolari (faggi, querce, conifere), alcuni dei quali hanno proprie denominazioni legate a storie, leggende o tradizioni. Cito ad esempio la "Quercia del Trono", caratterizzata da un incavo nel tronco in forma di sedile, sul quale prendeva posto il locale proprietario terriero per controllare i suoi contadini al lavoro.
Un tratto più aperto particolarmente piacevole è un pendio di fittissime felci che scende fino a un'inattesa, cristallina pozza d'acqua che invoglia a una sosta defatigante ed estetica.
Si devia ora scendendo ripidamente su un sentierino da capre alquanto esposto, ma agevolato da cavo di sicurezza e steccato di protezione, che porta allo scenario mozzafiato della Cascata Forgiarelle, con il triplo salto che precipita nell'ennesimo incantevole laghetto. Non si potrebbe immaginare un posto più piacevole per la sosta pranzo e gustiamo fino in fondo la bellezza di questo piccolo Eden, che più di ogni altro sembra voler smentire le durezze che il termine "Aspromonte" suggerisce.
Ripercorsa a ritroso la deviazione, si riprende il sentiero principale, ma per il ritorno effettuiamo un ampio giro che ci porta alla bella radura su cui sorge la Casa Forestale di Canovai (m.1354); l'edificio sarebbe una splendida struttura nella quale fare base per escursioni, ma purtroppo la burocrazia rende difficile se non impossibile l'eventualità di pernottamento: speriamo in una "illuminazione" da parte della direzione del Parco affinchè sia resa fruibile dagli escursionisti!
Risaliamo infine a Cano e ai pullmini, non senza avere fatto raccolta di profumatissimi funghi (mazze di tamburo) che ci faremo cucinare dall'albergo: un trasferimento di oltre un'ora lungo una strada in ambiente alpestre che nel punto più alto sfiora i 1900 metri offrendo, in un'alternanza di nebbie e squarci di sereno, vedute sempre nuove su questo magnifico Aspromonte.

Venerdì 29 settembre
La gita odierna ha inizio dal Santuario di Polsi che, lasciata Gambarie, si raggiunge lungo un percorso di oltre un'ora che mette a dura prova lo sterzo, i freni e le sospensioni degli automezzi. Situato in un fondovalle a quota 862, è uno dei santuari mariani più cari ai Calabresi: l'attuale complesso risale al 1700 sul sito di un precedente luogo di culto. Il 2 settembre vi si celebra la Festa della Madonna, alla quale affluiscono migliaia di pellegrini che in certi casi effettuano percorsi a piedi di più giorni.
La nostra escursione ricalca un tratto del "Sentiero Italia" ed impegna circa sei ore. Lasciato il Santuario, si risale per qualche minuto la carrozzabile di accesso per inoltrarsi poi in un folto lecceto tagliato a mezza costa da un sentierino che prende costantemente quota tenendosi alto sulla sottostante Fiumara Bonamico.
Dopo circa un'ora, intorno a quota 1000, la penombra del bosco lascia il posto a uno scenario apertissimo verso la fiumara e l'ancora distante Lago Costantino sovrastato da curiose formazioni rocciose tra cui spiccano Pietra Lunga e Pietra Castello. Il sentiero di discesa serpeggia in una fitta macchia di ginestre, felci e piante aromatiche (in specie nepitella) fino a guadagnare il greto della fiumara e infine la riva settentrionale del Lago Costantino.
Il lago non esisteva prima del 1973. Dopo giorni di intense piogge, il 1° gennaio 1973 una gigantesca frana si riversò sul letto della Fiumara Bonamico: si formò una diga naturale e nell'arco di pochi giorni un'enorme quantità di acqua e fango riempì l'invaso.
La denominazione proviene dal monastero di San Costantino del X sec. che sorgeva nei pressi. Il lago, ubicato a quota 421, è lungo circa 2,4, per un perimetro totale di circa 5 km e una profondità massima di circa 18 metri. Va però ritirandosi progressivamente per il deposito alluvionale trasportato dal torrente che ne fa alzare il fondo. Con il passare del tempo sarà quindi destinato a sparire lasciando posto a una distesa di ghiaia.
Dopo la sosta pranzo, costeggiamo la sponda destra del lago e riprendiamo il corso della fiumara che dopo poche centinaia di metri torna del tutto asciutta: è un tratto monotono, qui e là animato da branchi di maiali selvatici che pascolano sui pendii circostanti.
Meta finale è il paese di San Luca, dove salutiamo calorosamente Antonio, che vive qui e si congeda definitivamente. Ci attende il trasferimento in pullman verso il luogo dell'ultimo pernottamento: scendiamo da San Luca sulla strada litoranea ionica, tocchiamo diverse località balneari quali Bianco e Brancaleone, risalendo infine con ripetute svolte fino a raggiungere il borgo di Staiti, vero nido d'aquila di casette addossate l'una all'altra come un presepio.
Preso posto nelle abitazioni che aderiscono alla formula dell'Ospitalità Diffusa, giunge l'ora di cena, che avviene nella sala del Circolo locale: alcuni abitanti del paese si sono consorziati per cucinare e portare le vivande dalle case adiacenti, una situazione estremamente informale, ma ciò che conta è l'impagabile convivialità e la qualità dei piatti.
Quanto mai gradito è il caloroso benvenuto di Alfonso Picone Chiodo e Francesco Polimeni del C.A.I. di Reggio Calabria, profondi conoscitori dell'Aspromonte sul quale Alfonso, insieme con Francesco Bevilacqua, ha scritto una bellissima guida (vedi in calce "Letture consigliate").
Una bella serata, degno finale di una settimana che ci ha riempito di vibrazioni positive.

Sabato 30 settembre
Ultima giornata di questa indimenticabile esperienza calabrese.
Non rimane che lasciare Staiti e raggiungere Reggio Calabria, dove, in attesa del volo di ritorno, c'è un po' di tempo per l'acquisto di prodotti tipici e una passeggiata sullo splendido Lungomare alberato, non a torto definito da D'Annunzio "il più bel chilometro d'Italia".
Troppo poco, ma in Calabria ritorneremo senz'altro. E già si parla della Sila o del Pollino per il settembre 2007…Una delle peculiarità che caratterizzano l'operato di Naturaliter consiste nella cosiddetta Ospitalità Diffusa, puntando cioè, ovunque ciò sia possibile, ad alloggiare i partecipanti in case messe a disposizione dagli abitanti dei centri toccati nel corso dell'itinerario: questa formula, ben lontana dagli stereotipi del turismo di massa, consente da parte degli ospiti di integrarsi con le popolazioni locali, le quali, a loro volta, hanno modo di ridare vitalità a paesi che rischierebbero l'abbandono. In Aspromonte, come vedremo, gli esempi non mancano.
Dopo le difficoltà dei primi anni dell'iniziativa, dovute alla naturale riservatezza (se non chiusura) di gente con secoli di isolamento alle spalle, l'Ospitalità Diffusa va sempre più affermandosi; fattore non trascurabile, in dodici anni di attività il movimento che ruota intorno a Naturaliter ha prodotto trenta nuovi posti di lavoro.
Nella nostra fattispecie, abbiamo soggiornato in quattro differenti località:
- 2 giorni presso l'Azienda Agrituristica "Il Bergamotto" in località Amendolea;
- 2 giorni a Bova, distribuiti nelle case rese disponibili dai residenti;
- 2 giorni all'Hotel Miramonti di Gambarie;
- l'ultimo giorno a Staiti, di nuovo in case private.I prodotti prevalenti sono naturalmente quelli della tradizione pastorale e contadina.
Detto dell'elemento incontrastato Sua Maestà il PEPERONCINO, cominciamo con lo squisito PANE, in grosse forme lievitate naturalmente e cotte in forno a legna, in cui alla farina bianca viene spesso aggiunta quella di segale.
La grande quantità di maiali, che con facilità si incontrano allo stato libero, fornisce squisiti SALUMI quali salsicce, soppressate, la 'nduia (insaccato di interiora), e l'eccellenza del capocollo.
La carne base della cucina d'Aspromonte è però quella di CAPRA, sottoposta a lunghe cotture: bollita, in umido o messa alla brace rinchiusa nella sua sacca intestinale.
La vocazione pastorale dell'area dà luogo a una produzione molto assortita di FORMAGGI, sia pecorini che caprini, differenti a seconda delle località in quanto a stagionatura, consistenza e grado di piccante.
Per quanto concerne i FUNGHI, il Parco d'Aspromonte è una delle zone d'Italia che vanta la maggiore varietà, con il valore aggiunto di essere presenti in tutte le stagioni dell'anno.
Altro prodotto di rilievo consiste nei Pappaluni, gustosissimi FAGIOLI di due diverse qualità, una piccola e scura, l'altra grande e bianca, ideali per prelibate minestre.
Tipici della tradizione grecanica sono:
La LESTOPITTA, un impasto di acqua e farina non lievitato lavorato in dischi sottili fatti friggere velocemente.
I MACCARUNI 'E CASA di pasta di acqua e farina tirati a mano uno per uno intorno a bacchette dette "cannicci": l'abbinamento classico è con il sugo della capra in umido.
I TAGGHIULINI, tirati con il matterello e tagliati a strisce sottili: cotti in una densa minestra con i ceci costituiscono la specialità di Bova.Abbiamo utilizzato voli Myair Orio al Serio - Reggio Calabria e ritorno per una spesa di € 128 a testa comprese le tasse. Ottimo servizio: partenze in orario e arrivi con una decina di minuti di anticipo sull'ora e 40 minuti previsti. Eventuali consumazioni a bordo sono a pagamento, ad es. un caffè a 1,50€ e una bibita a 3€.
I transfer da/per l'aeroporto e gli spostamenti interni - spesso lunghi per la tortuosità, i saliscendi, lo stato spesso precario delle strade e i pochi valichi tra valli impervie che obbligano a lunghi giri - sono avvenuti con pullmini di Naturaliter o un pullman più grande di un'agenzia convenzionata.

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