Le Faer Oer, essenza di "Grande Nord"!

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Le Faer Oer, essenza di

Innanzitutto un grazie alla relazione, per noi preziosissima, di Joan Pla, su queste stesse pagine di www.cisonostato.it.
E' stata la fonte principale per il nostro viaggio, molto più del materiale pervenutoci dalla rappresentanza turistica della Danimarca a Milano o raccattata altrove sul web.
Quel che andrò adesso a dire servirà solo per integrare ed aggiungere alcune singole esperienze, idee e sensazioni per fornire ulteriori suggerimenti.

Siamo andati in tre persone (noi due cinquantenni, il figlio maschio di 15 anni). Fino a pochissimi anni fa campeggiatori, ci siamo risolti a trovare soluzioni, ehm ehm, un po' più adatte per la nostra età e la nostra salute.
L'idea faeroese era venuta fuori dopo un viaggio in Danimarca l'anno scorso. Eravamo stati, tra l'altro, a Copenhagen; avevamo visto vari prodotti faeroesi nei supermercati della capitale ed avevamo visitato il museo nazionale di storia danese, con alcune sale dedicate alle Faer Oer ed alla Groenlandia. Inoltre nostro figlio non aveva più voglia di vedere cattedrali palazzi ponti torri etc. ma un tipo di vacanza meno culturale e più ambientale.
Le lunghe ricerche sul web ci avevano ulteriormente stimolato, a costo di rischiare di passare una settimana nella noia di isole piovose e quasi completamente prive di storia e cultura.
Quindi, il viaggio da noi preparato doveva contemperare varie esigenze:
- culturali (che potevano essere soddisfatte facendo uno scalo intermedio in altra città, risultata Londra);
- ambientali, etnografiche, esperienziali.
Le prime si potevano risolvere passando da una capitale, o da un'altra grande città di interesse specifico. Era quindi piuttosto giocoforza andare in aereo. Escludendo Copenhagen appena vista, rimaneva Londra dove non eravamo mai stati. Altre città che facevano ponte per le Faer Oer non fornivano garanzie di particolare interesse. Probabilmente, visti i costi bassi delle compagnie low cost per la Gran Bretagna ed alti dalla Gran Bretagna alle Faer Oer, si può consigliare di verificare anche un'ipotesi che faccia fare un viaggio molto più lungo low cost e più corto a prezzo intero (ad esempio, da Edimburgo).
a ricerca più lunga era quindi verificare le coincidenze delle linee.
Prima di tutto, bisogna verificare il sito della compagnia faeroese (credo che appartenga al gruppo Lufthansa) e i giorni in cui c'è una linea per il resto dell'Europa, in specie Londra, che ci interessava particolarmente. Infatti, quasi tutte le linee sono bi o tri settimanali, quindi la prima cosa da fare è verificare la settimana circa di permanenza nelle Faeroer, e poi controllare la congruità con le linee per Londra.
Bisogna quindi andare sul sito di Atlantic Airways (vedi links) e vedere giorni e orari per l'andata e il ritorno. Da notare che i prezzi variano a seconda del momento in cui si vanno a vedere sul sito. Noi abbiamo combinato in modo da fare Pisa - Londra e Londra - Vagar (aeroporto faerose) lo stesso giorno. Al ritorno abbiamo fatto Vagar - Londra e siamo rimasti a Londra una settimana.
La linea in assoluto più economica è risultata per noi la Ryan Air. Possiede anche uno straordinario vantaggio, che usa Londra Stansted, esattamente come la Atlantic Airways: infatti sarebbe molto scomodo passare da un aeroporto londinese all'altro. In teoria è però possibile: la Ryan Air mette a disposizione i bus della Terravision che portano in due diverse stazioni londinesi. Una è Liverpool Station e l'altra è l'utilissima Victoria Station. Si può, ad esempio, arrivare in circa 75 minuti abbondanti a Victoria Station e di lì prendere una metro, ad esempio, per Gatwick o Heathrow. Sono ipotesi da prendere in seria considerazione, in caso che, in altri momenti dell'anno, non ci sia la possibilità di fare tutto a London Stansted lo stesso giorno.
Quindi, partenza da Firenze alle 4.15 con autobus della Terravision (prenotabile on line sul sito della Ryan Air o andando direttamente in Piazza Santa Maria Novella a Firenze, accanto alla omonima stazione ferroviaria), arrivo a Pisa alle 5.30 all'aeroporto, check in alla Ryan Air, aereo alle 7.
Leggerissimo il ritardo alla partenza, arrivo a Londra Stansted in orario.
Ritiro dei bagagli a Stansted (una ventina di minuti a piedi per arrivare al luggage reclaim, controllo sul monitor a quale dei 6 conveyor belts i bagagli arrivano) uscita con i bagagli e entrata nel salone delle partenze. Controllo dai numerosi monitor a quale sportello fare il check-in: non esistono infatti sportelli fissi per le varie compagnie, ma solo sportelli volanti che vengono aperti circa 90 minuti prima della partenza. Il numero dello sportello è apparso solo un'ora prima della partenza, con conseguente ressa, e ulteriore conseguenza apertura di un secondo e terzo sportello, non indicati dai monitor.
Il volo passa per le isole Shetland, quindi attenzione alle indicazioni, che evidenziano talvolta l'aeroporto scozzese e talvolta Faer Oer.
Da precisare che la Ryan Air ammette bagaglio a mano fino a 10 kg a persona, la Atlantic fino a 5 kg. Tuttavia nessuno ha controllato il peso dei bagagli a mano. Ignoro se adesso, alla luce delle recenti notizie di attentati, si ha la stessa indifferenza al peso dei bagagli a mano.
Infine il viaggio per le Faer Oer, con la sosta obbligatoria alle Shetland senza uscire dall'aereo. L'aereo è partito con il ritardo di circa due ore, ed a questo ci si deve abituare in specie per il ritorno. La Atlantic Airways infatti percorre linee dove l'aspetto atmosferico è decisivo. Da scordarsi la puntualità.
La partenza è stata fatta il 30 giugno, il ritorno il 7 luglio a Londra.

Consigli
Avere voglia di fare una vacanza diversa? Questa è certamente diversa. Si ha l’impressione di scoprire un mondo diverso, certamente molto più pulito.
Avete voglia così e così di fare una vacanza diversa? Fatela lo stesso, e subito. I faeroesi sono molto attaccati alle loro tradizioni ma quanto potranno resistere?
Non state ad imparare nessuna parola di quella lingua: tutti parlano inglese correntemente.
Non spendete in Italia un centesimo in negozi di abbigliamento sportivo: rifilano capi del tutto inadatti. Bastano scarponi che non ci piova, maglioni qualsiasi, tute impermeabili da 20 euro.
Frugate nel web, partendo da Atlantic Airways e Visit Faroeislands; da qui trovate un po’ tutto, salvo poi divertirsi con gli altri siti già segnalati su questo stesso sito.
Se volete andare alle isole del Nord, restandoci, vi conviene mettere in conto due - tre giorni in più e un ulteriore alloggio in una di queste isole. Il giro è più completo.
Perché non andate sulle isole a sud? Non ci va mai nessuno!
I mezzi pubblici sono ottimi, ma, in previsione di un tempo atmosferico difficile, la cosa migliore è la macchina a noleggio prenotata dall’Italia.
Non sconfortatevi per i silenzi: non sognate localini all’aperto. Trovate qualcosa alla Casa della Cultura di Torshavn (a destra sulla strada per Kirkjubor), e qualche concerto nei paesi. La gente esce a frotte non appena spunta una spera di sole. Altrimenti non c’è mai nessuno.
Infine: non dite a nessuno delle Faer Oer (pronuncia qualcosa di simile a Fairòiar)! Che non si sciupino prima del tempo!Una manciata di isole dove la natura e gli elementi la fanno da padroniIl viaggio
L'arrivo a Vagar (l'unico aeroporto) era previsto per le 16.30 (da notare che la Gran Bretagna e le Faer Oer sono un'ora indietro rispetto a noi, da noi le 16.30 faeroesi sarebbero state le 17.30). Siamo arrivati alle 19.30 con un forte mal d'orecchi tutti e tre. Mentre nessun problema abbiamo avuto fino a Londra, il mal d'orecchi è stato evidente a tutti noi: in aereo ci hanno dato spruzzi di soluzione fisiologica per il naso. Pare male comune. Anche altri passeggeri avevano questi problemi. E' consigliabile masticare chewing gum e prendere caramelle alla menta. Tuttavia, mentre la Ryan Air non fornisce alcun servizio e, caso mai, il caffè o il tè sono a pagamento, la Atlantic Airways non lascia liberi dieci minuti e fa mangiare e bere in continuazione. In qualche modo passa.
Arrivo a Vagar: le formalità sono brevissime: una carta di identità da far vedere e l'arrivo dei bagagli sul nastro. L'aeroporto è piccolo, arrivano circa dieci aerei a giorno, in estate.
Avevamo fissato due alberghi: uno era l'albergo dell'aeroporto, un altro a Torshavn, la capitale.
Già arrivare all'albergo è risultato problematico. Un autobus faceva il servizio per alberghi posti in altre isole, ma per l'albergo dell'aeroporto? L'albergo si vede a circa 200 metri a sinistra, con le spalle rivolte all'aeroporto. Difficilissimo arrivarci coi bagagli. C'è una salitella fatta di graniglia, dove le ruote dei bagagli non passano, ed un viottolo fradicio di fango. Impossibile arrivare all'albergo. Si ignora se la strada asfaltata che ci si apre davanti faccia un lungo giro oppure no. Piove e fa freddo.
Ritornati in aeroporto, all'ufficio informazioni una ragazza ci chiama un taxi. Dopo pochi minuti arriva un taxi. In tre minuti soli ci porta all'albergo, e pretende qualcosa come circa 30 euro. Il suggerimento, se non piove e il bagaglio a mano è leggero, è di andare all'albergo a piedi: sono circa 200 metri in avanti, 200 a sinistra per la strada statale, ed altri 200 ancora a sinistra: l'albergo appare sulla destra. Sapendolo, sono 30 euro risparmiati.
L'albergo Vagar è pulito, va benissimo: per tre persone costa poco più di cento euro a notte, che non è poco, ma almeno la colazione, di tipo inglese e non continentale, sarà compresa. La cena viene servita fino alle nove di sera, non più tardi. Un piatto unico costa dieci euro e va benissimo (meno per me che sono vegetariano, ma ci si cava bene anche da vegetariani).
La prima grossa sensazione è che qua non fa mai buio. Infatti, si potrà leggere fino all'una-le due di notte, e dalle due alle tre e mezzo circa ci sarà sempre un forte chiarore.

Il primo giorno vero e proprio di Faer Oer è per andare a Mikines, isola vicinissima e che poi risulterebbe scomoda andare a vedere, magari l'ultimo giorno. Infatti le previsioni atmosferiche sono sempre da considerare, quindi, se proprio non piove, vale la pena andare subito in quest'isola, che poi si correrebbe il rischio di perdere.
Prima di partire, vado alle informazioni all'aeroporto. Non ci sono auto a noleggio libere. Incarico la ricezione dell'albergo di trovarmi una macchina a noleggio. Qui appare subito lo sbaglio fatto: la macchina si doveva prenotare dall'Italia, sono tutte occupate. Mi raccomando in tutti i modi. Saranno bravi e il giorno dopo mi ritroverò, nel piazzale davanti l'aeroporto, una macchina per me. Il suggerimento che dò (anche per poter usufruire delle agevolazioni che spesso spettano in questi casi prenotando on line, o ai soci Touring, Aci etc. è di prenotare dall'Italia: il rischio, in alta stagione, di non trovare auto, è alto).
Si va a Mikines. Il tassista del giorno prima viene richiamato (stavolta dalla direzione dell'albergo) e ci porta, in modo assai meno oneroso, a Sorvagur, da dove parte il battello per Mikines. Ci sono dubbi sull'orario di partenza, il dépliant delle informazioni turistiche ci dice un'ora, che però sembra un po' tarda, così si anticipa di mezz'ora. Si concorda di telefonare al tassista al nostro ritorno verso le sei e mezzo.
Unici turisti che troviamo al porticciolo, che dista 3-4 km, sono due simpaticissimi ragazzi italiani, di Varese, venuti con la macchina dalla Danimarca, montando sulla famosa nave Norrona che fa 30 ore di viaggio per arrivare alle Faer Oer. Si chiacchiera e si scherza con loro tutto il tempo. Si chiamano Alessandro e Massimo. Assai gentilmente, al ritorno, ci riaccompagneranno all'aeroporto bidonando l'esoso tassista.
Il viaggio a Mikines è un'odissea. La nave è una barchetta aperta, il tempo spaventoso, piove forte e le onde sono molto alte. Il paesaggio marino è stupefacente, lunare, irresistibile. Metà dei turisti arrivati nel frattempo vomiterà ogni cosa. Arriviamo passando davanti a meravigliose scogliere, sbarchiamo un po' a fatica e cominciamo a girare l'isola. Anche qui, attenzione per il battello del ritorno, è incerto se alle cinque o alle sei.
Stiamo un po' coi ragazzi di Varese, conosciamo due vecchi signori americani, di almeno 75 anni, che ridono a crepapelle sull’avventura. A Mikines facciamo alcune bellissime passeggiate lungo un torrente, risaliamo il crinale di una collina, ma non riusciamo nell'impresa di salire sul colle più alto e di andare a vedere il faro. Si scatena una spaventosa tormenta di acqua e vento. Su un colle la visibilità diventa zero. Ritroviamo uno dei due varesini che ci informa che il suo amico si è avventurato per arrivare al faro. Dopo due ore arriva, facendoci vedere foto prodigiose su un altissimo ponte di ferro. Il consiglio è di tentare di andarci solo col tempo bello, e in ogni caso allenato, con un po' di tempo a disposizione e con una piantina del percorso. Dalla strada, quando a sinistra si comincia snodare il sentiero, c'è un disegnino. E' da tenere bene in mente, perché, se al primo incomprensibile palo si tira a diritto, si va giù giù e si precipita per la scarpata: al palo, come tutti sanno, si deve svoltare a sinistra!
A Mikines alla fine ci rifugiamo, noi cinque più i due americani, nell'unica locanda che esiste: danno da mangiare, da bere e in caso di bisogna anche un posto letto e l'uso dei fornelli. L'ipotesi si fa verosimile quando la ragazza al banco ci spiega in inglese che forse la nave non arriva, causa il maltempo. Si ipotizza lo scenario elicottero. Pare che quello parta quando la nave non ce la fa. Il costo è fisso per viaggio, quindi conviene riempirlo, ma i ragazzi di Varese sono disposti anche a restare lì, a differenza di noi non hanno prenotato l'albergo per due notti.
Alla fine, invece, la barca arriva, ce lo segnala la ragazza della locanda. Scendiamo al porto. Impieghiamo dieci minuti solo per riuscire ad entrare, perché le onde sbattono la nave di qua e di là. Il ritorno lo lascio immaginare. Consiglio le classiche tute a due pezzi per andare in bicicletta, completamente impermeabili, con tanto di cappuccio, e sotto, possibilmente, un pigiama o un paio di pantaloni stretti, e sotto la giacca un buon maglione o due. Quando mia moglie comincia a sentirsi male (gli americani ridono entusiasti, un varesino è scamiciato, imperturbabile e beato, l'altro intabarrato e scafandrato resiste stoicamente) noi due riusciamo ad entrare in cabina. Fuori si scatena l'inferno, le ondate spazzano il ponte. Nostro figlio prende poca acqua ma è quasi congelato, gli si staccano a fatica le mani dalla ringhiera cui è rimasto aggrappato. Esperienza IRRESISTIBILE!
I fantastici varesini ci riaccompagnano, ci infiliamo in albergo, ci facciamo una doccia calda e ci infiliamo sotto le coperte per una mezz'ora, giusto il tempo per andare su e mangiare un piatto caldo. La sera, andremo al pc a libera disposizione di tutti e navigheremo un po' senza rischi, una volta tanto.

Il secondo giorno siamo con la Toyota Yaris, la macchina più economica. Si gira l'isola di Vagar. Facciamo tutte le strade asfaltate percorribili con l'auto. Non compiamo lunghe passeggiate, ma riusciamo a vedere questi straordinari villaggi (Boug, ad esempio) con le casette con i tetti d'erba, belle cascate, torrenti, minuscoli borghi con l'immancabile chiesa di legno. Con più tempo si potrebbe salire sul monte dal quale venivano buttati giù dai vichinghi i bambini malati, come a Sparta, ma la giornata, nata bella, sta peggiorando, e abbiamo da andare a Torshavn.
Passiamo per un tunnel sotto l'oceano. Molto educatamente, noi paghiamo all'uscita il pedaggio, a un distributore di benzina nonché piccolo supermercato. Non esistono sbarre, caselli, vigili o altro - è tutto affidato alla buona volontà. Andiamo a Torshavn. Ci fermiamo volentieri, prima, nei paesi che incontriamo, e divaghiamo per Vestmanna, per conoscere l'orario dei battelli per vedere le celebri scogliere. Il più grande porticciolo è subito all'ingresso del paese: c'è un albergo a destra ed un piazza - molo a sinistra, con le informazioni turistiche ed un bar - tavola calda, dove vendono i biglietti. Sono loro che montano anche sulla nave, sono padre e figlia, fanno anche panini, e, se non li hanno, vanno a casa a farli apposta, come hanno fatto per noi.
La città è carina, molto piccola, circa 18.000 abitanti. L'ostello, Undir Fjalli, è sulla circonvallazione, davanti alle scuole e ad un analogo ostello, con le camere però prive di bagno. La struttura, dal punto di vista amministrativo, è la medesima, infatti la colazione la faremo a quest'altro ostello. Il luogo è pulitissimo, accogliente, alle ragazze che lo gestiscono non interessano né documenti né alcun'altra formalità. Ci fanno vedere una grande sala, dove stanno frigoriferi e fornelli, in dispensa c'è di tutto, che forse possiamo anche prendere: zucchero, farina, tè etc. I giorni seguenti la gente userà queste cose, reintegrandole, così faremo anche noi con dei limoni. C'è anche una televisione dove vedremo l'Italia di calcio battere la Germania. Nell'altra struttura c'è una postazione internet, ma non la useremo. Quando andremo via, “il ragioniere” si divertirà a farci uno sconto del 10%, pagheremo così circa 65 euro a notte.

Terzo giorno
Andiamo subito a vedere quel po' di storico che c'è: andiamo a Kirkjobur: là c'è una antica chiesa gotica. Questi resti sono rimasti molto suggestivi, sottoposti a restauro e meritano una visita. Accanto c'è una casa-museo, di arte e tradizioni popolari. C’è il padrone di casa intento a fare lavori di artigianato. Merita in ogni caso che ci si entri dentro. In una casa accanto, vendono ricami e trine faroesi, vi si vede una donna intenta a lavorarci. Il luogo è di altissima suggestione ed è l'unico luogo turistico in senso stretto. Può ricordare analoghe chiese viste in Bretagna e Normandia (non siamo mai stati in Scozia o Irlanda).
Da notare che l'influenza inglese è del tutto inesistente nella cultura delle isole. Sono state sottoposte all'influenza culturale dell'Islanda, sono appartenute alla Norvegia fino ai tempi di Napoleone e poi sono passate alla Danimarca. Furono occupate dagli Alleati nel corso della seconda guerra mondiale, per la precisione (come recita una lapide nella cattedrale di Torshavn) da un reggimento scozzese. Da Kirkjobur andiamo a vedere gli orari del traghetto per andare all'isola di Sondoy, l'indomani.
Su Torshavn dirò poco: è la capitale, è allegra, ha bellissimi fornai, vi si pranza a basso prezzo, si può comprare qualcosa divertendosi, andare magari al Centro Commerciale SMS dove ci sono molti prodotti tipici loro; hanno anche guide sulle isole, di circa 300 pagine, introvabili in Italia, di una certa casa editrice Brandt, in tedesco e inglese. Si devono visitare il loro museo del mare in centro ed alla periferia nord il museo storico e le sottostanti casette dal tetto d’erba con gli arredi originali negli interni. Si deve fare una interessante passeggiata turistica per la città vecchia: pare strano, ma esiste. Divertente passare davanti alla casa del primo ministro, in una strada tutta rossa. Ci sono scogli, stradine sghembe, pare alle volte un pezzetto di Liguria. C'è perfino un giardinetto con qualche albero, cosa assolutamente rarissima alle Faer Oer.
Alla fortezza non siamo stati, vista la sua poca sussistenza, è quella dentro la quale sta il faro, che si vede molto bene. Ma forse era meglio fare qualche passo in più ed arrivarci, anche se la vista non può essere migliore di quella che si gode dalla circonvallazione.
E' carino passeggiare lungo il porto, gironzolare per la darsena, frugare da un rivenditore di libri, andare nella cattedrale (integralmente di legno, che ripeto non esiste in loco e che i varesini ci dissero arrivare dalla Norvegia), girare per la grande libreria cartoleria e così via. E' un pezzo di vita faeroese. Tra le case c'è qualche cespuglio: sono estremamente odorosi. Non mi intendo di botanica, ma somigliano le labiate, tipo grandi cespugli di salvia, che profumano però di un misto tra ginepro e nepitella. Mah. Si troveranno questi cespugli un po' dappertutto, specie rivolti a sud.
Giriamo ancora un po' l'isola, vediamo dei laghetti ed alcune viste splendide, semplicemente prendendo le strade che la piantina scaricata dal web ci mostra. Alla fine non ci sarà una sola strada asfaltata dove non saremo stati.

Quarto giorno
Lasciamo l'isola di Streymoy, dove è Torshavn, e andiamo a Sandoy. Ci eravamo informati preventivamente sugli orari (tra l'altro la libreria cartoleria della piazza di Torshavn è anche ufficio turistico, e all'ostello hanno dépliant utili). Si prende la strada per Kirkjubor e, dopo qualche minuto, costeggiando laghi molto suggestivi, si svolta a destra e si scende a un minuscolo porticciolo. Il biglietto si fa a bordo, anche perché al baracchino sta scritto "Malad" o qualcosa di simile, ed è chiuso.
E' una bella giornata, si viaggia benissimo per mare, la nave è grande, imbarca anche camion. In 40 minuti ci siamo. Nella mattinata si gira tutta l'isola, riusciamo anche a fare un pieno di benzina, si vedono paesaggi meno severi e selvaggi dei precedenti, ci sono chiesette col camposanto, fornai molto forniti, giornali sportivi, porticcioli, antichi insediamenti vichinghi poco riconoscibili. Il paesaggio è ameno, sereno e riposante. Alle 12.45 si riparte per poter correre alle scogliere di Vestmanna.
Corsa alle scogliere di Vestmanna: per un soffio arriviamo entro le 14, quando dovrebbe partire il battello. Ma qui fanno le cose in modo diverso. Ci fanno montare e rismontare diverse volte, così che alla fine si capisce con quale nave si va. La gita, che dura un'ora e mezzo, è sottocosta. Non è pericolosa, è altamente spettacolare: alcune viste sono incredibili, come certe grotte e caverne dove la nave, pure grande com'è, riesce ad infilarsi. La cosa più sconcertante è il sistema delle recinzioni. Dato che ci sono più pecore che cristiani (Faer Oer significa Isole delle Pecore, Oer è isole e Faer è pecore), questi ultimi, se ne hanno voglia, recintano i campi. Alcuni paletti e alcune reti sono su scogliere letteralmente perpendicolari, viene il dubbio che siano stati montati con l'elicottero. Le pecore si arrampicano come e più delle capre, e spesso vivono allo stato selvatico: nessuno le tosa e cade loro il vello spontamente.
Conviene, ovviamente, fare il viaggio all'aria aperta, ma la nave è molto grande e comoda, così che se si ha freddo o gli schizzi danno noia, si può godere un buon panorama anche dall'interno.
Dopo l'escursione, un po' di riposo ed un po' di bevanda calda. Piccola spesa ad un distributore di benzina (sono la risorsa alimentare numero uno). Infine, per non tornare subito a Torshavn, ancora bellissime escursioni con la macchina: molto raccomandabile andare a Hosvik e Hvalvik. Brutta Kollafjordur, che è un cantiere.

Quinto giorno
Si ripercorre la strada del pomeriggio precedente, e traversiamo il ponte che ci porta a Eysturoy. Giriamo subito a sinistra, in direzione di Eidi e Gjogv. Purtroppo il museino di arti e tradizioni popolari di Eidi apre molto tardi, ma il villaggetto merita una breve sosta. Più interessante la via per Gjogv. Nonostante la bellissima giornata, si sente un'aria di profondo deserto, quasi di smarrimento. La strada è ottima, passa accanto a fiordi bellissimi e profondissimi, Gjogv sorprende perché pare proprio di essere arrivati in capo al mondo. Di là partono le escursioni per dei sentieri che sembrano perfettamente praticabili. C'è un allegro ristorante sulla sinistra, ma qualcuno di noi ha un po' di maldistomaco, così, davanti a un porticciolo, dove esistono delle panchine, vado a un bed and breakfast. Entro. Una voce chiama dal piano di sopra. Una giovane donna mi chiede qualcosa, io rispondo in inglese. Ci intendiamo facilmente. Mi preparerà due panini, aprendo il suo frigo e mostrandomi i cibi. Spalma molte sostanze su questo pane nerissimo e saporito, evito carne e pesce. Dà camere ai turisti a 30 euro a notte, ha 4 bambini e fa la casalinga. Mi crede francese ed è molto sorpresa che ci siano italiani. In cucina sta a parlare della vita faeroese, ci stringiamo le mani con simpatia.
Al ritorno giriamo ancora Eysturoy, fermandoci nei villaggi, tra cui Runavik. L'aria è fresca, la luce non cala mai. La sera, a Torshavn, facciamo un po' di spesa (i negozi chiudono alle dieci o undici di sera), telefoniamo da una cabina pubblica in Italia, facciamo un bancomat in centro.

Sesto giorno
E' il giorno più impegnativo dopo quello di Mikines: si faranno tragitti per un sacco di isole. Si riparte presto da Torshavn, si rivà ad Eysturoy e a Larvik... sorpresa! il traghetto non c'è più, c'è un altro tunnel sottoceano, appena completato: le stesse piantine turistiche davano il traghetto. In quattro e quattr'otto entriamo quindi nelle Isole del Nord: vedremo Bordoy e Vidoy. Il tunnel è largo, illuminato, molto in discesa prima e in salita dopo: ha delle stranissime luci verdi e blu in alto che però non riusciamo a fotografare. Anche qui mistero su come pagare il pedaggio, dato che all'uscita nessuno lo reclama.
Grande entusiasmo per il tempo guadagnato grazie al tunnel. Si va subito a Klaksvik, la seconda città: come vicecapitale sarebbe sconfortante, è un paesino adagiato a destra ed a sinistra del porto, intorno ad un lungo fiordo. Invece si gira bene: ha un grande ufficio postale dove i francobolli costano di più che in un altro posto dove li avevamo appena comprati (?), una chiesa gigantesca, spaziale e moderna, due lungomare ed una simpaticissima libreria: è un casottino sul lungomare di sinistra, dove vengono perfino dischi di musica originale faeroese, dove danno il tè ai tavolini: si accede anche ad una stanza di legno dove è un piccolissimo palco, vi stanno delle sedie: probabilmente lì recitano poesie e canzoni. Il ragazzo della libreria, a mia richiesta, mi mostra dei dischi di musica faeroese. Suggestionato, compro un disco doppio assolutamente straordinario. Da notare che la lingua faeroese (simile ad un dialetto islandese) non è stata scritta fino al 1950 e che solo da 50 anni a questa parte gli etnografi, gli studiosi e gli isolani hanno trascritto i canti che venivano narrati esclusivamente per via orale. I dischi comprati sono soltanto vocali, privi di strumenti musicali.
Passeggiamo sul lungomare di sinistra, vediamo e non vediamo più delle taverne, che non si capisce se siano aperte o chiuse, non se ne vede l'ingresso. Mah. So però da una piantina che c'è un albergo sulla strada parallela, in alto, e l'albergo scopro che fa anche servizio ristorante. Piove. La cameriera è molto gentile. Ci fa sedere e ci indica una grande zuppiera dove c'è una zuppa di funghi, così ci dice in inglese. Ci serviamo come va va. Quando stiamo per andare via, con la pancia piena di zuppa, viene e ci porta bistecche, purè, salse ed altra roba. Secondo i gusti, mangiamo di tutto di più. Prendiamo anche un caffè lungo lungo. Il pranzo non ci costerà quasi nulla. Questo ristorante dà sopra a uno scoglio sinistro, proprio in fronte al porto, che pare un vulcano. Alle pareti ci sono fotografie dello scoglio innevato.
Andiamo infine all'ultima isola, Vidoy, ed arriviamo fino a Vidareidi. Anche qui, nessun traghetto, ma solo un ponte. Si attraversano, come già sapevamo, due sorprendenti gallerie strettissime e non illuminate: esaltante. Per fortuna, ci sono cartelli con la lettera M, che indicano la presenza di una piazzola: si capisce bene chi ha la precedenza e chi no, ma se in direzione contraria viene un camion, ti tocca fare manovra, anche all'indietro, e sostare in quest'area.
Riusciamo senza grossi problemi a uscire da questi due tunnel e finiamo a Vidareidi, tappa finale, la più a nord del viaggio: una bella vista da questo promontorio sperdutissimo, ma non tanto: qualcuno ci costruisce casa, quest'aria da Finis Terrae rende il luogo una minuscola attrazione turistica: oltre l'immancabile chiesa, c'è perfino una cassetta della posta, un bagno, qualche cartina dei sentieri, persone in carne ed ossa. Volendo si può scendere al mare. La vista è molto bella.
A questo punto, parte il viaggio di ritorno. Grazie ai ponti ed ai tunnel, non si perde tempo e si arriva direttamente all'isola di Vagar, all'albergo dell'aeroporto. Questo ci dimostra che, se l'aereo non ritarda, è possibile fissare la prima notte non a Vagar, ma anche in qualche isola all'estremo nord ed est, sempre avendo a disposizione la macchina. Siamo stati in ben cinque isole diverse in due ore circa. In realtà, la corsa a ritroso tra le isole procede bene, anche se è necessario controllare spesso le direzioni: quando si vede scritto Vagar si può andare diritti.
Torniamo all'hotel dell'aeroporto, ci ridanno la camera delle prime due notti. La vista dalle grandi finestre del ristorante è spettrale, non si vede quasi niente, forse gli aerei non atterrano o decollano nemmeno. Dopocena, per sentire ancora gli odori faeroesi, passeggio tra l'albergo e l'aeroporto: nell'erba fradicia raccolgo dei fiorellini gialli, rosa.

La partenza
Mangiamo in fretta appena prima di partire, restituiamo la macchina alle Informazioni dell'aeroporto e aspettiamo cinque ore che l'aereo parta. Le piste sono ferme, gli aerei pure causa il maltempo. Invece che alle nove partiremo alle due del pomeriggio. La Atlantic Airways ci paga a tutti la colazione. In questi casi, occorre grande occhio (anzi orecchio) alle notizie dette frettolosamente dall'altoparlante, e grande attenzione nell'imbarco, perché tutti gli aerei, visto il beltempo, partono pressoché contemporaneamente, le file si assommano all'unica porta (c'è solo la Gate One) e confondersi sembra facile.
Per complicare le cose, infine, la sosta obbligatoria alle Shetland, Occorre scendere (si possono lasciare i bagagli a mano in aereo, così almeno noi abbiamo fatto, c'è chi invece si è portato dietro il contrabbasso), fare vedere i documenti, aspettare un quarto d'ora in una saletta, farci regalare qualche cioccolatino e infine rimontare in aereo.
Infine arriviamo a Stansted. Il resto è viaggio di Londra, ma questa è un'altra storia.

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