Un pianeta chiamato Islanda

in viaggio con lunanera in Islanda

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Un pianeta chiamato Islanda

BREVE INTRODUZIONE EMPATICA
Roma, 10 dicembre 2006
Sono passati i mesi ma l’eco di quell’unica, indimenticabile settimana trascorsa sull’isola vulcanica sperduta nell’Atlantico, spazzata dai venti polari e a due passi dal Circolo Polare, è più vivo che mai. Sebbene succeda che sfogliando le immagini nella memoria, io mi chieda se non sia stato tutto un sogno…
Parlare dell’Islanda è un’emozione interminabile lunga tutta una vita. Per anni avevo fantasticato su libri che per immagini e parole mi narravano di un paese lontano e surreale, altero e selvaggio, severo, fiero, indomabile. Un Paese specchio dell’anima. Fino a quel preciso momento in cui dal finestrino dell’aereo (volo “low cost” con Iceland Express via Stoccolma) non ho scorto i primi lembi di una terra spoglia, coperta di poche sparute case e da un tappeto verde tenue pronto ad ingentilirla, sebbene avvolta in una coltre di nebbie minacciose.
Mio compagno di viaggio è stato il mio fedele Arthur (come mi piace chiamarlo), che mai prima di allora avrebbe pensato di sbarcare in territorio islandese, essendo di norma attratto da ben altre latitudini e che, nonostante un primo, comprensibile disorientamento, è a tutt’oggi uno dei più agguerriti ambasciatori dell’“Islanda nel mondo”.Diamo i voti all'isola: promossa con lode!A giugno abbiamo trovato temperature piuttosto rigide, praticamente mai al di sopra dei dieci gradi. La media era intorno ai 4/5 gradi purtroppo. Quindi vi conviene equipaggiarvi con indumenti caldi e pratici, vestirvi a strati data l’irrequietezza dell’umore meteorologico islandese, e munirvi di indumenti waterproof e buste di plastica di protezione per le macchine fotografiche e attrezzatura varia, oltre che proteggere voi stessi dalla furia dei venti e dai violenti spruzzi in prossimità delle colossali cascate.Mentre il bus ci porta dall’aeroporto di Keflavik verso Rejkyavik, continuo a ripetermi, come incredula, “Sono in Islanda… in ISLANDA!”. Sebbene il paesaggio fuori dal nostro finestrino ha ben poco di attraente, con il suo deserto nero da cui sembra bandita ogni forma di vita, con i grossi sassi neri sbriciolati ai margini della strada, e il cielo che preannuncia battaglia.
Al terminal del bus, incontriamo Svana (Svanfriður Invarsdóttir, Urðastekkur, Reykjavik, tel. 5574095, svanfridur@simnet.is), un’arzilla e anziana signora che è la proprietaria del b&b dove soggiorneremo per 2 giorni, alla scoperta della capitale e dintorni. Simpatica, socievole e disponibile, la nostra ospite ci dice che è appena tornata dall’Italia, e confessa che per fronteggiare il tempo in Islanda bisogna essere notevolmente dotati di forte senso dell’ umorismo. Con lei iniziamo a saggiare il curioso “accento elfico” con il quale gli islandesi colorano il loro pur ottimo inglese. L’ambiente è confortevole senza troppi fronzoli, ma è un po’ distante dal centro città in una zona di case gemelle e di stradine tutte uguali dove perdere i punti di riferimento è un gioco da ragazzi.

LA CAPITALE REJKYAVIK: 16 e 17.6 (I e II giorno)
Sotto una pioggia torrenziale e un (bel) po’ scoraggiante avviene il nostro primo incontro con la capitale Rejkyavik. Sulle prime un po’ desolante, la città non tarda comunque a dispiegare il suo carattere e temperamento nordico. Le case mi colpiscono subito perché, essendo abituata alla bellezza architettonica di quelle tipicamente scandinave, queste al confronto sembrano una specie di lattine colorate ed asfittiche. Non sono infatti costruite in legno (in Islanda non ci sono alberi), ma in una specie di lamiera, con i soffitti bassissimi per trattenere il più possibile il calore. L’agglomerato urbano di Rejkyavik è decisamente caotico, lo sviluppo urbanistico della città sembra per lo più casuale. Ricordo di aver letto della naturale vocazione anarchica degli islandesi, e questo ne è un primo esempio, anche se francamente sarebbe veramente grave se poco meno di 300.000 anime non fossero in grado di autoregolamentarsi e di convivere pacificamente (ne saremmo forse capaci persino noi italici!).
Le costruzioni islandesi non brillano certo per eleganza e le case che si affacciano sul porto sono una specie di mostri edilizi dall’aspetto inquietante. La città dà l’impressione di un grosso cantiere in espansione. Contemporaneamente però la città cerca con coraggio la propria voce, l’espressione del suo carattere più vero e determinante. E lo trova. Nelle bizzare gallerie d’arte che hanno il look di negozi dell’usato e di anticaglie e che suppliscono per numero e varietà ad evidenti carenze strutturali dei generi di prima necessità. Della serie: ma dove sono i supermercati? Gli islandesi (forse) non mangiano, creano e basta! Come nei murales che decorano le facciate delle case e di molti muri cittadini, in un festoso guazzabuglio di colori, o di nordica e melanconica ispirazione. Come le inquietanti sculture di figure umane che si trovano nel centro di Reykjavik, ma che ho visto sparse anche in altri centri abitati fuori dalla capitale.

In Islanda si avverte costantemente la necessità di affermare la civiltà, intesa come segno tangibile dell’uomo, e come arma di sfida ad una Natura impareggiabile, dotata di una bellezza crudele, impervia e spietata, in una lotta impari per la sopravvivenza. La cultura a queste latitudini diventa più che mai strumento di autoaffermazione, estensione del se’ umano che gli permetta di affermare: IO QUI SONO. Nonostante tutto…

Il 17 giugno è il giorno dell’Indipendenza islandese. Una delle festività più importanti. La città si riempie inaspettatamente di gente. La cattedrale Hallgrímskirkja che dalla cima della collina getta il suo sguardo giù per le vie della città sembra persino meno austera nel giorno di festa. Tutto è musica e colore in uno sventolìo generale di bandierine rosso-blu.
Con una breve passeggiata si passano in rassegna i principali luoghi d’ interesse: il Raðhús (Municipio), la piazza centrale di Austurvöllur, il popolatissimo stagno (Tjörn) che ospita diverse specie selvatiche, e soprattutto il vascello vichingo capovolto che scruta impavido l’orizzonte (Sun Craft). Per concludere la serata e goderci l’inaspettata folla ed allegra baraonda generale, ci sediamo dal secondo piano dell’ottimo ristorante indiano Shalimar proprio sulla Laugavegur, la via principale di Reykjavik.
Voto: 7-

Appena fuori dalla capitale si ha la percezione di un mondo-altro, o per meglio dire di vari altri-mondi, tale e tanta è la varietà paesaggistica di questa isola dei sogni.

AVVERTENZA: Alla fine di ogni paragrafo ho cercato di sintetizzare il mio personale gradimento del luogo visitato con un voto numerico. Si tratta di un commento basato su diversi parametri: in primis quello paesaggistico-naturalistico, ma anche quello logistico (agibilità, distanza, fattore economico) e quello relativo alle cosiddette variabili legate alla specificità del momento (es. pioggia, sole, pulizia, etc.). Si tratta tuttavia di un giudizio di carattere puramente personale, e come tale deve essere interpretato. La specificità di ogni paragrafo reca comunque la scansione complessiva del nostro itinerario, che si suggerisce vivamente di sviluppare in 10-15 gg per non essere sottoposti al massacrante tour de force non-stop che invece è toccato (volontariamente) a noi.

IL CIRCOLO D’ORO: 17/6 (II giorno)
1. THINGVELLIR = Da Reykjavik prendete la RD 36. Quando arriverete a questa pittoresca vallata avrete subito la sensazione di essere in un posto unico al mondo. Attraversare la dorsale atlantica che ha diviso il Vecchio dal Nuovo Mondo non è certo cosa da tutti i giorni. Al luogo si può dedicare un’escursione di un’ora o due, oppure anche di tutta una giornata. L’estensione dell’area di interesse naturalistico è infatti notevole, e comprende il lago Þingvallavatn e numerose ed interessanti cascate. Voto: 7

2. GEYSIR = Proseguiamo lungo la 365 che vi sconsigliamo se non disponete di un fuoristrada, perché, benché non sia una pista (in Islanda le piste sono segnate su carta ed indicazioni stradali con la lettera F = strada impraticabile se non con mezzo 4x4), è comunque abbastanza impervia ed impraticabile.
Dire geyser è come dire Islanda nell’immaginario collettivo. La colonna di acqua bollente che si alza con ritmo naturale cadenzato alla perfezione è imponente e sbalorditiva per il suo vigore e improvviso fragore. Anche il colore dell’acqua è stupefacente: un azzurro intensissimo e quasi irreale, dovuto alle sue componenti chimiche. In particolare lo zolfo. E’ lo stesso colore che troverete nelle numerose piscine naturali en plein air, l’altro MUST islandese. Come la celeberrima LAGUNA BLU (Bláa Lónid), nella Reykjanes peninsula, sulla medesima strada che porta anche all’aeroporto. Voto: 8

3. GULLFOSS = La Gullfoss (la Cascata d’ Oro) è - a mio parere - la più stupefacente delle innumerevoli cascate islandesi, tra quelle che ho avuto occasione di ammirare nel mio viaggio. Il canyon, il salto di 32m in un canyon dai fianchi scoscesi e la portata d’acua della cascata sono qualcosa di straordinario, che toglie il fiato. All’orizzonte i visitatori si profilano come piccoli e sparuti puntini verticali (basta dare un’occhiata alle foto scattate) di contro alla maestosa grandezza della cascata. Assolutamente impedibile. Voto: 10

4. KERIÐ = Percorriamo la Rd 35 per immetterci sulla Rd 1 e tornare verso Reykjavik. Ci imbattiamo così per caso in questo gigantesco cono vulcanico rosso amaranto formatosi in seguito ad un’esplosione dalle acque color verde smeraldo. Vale la pena di una deviazione. Voto: 7

LA PENISOLA DELLO SNÆFELLSNES: 18/6 (III gg)
Lasciata alle spalle la capitale e il circuito più turistico, comincia il nostro percorso alla scoperta dell’ Islanda meno nota, più selvaggia e solitaria. Svana ci preannuncia la bellezza della penisola che stiamo per esplorare. Ci annuncia quasi profetica che nessun luogo è più meraviglioso in una giornata di bel sole ma - vista l’imprevidibilità del tempo islandese - non ci resta che affidarci al caso, o agli dei...

Da Rejkiavik prendiamo la Rd 1 direzione Borgarnes via Akranes e proseguiamo poi lungo la strada costiera n. 54.
Il territorio è di straordaria bellezza già dai suoi primi scorci: il verde dei prati è abbagliante, e il muschio cresce copioso anche sulle sterminate distese di detriti vulcanici. Cinti dal vigile occhio di montagne imperscutrabili, avvolte in una luce violacea ed evanescente, che sembra volerle proteggere o renderle rarefatte, surreali, come di un altro mondo... Le loro forme sono bizzarre, seghettate ed irregolari prima, e come disegnate con il compasso poi. Ecco i primi coni vulcanici, con le loro simmetrie. Il VULCANO DI ELDBORG - ad esempio - con la sua buffa forma piatta a “portauovo”. E poi il primo grande, colossale ghiaccio: lo Snæfellsjökull. Che emozione! Continuiamo a circumnavigare le sue acuminate punte di ghiaccio, sottili e brillanti come aghi di cristallo, senza mai aver l’impressione di averla fatta franca, di essere sfuggiti al suo possente controllo, a quel suo gelido respiro... E’ tutto molto più grande di noi, possente e incontrollabile...
Dalla parte opposta del ghiacciaio c’è la costa, con il ruggito possente dell’oceano, le miariadi di uccelli, e le imponenti scogliere nere cesellate dalle onde.

1. FORVAÐINN = Prima di arrivare al mare, facciamo una deviazione lungo la strada n. 574 (una delle tante improbabili d’Islanda) arrampicandoci su una strada ghiaiosa che ci porterà alla scoperta di questo luogo desolato, dove lo sguardo si espande all’orizzonte su un’ampia distesa rocciosa ricoperta di muschio, su possenti contrafforti lavici e e un’atmosfera che di terrestre ha ben poco.
Voto: 7

2. BUÐAVIK = In questa piccola località, vi affaccierete su una piccola baia lavica dove abbiamo avvistato una foca non troppo lontana dalla riva, e che anzi sembrava piuttosto incuriosita dalla nostra presenza. C’è inoltre una piccolissima e deliziosa chiesa in legno scuro. Vale la pena scovare il custode che ha in consegna la chiave per dare uno sguardo all’accuratissimo ma lillipuziano interno. Voto: 7 ½

3. HELLNAR = E’ possibile raggiungere questa località attraverso il sentiero panoramico che la riconduce a Arnarstapi, che si davvero preannuncia interessante dal punto di vista naturalistico, ma che non abbiamo approfondito per mancanza di tempo. Il luogo si caratterizza per una serie di suggestive scogliere levigate dal vento e dal mare, per i promontori verdi affacciati sull’oceano e per una nutrita colonia di uccelli (gabbiani in prevalenza) che popolano gli antri delle scogliere e che sono l’unico suono che udirete, a parte la voce del vento e quella dell’inquietante Barður Snæfellsás, la gigantesca personificazione del custode del ghiacciaio, una specie di totem locale di sicura suggestione vista la sua imponenza e la sua collocazione mozzafiato. Imperdibile. Voto: 8

Proseguiamo nel nostro periplo della penisola. Di tanto incontriamo vascelli e fattorie abbandonate di grande suggestione (una costante islandese), rarissime le macchine ed i centri abitati, che per lo più hanno minuscole dimensioni. Proseguendo lungo la Rd 54, arriviamo non senza qualche difficoltà di guida (il percorso panoramico si snoda ad un certo punto su una strada ghiaiosa (indicata come “malbik” nei cartelli di riferimento) a Stykkishólmur, capoluogo e maggior centro abitativo della zona.

4. STYKKISHÓLMUR = Questa ridente e colorata cittadina si trova proprio sulla punta della penisola dello Þórsnes ed è la città più grande della regione (non che ci voglia poi molto) e se i fiordi occidentali (dove eravamo diretti e che abbiamo poi dovuto dolorosamente tagliare dal nostro itinerario per mancanza di tempo) non ci fossero apparsi di colpo come un’amena e lontanissima località, sarebbe stata una tappa che il nostro itinerario avrebbe forse ingiustamente tralasciato. Si tratta infatti una vera e propria cittadina, più che un villaggio, essendo dotato di di servizi come un supermercato, un albergo, un ufficio turistico, un ufficio postale ed alcuni negozi. Una vera rarità in Islanda! Da qui si parte per numerose escursioni in battelllo dirette alle isole del Breiðafjördur, dove si possono osservare numerose specie marine e ornitologiche. Noi abbiamo rimandato questa esperienza a più nordiche latitudini “accontentandoci” del suggesivo panorama che si gode dal punto più alto della città, su un promontorio del porto, in una bella giornata di sole. Dall’alto si ha la vista sulle simpatiche casette colorate, e sembra di toccare e di essere tutt’uno con l’azzurro del cielo. Ma la cosa che riempie di più il cuore è sicuramente la vista sul ghiacciaio, che qui per la prima volta, si riesce ad abbracciare in un unico colpo d’ occhio.
Per il pernottamento siamo stati ospiti dell’Hotel Stykkishólmur (Borgarbraut, tel. 430 2100), che sebbene un po’ più caro dei locali e strapieni b&b (si consiglia di prenotare in anticipo), si è rivelato veramente accogliente, sia dal punto di vista delle camere con bagno, sia soprattutto per la gentilezza del proprietario che mi ha persino regalato la sua dettagliatissima cartina e mappa stradale, oltre ad averci profuso una serie di saggi e validi consigli.
Voto: 7+

LUNGO LA RING ROAD n.1: 19/6 (IV giorno)
Da Stykkishólmur torniamo indietro lungo la Rd 56, per poi tornare sulla 54 per Borganes, in modo tale da evitare di proseguire lungo la strada ghiaiosa del giorno precedente. Da Borganes riprendiamo la Ring Road, la strada n. 1 nonchè unica vera “autostrada (2 corsie) dell’isola per dirigerci verso nord, in direzione di Akureyri.
La giornata promette bene, c’ il sole e l’aria è tersa. Il percorso si snoda nell’entroterra, tra montagne dai colori e dalle forme bizzare e tra l’immensità di altri indimenticabili ghiacciai. Il percorso è puntellato da gruppi di cavalli in libertà che sono una sorta di tutt’uno con il paesaggio. Ricordo di non averne mai visti di così numerosi, nemmeno nella verdissima Irlanda. E’ incredibile come – temprati alla perfezione dal rigido ambiente – siano così sani e robusti, col pelo lucido e le lunghe criniere pettinate dal vento. Posso solo immaginare come alla fine dell’estate gli allevatori avranno il loro bel da fare nel lavoro di raggruppamento dell’allevamento prima del lungo e gelido inverno. Ma ora siamo solo all’inizio. L’estate è nell’aria, in questo freddo sottile che reca la sua ultima sferzata, l’ ltimo e gelido soffio d’addio dell’inverno...

1. AKUREYRI = dopo diverse ore di macchina (389 km se partite da Rejkyavik) giungiamo infine alla “capitale del Nord”, così è infatti detta la città, che anche la seconda d’Islanda per numero di abitanti. La sua posizione è strategica: ai piedi di un immenso ghiacciaio, ancora completamente bianco nella sua sommità, e alla fine di un fiordo profondissimo, che solo timidamente lascia intuire il mare, laggiù, oltre le interminabili pareti scoscese che continuano fin sulla linea dell’ orizzonte. Vediamo alcune immagini della città in inverno. L’intera zona in inverno è completamente ghiacciata e la città sembra come incastonata tra cielo e mare, senza possibilità di scampo. Dalle immagini sembra che vivere qui in inverno significhi vivere all’ alba dei tempi, nell’era delle grandi glaciazioni...
D’estate la città sembra essere invece la più vivace d’Islanda, con i suoi caffè all’aperto e i locali di ritrovo di tendenza. Almeno così si leggiamo nella nostra guida, perchè francamente al nostro arrivo, la città non pullula certo di vita, forse per l’ora tarda (he qui significa le 8 di sera), o forse perchè quassù l’estate arriverà con qualche settimana di ritardo. Facciamo un giro per il centro cittadino e visitiamo la Akureyrarkirkja posta in cima ad un’altissima scalinata di legno che domina il centro cittadino. Scendiamo verso il porto e facciamo persino un po’ di spesa dato che le “provviste di importazione” (italiane e svedesi) cominciano a scarseggiare. Compriamo 2-3 cose e spendiamo una cifra decisamente sproporzionata all’acquisto. Leggende comprovate d’ Islanda...
Infine decidiamo di sperimentare uno degli osannati localini del centro città per una pausa caffè prima di ripartire. La nostra scelta cade sul Cafè Amour, che presenta un interno alternative quanto basta e di tipica fattezza islandese, ad esempio gli affreschi con riferimenti molto “peace & free love” abbastanza espliciti. Ci sono anche alcuni clienti indigeni. La gioventù islandese è molto anticonvenzionale, alla maniera britannica, ma con un gusto ed uno stile tutto suo. Molto radical chic. Molto hyppie. Molto Björk. Come la cameriera del locale, che le somiglia molto, con i capelli neri e la pelle chiarissima ed i piccoli occhi allungati e sorridenti.
L’ultimo sguardo sulla città lo gettiamo dall’altra parte del fiordo, quando la luce si affievolisce e ci troviamo davanti uno sconfinato campo di “lupins” (questa è la traduzione inglese perché non so il nome in italiano), tipici fiori nordici di colore viola che qui caratterizzano decisamente il territorio. Mi accorgo anche dell’originalità di un cartello autostradale decisamente vistoso color rosso fuoco che avverte: attenzione agli uccelli sulla via…
In effetti questo è il paradiso degli uccelli. La sterna codalunga ad esempio è praticamente ovunque, messaggera dell’estate e cattivissima con chi le invade il territorio. Ma ci sono anche beccaccini, beccacce, oche selvatiche, smerghi, germani reali e innumerevoli specie di gabbiani lungo le coste.
Sono le persone, e le macchine qui la vera rarità, ma intanto il cartello ce l’ hanno messo, tanto per non sbagliare…
Voto: 7-

2. GOÐAFOSS = Riprendiamo la Ring Road direzione est.
Proprio a breve distanza dall’autostrada, e a pochi km da Akureyri si trova la famosa cascata degli dei dove si dice siano state gettate le statuine raffiguranti gli dei pagani quando il capo dell’ AlÞing (l’antichissima e libera assemblea decisionale islandese, il primo “parlamento” democratico del mondo) decise di convertire la nazione al Cristianesimo. Un luogo leggendario quindi. E si vede. Decidiamo di chiedere ospitalità al vicino piccolo albergo Fosshóll (tel. 464 3108). Ci va bene visto che hanno disponibilità di una piccola ma graziosa “camera con vista” nonostante l’ora tarda e spendendo l’equivalente di una ventina di euro. A pensarci bene è il posto più bello dove abbiamo dormito nel corso del viaggio, visto che non capita mica tutti i giorni di affacciarsi dalla propria finestrella e ammirare una straordinaria cascata alla luce del sole di mezzanotte. Proprio quello che è successo a noi. Voto: 9

DA USAVIK A MYVATN (DALLE BALENE AI MOSCERINI):20/6 (V giorno)
Uscendo sulla Ring Road dopo un’abbondante colazione, ci immettiamo sulla Rd. 85 in direzione Usavik dando persino un passaggio ad una malcapitata simpatica ragazza polacca avente la stessa nostra destinazione. Una quarantina di km ci separano da Usavik, all’estremità settentrionale d’Islanda.
Una volta giunti a destinazione, salutiamo la nostra amica e realizziamo subito che dovremo rimandare al pomeriggio l’escursione di avvistamento delle balene per una questione d’orari. La maggior parte dei turisti si spinge infatti fino a questo avamposto settentrionale per le ottime possibilità di vedere dal vivo i grandi cetacei a bordo di grandi vascelli adibiti all’uso.
Tra le escursioni proposte, scegliamo quella offerta dalla Norður Sigling (tel. 464 2350, sito internet: www.nordursigling.is)che propone una gita di 3 ore che include oltre alla magica esperienza della ricerca e dell’avvistamento delle balene, anche la scoperta dell’isola di Lundey (l’isola dei coloratissimi pulcinella di mare) per i quali nutro una vera e propria predilezione.

1. ASBYRGI = Nel frattempo però per ingannare l’attesa, decidiamo di proseguire lungo la Rd 85 per recarci alla scoperta del famoso canyon. La leggenda vuole che la sua formazione sia dovuta allo zoccolo del cavallo di Odino. La spiegazione dei geologi sembra tuttavia non meno stupefacente: formatosi nel giro di 48 ore in seguito all’esplosione di una caldera che si trovava al di sotto della calotta glaciale del Vatnajökull. Sebbene il Vatnajökull si trovi appunto piuttosto lontano da qui.
Quale che sia la spiegazione che spiega il mistero della sua genesi, il posto è una delle aree più verdi e lussureggianti d’Islanda, essendo ricoperto da una foresta di alberi, una vera rarità in questo paese. Gli alberi infatti suscitano l’ammirazione e la meraviglia degli islandesi, che essendo più abituati di noi a certe “stranezze” del loro singolare paese, si entusiasmano alla vista di un qualsiasi albero di medio-piccole dimensioni. Persino alquanto spennacchiato. Il risultato è che la foresta del canyon risulta essere un po’ anomala rispetto alle altre “cuginette” scandinave. Quasi un bosco in miniatura, ma che ha certo un fascino surreale e incantato. Per salire sulle grandi pareti laterali ed ammirare il canyon dall’alto, dovrete fare fronte alla vostra abilità di scalatori, visto che non sarete forniti che di corda e null’altro.
Voto: 6 ½

2. PENISOLA TJÖRNES = La strada 85 che si snoda tra Usavik e Asbirgy ci porta ad esplorare le bellezze paesaggistiche della penisola su cui sono situate. Montagne viola dalla punta di ghiaccio, leggere spruzzate di verde appena accennato su interminabili spiagge nere, carcasse di delfini e piccole balenottere spiaggiate sulla sabbia in seguito al repentino ritrarsi delle onde del mare, un mare sconfinato color azzurro melanconia, alte scogliere popolate da colonie di chiassosi uccelli marini, una leggera nebbiolina all’orizzonte che sfuma i contorni del cosiddetto mondo visibile.
Voto: 8

3. USAVIK = Torniamo quindi in tempo per un breve giro di ricognizione della graziosa cittadina. La chiesetta, il porto, le case policrome sono molto caratteristici e Usavik meriterebbe una visita a prescindere dalle balene. Ma la crociera è chiaramente il punto culminante della nostra esperienza. Appena partiamo, volgendo lo sguardo verso la terraferma e alle montagne che ci cingono, mentre di fronte a noi abbiamo il mare aperto, abbiamo l’impressione di trovarci in uno di quei documentari televisivi che ti lasciano incollati ed estasiati davanti al video.
Le montagne viola del Víknafjöll ci scorrono al fianco con le loro punte innevate perfettamente triangolari, mentre stormi di uccelli delle più infinite varietà fendono l’aria giocando con il vento e con le onde del mare, velocissimi e leggeri. Le acque sono ricche di pesce di cui gli uccelli sono naturalmente ghiotti. Ogni loro tuffo corrisponde ad un lauto boccone. Man mano che procediamo nella navigazione, ci avviciniamo al verde isolotto di Lundey, che significa appunto “isola dei pulcinella di mare”, e scorgiamo quindi i piccoli nati di questa specie, che si gettano coraggiosamente nelle gelide acque cimentandosi nei loro primi voli. Sono piccoli, goffi nel loro annaspare nell’acqua, tenerissimi, con il becco colorato ed il piumaggio corvino. E’ un’emozione incontrarli per la prima volta. Di balene però neanche l’ombra. La ricerca si protrae per alcune ore, l’equipaggio non desiste, e alla fine, dopo aver scandagliato in lungo ed in largo il tratto di mare aperto di fronte al porto, riusciamo ad avvicinare e ad ammirare il grosso cetaceo, una balena “minke”, che anzi ci delizia con alcune evoluzioni, con uno stupefacente salto acquatico che ci dicono essere piuttosto raro. Ci avviciniamo al grosso cetaceo, anzi, dopo un po’ ce n’è anche un altro, della stessa specie, con il suo piccolo… insomma torniamo in porto a vele spiegate con un bel bagaglio di emozioni. Un po’ stremati per il freddo e il mal di pancia dovuto alla lunga e perigliosa navigazione, che ci fa rinunciare alla “sciccheria” del concederci una tazza di cioccolato caldo e dolcetto che il simpatico equipaggio ci offre a ristoro delle nostre fatiche. Voto: 10 (nonostante tutto!)

4. LAGO MYVATN: Proseguiamo il viaggio benché l’ora sia tarda e le nostre energie un po’ provate. Tuttavia in nostro aiuto c’è la luce perenne dell’estate nordica, che ci permette di gustare di panorami e nuovi meravigliosi scorci a tutte le ore. Siamo diretti a sud, lungo la n. 87 direzione Reykjalið. Per la prima volta incontriamo il deserto. Chilometri che scorrono via su una strada agevole ma circondata dal niente, costituito da una distesa di sedimenti rocciosi color grigio-nero, che in alcuni casi costituiscono delle vere e proprie montagne di detriti di polvere vulcanica. Non ci sono uccelli qui. La zona è a dir poco inospitale e somiglia alle descrizioni su cui mi ero documentata riguardanti l’interno dell’isola. Tuttavia il silenzio e la desolazione hanno pure il loro fascino. Giungiamo a Reykjalið dopo circa un’oretta di strada, adagiato sulla sponda nord-orientale del famoso lago e principale centro abitato. Pernottiamo al Vogar, che offre camere private modeste ma decorose con bagno in comune. Usufruiamo della cucina per preparare un’indimenticabile zuppetta con cui ci riprendiamo dal freddo gelido del Mar Glaciale Artico e che degustiamo alla luce del sole di mezzanotte che filtra dalla finestra prima di goderci il meritato riposo.

DA MYVATN A SEYÐISFJÖRÐUR: 21/06 (VI giorno)
La zona intorno al lago Myvatn è un’area ricca di campi lavici a forte attività geotermale, mentre le sponde del lago (37 kmq di superficie) sono un paradiso per gli uccelli, luogo di riproduzione di moltissime specie.

1. DIMMUBORGIR = seguendo la strada n. 1che scende lungo la sponda sud del Myvatn, arriviamo in questo luogo fantastico formatosi come per incanto dalla lava fuoriuscita da una serie di crateri circostanti circa 2000 anni fa. Esploriamo l’area con un fare trasognato, gettando lo sguardo incuriosito alle strane ed inquietanti formazioni di cui la Natura è stata il fantasioso architetto il cui culmine è costituito dalla cosiddetta Kirkjan (=chiesa), una grande grotta lavica le cui forme e proporzioni stupefacenti ricordano davvero una cattedrale gotica. E’ un luogo dove perdersi in un’atmosfera sospesa tra sogno e incubo.
Voto: 7

2. LAGUNA BLU = Torniamo indietro lungo la n. 1 in direzione est per recarci alla stazione geotermale appena un km a est del villaggio di Reykjalið dove vogliamo finalmente sperimentare una delle esperienze più tipicamente islandesi: l’immersione in una piscina all’aperto riscaldata con acqua termale color turchese intenso (cioè ricca di zolfo), calda e rilassante, mentre la temperatura esterna è di 3-4 ºC.
Il centro è attrezzatissimo. L’orario di apertura è 9-22 da giugno ad agosto, e 9-18 da settembre a giugno. Oltre alle piscine, ci sono anche sauna, palestra e solarium. Si hanno a disposizione cassette di sicurezza, spogliatoio, docce (da fare rigorosamente anche prima di entrare in piscina). Tutto estremamente pulito e curato. Se avete dimenticato il costume o tutto il necessario, tipo asciugamani o accappatoio, non preoccupatevi perché si può noleggiare tutto. I prezzi non sono altissimi, visto che si tratta di un’attività molto popolare in Islanda. Il momento più delicato dell’intera esperienza è senza dubbio la cosiddetta “prova accappatoio”… ovvero quei 3 secondi in costume da bagno che vi separeranno dalla vasca termale. Ma una volta immersi nell’acqua turchese, la sensazione sarà estremamente piacevole e rilassante. Ne uscirete di certo come rigenerati, con una intensa sensazione di pulito. Il centro dispone anche di un ristorante, con prezzi mediamente abbastanza elevati. Noi abbiamo optato per una sosta alla caffetteria e per un pranzo veloce (self-prepared) sulla terrazza coperta con vista sulle piscine.
Voto: 10

3. KRAFLA = L’ area intorno al lago Myvatn, posta lungo il proseguimento della Ring Road in direzione dei fiordi orientali, è completamente desolata. Siamo avvolti in un’atmosfera irreale, ove fumi e vapori si levano dalle viscere della Terra come alti falò, distinguibili anche a miglia di distanza. Scontate le reminiscenze di Verne (“Viaggio al centro della Terra”) o dell’Inferno dantesco che spesso si leggono associate a questa terra così unica. Ci fermiamo ai piedi del temibile VULCANO HVERFELL, dove i vapori e i ribollii della terra vulcanica nelle viscere hanno generato delle immense bocche fumanti. Il cono del vulcano è temibile: un gigantesco anello di tefrite alto 463 m. che funge da punto di riferimento dell’intera zona con il suo rosso fuoco minaccioso. E’ possibile raggiungerne la cima seguendo uno dei percorsi tracciati. Ma noi non ne abbiamo il tempo. Mi guardo intorno con aria esterrefatta. Un posto impossibile da dimenticare. Voto: 9

4. DETTIFOSS = Proseguiamo per un breve tratto sulla Ring Road 1 e deviamo all’imbocco della strada 864 (strada malbik = interamente di ghiaia), che è stata in assoluto la strada più impervia da praticare, quasi impossibile per chi come noi era sprovvisto di fuoristrada e di trazione 4x4. Credo ci siano volute circa 2 ore per percorrere i 28 km che ci separavano dal canyon scavato da una serie di spettacolari cascate tra cui primeggia indistintamente la Dettifoss.
La 864 è il deserto più deserto d’Islanda, è la continuazione naturale del desolato entroterra di cui non abbiamo potuto avere che un assaggio a causa dell’impraticabilità delle piste (che aprivano appena qualche giorno dopo). Qui ogni forma di vita è bandita completamente, finché già da chilometri di distanza non si scorge la gigantesca nuvola di vapore generata dalle cascate. Quando ce l’hai di fronte, la Dettifoss ti lascia atterrito, per sua fragorosa potenza, per la sua forza incontrollabile. E’ la maggiore cascata d’Europa per portata d’acqua (500 metri cubi di acqua al secondo), una vera e propria centrale elettrica. L’impatto che ne riceve il visitatore è poi amplificato dall’assenza di barriere di protezione e si deve stare veramente attenti per non esserne inghiottito facendo un salto di diverse centinaia di metri. Nell’area del PARCO NAZIONALE DELLO JÖKULSÁRGLJÚFUR dove ci troviamo si trovano tre spettacolari cascate. Risalendo verso Nord lungo la 864 (sempre più accidentata, aiuto!) giungeremmo nuovamente al canyon di Asbyrgi, ma tralasciamo persino la cascata Hafragilsfoss, e ci dirigiamo invece alla scoperta della SELFOSS attraverso il percorso percorribile solo a piedi in direzione sud da Dettifoss e discretamente impegnativo. Impieghiamo circa una ventina di minuti. La cascata si divide in diversi flutti d’acqua distinti che ne limitano l’impatto visivo rispetto alla portata d’acqua della “cuginetta” Dettifoss. Tuttavia si tratta di un’altra meraviglia naturalistica. Voto: 9

5. SEYÐISFJÖRÐUR = Seguiamo la Ring Road in direzione EGILSSTAÐIR, Il paesaggio è ancora straordinario. Deserto e montagne di sedimenti vulcanici con qualche sprazzo di verde speranza. In mezzo a questa solitudine, l’incanto è trovare oche selvatiche, germani reali e sterne codalunga sulla rotta della loro migrazione… quassù si sentiranno ormai salve, ormai a casa.
Proseguiamo e quando siamo ormai di nuovo prossimi alla costa, ecco che riappare l’acqua, elemento di vita, dopo km di deserto, e nella maniera che qui gli è più congeniale, cioè sotto forma di corsi d’acqua che poi formeranno dirompenti cascate (25 in totale). Ne incontriamo diverse di interessanti lungo la strada che ci porta ad Egilsstaldir, porta d’ accesso ai fiordi orientali. La strada n. 93 che da qui ci porta a Seyðisfjörður è davvero spettacolare anche se presenta una certa difficoltà. Si sale e si scende da una serie di promontori mozzafiato. La strada è asfaltata ma è costituita da una serie infinita di tornanti e curve mozzafiato senza alcuna protezione ai margini della strada. Insomma roba da far venire le vertigini anche a chi non ne soffre.
Arrivati ad una certa quota, siamo immersi in una fitta bruma che abbiamo capito si originava dalle ampie porzioni di ghiaccio non ancora disciolto che erano presenti sulla sommità dei promontori, dove eravamo noi appunto. Sembrava che di colpo fosse tornato l’inverno, mentre stupiti spiavamo un mondo di silenzio completamente ghiacciato ed intatto dai finestrini e dagli specchietti retrovisori. Poi d’un tratto, il disgelo! Dopo una lunga salita, ecco che la strada scende in picchiata e si vede getta nel fiordo, proprio dove – diversi rocamboleschi km più giù – si trova il villaggio. La strada è quindi abbastanza impervia (benché asfaltata), ma è un vero spettacolo naturale, con un insieme di cascate che dalla sommità portano l’acqua dei ghiacciai in fase di disgelo a valle.
Quando infine arriviamo al paese, ci dirigiamo all’Halfadan Hostel (Ránargata 9, tel 472 1410, thorag@simnet.is). Ma contravvenendo a quanto espressamente ricordato dalla guida, non avevamo prenotato, ed avendo la sfiga di trovarci da quelle parti proprio il mercoledì sera, la cioè la notte precedente alla partenza del traghetto diretto in Europa (il giovedì mattina appunto), non troviamo posto. Con un rammarico in più vista l’atmosfera accogliente e un po’ da “circolo degli artisti” che vi si respira. La padrona di casa - Thora - è molto gentile ed ospitale. Si vede che abituata a trattare con tanta gente che viene da posti diversi, che è abituata insomma ad “accogliere il mondo”. Grazie a lei troviamo un‘alternativa per passare la notte. Ci manda all’ostello sempre da lei gestito, ma dall’altra parte del fiordo. Non sarà accogliente come la prima sistemazione, ma non possiamo davvero lamentarci, considerando quanta stada abbiamo fatto e quanto dista da qui il centro abitato più vicino, al di là di montagne e ghiacciai.
Scopriamo meglio la cittadina il giorno dopo. E’ davvero incantevole. Sembra un po’ la Norvegia, con le case colorate dai tetti spioventi, meno bruttine di quelle della capitale, e con il fiordo profondo (16 km) come sfondo scenografico. Il fulcro del paese è poi la deliziosa Chiesa Blu, che svetta col suo campanile a punta. Facciamo una passeggiata sul molo per vedere partire l’enorme nave che una volta alla settimana torna in Europa e penso a quanti passeggeri-viaggiatori immaginano e sognano questa meravigliosa isola e alla loro emozione quando finalmente la scorgono dal mare. Voto: 8 ½

DAI FIORDI ORIENTALI AL VATNAJÖKULL: 22/6 (VII giorno)
1. COSTA ORIENTALE FINO A DJÚPIVOGUR: Ci mettiamo in marcia dopo la visita di Seyðisfjörður e scegliamo un percorso che ci permetta di godere delle bellezze naturalistiche e degli scorci dei fiordi orientali ma che al contempo sia anche veloce visto che abbiamo purtroppo poco tempo e tanta strada ancora da fare. E’ per questo che scegliamo di puntare su DJÚPIVOGUR, all’estremità meridionali dei fiordi. Per giungervi torniamo prima indietro sulla 93 verso Egilsstaðir, poi ci immettiamo sull’impegnativa n. 92 che ci condurrà sulla costa sud-orientale, fino a ricongiungimento con la Ring Road.
La strada costiera è più agevole di quella interna (non asfaltata), benché ricca di curve e tornanti che permettono di entrare ed uscire dalle insenature che i fiordi formano con le loro teorie di acqua e montagne. Qui il paesaggio è più propriamente scandinavo, verde e rigoglioso, se non fossero le montagne con la loro forma tozza a ricordarti che questo pezzo di mondo è ancora quella meraviglia chiamata Islanda. Le montagne islandesi infatti hanno un caratteristico aspetto da “roccia scavata” con una sommità molto spesso perfettamente piatta per via della forma che il disgelo ciclico dei ghiacci imprime loro. L’attività vulcanica dell’isola in questa zona del paese è quasi del tutto assente, ed infatti scompaiono magicamente sabbia, deserti e detriti neri. Ci sono però oche e altri uccelli selvatici, mentre al posto dei cavalli compaiono (per la prima volta da quando siamo qui) anche le pecore. E ritorna anche il respiro del mare, chiuso e soffocato dal contorcersi della costa, anche se a tratti si apre all’infinito.
A Djúpivogur ci fermiamo per una pausa caffè presso il locale ed accogliente Hótel Framtíð. La località è un minuscolo villaggio di pescatori con la solita chiesa, un ristorante e poche case. Da qui si può partire in battello alla volta dell’incantevole isola di Papey, abitata unicamente da foche ed uccelli marini. Purtroppo noi non ne abbaimo avuto il tempo. Voto: 7+

2. VATNAJÖKULL E SANDUR: E’ ormai tempo di scendere verso sud. Imbocchiamo nuovamente la Ring Road. Passiamo la località di Höfn, e cominciamo a sbirciare ed annusare l’aria impazienti. A questo punto dovremmo riuscire a vedere l’enorme calotta del possente ghiacciaio, il più grande d’Europa. A leggere la guida dovrebbe materializzarsi come una specie di mostro tanto è smisurata la sua estensione. E invece… non si vede nulla. Continuiamo così per km, accolti dalla nebbia e da una leggera pioggerellina. Ma il ghiacciaio non si vede. Ce ne dà un assaggio solo una lingua dello SVINAFELL che protende verso la strada asfaltata e che ci rende l’idea, seppur appena accennata, di un qualcosa di davvero straordinario e imponente. Passiamo anche l’accesso principale allo SKAFTAFELL, quello che viene decantato come il più bello dei parchi naturali islandesi. Purtroppo le condizioni metereologiche ed il tempo a disposizione non ci consentono di effettuare neanche una breve escursione.
Mentre siamo ormai giunti quasi nei pressi del famoso Jökulsárlón, tutto cambia di nuovo in modo repentino: riappare il deserto, ma stavolta si tratta di un deserto nero costituito di liquamosi detriti di ghiaia. E’ il sandur, ovvero la sabbia nera costituita dai vari detriti che l’enorme ghiacciaio sciogliendosi conduce verso il mare. E’ uno dei più tipici fenomeni islandesi, e quello che attraversiamo è lo SKEIÐARÁRSANDUR, la vasta pianura desertica dove il fenomeno è in assoluto più visibile e spettacolare (40 km tra la calotta glaciale e la costa tra NÚPSSTAÐUR e ÖRÆFI).
Nei miei ricordi più vivi c’è il terrificante rumore che sembra sprigionarsi dall’acqua dei torbidi fiumi in piena che spazzano via portando con sè i detriti nella loro corsa furiosa e dannata verso il mare, e che noi attraversiamo percorrendo ponti da colossal.
Voto: 8

4. JÖKULSÁRLÓN: Proprio dopo uno di questi ponti, eccolo spuntare come una celeste visione. Azzurro è il colore del cristallo puro, il colore di questo luogo incantato, il Regno dei cristalli appunto. La laguna degli icebergs lascia senza fiato i visitatori, e questo nonostante nel nostro caso lo sguardo non possa spaziare a 360 gradi a causa della fitta nebbia. Eppure lo spettacolo è proprio lì, sotto i nostri occhi, e nonostante il freddo. Nella laguna nuotano visibilissime numerose foche, e migliaia di uccelli planano sulle sue acque immacolate e ricchissime di pesce alla ricerca del cibo, che puntualmente si tuffano per pescare.
Camminiamo dapprima a margine del percorso, fino a toccare i pezzi di ghiaccio che sciogliendosi assumono le forme più bizzarre, poi ci portiamo più in alto – dove tira un vento gelido – per godere dell’intera visuale su questo prodigio. Il miglior modo per avvistare gli icebergs è però sicuramente quello di partecipare ad un interessante ed unica nel suo genere crociera di 40 minuti tra gli icebergs con dei curiosi mezzi anfibi che partono direttamente dal vicino caffè camminando su ruote fino tuffarsi nella laguna. Mi sento di consigliarvela davvero perché vi permetterà di avere una prospettiva unica sugli icebergs, e vi permetterà di navigarci attraverso. Voto: 10

5. VIK Y MYRDAL: Sempre sulla Ring Road, giungiamo in questa importante cittadina del sud del paese. Le dimensioni del centro urbano sono comunque molto esigue, tuttavia la sua posizione è molto scenografica posta com’è lungo il crinale dove iniziano le spiagge nere del Mýrdalssandur e cinta da grandi altipiani verdi. Sulla cima del crinale del centro cittadino svetta una chiesetta fiabesca e colorata che merita senz’altro una visita. Riappaiono rigogliosi i campi di “lupins”, che danno vita a quello che noi abbiamo icasticamente definito “mondo viola”, per via del colore predominante che la copiosa presenza dei fiori imprime al paesaggio.
Quando ci rechiamo sulla spiaggia, le onde si abbattono fragorose sulla battigia e l’orizzonte è ampio, aperto, sconfinato. Guardo in direzione dell’alta parete rocciosa che si affaccia prorompente sul mare sperando (invano) di rincontrare qualche pulcinella di mare. Tra le onde dell’oceano, in direzione sud-ovest si erge il gruppetto di faraglioni di REYNISDRANGAR. Per mancanza di tempo non possiamo concederci la visita del vicino altipiano di DYHORALEY. La sua colossale struttura forma un ampio arco di roccia osservabile anche dalla lunga e sottostante spiaggia di REYNISFJARA e costituisce con i suoi contrafforti un’importantissima riserva ornitologica (deviazione circa 10 km dopo lungo la Ring Road in direzione Rejkyavik).
Voto: 8

6. SELJALANDSFOSS E SKOGARFOSS: Procediamo lungo la Ring Road in direzione Rejkyavik. La quantità di luce a nostra disposizione comincia ad affievolire essendo ormai passate le dieci. Ma la sua persistenza ci permette di godere ad oltranza degli ultimi suggestivi scampoli d’Islanda. Passiamo purtroppo rapidamente la stupefacente SELJALANDSFOSS, l’unica cascata che è possibile avvicinare girando dietro l’arco che crea prima che questa si getti in un laghetto verde. Ci fermiamo invece nei pressi della cittadina di SKOGAR, per ammirare più da vicino l’omonima cascata. Anche questa è spettacolare ed unica nel suo genere. Ci è possibile arrivare fin sotto al punto in cui l’acqua compie il suo spettacolare salto (62 m.), e lì sotto era davvero come se piovesse a dirotto. Il luogo è davvero incantevole, immerso nel verde, al riparo dalle minacciose nebbie del Vatnajökull, c’è una sola panchina in ferro battuto per il meritato riposo dei visitatori su una vista mozzafiato. Sono le undici di sera ormai quando visitiamo questo luogo straordinario. Non c’è nessuno, come sempre in Islanda del resto. Tornando in macchina notiamo l’ennesimo cartello “malbik endar” e ridendo ci scattiamo una foto. Voto: 9

VERSO KEFLAVIK: 23/6 (VIII giorno)
Passate le cittadine di HELLA e SELFOSS lungo il percorso della n. 1, giungiamo nuovamente alle porte di Reykjavik, e rimaniamo increduli alla vista di un semplice semaforo dopo km e km e intere giornate trascorse nella quasi totale assenza di segni di civiltà. Di qui lasciamo la Ring Road e ci immettiamo sulla strada n. 41 per Keflavik.
Un giorno lunghissimo il nostro iniziato a moltissimi km da qui. Avevamo già stabilito di trascorrere l’ ultima notte praticamente in macchina per poter vedere più luoghi possibili, visto che comunque il volo del ritorno partiva il mattino molto presto (h. 6) e ci avrebbe comunque costretto ad alzarci all’alba. Un giorno praticamente senza fine, come sempre accade nell’estate islandese. La notte svanisce, rimane appena percepibile solo nell’allungarsi delle ombre e nel blu-divenire di quanto era azzurro, e prima ancora di “infiammarsi” alla luce del nuovo giorno. Un giorno straordinariamente sereno quest’ultimo, così carico e prodigo dei raggi del sole. Riconsegnata la macchina, e dormicchiato un po’ in aeroporto, al ritorno ci sentiamo frastornati come due infelici naufraghi, che lungi dall’essere contenti di toccare la terraferma dopo tanto vagare, hanno nel cuore, e per sempre, la sperduta isola incantata.L’offerta di alloggi per dormire non è altissima ma proporzionale alle dimensioni e alla scarsa concentrazione demografica dell’isola. Per il periodo di giugno si può anche azzardare una prenotazione giornaliera come abbiamo fatto noi, ma per luglio e agosto è bene prenotare con un po’ più di anticipo. E’ bene premunirsi di un sacco a pelo. Il costo delle stanze infatti varia infatti (si parte da un minimo di 20 euro) a seconda che si scelga la soluzione “blankets” (cioè letto con lenzuola) o quella con letto+sacco a pelo. In pratica cioè dormirete sullo stesso letto della soluzione più costosa ma invece di usufruire delle lenzuola fornitevi dal padrone di casa, vi adagerete sopra il vostro meraviglioso e personalissimo sacco a pelo. Meglio di così!Importantissima è la scelta della macchina a noleggio. Noi abbiamo optato per la soluzione più economica, prendendo una Yaris (in Islanda sembra esistano solo quelle!) e non lo rifarei. Meglio prendere un fuoristrada, anche se più caro, specialmente se si è da 3 passeggeri in su. Le strade islandesi possono rivelarsi temibili. Per i veicoli NON 4x4 vi sono due tipi di strade percorribili: quelle normali e asfaltate, e quelle di ghiaia, le cosiddette “malbik”. Dovrete fare attenzione a tenervi sempre al centro della carreggiata perché ai margini della strada si accumula una quantità inverosimile di pericolossimi detriti. Infine ci sono le cosiddette piste contrassegnate con una F. Queste sono strade percorribili unicamente con mezzi a trazione 4X4. Per maggiori informazioni, e prima della partenza, è bene visionare il sito di informazioni stradali (vedi Links), dove è disponibile anche il video in lingua inglese “How to drive in Iceland” che fornisce ulteriori consigli e chiarimenti.

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