Un tuffo nell’avventura

in viaggio con Alteredo in Inghilterra , Scozia

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Un tuffo nell’avventura

Da non perdere
Day 1 – 16/07/03
Edimburgo, ore 23

Il significato della parola “viaggiare”.
Ho dato un significato più profondo alla parola viaggiare…
Spostarsi, certo. Scoperta, cammino, curiosità… Il nuovo, in sostanza. Ma anche l’avventura, il suo spirito ribelle, il suo sapore speziato. È forza di volontà che si traduce in chilometri, che si permea del paesaggio circostante, annullandosi e confondendosi come acqua nell’acqua nel contorno disegnato da un passo, un gesto, un angolo passato, una forcella superata, una pietra calpestata o un filo d’erba che si rialza.
Ore 6.45 del mattino, treno per Pisa. Poi il volo, l’atterraggio a Birmingham. Sull’aereo faccio subito amicizia. Due chiacchiere, tanto per ammazzare il tempo. La ragazza si chiama Tamara, trentenne molisana fidanzata con uno spagnolo che lavora vicino Birmingham. Tamara è splendida, voce d’angelo, sguardo intelligente e un tatuaggio sulla parte bassa della schiena che scorgo non appena si alza per prendere il bagaglio posto nell’apposito scomparto sopra le poltrone. Due ore a parlare con lei sono state due ore molto ben spese.
Sceso in terra inglese ho subito una sorpresa: fa ancora caldo, quasi come in Italia. Decido di tentare un esperimento linguistico e mi dirigo verso una graziosa fanciulla dalla pelle nera e dai tratti asiatici che siede dietro il banco dell’ufficio informazioni dell’aeroporto. Nel mio inglese stentato le chiedo dove si trova la stazione degli autobus extraurbani. Guardo il vocabolario: si dice coach, come fosse un allenatore di basket.
Il coach per Edimburgo impiega 8 ore per giungere a destinazione, ma mi basta varcare l’invisibile linea di confine scozzese per sentire intorno a me già tutta un’altra aria. Comincia a frescheggiare e io sono ancora vestito così come ero partito da Firenze: ciabatte sul piede nudo, pantalone corto e canottiera. Pronto per le spiagge tropicali. Sono emozionato… l’avventura tanto agognata ha inizio.
Arrivo nella capitale scozzese in serata. Mi metto in cammino verso l’ostello individuato sulla guida, in Blackfriars street, nell’Old Town di Edimburgo. Il breve tragitto dalla stazione dell’autobus mi permette di rimettere a fuoco vecchi ricordi, lontani di 4 anni, condivisi con Enri e gli altri ragazzi del gruppo. Adesso invece vissuti in solitaria: Princes street, la Royal Mile, il castello arroccato sulla collina nel centro della città, il North Bridge con le sue strane scritte per scongiurare il suicidio dei passanti. Ecco la seconda sorpresa: l’unica fontana pubblica della città, situata sulla Royal Mile a due passi dal castello, è stata chiusa. La mia borraccia resta ancora vuota. Faccio la doccia, mangio due schifezze messicane e mi butto nella città vecchia per un giro notturno che pizzica le corde della mia memoria e mi rianima dalla fatica del lungo tragitto. Poi mi infilo in un bar per bere la prima pinta della vacanza dove mi metto a scrivere queste righe iniziali del journey-book, fumando in santa pace mentre sorseggio una Stella Artois.
Un giudizio sul mio inglese d’esordio: è sufficiente. Quello che non è affatto sufficiente è il mio vestiario. Qui fa freddo, cacchio se fa freddo!


Day 2
Edimburgo, ore 8.00

La prima mattina “scozzese”.
Nella fumosa e chiassosa stanza ricreativa dell’High Street Hostel c’è un inglese scorbutico con la faccia da tedesco che legge un libro, Ows. Sgrano gli occhi, cerco di capire qualcosa. Ma la firma in copertina non contempla il nome di Strange Flower e la delusione si fa cocente. Chissà che fine fa il prode Ego fra quelle pagine…
La mattinata parte con il piede giusto. Nonostante la pioggia, o forse è brina in formato scozzese, che mi accoglie all’uscita dell’ostello, raggiungo rapidamente la stazione degli autobus e lì comincio a cambiare le regole di questo popolo non troppo pignolo per poterlo definire inglese ma nemmeno un granché alla mano. Il mio biglietto dice che devo scendere a Glen Coe Village. Ma io ho altri piani. La Glen Coe la voglio fare tutta a piedi, fino al Village. Ma passando prima dalla cima del Bidean Nam Bian e per la grande traversata dell’Aonach Egach. Sfodero ancora il mio improvvisation english e tratto con l’autista per anticipare la fermata. L’ho spuntata! Il mio inglese migliora ogni minuto di più.
È piacevole osservare come in questo paese, così fiero e attaccato alla propria tradizione e alla propria particolare vicenda storica, l’integrazione razziale sia giunta a risultati così buoni. Specialmente nei luoghi di lavoro come la compagnia di trasporti Citylink che sto imparando a conoscere così bene. In Italia siamo molto più indietro in questo campo.

West Highland Way, ore 21.30
È meglio viaggiare in compagnia…
Sto per andare a dormire. I miei piani di viaggio sono stati tutti stravolti: alla fermata dell’autobus di Glen Coe ho conosciuto Emanuele e Valentina, una coppia di Roma. 24 anni entrambi, lui fotografo, lei studentessa. Emanuele è simpatico e sembra in gamba. Valentina è carismatica, deliziosa, affascinante. Lui l’ha definita bene: Che donna! - ha detto. Sono d’accordo, è fantastica. Anch’io vorrei incontrare una ragazza così… Ma dov’è?
Decidiamo di continuare il viaggio tutti e tre insieme, almeno per un po’. All’apparenza sembrano dei montanari espertissimi, a giudicare dall’attrezzatura, tecnologica e all’avanguardia, che si portano dietro. Soprattutto la tenda è davvero un oggetto di alta classe… Ma a camminare sono deboli, la mia marcia viene pesantemente rallentata. È colpa degli zaini troppo pesanti – dicono – e ci fermiamo presto per montare l’accampamento, di fortuna, selvaggio: freddo, vento, umidità. Lungo il tragitto ha anche piovuto. È avventura pura e distillata.
Siamo nel bel mezzo del sentiero che da Kinlochleven porta a Fort William, cioè nell’ultimo tratto della West Highland Way, la mulattiera di 95 miglia che va da Glasgow a Fort William e che è preda di molti troppi camminatori poco avventurosi ma duri per quanto riguarda la resistenza ai lunghi tratti.
Il mio piano originario per la giornata – la salita al Bidean Nam Bian e il percorso dell’Aonach Egach – è stato spazzato via in un secondo dalle avvertenze di un addetto al soccorso alpino del luogo. Ci dice che è pericoloso, che tutte le estati c’è qualcuno che muore o si fa male. Valentina vuole andare lungo la West Highland Way, da solo non me la sento di iniziare un sentiero potenzialmente rischioso, così decido di adattare i miei piani quelli dei miei nuovi amici… è proprio questo il bello della mia avventura: posso improvvisare, cambiare mille volte idea, modificare i tragitti, i piani, quando e come voglio senza dover rispondere di niente a nessuno.


Day 3
West Highland Way, ore 14.45

Camminare tutto il giorno, a stomaco vuoto.
Il sentiero, completamente pianeggiante, propone alla vista tutta la gamma di verdi di cui la natura è capace. E anche i profumi, forti e di diverse fragranze, sono scagliati come frecce che si incontrano, mi trafiggono, e poi spariscono via per andare a raggiungere altri luoghi.
Abbiamo attraversato boschi e radure, lungo tutta la valle che porta all’oceano. Il paesaggio a volte ricorda i monti Sibillini, altre volte l’Appennino Tosco-Emiliano, altre ancora le Alpi venete. Il cielo è sempre coperto ma la pioggia ci ha graziato, sia durante la mattinata che durante la notte passata in tenda nel nostro “wild camping”, deserto e freddo.
Ancora non ho visto scogliere né grandi cime o luoghi particolarmente oscuri, selvaggi o sperduti. Almeno non come mi apparivano in sogno prima di partire. È perché sono ancora troppo a sud. Me li aspetto nei prossimi giorni. Il paesaggio, poiché siamo “costretti” all’interno della pancia di una lunghissima valle, non è così bello come lo sarebbe stato dalla cima del Bidean Nam Bian o dell’Aonach Egach, ma è molto rilassante e culla i miei passi.
Abbiamo percorso 22 km, sono soddisfatto. Anche perché siamo stati completamente a digiuno, tutto il giorno. Niente civiltà, niente cibo… Anche questo fa parte dell’avventura.


Day 4
Fort William, ore 18

La salita alla vetta più alta del Regno Unito: il Ben Nevis
Dopo tanto wild camping, sperduto per monti e valli bellissime, sono finalmente tornato alla civiltà. Il paese si chiama Fort William. È piccolo ma con velleità turistiche. A me serve solo per passare la notte in un letto comodo e soprattutto asciutto.
Ieri sera ho dormito per la seconda volta nella tenda di Emanuele e Valentina, ma in un campeggio. Stamattina ho scalato il Ben Nevis, la cima più imponente di tutta l’isola britannica, alto 1344 metri. Nonostante non sia paragonabile alle Dolomiti, il dislivello appariva interessante dato che il sentiero inizia al livello del mare. Il mare, poi, è a due passi da qui, collegato a Fort William da due laghi – lochs – contigui.
Sono salito in vetta da solo. Emanuele e Valentina sono rimasti al campeggio, per riposare, stremati dalla camminata di ieri… sono davvero ottime persone ma come camminatori lasciano molto a desiderare. Per tutta la West Highland Way mi sono anche caricato sulle spalle mezzo zaino di Valentina. Troppo pesante per lei, ma unito al mio cominciava a diventare impegnativo anche per me. Li ho lasciati a dormire in tenda e sono uscito alle 7 del mattino… Mi sento un po’ una merda ma non posso permettermi il riposo dopo solo tre giorni e due camminate. Infondo li capisco, i 22 km di ieri hanno messo alla prova anche me. Camminare a digiuno poi, è realmente devastante. L’ultimo pasto lo avevamo consumato la sera prima: un misero panino a testa che ci era costato 9 pound, praticamente quasi come dormire in ostello. Appena arrivato al campeggio, ieri sera, ho letteralmente svaligiato il baracchino che serve bacon salsicce e hamburger.
La pioggia ha cominciato a cadere non appena ho finito di scrivere le righe di ieri – appoggiato ad un sasso lungo il sentiero mentre aspettavo i due ritardatari alle prese con le loro gambe affaticate – alle 15.30. Ha piovuto fino a tutto oggi, ininterrottamente. Risultato: eravamo fradici e distrutti.
Stamattina, però, la voglia di salire sul Ben Nevis era troppo forte. Ben più della stanchezza. Solo la mia però, la loro era inesistente. Ci siamo salutati che stavano ancora dormendo, un breve cenno con la mano, e sono uscito dalla loro tenda e dalla loro vita in un secondo. Penso comunque che li rivedrò non appena torno a Roma.
Il vento in cima al Ben Nevis era fortissimo, assordante. Quasi una bufera. La pioggia fitta, per tutta la durata del percorso, poco meno di tre ore. Ho bagnato I vestiti, sia quelli che avevo addosso sia nello zaino. E mi sono mezzo congelato.
La temperatura era sicuramente ben sotto i 10 gradi, più probabilmente anche sotto i 5. Ed io ero in canottiera e pantaloni corti, come sempre. Il mio k-way non è stato sufficiente per evitare che mi bagnassi completamente, e che infradiciassi di nuovo anche lo zaino… mal di poco comunque: la roba dentro non aveva ancora fatto a tempo ad asciugarsi dalla pioggia presa il giorno prima.
Rispetto a ieri è andata molto meglio. Avevo in corpo tanto di quel bacon e uova da tirare su in vetta anche un camion. L’ascesa però è stata dura ugualmente, impegnativa. Il sentiero è molto bello. A tratti il panorama appariva furtivo fra una nuvola e l’altra. Ma è stato quasi sempre coperto e bagnato.
Non avete idea di come sia la natura qui. Ovunque il verde dei boschi – tanti, grandi, avvolgenti – sembra baciare quello delle radure. Ed entrambi si specchiano nei laghi, vasti e dalle forme più strane. Puliti e luccicanti come nei disegni dei bambini. Uniti fra loro, quasi tutti. E a loro volta collegati al mare in una striscia blu zigzagante quasi continua. Non è da sottovalutare neanche il fattore “diversificazione”. Ieri ho attraversato un’immensa pianura, qui si chiamano glen. Oggi ho puntato dritto alla vetta per un sentiero verticale che non ha nulla da imparare dal famoso tratto Passo Pordoi-arrivo della funivia che io Enri e Andrea abbiamo fatto due anni fa, quando Enri si sfracellò il ginocchio.
Gli unici due aspetti negativi della vacanza, fin qui, sono il tempo – sempre brutto – e i midgies. I midgies sono simpatiche creature simili ai nostri moscerini ma cattivi come le zanzare. Attaccano non appena smetti di muoverti e non ti lasciano in pace un attimo. Al contrario delle zanzare hanno l’abitudine di assaltare le persone in branco. Un branco può contare diverse centinaia di midgies, forse migliaia, e non ci sono difese che tengano. Ho già il corpo e il volto completamente ricoperti di bolle e pruriti. Anche questi “lati negativi”, però, fanno parte dell’avventura. Nel complesso, mi sento in paradiso.
Sono tornato al campeggio nel pomeriggio. Mi sono messo a fare l’autostop e dopo pochi secondi avevo già trovato un passaggio per Fort William. Ora sono qui a godere il meritato riposo, il sole in faccia e i conseguenti 20 gradi, seduto ad un tavolino nel giardino di questo bell’ostello. Stasera, mi dicono, c’è una festa a base di punch e rhum. Non posso mancare…


Day 5
Glen Affric, ore 20

L’autostop, i midgies, il deserto
Sono passate 24 ore, su per giù, da quando ho finito di scrivere le righe precedenti. In queste 24 ore posso vantare poco meno di 80 chilometri percorsi, eppure mi sembra di essere in un altro mondo. Scendendo nel dettaglio, ho lasciato una località di mare – ma è una definizione non proprio esatta – per ritrovarmi in una casupola isolata nel mezzo della splendida e desertica Glen Affric. Formalmente è un ostello della gioventù, ma in pratica è come uno di quei rifugi dolomitici a cui siamo abituati io ed Enri. Non gli manca niente, è addirittura più sperduto e dimenticato dal progresso e dalla civiltà del nostro amatissimo Payer. La differenza è che qui siamo al livello del mare.
Mi stupisco della mia eccellente capacità organizzativa. O forse della mia fortuna. Sto diventando veramente un ottimo edo-tour. Infatti questa incursione nella Glen Affric non era prevista dalla mia seppur sommaria tabella di marcia buttata giù nel tragitto di bus da Birmingham a Edimburgo. È stata una decisione dell’ultimo minuto. Eppure tutto è filato liscio come poche volte accade, compreso l’approdo a questo ostello-rifugio all’ora giusta.
Stamattina, appena uscito dall’ostello di Fort William, ho alzato il dito lungo la statale che porta a Inverness aspettando che qualcuno mi facesse salire. Dopo poco si è fermato Wess: mezzo olandese e mezzo scozzese, spericolato oltremodo al volante, sporco lurido fino al midollo così come la sua macchina e la figlia tredicenne che gli sedeva accanto. Ma il fatto più strano, sporcizia a parte, è che tutti e due erano dei fumatori incalliti. Soprattutto la bambina si faceva una sigaretta dopo l’altra quasi senza sosta. Sguardo spiritato entrambi, un modo di fare a metà fra il fricchettone di casa nostra e il cane randagio ma ben pasciuto.
Wess e sua figlia mi hanno portato da Fort William all’incrocio per Cannich. Più o meno 60 miglia. Metà della strada che va da quell’incrocio a Cannich l’ho fatto con un altro tipo – Wess proseguiva per Inverness, una delle poche vere città della Scozia settentrionale – silenzioso, non mi ha detto il suo nome. Ma siamo stati insieme solo 10 minuti.
Infine è arrivato Ian, davvero provvidenziale: non solo mi ha portato fino a Cannich ma ha addirittura proseguito fin dentro la Glen Affric, così da farmi risparmiare circa due ore di cammino. Se non fosse stato per lui non so a che ora sarei arrivato in questo ostello, essendo dovuto partire in tarda mattinata a causa del lungo spostamento in autostop. Fortuna ha voluto che Ian di lavoro faccia il costruttore di staccionate e recinzioni per la riserva naturale della Glen Affric. Perciò era diretto sullo stesso mio sentiero… Che fortuna, ancora una volta! Ci sono momenti in cui penso proprio che questa mia vacanza sia stata baciata dall’alto.
La passeggiata attraverso la Glen Affric – o meglio per metà di essa, l’altra metà mi impegnerà domattina – è stata una delle più belle che abbia mai fatto. Tutta la valle fa parte di una riserva naturale che annovera fra i suoi confini rarissime e antiche specie di piante. La vegetazione ha dell’esotico e del cinematografico, incantevole. La valle non è stata alterata dall’uomo, non sono stati fatti neanche accorgimenti di natura idrica: il fiume e le altre componenti naturalistiche sono rimaste intatte, col passare dei secoli, senza che niente sia stato cambiato. È un sogno. Sembra di essere catapultati indietro nel tempo. Tanto da ricordare cose mai viste ma impresse nel dna di ogni amante della montagna e della natura come me.
Lungo il sentiero ho costeggiato prima il Loch Affric, poi il River Affric, accarezzando dal di dentro tutta l’omonima Glen che sembra non finire mai. Per chilometri e chilometri non ho incontrato anima viva. Infatti la Glen Affric sembra popolata solo da me e da qualche milione di midgies che mi hanno letteralmente torturato.
Alla festa di ieri sera a Fort William mi sono proprio divertito. Il punch mi ha ubriacato solo dopo due pinte e ho conosciuto due ragazzi svedesi molto simpatici: Stefan e la sua fidanzata Christina. Con loro ho parlato di cinema – cinema inglese, parlando in inglese – tutta la sera. Stasera invece ho incontrato Alberto, un ragazzo spagnolo che dorme nel letto sotto al mio. Siamo gli unici due inquilini dell’ostello. Alberto va nella mia stessa direzione e domattina abbiamo deciso di proseguire il viaggio insieme, almeno fino alla fine della Glen Affric.
Sono passati solo 5 giorni e io ho finito già la metà dei soldi. Sicuramente in futuro dovrò stare più attento.


Day 6
A87 da Shiel Bridge a Kyle of Lochalsh, ore 17

Alberto: un altro compagno di viaggio, questa volta alla mia altezza.
Ho lasciato Alberto da poco più di un’ora. Sono fermo, sul marciapiede, davanti al ristorante dove abbiamo mangiato insieme un panino e bevuto una birra. Aspetto un passaggio per Ullapool dallo stesso tempo. Per adesso niente. Si è alzato il vento e comincia a fare freddo.
La lunga traversata lungo la Glen Affric e su per le Five Sisters Mountains è stata piena di soddisfazioni. Alberto è un compagno di camminata veramente in gamba, è un ottimo atleta e mi ha costretto ad andare più veloce del mio solito. È un ragazzo affabile e parla inglese al mio stesso livello, cioè molto basso. Ha 28 anni, lavora come istruttore in una palestra e ama camminare in montagna come me. Alla partenza dall’ostello, stamattina molto presto, mi ha anche spruzzato con il suo repelente par mosquitos che in parte mi ha salvato dall’ennesimo e perdurante attacco in massa dei midgies. Anch’io ci ho messo del mio nell’infinita e persa in partenza battaglia contro questi mostri appena visibili, voraci e insaziabili succiasangue. Infatti ho mutato radicalmente la mia tenuta da trekking: niente più canottiera e pantaloni corti. Mi sono messo in lungo, gambe e braccia, con anche i guanti, cappuccio sulla testa, fazzoletto sulla bocca e occhiali da sole. Non c’era un solo punto del mio corpo allo scoperto, non potevo più essere attaccato. Che sudata camminare ad alta velocità bardato in tal modo! Gli occhiali però li ho persi lungo il sentiero.
La parte ovest della Glen Affric è ancora più bella di quella est che ho percorso ieri. Ad un certo punto lungo il sentiero, di comune accordo, abbiamo deviato la nostra direzione per salire su per un altro sentiero che porta ai piedi delle Five Sisters, montagne dalla forma particolare e suggestiva. Peccato che non ho potuto scattare foto – è finita la batteria della digitale che mi ha prestato mia sorella – perché il paesaggio senza dubbio lo meritava.
Dalla forcella delle Five Sisters per scendere giù, qui a Shiel Bridge, si poteva vedere tutta la valle, dietro di noi, e lo splendido Loch Duich davanti. Come sempre la pioggia si è alternata al sole e a forti raffiche di vento che però hanno il vantaggio di scacciare momentaneamente i midgies. La passeggiata di oggi, unita a quella di ieri, merita di entrare – Alt! Ho trovato un passaggio in macchina. Il signore che mi ha caricato andava verso l’isola di Skye e mi ha lasciato allo svincolo della A890 verso nord, dove inizia la regione semidesertica di Wester Ross – nei primi posti delle mie passeggiate di sempre.
Ora fa ancora più freddo, scende anche qualche altra goccia d’acqua… non passa mezza giornata senza pioggia, anche se raramente è pesante grossa e penetrante come la nostra, qui è invece fine e decisamente meglio sopportabile… e pensare che il Po di questi tempi ne avrebbe così tanto bisogno.

Ullapool, ore 23.59
Ritorno alla civiltà
Dopo tre passaggi per tre ore di attesa, sono arrivato ad Ullapool, una piccola ma significativa cittadina bagnata dall’oceano sulla costa ovest ma spostata decisamente a nord.
Non ho parole per descrivere quello che vedo… Ma siccome ho deciso di dedicare la giornata di domani interamente all’ozio e al riposo – sono decisamente stanco: West Highland Way, Ben Nevis, Glen Affric e Five Sisters tutto di fila mi hanno falciato le gambe – provvederò fra 24 ore ad una dettagliata descrizione dei miei sentimenti eruttanti sfavillante gioia.


Day 7
Ullapool, ore 9.45

La città che sembra di ghiaccio
Forte odore di pesce. E di porto. Ma non quell’odore sporco, appiccicoso, che si sente a Livorno. Qui è pulito, così fresco, nordico. Tutto è così limpido e trasparente come se ogni cosa dovesse assomigliare al ghiaccio.
Ha piovuto forte tutta la notte ma ora l’erba e le panchine sul molo sono asciutte. Il poderoso vento dell’oceano ha impiegato pochissimo tempo a spazzar via il ricordo dell’acqua. Soffia fortissimo, anche adesso, incessantemente.
Questa città ha circa un migliaio di abitanti, altrettante piccole porticine verdi affacciate sul mare, altrettante biciclette appoggiate al muro. La chiamo città perché lo è a tutti gli effetti. Anche se piccola, minuscola, in relazione alle nostre. Perché qui, nella Scozia settentrionale e nella Wester Ross in particolare, tutto è più piccolo. E, proporzionalmente, Ullapool si mostra alla strada come una città vera e propria. Un centro abitato anche di una certa importanza direi: è una sorta di capoluogo di questa semidesertica regione chiamata Wester Ross.
Tutto è calmo, soprattutto io. Solo il vento ha ancora voglia di danzare. Il pancake casalingo coperto di burro che ho appena mangiato al tavolo di legno di questo tea-store era buonissimo… Sono rimasto qui al tavolo, al riparo dal freddo, a scrivere, perché non è vietato fumare.
Oggi mi riposo…
Sono veramente stanco. Ho camminato tantissimo in questi giorni tenendo una media di almeno 20 chilometri al giorno, ma più spesso 30. Ovviamente a piedi, zaino in spalla. Penso proprio che me lo merito un po’ di relax a zonzo per le strade e la spiaggia di questa cittadina.
Ieri sera ho cenato a sacco seduto sui pietroni della spiaggia qua davanti. Mi ero messo in una posizione ad angolo. A sinistra l’insenatura del piccolo golfo che ripara Ullapool dal mare grosso, con il porto e terra tutto intorno. A destra l’accesso al mare aperto, all’oceano, con lo sguardo fisso verso il circolo polare artico.
Per una volta non mi sono alzato eccessivamente presto perché ieri sera ho tardato a fare il piano di viaggio dei prossimi giorni. Ho individuato molte altre interessanti escursioni da fare. Ma ora toccherà fare anche un po’ di spesa, ho finito tutti i viveri e chissà quando incontrerò di nuovo un centro abitato dotato di supermercato… la mia direzione è sempre la stessa, il nord, e via via che proseguo nel cammino trovo sempre meno città, meno gente, e più deserto.
Lentamente, sento la fine della vacanza avvicinarsi. Ho poco tempo, devo sbrigarmi.

ore 16
Tutto ha il colore della vita
Ullapool ha un bel lungomare con una spiaggia di sassi che finisce dove inizia il piccolo campo da golf. L’ho percorso tutto, fino all’ultima buca. Poco più avanti c’è un parco molto grande e accogliente.
Sono seduto su una panchina del parco. Mi godo gli alberi, il fiume ad un metro, i lamponi freschi e succosi. Che pace…
Ho fatto una spesa abbondante che dovrebbe bastarmi per diversi giorni. Il sole splende, poche nuvole in cielo, e non c’è traccia di midgies. Ecco quello che io chiamo un momento perfetto.
Non si capisce bene se il parco faccia parte o meno della città. È a tutti gli effetti una tipica oasi verde cittadina, con il campo da calcio, le panchine ordinate, le stradine sterrate che si snodano al suo interno, lungo il fiume e non solo. All’altra estremità del parco cominciano le colline che danno sull’interno. Poi le montagne, seppur molto basse. Gli alberi sono alti e infondono al paesaggio quell’immagine di finto selvaggio che mi attira e mi insospettisce allo stesso tempo. Insomma, in poche parole, è il trionfo della simbiosi fra uomo – civiltà – e natura.

ore 22.10
Una foca in mezzo a noi
Passeggiavo sul lungomare, l’ultima sera, la seconda, prima di ripartire. Mi godevo il tramonto e l’aria insudiciata dal sale dell’oceano. Ad un certo punto vedo uno strano assembramento di persone appollaiate sul molo, davanti ai pescherecci impegnati nei preparativi per l’uscita in mare serale. Quello strano pullulare di teste che si muovevano all’unisono, accompagnate da gesti unanimi con le mani volti ad indicare qualcosa nell’acqua, mi ha incuriosito. Vado a vedere…
Appena mi sono affacciato dal molo ho capito il motivo di tanto interesse: c’era una foca che faceva capolino dall’acqua a un metro massimo due da noi. Qualcuno comincia a chiamare gli amici lontani: “A seal! A seal in front of the jetty!”
Veramente bellissima. Nera, lucida, agitava i baffi quasi volesse parlare. La foca ha continuato la sua strana danza per una decina di minuti e io mi sono calato in acqua fino alle ginocchia per avvicinarmi e cogliere l’ebbrezza di fare il bagno con lei. Conversava con la gente che rideva e amabilmente la stava a sentire.
Sui pescherecci ormeggiati poco lontano tutto continuava come nulla fosse. Reti che si arrotolavano, cime che venivano spostate a destra e a sinistra, marinai che si agitavano, si affannavano, correndo su e giù per i ponti. Non dimostravano alcun tipo di attenzione per quel magnifico – ma forse per loro usuale – animale marino. Al momento dell’accensione dei motori, il rumore ha fatto allontanare la foca in un gioco di schizzi e di colpi di coda, verso il largo.
Vi sto scrivendo da un tranquillo tavolo del Seaworth, un discreto pub davanti al molo, mentre sorseggio una Guinness e ascolto musica tradizionale. Tra poco comincerà lo spettacolo dal vivo, ma la mia birra è quasi finita, non ho nessuno con cui chiacchierare, quindi mi sa che dirigerò le mie gambe verso il letto.


Day 8
Ullapool, ore 10.50

Prima o poi un intoppo, in questa vacanza perfetta… questione di statistica
Il tentativo mattutino di lasciare Ullapool facendo l’autostop è miseramente fallito. Dopo un’attesa di oltre due ore – mi ero alzato alle 5.30 del mattino – sulla strada che porta fuori città, ho desistito e sono tornato sui miei passi. Non rimane altro che andare a prendere l’autobus.

Inchnademph, ore 19
Un’altra giornata votata all’avventura
Giornata molto intensa. Ricapitoliamo… seduto su un divano con una tazza di tè in una mano, la penna nell’altra, la sigaretta in bocca e quattro pareti in pietra stile casolare di campagna tutto intorno a me.
Sono all’Inchnademph lodge, isolato nel verde, sulla strada che da Ullapool porta a Durness, ai piedi dei monti Assynt. L’autobus mi ha lasciato qui verso mezzogiorno. Ho alleggerito lo zaino lasciando sul letto ciò che non mi era indispensabile per la giornata e mi sono rimesso in strada.
Camminando verso nord mi ha caricato una macchina di tedeschi che mi ha portato fino a Lochinver, un piccolissimo centro abitato, poco più di un porticciolo per pescherecci. Carino, si gira in pochi minuti.
A tre miglia di distanza c’è un paesino ancora più piccolo: Inverkirkaig. Un’oretta di cammino abbondante. Superato Inverkirkaig ho preso un sentiero che le indicazioni dicevano portasse ad una cascata. Altre tre miglia.
Solito paesaggio – sempre molto bello – tipico della zona: felci spropositatamente alte un po’ dappertutto, bosco e radura che si alternano, il fiume che sfocia nell’immancabile loch locale e più in alto le cascate. Il tutto naturalmente accompagnato dalla pioggia, compagna di viaggio, compagna di sempre.
Alle tre del pomeriggio ero sdraiato su una roccia, bagnata sia dagli schizzi della cascata sia dalla pioggia. Pace e godimento. Chiudo gli occhi e mi lascio andare alla festa di piccole gocce d’acqua che fanno il girotondo dei bambini sul mio viso e sui miei piedi nudi.
Di lì a poco sento delle voci. È una famiglia londinese in vacanza: padre, madre, due figli piccoli. Aiuto i bambini a scendere dalle rocce, per arrivare a pochi metri dalla cascata bisogna calarsi giù con una corda come in ferrata. I genitori mi ringraziano, scambiamo due chiacchiere. A sentire la parola “Florence” si sciolgono entrambi come un gelato nel microonde. Facciamo amicizia in pochi minuti.
Le chiacchiere però durano molto poco. Infatti guardo l’orologio e mi rendo conto che l’ultimo autobus per tornare al mio lodge sarebbe partito nel giro di un’ora e mezzo. Mi rimetto in marcia, di corsa.
La corsa mi uccide le piante dei piedi, tra andata e ritorno sono più o meno 12 miglia, cioè quasi 20 chilometri. Per di più le ho percorse senza neanche una pausa e ad una velocità sostenuta.
Il piè veloce non è bastato. Mi sono stancato a morte e non sono nemmeno riuscito ad arrivare all’autobus in tempo. Nonostante che sia stato anche soccorso dalla famiglia londinese di prima che – dopo avermi raggiunto in macchina sulla via del ritorno verso Lochinver – mi ha dato un passaggio per le ultime due miglia.
Niente da fare: ero bloccato a Lochinver. L’unica speranza era, ancora una volta, l’autostop. Anche perché non mi reggevo più letteralmente in piedi.
Alle 18.30 ancora niente, comincio a disperare. Tra l’altro avevo già pagato la mia notte al lodge di Inchnademph e mi dispiaceva buttare via così 10 pound e dormire all’addiaccio. Nel momento di massima disperazione, al limite delle forze, distrutto da tante miglia masticate sull’asfalto, quando già stavo tornando a piedi verso Lochinver per chiedere in un bar o in qualche negozio se ci fosse stato qualcuno che andava verso Inchnademph, è passato un simpaticissimo vecchietto su un camioncino che rifornisce i negozi della campagna circostante. Gentile, affabile, un vero bonaccione. Mi fa salire, chiacchieriamo un po’ in un ottimo inglese (per me) e mi riporta al lodge. A questo punto non mi rimane altro che prepararmi la cena, visto che la doccia e il tè caldo mi hanno restituito le forze.
Inchnademph non è un paese, come invece pensavo vista la cartina. C’è il cartello Inchnademph come se lo fosse. Per il resto è costituito da una fattoria, il mio lodge e un albergo chiuso e in via di ristrutturazione al quale lavora un solo muratore.


Day 9
Inchnademph, ore 18

C’è un tempo per le imprese e uno per dichiarare la resa. Oggi sono stato battuto.
Questo lodge campagnolo è davvero carino. È grande, molto più grande e spazioso di tutti quelli visitati finora. Che tra l’altro mi avevano incollato addosso una sensazione soffocante, non solo per il fatto di dormire in camerata – cosa a cui sono abituato dai rifugi dolomitici.
Ieri sera ho conosciuto Ralph, 22 anni, olandese. Non un altro compagno di viaggio, ma solo di bevute e fumate. Abbiamo chiacchierato a lungo, di sicuro è stata la conversazione in inglese più prolungata, estenuante e difficile azzardata finora. E mi sono oltremodo stancato, anche perché Ralph parla un inglese perfetto, veloce e fluido.
Anche lui viaggia da solo, però in bicicletta. E come me si sta facendo il giro dell’isola, ma in senso contrario. Parlando del più e del meno mi ha raccontato di tutte le sue avventure ciclistiche in giro per il mondo. Dal Sud America al Canada, oltre a mezza Europa. Mi ha offerto una delle sue sigarette indonesiane, dice rarissime. Non ne avevo mai provata una: sono buone, ottime direi. Sanno di marijuana e fanno uno stranissimo rumore mentre vengono divorate dal fuoco.
Io e Ralph abbiamo toccato una quantità spropositata di argomenti. La bicicletta, il trekking, i viaggi in generale. Poi mi ha raccontato della sua ragazza rimasta in Olanda: dice che gli manca ma che è sempre nervosa, ansiosa, che lo brontola continuamente per tutte queste avventure ciclistiche che fa. E per aver lasciato la facoltà di architettura. A questo punto, immancabili, ci siamo scambiati opinioni a non finire sulle donne. E sulle donne “brontolone” e litigiose in particolare. Io su questo argomento, come molti di voi sanno, sono ferratissimo.
Mi stupisco di come sia stato in grado di parlare così a lungo, e di argomenti così poco usuali, in inglese. Sono pure riuscito a raccontargli il recente litigio con Chiara e la storia di Bertolucci annessa. Sono molto soddisfatto dei progressi linguistici. Il mio inglese, come immaginerete, è diventato encomiabile per quanto riguarda il vocabolario del montanaro: dai pass alle hills e glen, passando dai paths e dai peaks, sono diventato un vero esperto.
Ralph è stato un ottimo compagno di bevute, il migliore finora insieme ad Alberto, lo spagnolo della Glen Affric. Ed è l’unica persona interessante con cui potevo passare la serata di ieri – non c’è altro da fare qui, sperduti nella campagna a più di 10 miglia da tutto – in questo lodge altrimenti preda di una foltissima e rumorosissima comitiva di francesi.
Stamattina mi sono alzato alle 8.30 e un’ora dopo ero già in partenza per la cima di turno, il Ben More Assynt. La colazione – e questa è una vera novità per le usanze degli ostelli – era offerta dalla casa. Quindi sono partito con il serbatoio pieno di energia.
Il Ben More Assynt è la vetta più alta del comprensorio – le Assynt Mountains. Qui tutto si chiama Assynt perché c’è l’omonimo loch a dare il nome ad ogni cosa – ma non arriva ai mille metri. In compenso la salita è lunga, ripida e diversificata. E conta comunque più di 900 metri di dislivello da compiere, moltiplicati per due perché il Ben More Assynt si trova alle spalle di un altro monte, alto quasi uguale, che bisogna scavalcare.
Sono partito che il vento colpiva molto duro, pioveva e faceva freddo più di sempre. Ma ero ottimista: avevo con me la felpa e il k-way. Per raggiungere il Ben More Assynt si deve prima percorrere un sentiero poco pendente che costeggia il River Fraligill attraverso la Glen Dubh. Poi bisogna salire sulla cima del Conival a 987 metri. Infine scendere sull’altro versante del Conival per la Garbh Chaire e solo allora si può puntare di nuovo in alto fino ai 998 metri finali.
La salita al Conival comincia già a darmi i primi problemi. La pioggia è significativamente aumentata. Ma soprattutto sono aumentate di intensità le raffiche di vento: fortissime, tirano degli schiaffi gelidi e bagnati sul viso e sul corpo, fino a fare male. Si può certo parlare di tempesta a questo punto… la cosa si fa interessante.
In certi momenti mi sembrava addirittura di stare per spiccare il volo. In compenso non c’è traccia di midgies – grazie al vento ovviamente – mentre scorgo ad una decina di metri una famiglia di cervi che muove le orecchie in senso, mi pare, interrogativo.
Lungo il sentiero è possibile anche visitare alcune grotte ma non è consigliabile addentrarcisi. L’uomo che gestisce il lodge mi ha detto che sono molto lunghe e profonde, è facile perdersi o venire travolti da un cedimento della roccia sovrastante, specialmente se piove. Figuriamoci con la tempesta… Da parte mia non avevo alcuna intenzione di fare cazzate e compiere imprese suicide. Le guardo, le ammiro, e tiro avanti.
In cima al Conival ci sono arrivato nonostante il tempo abbia fatto il possibile per sabotarmi l’impresa. L’ultimo tratto di sentiero, in mezzo alla roccia, non ha niente da invidiare alle vette ben più alte di casa nostra. Sono arrivato in cime quasi congelato – i vestiti che mi ero portato dietro non erano abbastanza pesanti per ripararmi da un abbassamento di temperatura così repentino e potente, aiutato dal vento – fradicio, con scarponi e calzini pieni di fango e acqua perché lungo il percorso sono pure scivolato con entrambi i piedi nel fiume fin sopra le caviglie. La ciliegina, si fa per dire, sulla torta, è stata un ulteriore aumento della forza del vento in quota. Le raffiche erano tanto potenti che in alcuni punti mi sono dovuto addirittura tenere con le mani alla roccia per evitare di essere sbattuto in qua e in là o peggio ancora spinto via dal sentiero. Stavo camminando su uno di quei sentieri dove il buon Andrea Brocchi avrebbe detto: “Ma che siete tutti impazziti? Io lassù non ci salgo!” E anche il fratellone più coraggioso avrebbe forse scelto la strada del ritorno.
Immaginate l’ultimo canto dell’Inferno di Dante, con le ali di Lucifero che sparano vento gelido e ghiacciano ogni cosa nonostante il fuoco degli inferi. È più o meno quello che stavo vivendo in quel momento, con la differenza che per il resto mi sembrava di stare in paradiso.
Ho camminato in completa solitudine per tutto il tempo. C’eravamo io, i cervi, il vento, il fango e la roccia tutto intorno. Ho incrociato una coppia di escursionisti che andava in senso contrario, proprio mentre stavo scivolando miseramente nel fiume. E quando ho imprecato con il classico porca puttana! per essermi infradiciato entrambi i piedi, i due mi hanno chiesto se per caso fossi francese… sono pazzi questi scozzesi!
Le condizioni meteorologiche, le mie fisiche, il fango in cui sprofondavo quasi fino al ginocchio ad ogni passo (questo ovviamente prima di arrivare alla parte alta, rocciosa, del sentiero) e il freddo che stava diventando realmente insopportabile, mi hanno convinto a non proseguire oltre.
Appena arrivato in vetta al primo monte sono tornato indietro per una calda e riposante doccia molto prima di quanto avessi previsto. Avevo previsto di essere di ritorno per le 7.30 massimo 8 di stasera, invece alle 17 ero già impegnato ad appendere scarpe, calzini e pantaloni nella drying room del lodge.
Per la prima volta la montagna mi ha battuto. Mi ha sopraffatto e si è presa gioco di me. Ma l’uomo saggio sa che ci può essere onore anche nella resa, il nord della Scozia non è mica posto per escursionisti della domenica! E anche noi rocciosi montanari, esperti e gagliardi, abbiamo le nostre difficoltà.
La bufera che mi ha investito mi ha anche impedito di fermarmi per pranzare lungo il sentiero. Infatti adesso ho una fame…


Day 10
Durness, ore 17.45

Più a nord di così non si può.
Il Polo Nord dista da qui 3507 chilometri. Roma 1926.
Mi trovo a Durness, l’unica città – se città si può chiamare – della parte nord-ovest delle Highlands. Affacciata sull’Atlantico come donna che dorme a braccia aperte mentre culla l’oceano come un bimbo, Durness guarda il Polo dritto in faccia.
Più a nord di così non posso spingermi…
Stamattina mi sono messo in strada, di fronte all’Inchnademph lodge, alle 9.30. L’autobus sarebbe passato alle 11.30 ma speravo nel frattempo di trovare un passaggio in autostop e così è stato.
Mi ha caricato su una famiglia anglo-scozzese veramente strana e ospitale. La più strana vista finora. Ma anche la più ospitale. Sul jeppone da guerra di Billy Taylor c’erano sua moglie Annie, suo fratello George, il grasso nipotino Robert, le due figlie più grandi Gretha e Claire, e i due più piccoli seduti sul seggiolone da neonati. Non sembrava possibile ma hanno trovato posto anche per me e per il mio ingombrante zaino.
I Taylor mi hanno offerto parte della loro colazione e mi hanno trattenuto in estenuanti chiacchiere per un paio d’ore buone, forse addirittura tre, fino a destinazione. Le due figlie adolescenti di Billy mi mangiavano con gli occhi, coprendomi di domande tanto da riuscire a mettermi in imbarazzo… e sapete quant’è difficile che io mi imbarazzi!
Mi hanno scortato fino a destinazione. Anche loro erano diretti a Durness. Non sapevo infatti una cosa: oggi è venerdì 25 luglio, cioè l’inizio dell’ultimo week-end di luglio. E a Durness, ogni anno, l’ultimo week-end di luglio si tengono gli Highlands Gathering, altrimenti detti Highlands Games. Questi giochi sono una sorta di piccola olimpiade degli scozzesi. Talmente diffusi e popolari che superano i confini nazionali per attirare qui al nord anche un sacco di inglesi. Come i Taylor.
Gli Highlands Gathering oltrepassano di gran lunga il ridicolo. Si tratta di uomini grandi e grossi che si sfidano nella corsa dei sacchi, nel lancio del giavellotto, nel cricket e in tante altre discipline sportive o pseudo-tali. Mentre altri uomini, sempre grandi e grossi ma con il gonnellino, suonano la cornamusa a tutto volume. Il tutto accompagnato da grande tifo, grande competizione, grandi salsicce e grandi torte.
L’ostello da cui vi sto scrivendo sorge a poche yards dall’inizio di un sentiero che si addentra nelle Smoo Caves, le grotte sul mare appena fuori città. Ma oggi piove e le grotte sono interdette ai visitatori per motivi di sicurezza. Spero per domani…
Oggi pomeriggio ho dovuto fare anche il bucato. Credo sia la prima volta in vita mia che lavo qualche indumento. I calzini puliti sono finiti e quelli sporchi, riposti in un sacchetto in fondo allo zaino, cominciavano ad emanare spiacevoli odori. Non potevo tirare avanti così ancora per molto… Fra l’altro questo è l’unico ostello che ho visto che non possiede la lavatrice, per cui ho pure dovuto fare a mano.
Ho fatto un giro per Durness: due case, quattro Bed & Breakfast, un supermarket poco fornito. Il tutto a picco su una scogliera da sogno con una spiaggia, Sango Bay, che è una vera calamita per gli occhi. Se non fosse per il freddo, il vento del nord e la pioggia fine e tagliente, Sango Bay sembrerebbe proprio una spiaggia tropicale: sabbia bianca e una forma che ricorda i fianchi di Marylin Monroe. La città è tutta qui, praticamente è solo la spiaggia. Ora capisco coma mai John Lennon veniva in questo posto a passare le sue vacanze…

ore 23.00
Cosa sarebbe l’uomo con le ali… Ho voglia di ballare.
Cosa sarebbe l’uomo con le ali? Un’ora fa avrei voluto le ali…
Nel tardo pomeriggio sono andato a fare una passeggiata. Sono sceso in spiaggia, l’ho attraversata tutta in direzione ovest da un fianco all’altro di questa immobile secolare Marylin. Poi mi sono arrampicato sugli scogli, scavalcando il piccolo promontorio. Un’altra spiaggia, un altro promontorio. Un’altra ancora, altre due, tre, quattro. Sempre verso ovest. Il panorama che mi si offriva alla vista era magnifico. Poi, il promontorio seguente si fa poderoso, imponente, insormontabile. Decido di lasciare la via spiaggia per spiaggia e mi arrampico fino al livello della strada. Di fronte a me si apre un’immensa distesa d’erba e in lontananza scorgo delle costruzioni abbandonate. Le raggiungo e si spalanca un altro splendido panorama, ancora più bello del precedente. Continuo a camminare e cammino per una decina di chilometri. Si fa sera ma il mondo intorno a me è così bello, sembra senza confini, così selvaggio, colorato e seducente, che il gesto stesso di camminare si stava trasformando in una carezza regalata alla terra sotto ai miei piedi e alla natura intorno ai miei occhi. Le mie gambe spingevano il mio cervello ad andare avanti mentre lui era distratto dalla contemplazione, silenziosa. Ero affascinato. Tutto qui intorno è straordinariamente bello oltre ogni immaginazione…
Su uno dei promontori più lontani e meno facilmente accessibili raggiungo un nido di gabbiani. I piccoli si agitano, impauriti dalla mia presenza. I genitori si alzano in volo e urlano il loro stridulo e minaccioso verso contro di me. Cercano di scacciarmi lontano dal nido accennando un timido attacco alla Hitchcock ma non arrivano mai più vicini di un metro o due dalla mia testa. Il prato pullula di lepri che al mio passaggio scappano in qua e in là come impazzite. Il sole sta calando, io non ho ancora cenato, e tutto è vivo e vitale. Sono felice. Ho trovato quello che volevo: natura selvaggia, viva, pulsante. E rilassante. Ma i dirupi, le scogliere a picco e il mare sbarrano il passaggio alla mia curiosità instancabile, alla mia voglia di andare avanti ad esplorare, penetrare, assaporare tutte le meraviglie che mi circondano. Il gabbiano che continua ad inseguirmi invece non ha barriere. È libero, senza confini. Vorrei volare anch’io, vorrei le ali, mi rattrista dovermi arrestare qui… chissà cosa c’era dietro quell’ultima scogliera che riposa seduta per alcune centinaia di metri verso il mare…
Prendo la via del ritorno: lunga, faticosa, seguo la strada. L’asfalto mi mette tristezza. D’un tratto sento una musica. È folk scozzese, con cornamusa flauto e violino, ma suonato da strumenti elettrici, miscelato con il rock e l’elettronica. È bellissima.
La musica proviene dall’auditorium adibito a museo dedicato a John Lennon. Entro, c’è un gruppo impegnato nel sound-check. La musica mi trascina, mi conquista, mi prende il sangue shakerandolo. Ho voglia di ballare!
Il concerto sarà già iniziato, sono al settimo cielo, vado, corro…


Day 11
Durness, ore 19

Un’intera giornata di sole, l’unica finora. Ma è stata meglio la nottata…
Sole. Finalmente, per tutto il giorno, sole e caldo. Almeno relativamente a quanto si può chiedere all’estremo nord della Scozia.
Ma cominciamo da ieri sera…
La voglia di ballare me la sono tolta, eccome. E non solo quella. Questo gruppo folk-rock, i Rhythm ‘n Reel, erano veramente forti. Fanno musica popolare, ballabile e orecchiabile, mescolata e velocizzata dall’elettronica e da un rock esplosivo e brillante. Accanto a pezzi di origine tradizionale scozzese, ovviamente riadattati nel loro stile movimentato, hanno fatto anche qualche canzone rock americana degli anni Settanta e anche qualcosa di più recente. Tra le tante ho riconosciuto Stuck in the middle with you che conosco perché fa parte della colonna sonora de Le iene di Quentin Tarantino.
Non conoscevo nessuno e di ballare da solo non mi andava proprio. Ma la scelta della compagna era facile quanto mai. Di maschi fra i 18 e i 30 anni ce n’erano davvero molto pochi, e quei pochi sembrano fatti tutti con lo stampino – alti biondi e occhi azzurri – per di più tendenzialmente ubriachi fradici. La popolazione femminile invece era ben più fornita. Anche le ragazze sembravano prodotte in serie – serie nordica – alte bionde e occhi azzurri. Tendenzialmente più sobrie, discretamente attraenti e scatenate. Ciononostante il primo tentativo di approccio finisce male: invito a ballare l’unica con i capelli rossi, sguardo timido e rivolto a terra. Rifiuta, evidentemente era timido anche tutto il resto. Adocchio una coppia tutta al femminile scatenata nella danza e decido di intervenire, ma per separare le due donne ho bisogno di un aiuto. Chiedo allora a Juan, un ragazzo spagnolo conosciuto nel pomeriggio casualmente per strada, di darmi una mano nel più classico schema della doppia coppia. Risponde di no, che non gli va, che gli fa fatica, che era accompagnato da due amici e cazzate del genere. Niente da fare un’altra volta. Ma avevo appena cominciato a scaldarmi… La mia attenzione cade poco dopo su un altro gruppo di ragazze che ballano fra loro, senza uomini all’orizzonte. Questa volta erano in quattro, perfette per me più i tre spagnoli. Torno da Juan e gli ripropongo di nuovo la cosa. Altre scuse: “we are gay” mi dice sorridendo. Balle! Sono solo tre imbranati a cui non va di invitare le ragazze a ballare… mica gli ho chiesto di spogliarle in pista! Dov’è finito il famoso sangre latino che conquista le femmine nordiche?
Vabbè, decido di buttarmi da solo nel mezzo a quello splendido arsenale di femminilità artica. Mi tuffo nel mucchio… Glenda risponde con un sorriso.
Bionda di un biondo alla Michelle Pfeiffer, tipica fisionomia nordica, alta poco più di me e con gli occhi chiari come raramente se ne vedono in giro, almeno nel Mediterraneo, la fanciulla balla con me per un bel pezzo. Si diverte, ci divertiamo. Poi mi presenta ai suoi amici come my italian friend e a questo punto scoppiano le immancabili boiate del provinciale incuriosito dallo straniero. Mi viene chiesto più volte se conosco Alexandro Del Piero o Gianfranco Zola, con di seguito il classico gesto del dribbling. Lascio perdere Glenda per ritrovarla tutta sola dopo poco. Ci allontaniamo e finiamo la sera in più interessanti giochi di coppia…
Durante la serata ho anche fatto amicizia con la band che mi ha riconosciuto come quello che aveva assistito al sound-check. Accanto ai classici strumenti da rock band, i Rhythm ‘n Reel hanno una fisarmonica, un flauto e una splendida cornamusa suonata da un’altrettanto splendida mora dalla sensualità dirompente che cattura il mio sguardo ben più di Glenda. Faccio amicizia con il leader del gruppo. Mi offre una birra, ci scambiamo gli indirizzi e-mail e beviamo insieme alla salute della musica.
È stata una serata emozionante, di quelle che non ti aspetti in vacanza. Almeno per le vacanze come le intendo io.
Stamani ho preso il ferry-boat per Cape Wrath. Dove, mi dicono, si possono vedere le balene. Questa esperienza è stata una mezza fregatura perché la barca non fa affatto il giro del promontorio come mi aspettavo ma trasporta la gente solo da un lato all’altro di uno stretto – molto stretto – dove viene a prenderti un minibus che taglia il capo dall’interno fino al mare. Fra barca e gomma, questa gitarella costa più di 10 pound, cioè più di una notte in ostello. Fra l’altro, non si è visto nemmeno l’ombra delle balene. In compenso però ho goduto di una splendida vista sull’oceano nel punto in cui più è aperto all’infinità delle acque, direttamente dalla punta delle alte scogliere a precipizio sulle onde. E c’era il sole.
La pioggia, per oggi, è stata lontana da me. Per metà sono rimasto deluso, per metà riposato e rilassato dall’imponente fermezza di questa natura in formato gigante.
Nel pomeriggio ho ripreso l’esplorazione delle spiagge intorno a Durness. Questa volta mi sono diretto ad est, entrando e uscendo dalle grotte di Smoo, passando sugli scogli.
La costa qui nei dintorni è una continua fonte di sorprese. Il mare è sempre calmo, verde, pulito. E i giochi di luce, specie nel tardo pomeriggio, sono colmi di fascino.
Domattina ho intenzione di andare nella più rinomata delle spiagge della Scozia, Sandwood Bay. Per arrivarci è necessario fare 7 miglia a piedi per un sentiero che si annuncia selvaggio come quelli visti finora.
In questo momento mi sto concedendo una cena a ristorante – ho il piatto sotto gli occhi da circa 5 secondi, quindi chiudo qui sennò si fredda – la prima della vacanza. Probabilmente anche l’ultima. Ma il posto è carino, il cibo buono e si spende relativamente poco.


Day 12
Durness, mezzanotte

Il secondo sodalizio con Roma
Sono ancora a Durness. Non volevo dormire ancora qui ma non ho potuto fare altrimenti.
Stamani sono andato a Sandwood Bay: autostop all’andata e autostop al ritorno, senza problemi. La spiaggia è enorme, davvero incantevole. Anche questa, forse più di quelle nei dintorni di Durness, ha le fattezze di una spiaggia tropicale. Per arrivarci ho dovuto ripercorrere la strada per Ullapool all’indietro per 13 miglia. Poi tagliare all’interno per Kinlochbervie e infine arrivare al remoto paesino di Blairmore. Da lì, dove mi ha lasciato l’ultima delle tre macchine che mi hanno preso a bordo, inizia il sentiero di 4 miglia e mezzo per Sandwood. Solo un’oretta abbondante di cammino. Mi sono cronometrato e ho visto che viaggio a ad una media di un miglio ogni 17 minuti, cioè circa 6 chilometri all’ora.
Alle 5 del pomeriggio ero di nuovo qui, all’ostello di Durness. Ho fatto l’ultima doccia, preparato lo zaino con i vestiti che avevo lasciato dal mattino per camminare leggero, e mi sono messo sulla strada con il pollice all’aria aspettando qualcuno che mi portasse a Tongue, 30 miglia ad est, sempre sulla costa nord dell’isola. Il cuore e l’anima leggeri come piume, nelle gambe tanta voglia di viaggiare come quando ero partito da Edimburgo. Alle 8.30 di sera però ero ancora allo stesso punto della strada. Erano passate pochissime macchine – è da considerare anche il fatto che è domenica sera, e da queste remote parti il giorno del signore è sinonimo di deserto – e quelle poche hanno pensato bene di lasciarmi morire di freddo. Proprio il freddo, e soprattutto ancora una volta il vento, mi hanno fatto desistere. Sono tornato per la terza notte nel solito ostello, una in più di quanto previsto dal mio piano di battaglia.
Come se non bastasse ero a stomaco vuoto, senza più provviste, con il paese chiuso e sprangato col chiavistello fin nel più recondito angolo come neanche una cintura di castità da corte medievale. Non avevo affatto pensato a sfamarmi ma solo ad andare via, a Tongue, e lì cercare qualcosa anche per lo stomaco. Nella dining room dell’ostello però vedo delle facce nuove, arrivi dell’ultimo minuto, che parlano italiano, anzi romano. Sono Luca e Rossella.
Trent’anni su per giù tutti e due, coppia nella vita come sul luogo di lavoro – all’Inps – anche Luca e Rossella hanno intrapreso la loro piccola avventura, con più o meno lo stesso spirito che anima me. Luca ha la chiacchiera facile, come e più di me, e tanta voglia di fare amicizia che pare ce l’abbia scritta in fronte. Anche Rossella è cordiale, disponibile e sensibile in modo molto acceso.
Detto fatto, simpatia istantanea. I due giovani – che il pretaccio di Cameron McEwan, il simpatico vecchietto che gestisce l’ostello, credeva fossero marito e moglie, e io gli ho consigliato di lasciarglielo credere – mi hanno anche offerto un piatto di pasta (quant’era che non mangiavo un piatto di pasta!) e poi siamo usciti a goderci il lungomare di Durness. Pub, birra scura e whisky. Poi passeggiata al tramonto fino alla scogliera e al panorama che vi ho raccontato ieri l’altro. Abbiamo fatto un po’ tardi, per questo solo ora – a mezzanotte – ho trovato il tempo di scrivervi.
Domattina per prima cosa dovrò fare un altro rifornimento di viveri. Poi mi metterò di nuovo in strada: voglio vedere questa benedetta Tongue e non sarà la mancanza di traffico ad impedirmelo un’altra volta. Ma la sera devo dormire ad Aviemore, sennò mi si scombina la tabella di marcia – dopodomani mi aspetta una lunga scalata al Ben McDui e devo partire la mattina presto – era per questo che volevo già essere a Tongue stasera. Aviemore è molto più a sud.
Anche per oggi il tempo è stato decisamente bello, tanto sole e neanche una goccia d’acqua. Il dispiacere per il mancato trasferimento è stato però ricompensato dalla nuova amicizia.


Day 13
Thurso, ore 15

Rotta verso sud
Niente autostop. Anche oggi la fortuna non è stata dalla mia. Alle 10 è passato l’autobus per Tongue e sono dovuto salire, il rischio di rimanere ancora una volta bloccato a Durness era troppo forte. Alle 10.45 ero a Tongue ma non ho fatto a tempo a visitarla – anche se è grande su per giù come Piazzale Michelangelo a Firenze – perché l’unico mezzo di trasporto disponibile per l’intera giornata partiva dopo soli 10 minuti. Era un Postbus, cioè una di quelle simpatiche invenzioni del nord della Scozia che unisce il trasporto della corrispondenza con quello delle persone. Il problema è che il Postbus è di una lentezza disarmante, fermandosi di cassetta in cassetta a raccogliere tutta la posta di questi grafomani scozzesi. Aggiungete anche il fatto che non andava nemmeno nella mia direzione e tirate le somme: spostarsi qui al nord sta diventando veramente impegnativo.
Il Postbus mi ha portato qui a Thurso, completamente fuori strada, all’estremo est della parte nord dell’isola. E ha percorso una strada che non è scesa neanche di mezzo grado sotto il parallelo di Durness. Io invece dovevo andare a sud ma non avevo alternative.
Sono arrivato a Thurso alle 13.30, dopo un tragitto di circa tre ore per colpa delle infinite fermate, in ogni singolo e sperduto paesino, da Bettyville a Melvich, del canuto spilungone che guidava il Postbus. Per poco non facevo prima ad andare a piedi.
In compenso la strada, sia da Durness a Tongue che da Tongue a Thurso, offre una vista bellissima, continuata, sulla costa. Tutta la costa nord, fiordo per fiordo, baia per baia, attraverso laghi e colline, piccoli moli di pescatori e villaggi con costruzioni diroccate sui promontori che un tempo sono stati roccaforti per controllare l’oceano.
Ora sono in un buio e fumoso pub di Thurso a godermi il riposo e l’ormai immancabile pinta di Guinness. Sto aspettando le 16.45 quando partirà il treno per Aviemore, la mia meta (quasi) finale ai piedi dei monti Cairgorms. Il biglietto del treno è stata una vera mazzata, lo sapevo che le rotaie erano una via proibitiva per le mie tasche. Ma, come prima, anche questa volta non c’era scelta. Infatti l’ultimo autobus per Aviemore era già partito e di rischiare l’autostop senza sapere se sarei mai arrivato, non mi andava proprio. Arriverò ad Aviemore in tarda serata. I soldi sono già finiti e da due giorni vado avanti a forza di carta di credito… Queste ultime ore sono state un vero flop.


Day 14
Aviemore, ore 23.45

L’avventura è finita… (quasi) in bellezza
Ultimo giorno. Domani sarà completamente dedicato al viaggio di ritorno, verso Birmingham. Arrivo in serata, aereo in nottata.
Ci siamo lasciati più di 24 ore fa a Thurso. Ora sono lontanissimo dalla costa, quasi su un altro pianeta, e fra l’altro molto più a sud. Nel mezzo c’è stata nuovamente l’avventura, questa volta ancor più accesa del solito…
Sono arrivato all’ostello di Aviemore, ieri sera tardi, con soli 5 pound in tasca e il gestore mi dice che non gli funziona la macchinetta per ricevere la carta di credito. Vado al bancomat e non funziona nemmeno quello. Panico. Torno all’ostello e lui mi squadra, poi mi sorride. Mi dice che un tentativo vale farlo, che qualche volta funziona qualche altra no. La prova fortunatamente va bene e riesco a pagare le mie due ultime notti in terra scozzese. Resta però il problema dell’impossibilità di reperire contanti.
Faccio un giro per Aviemore: cittadina turistica, pressoché insignificante nonostante la sovrabbondante popolazione di lepri che corrono libere per tutto il paese, per le strade e nei giardini, tra la gente. Non se ne incontra mai un numero inferiore a 4 alla volta. Aviemore torna utile solo perché situata ai piedi dei monti Cairgorms. Questa catena montuosa, la più importante delle Highlands, è per i britannici quello che per noi è il comprensorio del Sella: una calamita per i turisti, specialmente in inverno. I Cairgorms sono l’unico centro sciistico di una certa rilevanza di tutta la Gran Bretagna e la cima più alta, il Ben McDui, è la seconda vetta dell’isola dopo il Ben Nevis che avevo già affrontato e sconfitto all’inizio della vacanza. Era quella la mia meta. E dopo la sconfitta incassata sugli Assynt per colpa della bufera, ero ancora più motivato nel raggiungere la vetta.
All’inizio del sentiero, stamani, un ranger mi ferma e mi mette in guardia: il sentiero è pericoloso – dice – il tempo si mette a brutto, in cima al monte la visibilità è pari a zero ed è facile perdersi. Tra l’altro ero senza la cartina dei sentieri e senza bussola. Cosa che ha fatto quasi incazzare il povero ranger che non voleva proprio farmi salire. Come se non bastasse mi sconsigliava di andare da solo, anche se il tempo fosse stato bello…
La salita al Ben McDui non è stata un problema. Mi avevano detto che ci volevano 5 ore di cammino, io ce ne ho messe 3. Arrivato sulla vetta ho sentito in tasca la vittoria finale: me l’ero letteralmente mangiato il sentiero. Ho pensato: che bischero quel ranger, mi ha messo paura per niente… non sapeva quanto sono forte con un paio di scarponi da trekking ai piedi e la borraccia piena d’acqua.
I Cairgorms sono montagne realmente selvagge e desolate. Pietra su pietra, niente altro. Perfette per il mio rinvigorito spirito d’avventura. La natura domina incontrollata. Gli uccelli sono tantissimi e di numerose varietà. Già, queste sono montagne famose – oltre che per lo sci – soprattutto per il birdwatching. Sarà… ma io riuscivo a malapena a fare il feet-watching da quanto era buio e nuvoloso. Il vento forte, anche qui, come la pioggia e il freddo, sono costanti irrinunciabili. Ancora una volta ho rimpianto di non essere partito sufficientemente equipaggiato per affrontare le temperature più basse.
I problemi sono cominciati in vetta. La visibilità era realmente nulla. Il sentiero invisibile, nascosto fra le nuvole e le rocce. Poco dopo aver cominciato a discendere il Ben McDui mi rendo conto di essermi perso. Aveva ragione il ranger…
Aumento il passo, cresce la tensione, l’ansia, la paura di rimanere bloccato in montagna. Non vedo nulla e comincio a tremare. Cercavo l’avventura? Eccola, proprio l’ultimo giorno! Non so se conoscete quella sensazione: isolamento selvaggio, una sorta di sindrome di Tarzan, tutto intorno il niente più assoluto, il senso di vuoto, il desiderio impellente di vedere qualcuno, di scorgere un volto umano, anche solo per chiedere un’informazione, per sapere da che parte della montagna ero, almeno il punto cardinale. Orientarsi con il sole è impossibile, in Scozia il sole non esiste. Ho passato un’ora buona in queste condizioni e a tratti ho pure urlato nelle nuvole: Is there someone? e vari altri richiami d’aiuto.
Più che la paura di dovermi arrangiare a dormire sotto le stelle, nonostante avessi la stanza già pagata anche per questa notte ad Aviemore, era l’appuntamento con l’autobus delle 7 del mattino di domani a preoccuparmi. Quella è l’unica corsa disponibile per raggiungere Birmingham in tempo per l’aereo.
Le prime persone incontrate dopo la mia ora di puro terrore in vetta al Ben McDui – ho corso per tutta la discesa, per questo ci ho messo solo un’ora a scendere dalla cima – sono stati due operai dell’azienda idrica che stavano facendo dei lavori lungo il fiume ai piedi della montagna. Non sapevo dove mi trovavo e loro mi hanno detto che ero sceso sul versante sbagliato, a 180° rispetto ad Aviemore, verso la Glen Derry. E che stavo camminando in direzione di Breamore, esattamente dalla parte opposta a quella che avrei dovuto prendere. Inoltre, scivolato su una roccia bagnata, ho pure fatto un volo di circa mezzo metro. Atterrato sulla roccia di ginocchio, mi sono portato dietro un dolore non indifferente alla gamba destra per tutta la discesa.
Mi sono rimesso in marcia verso Breamor. Ormai non avevo altre possibilità, non esistevano altri centri abitati raggiungibili.
L’intero percorso mi è costato 8 ore di cammino, spedito e senza pause. Quando ho raccontato quello che era successo a due ragazze inglesi incontrate verso la fine del sentiero, non ci volevano credere. Erano stupite che in un solo giorno avessi potuto fare a piedi tutta quella strada. Non saprei quantificare in chilometri o in miglia l’entità del percorso che ho affrontato. Ma si tratta certamente di un’impresa non indifferente.
Alla fine della giornata ero arrivato a Breamor. Infreddolito, preda del panico e della paranoia, disperato per l’orario e distrutto dalla stanchezza. Ho pensato a Emanuele e Valentina: se li avessi avuti con me non so a che ora saremmo arrivati, forse avremmo dovuto piantare la tenda lungo il percorso e io avrei perso il mio autobus. Ancora una volta dico a me stesso: viaggiare da solo può essere rischioso e può creare problemi, ma anche i vantaggi non sono discutibili.
Arrivato in strada incontro subito un gruppo di greci, tre famiglie in viaggio su un pulmino preso a noleggio. Gli chiedo di aiutarmi e loro mi portano fino a Ballater, 15 miglia più avanti ma sempre molto distante da Aviemore.
Sceso dall’autobus dei greci mi rimetto in cammino. La strada che porta a nord era deserta. Le mie speranze ultime hanno un improvviso crollo verticale. Passa una macchina, la fermo con la forza. Alla guida c’è un tedesco che non parla una parola di inglese, risponde no a tutte le mie domande (anche contraddicendosi) e fugge via. A quel punto ero veramente incazzato. Più incazzato che disperato. Maledico il tedesco e mi rimetto in marcia. Stavo seriamente rischiando di non tornare e di perdere l’autobus della mattina seguente. Passa un’altra macchina, fermo anche questa quasi buttandomici sotto. Al volante c’è una donna. All’inizio è titubante ma mi carica su lo stesso. Mi dice che può portarmi avanti solo per altre 10 miglia, cioè più o meno a metà strada. È grande l’anello che gira intorno ai Cairgorms: ad attraversarlo a piedi ci ho messo 8 ore ma per circumnavigarlo le miglia da fare sono forse più di 10 volte tante.
Io e la donna cominciamo a chiacchierare amichevolmente e quando le racconto quello che mi era successo, l’errore di rotta, il problema dell’autobus e tutto il resto, si muove a compassione. Mi porta a casa sua, cambia macchina – era su una jeep e prende una macchina da strada – e mi porta sano e salvo ad Aviemore che l’invisibile sole scozzese non era ancora tramontato: un vero miracolo.
Adesso vi sto scrivendo da La Taverna, un ristorante italiano a pochi metri dall’ostello. La sera diventa pub e come sempre mi bevo la Guinness e aggiorno questo diario di viaggio.
La cameriera, Michela, come ha capito che sono italiano ha subito voluto fare conversazione. Romana anche lei, ma più che romana veramente burina, Michela vive e lavora ad Aviemore da un anno e mezzo. Mi usa come valvola di sfogo di tutte le sue frustrazioni da emigrante infelice, rendendo assai difficile la stesura di queste ultime pagine. Forse, ma non ne sono sicuro, mi vorrebbe anche scopare… ma non è proprio il mio tipo.
Mi racconta che suo padre e il fratello del padrone del ristorante sono amici d’infanzia. Per questo motivo quest’ultimo è stato disposto a prenderla a lavorare per 6 mesi alla Taverna. Poi i 6 mesi sono diventati 18, lei si è trovata un fidanzato scozzese – il cuoco dello stesso ristorante – e ha piantato le tende ad Aviemore senza aver visto niente altro della Scozia. Ora però se ne vuole andare. Non va d’accordo con nessuno, né con il padrone – italiano – né con gli altri dipendenti sia italiani che scozzesi. Detesta anche tutti i clienti e non li tratta proprio con professionalità. A parte me, con me è gentilissima. Si lamenta di tutto, soprattutto della paga e dell’eccessivo carico di lavoro mentre gli altri suoi colleghi – dice – non fanno niente. Appena se ne andrà ha promesso che li sputtanerà tutti… parole sue.

Day 15
Birmingham, ore 20

Bilancio finale
Sono dentro l’aeroporto, più precisamente al Blues Music Bar. Guinness, sigarette, 10 ore senza fare assolutamente niente se non aspettare l’aereo, alle 6 di domani mattina… è il momento giusto per tirare un bilancio della vacanza.
Il bilancio è sicuramente positivo. Cercavo la natura selvaggia e l’ho trovata. Volevo l’avventura… Beh, l’ho avuta, specialmente ieri.
Sono stato due settimane da solo ma non mi sono mai sentito solo. Ero libero, spensierato e itinerante.
Ho fatto amicizia con due coppie di romani, Valentina e Emanuele, Luca e Rossella, una di svedesi, Stefan e Christina, Alberto e Juan gli spagnoli, Ralph l’olandese ciclista, la band dei Rhyhtm ‘n Reel, una foca e una famiglia di cervi. E poi c’è stata Glenda.
Ho parlato inglese e me la sono cavata piuttosto bene. Ho visto e vissuto decine di posti diversi, la maggior parte dei quali decisamente bellissimi. Mi sono divertito facendo l’autostop per quasi tutto il tempo, conoscendo molte persone, e ho speso pochissimo. Mi sono immerso in una cultura estranea, nordica, e mi sono subito abituato ai suoi ritmi, ai suoi usi.
Ho goduto del paesaggio, dei sentieri, dei monti selvaggi e delle valli altrettanto selvagge. Poi il mare, questo splendido mare freddo e poetico. Con le sue spiagge deserte e sconfinate, dai colori abbaglianti. Ho avuto anche qualche disavventura, giusta e piccante contropartita insita nello stesso concetto di avventura.
Alla fine dei conti si può dire che me la sono saputa cavare… Adesso mi manca casa, la pastasciutta e il caffè, la famiglia e il lavoro, gli amici e la routine di sempre a cui sono tanto affezionato.
È stata una grande sfida e l’ho vinta. Adesso basta.

Un saluto a tutti i pazienti lettori.
 Il viaggio che si fa avventura: solitario incontro con la Scozia e con le sue montagne

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