Bali: gli dei abitano qui

in viaggio con schatzy2 in Indonesia

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Bali: gli dei abitano qui

Era da anni nell’aria questo viaggio rimandato per non so quali motivi (certo per altre mete), ed andava crescendo in noi il desiderio di estendere i nostri vagabondaggi a Bali, Paese descritto da amici con parole entusiaste e con un pizzico di nostalgia nella voce.
Perciò, decisi a raggirare il freddo febbraio italico, abbiamo fatto i bagagli: costumi da bagno, T-shirts, pareo, shorts ed i soliti golfini per proteggersi dall’aria condizionata dei locali. Notevole la capacità di una donna di stipare in poco spazio una marea di cose delle quali, la maggior parte, si riveleranno inutili. Tranne, si intende, la fedele macchinetta del caffè con relativa miscela preferita.Bellezze naturali, spiritualità profonda, un popolo dolcissimoFiumicino e l’aereo ci accolgono sotto una pioggia insistente e vento gelido di tramontana.
Dopo 10 ore, la tappa a Bangkok, come al solito l’aereoporto rigurgita di gente che pare vaghi senza meta e il caldo e l’umidità iniziano a farsi sentire.
Lunga passeggiata fino al desk per far vidimare la continuazione del volo e poi… l’ultimo salto per Bali. In tutto circa 20 ore, ma ne abbiamo guadagnate (o perse) ben otto!
Subito ci accorgiamo che ha appena finito di piovere e l’aria, se possibile è ancora più umida che a Bangkok. In compenso, con sollievo notiamo che non c’è inquinamento atmosferico.
L’aria è bollente, il cielo grigio. La pelle inizia ad espellere un calore umidiccio: favoloso! Mi sento come coperta da gocce calde. Ci guardiamo intorno un po’ sfasati sia per la mancanza di sonno che per la lunga immobilità, e scopriamo un mondo dove i colori predominanti sono tutte le tonalità del verde, quelli infiniti di infiniti fiori ed il nero delle statue. Un mondo che racchiude un’intera tavolozza.
Siamo a Bali: l’isola degli dei. Dove molti animali sono sacri, dove si portano doni e si recitano preghiere propiziatorie persino agli dei del male per ammansirli. Dove ogni casa ha diversi tempietti più o meno grandi a seconda delle possibilità economiche del proprietario. Sovente essi coprono una superficie ben più grande della casa stessa. Templi dedicati anche agli antenati, ai quali diverse volte al giorno, si portano cestini di foglie di palma intrecciate piene di fiori, frutti, riso e bastoncini d’incenso.Questo è un compito riservato alle donne! Se però il cestino votivo contiene solo fiori l’offerta non è per un dio ma per una divinità di grado inferiore.
La spiritualità che permea questo popolo sorridente e cortese, sempre pronto a discorrere, è quasi tangibile. Visi fanciulleschi che si tramutano in tratti incartapecoriti. Per noi europei credo sia difficile determinare con una certa approssimazione l’età reale della gente. Ti sembrano volti di fanciulli o giovinetti e poi di colpo: vecchi e grinzosi.
Con noi parlano volentieri. Imparano così l’italiano. Per loro non deve essere facile perché la loro lingua non prevede regole grammaticali. I verbi non hanno coniugazione: ieri andato; oggi andato; domani andato. Beati loro e la loro semplicità.
Sciorinano con orgoglio tutti i nomi dei calciatori (specialmente quella della Roma, ma forse perché ammettiamo di venire da quella città e mi scusino i laziali). Merito di Rai International. Ammetto senza vergogna la mia ignoranza in materia.
A Nusa Dua, sorge il nostro albergo: il Putri Bali (ragazza balinese), è un immenso parco tropicale tranquillo e pulitissimo. Già la hall, enorme, con soffitto a cupola altissima e aperta su tre lati verso giardini lussureggianti, laghetti interni sui quali si affacciano ristoranti e bar, ci conquista, come il sorriso e la disponibilità del personale in costume nazionale.
Ovunque, statue di dee, scimmie, draghi e mostri vari. II vialetti che portano alla vicina spiaggia sono ombrosi e silenziosi. La sabbia finissima è bianca e le mangrovie allargano la loro capigliatura per rendere meno intensi i raggi del sole che impietosi filtrano tra il grigio del cielo. Sull’acqua calma galleggiano numerose ciotole colme di fiori, riso e bastoncini di incenso che il dio del mare raccoglie con piacere .In compenso rende la pesca copiosa ed il ritorno dei pescatori più sicuro.
Intorno ai bar ed ai ristoranti, sempre vicino alla spiaggia, numerose statue trattengono fra le braccia gli stessi doni e tutte sono riparate da ombrellini che simboleggiano sia il sacro che la festa, a seconda del colore.
Era questo l’Eden che abbiamo perduto in molte delle nostre città fumose e caotiche?
All’indomani, più riposati e già abituati al caldo che personalmente trovo tollerabilissimo, ci incontriamo con una guida del luogo per metterci d’accordo su come e dove girare per l’isola. Lupo, un ragazzo (ma forse pare solo a noi), si fa chiamare così perché dice ridendo, il suo nome in balinese sarebbe troppo complicato, si presenta puntuale e dietro sue indicazioni (parla un italiano imperfetto, ma molto comprensibile), oltre a quanto abbiamo letto e sentito, organizziamo diverse gite nell’interno.
Due sono le cose più importanti: avere qualcuno del posto che sappia raccontarti e spiegarti le usanze, la vita, le tradizioni dei luoghi e chi sappia guidare con la guida a sinistra per strade spesso sterrate, strette e trafficate.
Alterneremo escursioni a giornate di completo relax fra uno scroscio di pioggia violentissimo ed un repentino apparire di un sole che ti arrostisce. Le gocce sono talmente sferzanti che paiono aghi sottili che si infilino a velocità sostenuta nella pelle. Nel frattempo abbiamo già capito da quale parte arriverà e in quanto tempo ci raggiungerà.
Tanti anni fa, durante un giro in mare verso quella che chiamavo l’isola dei Pirati, a Nord di Bangkok, mi capitò di incappare in un “ tifoncino”. La pioggia era talmente dolorosa che insieme ad una mia amica ci buttammo a mare per sfuggirle. Ma quello fu un altro viaggio.
La puntualità di Lupo doveva diventare proverbiale. Siamo solo Walter ed io, insieme a Lupo e l’autista. Sono molto contenta perché almeno potrò porgli tutte le domande che voglio, senza preoccuparmi di eventuali interferenze. Ho con me persino un mini-registratore. Fanatica proprio.
Lupo sembra proprio felice di poter raccontare e più domando e più sorride. E’ un popolo lieto che trasmette letteralmente la sua disponibilità e la capacità di accettare quel tipo di vita nonostante i molti problemi che hanno in quanto gli stipendi sono bassissimi. Forse sarà per la loro fede induista, ma non sono né infelici, né scontenti.
Mi parla delle caste che a Bali (dove il 95% della popolazione è di religione indù), sono 4 e non 5 come in India. La prima è formata dai Bramini (sacerdoti). Dopo vengono i Ksatria (stirpe regale), i Weiysa (mercanti) ed infine i Sudra (contadini).
Lupo appartiene a quest’ultima e, nonostante sappia leggere e scrivere (oltre che parlare il dialetto del suo villaggio) in indonesiano, lingua ufficiale, conosce anche il Sanscrito, l’antica lingua dei Sacerdoti ormai relegata ai libri sacri. Mi racconta che è molto interessato agli antichi Testi e che ha un Maestro eccezionale che lo sprona allo studio per approfondire la conoscenza della religione (ma direi più propriamente della filosofia) indù.
Egli è un Sudra ed è legato, sia lui che la sua progenie, per sempre alla sua casta. Non potrà mai unirsi in matrimonio ad una ragazza di casta superiore; non potrà mai pregare se non nel tempio dei Sudra.
Insomma, la sua vita sarà limitata a ciò che la sua casta prevede e permette. Sia lui che tutte le generazioni a venire. Per i suoi genitori, che ancora coltivano la terra, fu lo stesso.
Per noi europei ciò appare come un fatto inaccettabile, una intollerabile limitazione alla nostra libertà personale. L’impossibilità di poter fare un balzo di qualità, come minimo.
Lupo è un giovane intelligente, conosce oltre all’italiano anche l’inglese. Ha modi educati. Eppure ha già raggiunto il massimo. E’ una guida per turisti. Ma che desidera di più. I suoi genitori sono orgogliosi di lui, ma a volte hanno paura che voglia strafare. Non devono temere, dice Lupo, lui conosce le regole. Non vuole infrangerle. E’ grato agli dei che gli hanno dato la possibilità di studiare, di non continuare a fare solo il contadino, ma conosce i suoi limiti e certamente non andrà contro le tradizioni induiste. E’ contento, orgoglioso e soddisfatto.
Egli è un “komang” ossia il terzo figlio maschio. Naian è il primo, neudan il secondo, il quarto ketut. Poi si ricomincia da capo. Mi chiedo silenziosamente che se ve ne fossero 6 di figli come riuscirebbero a rivolgersi quello giusto, ma mi rassicura, come se mi avesse letto nel pensiero: hanno anche un nome personale.
I figli maschi sono di importanza vitale per i genitori. Non esiste “pensionamento” e ad essi è affidato il compito di mantenerli ed assisterli nella vecchiaia, fino alla morte, nella casa paterna insieme alla sposa che sarà scelta per loro. Ma ora questa prassi va scomparendo e la sposa possono spesso anche sceglierla.
Le figlie andranno a vivere nella casa del marito e pur restando legate affettivamente alla famiglia d’origine, non avranno altri obblighi nei loro confronti. Solo nei confronti dei suoceri.
Ida Sanghyang widi wasa è l’unico dio; la trinità (analogie?) è formata da Brahma che simboleggia il fuoco; Visnù, l’acqua e Jschiva l’aria.
Ho spedito a Lupo due foto ( sono sempre gradite) e l’indirizzo mi è costato tempo ed applicazione. A parte l’indirizzo vero e proprio, il nome era Ikomang Lupo - Parsa. Il primo lo identifica come terzo figlio, il secondo è il nome internazionale ed infine il nome della casata.
Sono molto interessata alla loro filosofia di vita, alle antichissime tradizioni di questo popolo di pura fede indù. Una filosofia che segna le loro esistenze terrene come pure quelle del divenire, oltre la morte.
Mi racconta, Lupo, che per far frequentare ai bimbi la scuola dell’obbligo, i genitori devono pagare un tassa. Mentre, se si mostrano particolarmente dotati e portati al proseguimento dello studio, dalle superiori in poi è lo Stato che si accolla le spese per la loro formazione.
Per un balinese la vita non è facile in quanto mensilmente possono guadagnare dalle 300 alle 700 mila Rupie mensili; e un dollaro equivale a circa 10.000 Rupie. Quello che incide non è tanto il vitto e l’abbigliamento, ma gli affitti in città e villaggi più importanti.
Decine e decine di carrettini e bancarelle ad ogni ora del giorno e spesso anche di notte, offrono riso lessato o arrostito o fritto, spaghetti di soia (ottimi), sughi di verdure speziate e intingoli di pesce o pollo.
Si mangia poco e spesso. Giustamente quando si ha appetito. Nelle semplicissime casupole di campagna, dove anche la madre aiuta nei campi, la mattina viene posta una ciotola colma di riso bianco all’ingresso e da lì, chiunque dei familiari, quando vuole, passando può prendersene una manciata. Quindi per Lupo è una manna il fatto di accompagnare noi turisti perché così durante i giri per l’isola può mangiare nei ristoranti pietanze che altrimenti a casa forse gusterebbe solo in occasione di festività.

I templi, per un’isola relativamente piccola, non si contano. Il più grande ed importante è il Tempio Madre, conosciuto anche come tempio reale di Mengwi. E’ anche il più antico, posto alle pendici di un vulcano perennemente avvolto da nuvole. E’ composto da tanti templi più piccoli, suddivisi a seconda delle caste. Lupo mi indica quello della sua.
Il Tempio del Lago sul lago Ulun Danu, sprigiona una magia particolare. Contornato dall’acqua immobile di un lago vulcanico con alle spalle la cima cupa di un monte, anche quello un vulcano dormiente.
Si sta svolgendo proprio in quei momenti una cerimonia. Qualche festività del villaggio (ognuno ha le sue e quindi durante un giro per vari villaggi è possibile incontrarne diverse). Noi non possiamo entrare, ma una sbirciatina ed una foto dalla soglia ci sono permesse. Le donne nei loro variopinti costumi portano sul capo cesti colmi di frutta che il sacerdote benedirà. Dopo la benedizione verranno portati nuovamente nelle case dove verranno consumati. Un cartello ben visibile informa che non è permesso varcare la soglia del tempio alle donne in periodo mestruale. Altra piccola spina per me donna europea!
Nel parco vicino al tempio di Kehen che conta oltre 300 anni di storia, sorge un enorme Ficus Benjamin, vecchio di 400 anni. E’ diventato un albero sacro ed il suo tronco è avvolto da drappi bianchi e gialli. Penso al mio Ficus a casa, in giardino che sta crescendo: è già alto quasi 2 metri e sorrido. Non lo vedrò certo mai così immenso.
Il Tempio del Mare, Tanah Lot, sorge su un cucuzzolo di scoglio sulla costa bagnata dall’Oceano Indiano. Con l’alta marea si può raggiungerlo solo con una barca e siccome le onde sono piuttosto forti, stanno erigendo un diga affinché il mare non eroda la terra ancor di più. Sarebbe un vero peccato se andasse perso.
C’è anche un Tempio dove vivono migliaia di scimmie in libertà: scimmie sacre che sono le guardiane del tempio. La visita costa solo le poche rupie per comprare cibo per le scimmie che ti attorniano. Una si mette sulla mia spalla, la più golosa certo. Il suo pelo è morbido e setoso e odora di pulito. Da lontano, appollaiati a testa in giù, giganteschi pipistrelli che ogni tanto allargano le membrane in brevi voli. Non mi sono molto simpatici ed è un bene che siano lontani.
Poi c’è la grotta dei pipistrelli. Migliaia e migliaia attaccati alla roccia. Ci hanno legato un nastro bianco alla vita in onore del dio pipistrello e ci avviciniamo. Lupo racconta che quella grotta si estende sotto la collina per chilometri e solo i sacerdoti possono entrarci durante le cerimonie. Mi allontano volentieri. Anche l’odore non era proprio invitante.
A proposito, i sacerdoti indù sono tutti ultra settantenni! Si ritiene che a quell’età abbiano superato il richiamo dei sensi e possano quindi dedicarsi completamente al culto. Possono essere sposati con figli, ciò non ha importanza. Ma comunque devono aver condotto una vita rispettosa della religione e delle tradizioni induiste.
Un giorno, attraversando un villaggio, ci siamo imbattuti in uno sconcertante corteo. Uomini e donne portavano lunghe camice nere e gonne multicolori. Un gruppo di uomini poi, reggeva alto sopra le loro teste, un fagotto avvolto in una stuoia ed avanzava barcollando e zigzagando accompagnato da un suono monotono di tamburi e bagnati da un idrante che sistematicamente li inzuppava.
Stavano portando un congiunto alla sepoltura provvisoria. Quel loro avanzare così strano, parevano ubriachi che non si reggono bene sulle gambe, era un esorcizzare gli spiriti del male che così non avrebbero potuto”localizzare” bene l’anima del morto e non sarebbero riusciti ad impossessarsene. La cremazione sarebbe avvenuta in un secondo tempo. Quando la famiglia avesse racimolato il denaro sufficiente per il sacerdote, i fiori, il rinfresco. Si deve anche attendere che il Sacerdote fissi il giorno più propizio in modo che le ceneri del defunto sparse nell’acqua trovino la giusta pace e ci si possa reincarnare degnamente.
Un altro giorno durante i nostri giri per l’isola mangiamo in un ristorante che si affaccia sulle risaie a terrazzo. Quanta fatica debbono essere costate a quei piccoli umani, ma che meraviglioso paesaggio che emana una pace infinita. Non si notano quasi le esili figure chine ed altre con enormi carichi sul capo che camminano con passo quasi regale verso casupole di fango e foglie di palme.
I giorni in cui non abbiamo impegni con Lupo trascorrono pigramente ed in perfetta sintonia con la natura. Bagni di mare, visite ai ristoranti e la sera giri pigri per il centro commerciale immerso in un tripudio di verde e di silenzio. Tutto è curatissimo. Poco lontano scopriamo pure un centro ospedaliero. Non ci necessita, ma appare come una bellissima clinica italiana. Esclusiva e certo costosa, Mah, visto le cliniche romane, siamo lieti di non dover ricorrere al loro aiuto. Però anche se siamo certi che sia a quasi esclusivo beneficio di turisti e ricchi del luogo, ci meravigliamo per quell’aria di efficienza che emana.
Dopo sei mesi dal nostro rientro,la televisione ci faceva vivere momenti di inaudita crudeltà: l’attentato con tanti morti in un locale notturno a pochi metri dal nostro albergo.
La prima reazione fu un senso di rifiuto di fronte a quell’atto così inumano. Poi subentrò una terribile tristezza ed in ultimo il grido interiore che condanna senza pietà ogni atto contro la vita. Ovunque, comunque.
Tutto ciò successe nel 2002. Oggi non temerei tornarci. Il popolo di Bali non merita che lo si abbandoni.

Dopo 15 giorni di vita balinese , partiamo per un breve soggiorno a Lombock, l’isola dei gechi. Arriviamo dopo circa due ore di navigazione e man mano che ci avviciniamo il mare si ingrossa. Ma è una traversata bellissima.
Alloggiamo non lontano dall’aereoporto per evitare così un’alzataccia il giorno del ritorno. Forse non abbiamo vissuto la parte più bella di quest’isola, ma a me piacque anche per il fatto che l’ultima delle quattro notti che vi passammo fu allietata da ben tre incursioni di gechi.
“Hallo boy, there is a geko in my appartment! - Sorry Madam, we will be there in few minutes".
La cattura dei gechi da parte dei boy è lunga, ma proficua. Mobili che si spostano, rincorse velocissime. Uno straccio per staccare con forza le ventose delle zampe dal muro. Poi la loro liberazione nella notte dal terrazzo nella rigogliosa vegetazione. Debbono vivere perché sono innocui. Sono solo curiosi. Uno, abbastanza grande, si era infilato nel cestino della carta straccia. Solo il rumore mi ha insospettita. Ci si addormenta verso le due di notte e la sveglia è alle sei! Ma quante risate, mentre relegata sul letto seguo la cattura.
Si ritorna a Bali non senza il giorno prima aver gustato un'enorme porzione di gamberi ed aragoste freschissime a prezzi per noi stracciati presso il ristorante della spiaggia. Ho anche raccolto bellissimi coralli lungo la spiaggia bagnata dalle impetuose onde dell’Oceano Indiano. Persino uno azzurro che ora fa bella mostra di sé, proprio davanti ai miei occhi. E la mia mente ricorda…
Torniamo a Bali con un bimotore ad elica che ha visto tempi migliori. Mi piace, mi dà il senso del volo. I nostri compagni di viaggio sono per la maggior parte gente del luogo. Manca l’aria, ma mi interessano moltissimo. Fagotti informi, chiacchiericcio. Sono molto più coraggiosi di molti dei miei connazionali, visto il mezzo che li trasporta quasi a pelo dell’acqua. Meno male che il senso dell’avventura ha il sopravvento.

Un lungo viaggio ci attende.
Lombock - Bali - Bangkok, si fanno le una, le due. L’aria condizionata dell’aereoporto che ti congela. Poi l’ultimo balzo: Fiumicino. Arriviamo un po’, o molto, sfasati. La prossima volta faremo uno scalo riposante a Bangkok. Sbagliando si impara.
Altre mete ci attendono: sempre nuove, ma Bali e la sua religiosità con la gaiezza e la semplicità della sua gente, mi è rimasta nel cuore!

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