L’Arunachal Pradesh: un viaggio alla ricerca degli sciamani

in viaggio con anam in India

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L’Arunachal Pradesh: un viaggio alla ricerca degli sciamani

In un precedente viaggio in ARUNACHAL PRADESH ci eravamo imbattuti nella cerimonia di uno sciamano in occasione dell’inaugurazione di una nuova casa e volevamo approfondire questo tema andando a visitare sciamani in differenti villaggi ed etnie. Abbiamo quindi tralasciato la regione di TAWANG, BOMDILA e DIRANG situata nella parte occidentale dello stato dell’Arunachal Pradesh, che sono di cultura tibetana. Noi ci siamo concentrati sulle zone abitate dai discendenti di Abo Tani, considerato l’antenato originario di differenti etnie dell’Arunachal: gli Apatani, i Nyishi, I Hillmiri, i Tagin, gli Adi, i Mishmi. Tutte queste etnie sono - o erano, vedi sotto - animiste. Sono adoratori del sole e della luna (Donyi Polo) come le forme visibili degli dèi, i quali sono considerati come protettori degli esseri in quanto mostrano loro la strada a cui sono destinati. Il mondo è influenzato dagli spiriti degli esseri e della natura, e questi spiriti devono essere placati oppure gli si devono chiedere dei favori affinchè la vita possa scorrere armoniosamente. Il ruolo di mediatore tra gli esseri umani e gli spiriti è lo sciamano.
Cosa abbiamo notato di tutto ciò nel nostro viaggio?
Appena incontriamo la nostra guida e gli chiediamo se lui è un animista, ci risponde candidamente: “No no, io mi sono convertito al cristianesimo. “Perche?” “L’animismo costa troppo caro. Per ogni cosa bisogna fare offerte allo sciamano, bisogna fare tanti sacrifici, e questo rende la vita molto difficile. Meglio il cristianesimo dove non è necessario fare sacrifici…”
Già, ci sono i sacrifici. Grandi o piccoli, a secondo del caso. Per esempio, assistiamo ad un sacrificio in un villaggio Apatani offerto per celebrare la guarigione di un ragazzo giovane che era stato malato. Funziona spesso cosi: prima si tentano altre vie - la medicina allopatica oppure ayurvedica - ma quando queste non funzionano (probabilmente perchè in tanti villaggi non esistono strutture o assistenza adeguate) si ricorre allo sciamano. In questo caso il sacrificio consiste in una coppia di polli e alcune uova. Preparato l’altarino di bambù nella casa dell’ammalato, sciamano e aiutante si recano in un posto dietro alle case, e li compiono il sacrificio. Mentre lo sciamano canta, l’aiutante spenna il pollo (da vivo) e le penne vengono inserite nell’altarino e cosparse di sangue. Secondo la credenza, è lo spirito dell’animale offerto che porta il ‘messaggio’ allo spirito che ha causato la malattia. Alla fine vengono letti gli auspici controllando il fegato dei polli e il tuorlo delle uova. In seguito tutti ritornano nella casa dell’ ammalato, e la cerimonia continua. Quella sera la casa verrà chiusa da una specie di simbolo in bambù; nessuno degli abitanti - nemmeno i bambini - potrà uscire, e nessun estraneo potrà entrare per un giorno. I polli sacrificati saranno il pagamento per lo sciamano.
(Clicca QUI per il video di Franco “Arunachal Pradesh: lo sciamano e il totem”).L’India continua a proporre un’infinità di sfaccettature lontane dagli stereotipi del turismo di massa: scopriamo tradizioni secolari ma ancora ben vive nelle regioni più reconditeA PAYA, un villaggio Galo, arriviamo in una casa dove si stanno svolgendo i preparativi per una cerimonia analoga per festeggiare la guarigione di una bambina. È molto bello: tanta gente riunita nella casa, vicini e parenti, tutti intenti a preparare riccioli e intrecci di bambù da usare come decorazioni per l’altarino, mentre lo sciamano e il suo aiutante ogni tanto cantano. Qui l’atmosfera è allegra, come una festa. Il canto degli sciamani è rivolto agli spiriti, e per concentrarsi poggiano la mano sopra l’orecchio: mi fa pensare subito a Milarepa!
In occasione di questi due episodi abbiamo appreso che gli sciamani diventano tali soltanto a partire da una certa età, di solito si tratta di uomini al di sopra dei 45 anni; e che non agiscono da soli, ma utilizzano un aiutante, che a sua volta diventerà sciamano dopo che avrà imparato tutto. Ma da quanto abbiamo visto, in queste cerimonie gli sciamani non entrano in trance. Si limitano a cantare. Un canto molto ripetitivo, uguale in molte circostanze. Durante la cerimonia viene servita a tutti una bevanda alcolica a base di riso fermentato.
A DULOM, un villaggio Tagin, incontriamo un anziano sciamano, Taji Lindak, che indossa i suoi abiti da cerimonia per mostrarceli, e ci fa sentire il suono del suo fischietto che utilizza per entrare in contatto con gli spiriti. Ci racconta che al momento della morte il posto migliore dove può recarsi lo spirito del defunto, come fosse al paradiso, si trova sottoterra e si chiama Neli. Il lavoro dello sciamano consiste quindi nel far si che lo spirito arrivi nel Neli. Invece un post-mortem negativo, come se fosse l’inferno, sarebbe se lo spirito arrivasse nel Talii, situato sopra il cielo.
Nel villaggio di LIGU, vicino a DAPORIJO, nella casa di fronte alla nostra guest house è morta una signora anziana. La casa è affollatissima: bisogna tener compagnia agli abitanti della casa per non fargli sentire che manca qualcuno! La compagnia viene protratta anche durante la notte, e molto rumorosamente… L’indomani, a nostro stupore, vediamo che sotto la casa (a palafitta, come quasi tutte in questa zona) sono arrivati due mithun, uno grando e uno piccolo. Anche questi da sacrificare. Sarà lo spirito del mithun che porterà lo spirito del defunto alla sua destinazione.
Che bell’animale, il mithun! Mi fa tenerezza. Una specie di bue-bisonte indiano (bos frontalis), nero oppure pezzato bianco e marrone. Vive in semi-liberta: tutti i mithun di un clan, di un villaggio o di una communità vengono portati a pascolare in una zona recintata nella foresta dove vivono liberi per una parte dell’anno. I mithun costituiscono la ricchezza di una famiglia, del clan o del villaggio: diventano dono in caso di matrimonio, come una dote, e vengono usati per i sacrifici. Nell’esempio della donna defunta, i due mithun verranno sacrificati e la carne verrà distribuita fra tutti i presenti. Si sacrifica un mithun anche in occasione di una festa di paese o di un clan, e in occasione di un matrimonio, e la carne verrà mangiata da tutti i presenti. Più sacrifici di mithun uno fa, più grande è il suo status sociale. Infatti in ogni casa si vedono esposti i crani dei mithun sacrificati agli antenati.
Quindi anche visitatori occasionali come noi non possono far a meno di notare come la pratica dello sciamanesimo sia ancora ben viva in Arunachal Pradesh, anche se, come detto sopra, oggigiorno molte persone - soprattutto i giovani - si convertono al cristianesimo. Per contrastare questa ‘fuga di anime’ alcune persone hanno tentato di dare una struttura alla loro “religione” - il donyi-polismo - e così si notano dei simboli tipici per contrassegnare chi appartiene a questo culto: medagliette indossate dai bambini, il simbolo di sole e luna sulle case, e anche la costruzione di templi donyi-polo. Questi cambiamenti sono di data recente, e servono per fornire una base visiva e di culto ai seguaci, in modo che non si debbano sentire di meno rispetto ai cristiani e agli indù.
Siamo andati a visitare un tempio donyi-polo ad ALOO. La costruzione, risalente soltanto al 2004, assomiglia ad un tempio indù. È aperta soltanto di domenica, e i devoti vengono indossando gli abiti della festa, come per andare a messa. Noi arriviamo prima dell’inizio della ‘funzione’, ma già ci sono due sciamani seduti per terra che dispensano benedizioni alle persone arrivate con qualche problema; gli legano un braccialetto d’erba intorno al polso e nel mentre recitano delle preghiere. Peccato, non c’era tempo per assistere alla funzione! Dovevamo affrettarci per passare il Brahmaputra…
E questo porta ad un altro argomento al riguardo dell’Arunachal Pradesh. Mamma mia che strade… una buca dopo l’altra. Ore e ore di trasferimenti lentissimi, ma attraverso foreste magnificenti. Una vegatazione bellissima: bambù, palme, alberi di felci, e suoni acutissimi di grilli. Però non si vede un uccello e nemmeno una scimmia, perchè in Arunachal sono tutti cacciatori e mangiano di tutto: scimmie, topi, mithun, bachi di seta, maiale, orsi, cani, insetti, uccelli. Siccome la rete stradale è cosi povera, per spostarsi da una zona all’altra dell’Arunachal si deve entrare in ASSAM, attraversare il Brahmaputra per due volte, e poi rientrare in Arunachal.
Non appena si attraversa il confine tra i due stati il mondo cambia di colpo. Un’esplosione di vita: tanta tanta gente, e ci si rende conto subito che in confronto all’Assam l’Arunachal Pradesh è poco popolato. E poi riappaiano le scimmie, gli uccelli, le mucche per strada. Siamo tornati ‘in India’. Attraversare il Brahmaputra è un’altra avventura. L’imbarcadero per salire sul traghetto si sposta a secondo di quanta acqua c’è nel fiume. Quando l’acqua si ritira ci si trova a dover attraversare un tratto di terreno sabbioso, in cui è facile che le macchine si impantanano. Ma non c’è da preoccuparsi: sono pronte le ‘squadre di soccorso’ formate da giovanotti che in cambio di una piccola mancia si danno da fare per tirar fuori il veicolo. Si dice che alle volte le persone locali mentono appositamente sul luogo di attracco in modo da aumentare il business del salvataggio… Nel nostro caso, lungo il tragitto nel fiume c’era un posto dove si era formata una banchina di sabbia, e quindi la barca non poteva trasportare pesi pesanti. Le nostre macchine, per esempio. Cosi noi siamo partiti, e all’arrivo abbiamo proseguito con un pulmino locale fino a DIBRUGARH; le macchine sono rimaste indietro ad attendere il primo ferry dell’indomani. Un’avventura per noi divertente, ma a pensare che tutta questa gente vive tuttora in balia del fiume, in uno stato di incertezza se sarà possibile raggiungere la destinazione oggi o domani o forse anche fra qualche giorno…
Una scoperta ancora: rientrando da TEZU a Dibrugarh, lungo la strada incontriamo un villaggio Khamti, di origine thailandese e birmana. Questo piccolo gruppo etnico immigrato in Arunachal Pradesh pratica il buddismo theravada, ed è sorprendente veder spuntare le guglie di stupa buddiste e i tetti dorati delle vihara buddiste.
Un commento finale: rispetto alle zone tribali dell’ORISSA, le etnie in Arunachal Pradesh presentano alcune notevoli differenze. In Orissa la diversità tra una etnia e l’altra è grande, e si nota negli abiti e nei costumi; non è tanto facile visitare i villaggi, almeno non per le etnie più spettacolari come i Bonda, e quindi s’incontrano le etnie nei mercati. Le etnie dell’Orissa sono più esotiche e colorate, ma le persone delle etnie stesse, al di fuori del contatto fuggente per la foto, sono poco avvicinabili: nessuno parla indi o oriya, e sembrano totalmente al di fuori della vita moderna. In Arunachal Pradesh le differenze tra una etnia e l’altra non sono così grandi; la popolazione è meno colorata e meno esotica, ma si possono tranquillamente visitare i villaggi, si può entrare nelle case, ed è abbastanza facile parlare con la gente. Anche se vivono in villaggi tradizionali, con le case a palafitta con i tetti di paglia, di palme o bambù, i giovani hanno tutti avuto un certo grado di educazione. Il loro sogno più grande è trovare un impiego statale… Sono più moderni, più vicini al modo di vita comune in India. Hanno tutti un cellulare, ma funziona malissimo e quindi tengono sempre il telefono all’orecchio, a provare, provare, provare…
Kristin Blancke

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