India: un viaggio del corpo e dello spirito

in viaggio con Paolo Maggini in India

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India: un viaggio del corpo e dello spirito

Era inverno, avevo molte ferie da consumare ma nessuno con cui partire, visto che tutti i miei conoscenti erano impegnati con il lavoro o altro.
Così provo ad andare da solo con un tour semiorganizzato di cui diverse persone mi avevano parlato in maniera positiva ed interessante: la formula prevede la prenotazione di tutti gli spostamenti esterni ed interni, mentre vitti e alloggi verranno cercati strada facendo. Mi reco in sede dove mi espongono una vasta gamma di viaggi in tutte le zone del mondo, basta sceglierne una e via!
Sfrutto il fatto che non portavo nessuno con me e scelgo un viaggio un po’ particolare che da sempre avrei voluto fare, ossia l’India; un grande e popoloso paese, un’intreccio di culture, religioni e paesaggi drasticamente diversi dai nostri e che volevo assolutamente vedere di persona.

Periodo: Febbraio - Marzo 2000 (17 giorni)
Organizzazione: Tour semiorganizzato
Partecipanti 19: Paolo, Grazia, Alberto, Luca, Giulia, Tullia, Paolo, Claudia, Massimiliano, Federica, Emanuela, Cristina, Elena, Matilde, Maria Grazia, Claudio, Edvige, Giovanni e il capogruppo Roberto.
Mezzi di Trasporto: Volo Jordan Airlines, pullmino con autista, Tuk Tuk (vespe a tre ruote).L’impatto è forte, ma nessun Paese può regalare le stesse sensazioni!Mi incontro con i partecipanti del viaggio a Fiumicino e spero che siano delle buone compagnie con cui stringere amicizie.
Il volo della Jordan Air prevede uno scalo nell’aeroporto di Amman in Giordania; qui incrociamo un gran numero di donne arabe in preghiera dirette alla Mecca, siamo già balzati in un altro mondo! Cambiamo aereo per la capitale indiana, io capito vicino a Cristina, una simpatica compagna di viaggio che in sei ore di volo mi racconta tutta la sua vita senza lasciarmi dire una parola!
Nel primo mattino arriviamo in orario a Nuova Delhi, ma perdiamo un po’ di tempo per il lentissimo controllo dei passaporti e il ritiro dei bagagli: questa lentezza la riscontreremo un po’ dovunque, ma forse siamo noi che viviamo in maniera troppo frenetica.
Cambio un po’ di dollari e mi danno un mazzo enorme di rupie che non mi entrano neppure nel portafoglio, ciò mi dà già un’idea di quanto può costare la vita da queste parti.
All’uscita dall’aeroporto troviamo il nostro pullmino con autista indiano che ci accompagnerà per tutto il viaggio attraverso gli stati dell'Haryana, Uttar Pradesh, ma soprattutto del Rajasthan per poi terminare con la visita di Bombay che invece si trova nel Maharashtra; ora però ci porta in albergo per un riposino.
Dopo qualche ora usciamo curiosi e abbiamo i primi contatti con la città piena di gente, rumori e caos: i pedoni non hanno mai alcuna precedenza quindi quando si attraversa una strada bisogna fare molta attenzione; la segnaletica è quasi inesistente e anche se bisogna tenere la sinistra, una volta al volante tutto è concesso, l’importante è suonare sempre per farsi strada, l’inquinamento acustico quindi raggiunge livelli spesso insopportabili.
Comunque per molti di noi che non erano mai stati in India l’esperienza è forte e di grande impatto, tanto che Giovanni rimane un po’ sconvolto, ma poi si riprende, così guidati dal nostro bravo capogruppo Roberto visitiamo i monumenti più grandi della capitale, con bellissimi forti, minareti e moschee lasciate dalla cultura musulmana dei principi Moghul ai quali si fondono o si oppongono i templi di cultura induista dei Rajaput: questa alternanza la riscontreremo più o meno in tutte le località dell’itinerario.
Il forte rosso è mastodontico e massiccio, prende il colore dalla roccia ferrosa tipica di queste zone, doveva essere una fortezza veramente inespugnabile; di fronte si estende la città vecchia che forse è la parte che mi ha colpito di più, piena di mercanti, artigiani, fornai presso i quali abbiamo assaporato il pane cotto sulla pietra, ma anche tantissimi mendicanti e mutilati sdraiati in terra e bambini che ti seguono chiedendo soldi o altro.
Un altro particolare che noto per la prima volta è la fitta e casuale rete di cavi elettrici che passano ovunque capita da una parte all’altra delle strade senza alcuna architettura e sicurezza, immagino cosa può capitare durante la stagione del monsone.
La sera faccio due passi con Edwige, una compagna di viaggio, e casualmente ci imbattiamo in una festa induista presidiata da grossi ceri profumati; quando ci vedono ci accolgono così calorosamente che mi fanno sentire un nuovo Marco Polo, e ci invitano ad usare la macchina fotografica che io timidamente nascondevo.

Il giorno seguente lasciamo la capitale e cominciamo il lungo percorso con il pulmino da 20 posti; all’interno l’atmosfera comincia a diventare allegra (sembra una gita scolastica) anche perché il ghiaccio tra i vari partecipanti comincia a sciogliersi e devo dire che non abbiamo fatto grosse fatiche ad affiatarci tra noi, favoriti forse dal fatto che il gruppo era abbastanza omogeneo sia come fascia di età sia perché eravamo quasi tutti singoli e senza famiglie e bambini (d’altra parte siamo in India, non a Rimini!).
Ci dirigiamo verso sud ad Agra, antica capitale, ed abbiamo un primo contatto con le strade che collegano le città; a volte sono asfaltate ma spesso sono di terra, la segnaletica anche qui è scarsa, però non sono chiassose come quelle urbane, anzi c’è molta quiete e silenzio poiché i veicoli in circolazione sono pochi, l’automobile privata non se la può permettere quasi nessuno e gli unici mezzi che transitano sono dei grossi autocarri per il trasporto di raccolti agricoli; i prodotti talvolta sono racchiusi in grossi sacchi tondi dal diametro che arriva anche a cinque metri.
Comunque non dimentico il gran numero di buche che abbiamo preso durante la marcia e la larghezza delle strade che spesso non consentiva il passaggio a due mezzi in opposta direzione; infatti quando incrociavamo un camion di fronte a noi i due autisti procedevano fino a quando riuscivano a constatare chi dei due era più grande e a quel punto (anche agli ultimi secondi) il più piccolo improvvisamente sterzava accostando verso il bordo della strada per far passare l’altro, praticamente alla James Bond!
Sulla strada per Agra il nostro pulmino fora una ruota, così siamo costretti a fermarci in un sobborgo, scendiamo e come per magia ci troviamo circondati da gente curiosa che viene ad aiutarci, praticamente ci cambiano la ruota in dieci persone, tutti molto gentili e vogliosi di fare amicizia, in particolare con le due bionde del gruppo Federica e Giulia, che da queste parti sono una cosa rara!
Si riparte e arriviamo a Vrindavan, un paesino tipicamente indiano; qui cominciamo a farci un’idea della vita nelle campagne indiane, vie non asfaltate piene di animali di tutti i tipi, cinghiali, maiali, capre, galline, uccelli, cani, scimmie ma soprattutto le mitiche vacche sacre che mi accompagneranno per tutto il viaggio e che poi rimarranno scolpite nella mia mente per un lungo periodo. In questo paesino si stavano svolgendo importanti manifestazioni religiose e i fedeli entravano ed uscivano portando fiori e petali nei templi induisti: per me è stata una forte sensazione vederli pregare a modo loro in una atmosfera mai conosciuta prima, inoltre notiamo i primi santoni dai lunghi capelli seduti per terra a gambe incrociate. Cominciamo a conoscere le principali divinità induiste: Brahma, Shiva, Vishnu, Kalì e Ganesh dalla testa di elefante, che era il mio preferito e per questo motivo mi appiopperanno questo soprannome per tutto il viaggio (non è da tutti!).
Prima di ripartire mangiamo della frutta in riva ad un fiume sacro, dove Emanuela viene rapinata da alcune scimmie dispettose e affamate.
Ripartiamo e nel pomeriggio giungiamo ad Agra, sul fiume Jamuna, braccio del Gange, antica capitale dell'Impero Moghul; possiede alcuni edifici tra i più belli dell'India, in particolare il famosissimo mausoleo Taj-Mahal, che visitiamo subito, costruito nel 1652 dall’imperatore Moghul Shah Jahan in memoria dell’adorata moglie morta prematuramente. Sia che lo si guardi con la luce del giorno o nella luce rosata del tramonto, o riflesso nelle fontane del giardino, il Taj Mahal è sempre uno spettacolo che incanta e qui l’atmosfera è veramente particolare e magica. Il palazzo, costruito in ventidue anni dai migliori artisti dell’epoca, è in marmo bianco incastonato di pietre preziose ed è divenuto pian piano il simbolo dell’India.

Il giorno seguente è obbligatoria una visita alla Grande Moschea e al forte Rosso che somiglia molto a quello di Delhi ma è ancora più mastodontico .
Poi proseguimento verso sud, dove a 40 km. da Agra si trova la città fantasma di Fatehpur Sikri, costruita nel 16° secolo dall’imperatore Akbar come nuova capitale dell’impero ed abbandonata clamorosamente dopo pochi anni per mancanza d’acqua; il complesso è molto bello e rappresenta anch’esso un classico dell’India. Ci accompagna una simpatica guida che parla un inglese un po’ storpiato, anche qui è pieno di bambini che ci seguono chiedendoci qualche rupia, e c’è chi li caccia via da noi con un bastone dicendo che lui è un guardiano, ma alla fine anche lui ci chiede i soldi! Sembra che qui i mestieri si inventano per la strada! All’uscita troviamo il primo incantatore di serpenti del viaggio; si fa fotografare ma anche lui vuole qualche rupia.
Dopo uno spuntino si riparte per Jaipur che è la capitale del Rajastan; il pulmino si conferma un buon mezzo non solo di trasporto ma anche di socializzazione tra di noi, anche se spesso in alcuni momenti si crolla facilmente per il sonno e la stanchezza.
Anche io crollo nel sonno e quando mi sveglio per il frastuono e il traffico scopro che siamo arrivati a Jaipur; pensavo che fosse una piccola cittadina invece scopro che c’è tantissima gente, infatti è una città di quasi 1.500.000 abitanti (forse in India non è molto).
L’albergo che ci ospita è uno dei più caratteristici di tutto il viaggio, sembra di essere nella regia di un Maraja, ed è ben posizionato nel centro della capitale. Facciamo subito due passi e ci tuffiamo nel caos più totale, non avevo mai visto nella del genere, un misto di biciclette, motociclette, animali, pedoni e autocarri che si incrociano e si sfiorano anche a una certa velocità senza nessuna regola; anche qui basta suonare e sui camion compare sempre una targa con scritto “Horn Please!” cioè si prega suonare.
La sera, dopo aver cenato, ci riuniamo nel giardino dell’albergo per chiacchierare un po’, ci raccontiamo un po’ di vita privata visto che ognuno di noi proviene da una città diversa e di cose da dire ce ne sono molte.

Il giorno seguente, effettuiamo un’escursione al vicino forte di Amber, che personalmente giudico come uno dei posti più belli di tutto il viaggio; è uno splendido esempio dell’antica architettura Rajput, è situato in cima ad un monte ed è raggiungibile a dorso di elefanti elegantemente bardati, io però preferisco salire a piedi; arrivato in cima dopo la faticata mi accorgo che il rullino fotografico è finito così torno al nostro pulmino e risalgo di nuovo, ma non potevo non fotografare un posto così bello e particolare. La fortezza doveva essere davvero inespugnabile, dall’alto si ha una completa visuale su tutta l’area circostante e all’interno ci sono delle bellissime stanze ricche di oggetti e armi di tutti i tipi.
Gli elefanti sono ricoperti di teli ornamentali e hanno dei disegni colorati sulla testa e sul corpo, ognuno di loro ha un custode guidatore posizionato sopra, anche lui tutto ben vestito; nonostante sia una cosa molto turistica, fanno parte del folklore del posto.
Lasciamo il forte e proseguiamo verso altre località, passiamo intorno ad un lago tranquillo in mezzo al quale compare un altro piccolo forte, poi torniamo verso Jaipur e saliamo sulle vicine montagne dalle quali si può ammirare il panorama della città. Qui si sale a piedi su un arido sentiero sotto il sole, ma quando arriviamo in cima superando una gola, di fronte ci appare un paesaggio fiabesco: è il tempio di Galta, costituito da palazzi e piscine incastonati tra le rocce gialle della zona, i fedeli fanno il bagno in queste vasche e ci fanno venire voglia di buttarci in acqua, attorno ci sono tantissimi animali, in particolare scimmie e capre perfettamente amalgamate con noi. Una delle cose più insolite dell’India è questa perfetta convivenza tra l’uomo e l’animale, quest’ultimo è quasi sempre sacro e non teme nessun gesto dell’uomo, quindi non ci deve stupire se si incontrano vacche, capre o maiali dentro un ufficio postale o una scuola!
Nel pomeriggio visitiamo Jaipur nei suoi vari aspetti, facciamo una lunga passeggiata nelle grandi vie di terra piene di mercati e bancarelle di ogni genere, che vendono soprattutto frutta, vegetali, spezie e polverine indiane, ma anche seta, stoffe, gioielli, artigianato ed altro; comunque ci rendiamo conto che a Jaipur c’è un grande commercio, come avevo letto lo stato del Rajasthan in generale è uno dei più benestanti (relativamente) di tutta l’India e non è raro vedere oro.
Rimango comunque colpito dal fatto che soprattutto nelle città c'è tantissima gente e per gestire così tanta gente si necessiterebbe dal punto di vista istituzionale di molti organi statali, uffici e personale, invece da quel che ho visto le istituzioni (a parte le scuole e gli ospedali che non mancano) sono raramente visibili così come il personale, la polizia e i vigili; ma evidentemente il popolo indiano si gestisce da solo dalla nascita alla morte, credo che non ci sia nessun assistenzialismo e gli anziani non percepiscono contributi.
Visitiamo il bellissimo palazzo dei Venti, tutto rosa con tante fessure dalle quali un tempo le donne si nascondevano e potevano guardare gli uomini, poi il palazzo del Maraja, che da poco è divenuto museo nazionale con tanto di guardie reali in divisa; anche con loro facciamo una foto ed anche loro mi chiedono la mancia. Infine l’osservatorio astronomico racchiuso in un esile giardino.
Andiamo a cena in buon ristorante per ricchi del posto, mi abituo a mangiare come antipasto una zuppa di erbe e poi via con il resto; pensavo che in questo viaggio avremmo sofferto un po’ la fame ma invece mi devo ricredere perché si mangiano cose buone e genuine e senza conservanti o diserbanti (semplicemente perché non li hanno), soprattutto vegetali visto che qui siamo nel mondo dei vegetariani; molte carni sono vietate, il pollo invece si può mangiare, il nostro preferito era il “Tandoori” speziato di un rosso peperonico e piccante. Il riso comunque domina incontrastato nelle sue varie versioni, al cumino, al curry, al pulao etc., molti legumi, lenticchie, patate e poi l’indimenticabile “chapati”, una specie di pane per il quale Cristina impazziva! Per finire i vari frutti esotici e non.
A proposito di cibi, vorrei anche ricordare Luca, un grande viaggiatore toscano esperto di cibi di tutto il mondo ma in particolare di quelli a quattro zampe, ben cotti!
Il giorno dopo ripartiamo in direzione di Ajmer; è una città prevalentemente musulmana e quando visitiamo la moschea a piedi scalzi, l’Islam si sente forte, ci sono tantissime donne in preghiera che piangono e si lamentano, i turisti sono pochi e l'atmosfera non è così tranquilla come nei templi induisti.
Visitiamo poi il museo che contiene delle bellissime ricostruzioni di monumenti indiani, ma quel che ci ha stupito è che sono stati realizzati tutti in oro e sembra non esserci neppure una guardia che li controlla; questo mi conferma quello che avevo già notato, cioè che l’India nonostante la sua povertà è un paese molto dignitoso e non violento, i furti e gli scippi sono meno diffusi che in altri paesi.
La giornata è molto calda, tanto che Giovanni ha un piccolo svenimento, ma nulla di preoccupante, tra l’altro nel gruppo abbiamo anche un buon medico, la Tullia.
Ripartiamo così verso nord e nel pomeriggio arriviamo a Pushkar, la città sacra votata al dio indù Brahma.
Il suo nome, Pushkar, significa fiore di loto; la leggenda, infatti, vuole che il lago attorno a cui sorge sia stato formato da un petalo lasciato cadere dalla divinità creatrice, l’atmosfera qui è davvero magica e tranquilla ed è uno dei posti che ricordo con più nostalgia. Sulle rive del lago, le case si alternano a una infinità di costruzioni sacre, le vie sono percorse da dromedari e da uomini con enormi turbanti di tutti i colori. I pellegrini presenti sono numerosi in tutte le stagioni, fanno le offerte nei templi per poi andare a portare fiori e a pregare sui ghat, cioè delle gradinate che scendono nelle acque del lago, considerate purificatrici. Per gli induisti, questo gesto cancella ogni colpa. Tra ottobre e novembre, Pushkar ospita una famosa fiera di cammelli, una mostra mercato che richiama migliaia di pastori e nomadi dal deserto del Thar e da tutto il Rajasthan.
Noi giriamo nel pomeriggio e dopo cena, e la sacralità del posto si sente; non ci sono comunque svaghi di nessun tipo, le strade di notte sono poco illuminate e l’alcool è severamente vietato.

Il giorno seguente si riparte con nostalgia, passando per una zona abbastanza arida; le condizioni delle strade peggiorano e le indicazioni scarseggiano, tanto che il nostro autista indiano si è perso più volte ed è stato costretto a chiedere informazioni ad abitanti dei villaggi, i quali spesso sembravano non sapere nulla neppure della località più vicina, infatti nelle campagne la vita indiana è molto locale.
Comunque arriviamo a Nawalgarth, una città fantasma quasi tutta abbandonta, forse per la scarsezza dell’acqua; è però molto affascinante, perché risaltano soprattutto gli antichi "haveli", i palazzi che appartenevano alla ricca borghesia, celebri per il delicato e complesso lavoro artistico delle facciate. Le geometrie sono sempre diverse, ma si ispirano a uno stesso concetto di eleganza; durante la visita siamo stati accompagnati da un bravissimo suonatore che ha reso l’atmosfera davvero fiabesca.
Risaliamo sul nostro pullmino accompagnati da una scia di bambini e bellissime donne indiane, gli ultimi residenti di questo fantomatico posto, e ripartiamo alla grande con Maria Grazia che ogni tanto racconta delle barzellette ma nessuno si sbudella dalle risate.
In serata, dopo vari errori stradali, giungiamo a Mandawa e troviamo posto in un indimenticabile albergo che ci ha fatto sentire dei veri Maraja almeno per una notte: camere dipinte ed ornate, letti con baldacchino, personale in divisa di gala e spettacolo serale con giocolieri e fuochisti, davvero bello!
Io ero in camerone triplo con i miei inseparabili compagni di stanza Alberto e Claudio, ed ogni sera crollavamo commentando la giornata.

Al mattino facciamo un giro; anche qui ci sono diversi haveli, ma il paese è davvero molto povero e meno turistico di altri; una coda di bambini ci segue e ci chiede di tutto, se vuoi regalargli qualcosa conviene che lo fai quando un bambino è da solo, altrimenti si creano delle resse.
Lasciamo Mandawa e tiriamo fino a Bikaner attraverso un paesaggio che comincia a diventare desertico; il caldo si sente e lungo la strada si incontrano pochi villaggi, in uno ci fermiamo e mangiamo un po’ di chapati cucinato un po’ diversamente e inoltre beviamo l'immancabile tè caldo.
Bikaner è un’antica capitale, cinta dalle mura, fondata nel 1488 da Rao Bikaji, la cui dinastia regnò incontrastata per quattro secoli e mezzo. In epoca medioevale si trovava su un’antica carovaniera; noi visitiamo il Junagah Fort costruito dal Rajah Raj Singh, comandante dell’esercito dell’imperatore Akbar. Abbiamo tempo anche di prendere dei Tuk Tuk, vespe a tre ruote e immergersi nei vicoli del borgo antico che è pieno di negozi e templi in una confusione senza precedenti, riusciamo anche a perderci.
Da Bikaner abbiamo raggiunto anche la vicina Desnouk, dove con grande coraggio molti di noi (io compreso) hanno visitato il tempio dei topi: qui l'animale raggiunge l’apice della sua adorazione, il bello è che come al solito per visitare un tempio bisogna togliersi le scarpe, e per fortuna avevamo i calzini!
Nonostante i topi corrano per tutto il tempio che ha inevitabilmente una particolare atmosfera, non c’è stato nessun problema, anche grazie ai fedeli che portano sempre del cibo ai loro adorati animali.
La sera in albergo, dopo aver mangiato abbiamo instaurato un'altro colloquio sui nostri fatti italiani, seduti per terra e approfittando della particolare atmosfera creata dalla lampada, visto che la corrente elettrica andava e veniva in maniera periodica, alternando momenti di buio a momenti di luce; ci dicono che qui è una cosa normale e frequente.

Il giorno dopo si riparte, con destinazione Jaiselmer, la città del deserto, una delle mete più ambite del viaggio.
Sveglia nel primo mattino, come al solito ci trasciniamo con molta fatica all’interno del pullmino passando le prime ore di viaggio quasi storditi: mi conforta vedere che c’è gente che ha più sonno di me! La strada passa attraverso un paesaggio arido che mano a mano diventa desertico; ad un certo punto si cominciano a vedere delle carcasse di scheletri di grossi animali, soprattutto vacche e dromedari, e intorno a loro compaiono dei grossi avvoltoi e uccelli pronti ad intervenire. Siamo nel deserto del Thar.
Dopo un altro sonnellino mi sveglio e come per miraggio mi appare la mitica Jaiselmer, la città di sabbia che un tempo aveva una notevole importanza economica con il passaggio delle carovane.
Curiosi di visitarla percorriamo a piedi le strette viuzze dei quartieri cittadini per ammirare il Forte, i templi Jain ed i palazzi ricchi di sovrastrutture finemente intagliate. In mattinata veniamo invitati da una famiglia a visitare la loro casa; ci offrono del tè e ci mostrano le loro pitture veramente belle, ovviamente con lo scopo di vendere.
Dalle massicce mura color ocra si gode un bellissimo panorama; intorno c’è il deserto, la sera facciamo una lunga passeggiata attorno alla città che ha un fascino particolare e diverso da quelle che avevamo visitato fino ad ora.

Il giorno dopo partiamo per un’escursione nella zona, prendo lo zainetto e mentre scendo per uno stretto vicolo mi trovo faccia a faccia con una mucca; ci guardiamo e mentre io cerco di passare evitandola, lei mi dà una testata, forse ho invaso il suo territorio.
Così partiamo con il sole sempre rigorosamente presente e raggiungiamo una valle desertica dove compaiono all’improvviso dei complessi archeologici color sabbia; sono delle antiche tombe con colonne che sorreggono una cappella, molto belle esteticamente e suggestive perché incastonate in un ambiente pietroso e arido.
Facciamo una sosta in un accampamento all’aperto dove assetati consumiamo bibite e un intero vassoio di noccioline arachidi.
Nel pomeriggio è obbligatoria un’escursione tra le dune del deserto del Thar, un’esperienza bellissima a dorso di dromedario: qui siamo quasi al confine con il Pakistan e i nostri cammellieri ci raccontano che non scorre buon sangue con i vicini islamici che alla frontiera non li fanno passare; loro vivono grazie ai dromedari e sono molto simpatici, inoltre dalle dune che cambiano continuamente il paesaggio fuoriescono dei bambini venditori di bibite che sono sempre in agguato, in effetti il caldo fa bere molto.

Il giorno seguente dobbiamo a malincuore lasciare Jaiselmer e la parte desertica, per raggiungere Jodphur, nota come la città azzurra.
Entriamo di nuovo nel pulmino storditi dal sonno, ma poi il simpatico e socievole Alberto tira fuori a sorpresa un modulo con domande e quiz sui componenti del gruppo, tutto scritto da lui durante i momenti di relax a Jaiselmer dove è riuscito addirittura a farsi fare delle fotocopie per ognuno di noi. Così escono fuori delle cose pazzesche che sarebbero troppo lunghe da raccontare, comunque ci siamo divertiti molto ed il tempo è volato.
Arrivati a Jodphur, ci sistemiamo in un discreto albergo, ma non perdiamo tempo e ci arrampichiamo sulla megafortezza di Meheranghar che domina la città. Anche questo forte è mastodontico e imponente, tanto che le mura a volte raggiungono i 40 metri di altezza e quasi si mimetizzano con le rocce circostanti della montagna.
Il panorama è stupendo, siamo circondati dal deserto e sotto di noi appare l'azzurro delle case di Jodphur; sembra che la gente usi questo colore perché allontana gli insetti. Comunque la città è molto vasta ed è la seconda per popolazione nello stato del Rajasthan, a me è piaciuta molto anche se sembra che molti turisti non arrivino fin qui.

Così via, il giorno dopo ancora una levataccia dal letto e si riparte per Monte Abu; passiamo attraverso svariati paesaggi, villaggi indiani in cui la vita scorre lenta ed è basata su regole molto arcaiche, le donne sono grandi lavoratrici e si occupano quasi di tutto, dai bambini al cibo, alle mucche e alla coltivazione dei campi, alla raccolta dell'acqua dai pozzi. Noi infatti ci chiedevamo spesso cosa fanno gli uomini?
In serata saliamo di quota e arriviamo a quota 1200 nell'agglomerato di Monte Abu nell'estremo sud del Rajasthan, ai confini con il Gujarat; qui sorge un lago e ci sono molti alberghi, è un posto fresco dove la gente va in villeggiatura per evitare l'afa delle vicine città ed è anche meta prediletta di coppie indiane in luna di miele.
Il punto forte di Monte Abu è comunque il complesso dei templi Jain di Dilvara, bellissimi e lucenti tutti in marmo bianco lavorato; in questa area infatti spicca come non mai l'influenza della religione jainista che spesso avevamo già trovato lungo il nostro percorso, ma qui raggiunge il suo apice.
Il Jainismo è una dottrina ateistica, diffusasi contemporaneamente al Buddhismo per opera di Vardhamana; i Jainisti non riconoscono una divinità suprema ma bensì varie divinità che per ottenere la liberazione devono incarnarsi in forma umana; qui comunque vengono pellegrini da tutto il paese, ne abbiamo visti molti, anche europei e occidentali convertiti in maniera convinta a questa filosofia; essere Jainista comporta anche un rigido rispetto a certe regole riguardo al cibo, al bere, al sesso e altro, quindi non è semplice dichiararsi fedeli.
Nel pomeriggio facciamo un giro intorno al lago, ma secondo me non è stato uno dei posti più significativi; però c'è un'aria abbastanza mistica, oltre che fresca!
La sera mangiamo un buon pollo in un ristorante, all'uscita Cristina tira degli ossi ad un cane, ma all'improvviso deve scappare perche è inseguita non solo dai cani ma anche da alcune mucche che qui non fanno distinzione tra erba, carne o plastica; in generale comunque in India tutti gli animali sono molto affamati e lo si vede anche dalla loro corporatura quasi scheletrica, le mucche saranno anche sacre ma per farne una nostra ce ne vogliono tre!

Il giorno seguente riscendiamo a valle passando per campi, gole e villaggi; lungo il percorso incontriamo l'area archeologica di Ranakpur, anche questo è uno dei principali centri jainisti dell'India, i templi sono bellissimi e curatissimi, tutti merlati in marmo anche se per fare il biglietto ci abbiamo messo 20 minuti e non c'era nessuno in fila. Poi sempre di strada visitiamo un'altra maestosa fortezza, quella di Cumbargard: anche questa domina una vasta area, ma oramai ne abbiamo viste così tante che non ci fanno più effetto, anche se hanno tutte qualcosa di diverso e affascinante.
Possiamo dire che il Rajastan come un po’ tutta l'India è stato caratterizzato da questa continua frammentazione in stati-fortezze nei quali regnavano principi Moghul o Rajaput i quali non esitavano ad attaccare o a difendersi dal proprio vicino; questa politica però fu anche la causa per la quale nel XVIII sec. l'India cadde sotto il dominio degli Inglesi che trovarono terreno fertile e facilmente conquistabile; probabilmente se i vari sovrani avessero collaborato tra loro per combattere lo straniero non avrebbero subito questa invasione.
In serata arriviamo a Udajpur, la città dell'aurora e personalmente credo che sia stato il posto più bello di questo viaggio, mi è rimasto un ricordo particolare; la città si sviluppa attorno a un grande lago, è ricca di palazzi fiabeschi e di notevole eleganza, inoltre possiede un clima mite e piacevole.
Il palazzo più importante e bello è il City Palace che si specchia nelle acque del lago, ma ve ne sono tantissimi; anche le case qui hanno un aspetto artistico, visto che spesso compaiono dei disegni di divinità sulle mura bianche. Inoltre a differenza delle altre città del Rajasthan, Udajpur è molto più verde e ricca di acqua, il che le conferisce un aspetto più raggiante e romantico; ci sono tantissimi negozi di artigianato e mercati di frutta e spezie, nonché lavoratori del vetro e orafi.
Anche di animali ce ne sono in abbondanza ed è facile trovarsi di fronte ad un elefante mentre si esce da un negozio o da un tempio.

Il giorno seguente, dopo la visita della bellissima City Palace, ci imbarchiamo per la visita del palazzo al centro del lago, dove oggi sorge anche un lussuoso albergo; i riflessi del sole sull'acqua ci danno un senso di calore e di tranquillità, dalla barca scorgiamo anche qui tantissime donne che usano il lago per fare di tutto, dal bagno al lavaggio dei panni.
Nel pomeriggio veniamo ingaggiati per vedere uno spettacolo di danze folkloristiche indiane, con musiche tipiche della zona; i ballerini sono bravi soprattutto nei movimenti delle braccia e della testa che si sposta in maniera orizzontale, un po’ tipo cobra.
La sera ceniamo in bel ristorante con veduta sul lago; non dimenticherò mai di aver bevuto della birra mimetizzata in un servizio da tè, gli alcolici infatti non possono essere serviti nei ristoranti, ma anche in India, tempio delle religioni, hanno trovato il sotterfugio! Facciamo una bella foto di gruppo visto che il viaggio sta per volgere al termine, proprio ora che ci siamo affiatati gli uni con gli altri; devo dire che il gruppo è stato veramente unito!

Il giorno seguente gironzolo per la cittadina assieme a Massimiliano (e la sua stupenda macchina fotografica) e Paolo (detto l'ingegnere), e finiamo a mangiare le banane dentro un bellissimo parco, dove conosciamo un bambino indiano intento a sfidarci a baseball, lo sport più amato da queste parti, che ci racconta della scuola; i bambini figli di ricchi generalmente frequentano scuole di origine inglese, esclusive e costose, mentre gli altri frequentano quelle normali ed hanno molti problemi da risolvere, a cominciare dalle penne, comunque mi sembravano tutti più educati dei nostri.
Nel pomeriggio purtroppo dobbiamo salutare il nostro autista e il suo simpatico aiutante che ci hanno accompagnato per circa 2500 km. e ora tornano verso Nuova Delhi, mentre noi ci trasferiamo all'aeroporto di Udaipur per raggiungere Bombay.
Io sinceramente ero un po’ preoccupato, non per il volo interno dell'Air India ma per il mio biglietto aereo che per errore era intestato non a me ma ad un certo "Anache", un cognome che forse non esiste in nessuna parte del mondo! Fortunatamente non ci sono stati problemi nel controllo né per me né per Edvige e Giovanni che avevano lo stesso problema, con errori altrettanto fantasiosi.
Dopo circa un'ora giungiamo a Bombay, la porta dell'India con i suoi 15 milioni di abitanti, oggi detta Mumbay; sembra infatti che in questi tempi alcuni nomi di città indiane stanno cambiando. Usciamo dall'aeroporto che è situato piuttosto fuori della città e siamo assaliti da gruppi di bambini; qui bisogna stare un po’ attenti ai bagagli, così saliamo su un taxi-pullmino e ci dirigiamo verso il centro.
La strada che ci conduce verso il centro è una specie di superstrada tutta diritta, ma quello che si vede è impressionante, ci sono zone di densi palazzi alternati a sconfinate baraccopoli, dove la gente vive quasi di nulla; improvvisamente veniamo assaliti da cattivi odori ben lontani da quelli delle spezie del Rajasthan e capiamo facilmente che questa è un'altra India.
Ci sistemiamo nell'Hotel Apollo, in pieno centro e faccio subito una passeggiata assieme ad Alberto e Claudio attorno al Taj Mahal, uno degli hotel più belli e lussuosi del mondo, ma a parte quest'isola di benessere scorgo cose che non avevo mai visto prima, cioè decine di persone che dormono sdraiate per la terra assieme ai bambini, mendicanti e mutilati che convivono assieme a topi di grosse dimensioni che circolano liberamente indifferenti alla nostra presenza. La strada è la casa di molte persone che se la passano davvero male, mi avevano già detto che chi vive in campagna ha una vita molto più dignitosa rispetto a chi vive nelle grandi città, e posso confermarlo.

Il giorno seguente è l'ultimo del viaggio, e lo sfruttiamo per visitare qualche angolo della città. Scopriamo che Bombay ha comunque anche delle cose positive, è una delle città indiane in cui la modernità si manifesta (in certe zone) con grossi palazzi e grattacieli, sedi di importanti società, inoltre conserva antichi palazzi in stile vittoriano che la rendono particolare e diversa; ricorda un po’ l’Inghilterra, ci sono anche vecchi autobus a due piani tipicamente britannici, senza vetri ma molto efficienti, sicuramente più di quelli della mia città dove il biglietto costa 1500 lire, rispetto alle 100 di Bombay.
Bombay è anche la capitale del cinema indiano: infatti è facile vedere grossi cartelloni pubblicitari che sembrano disegnati e dipinti a mano, generalmente gli indiani vanno matti per i film neorealistici, oppure love story o spionaggio; quando noi eravamo lì andava alla grande Agente 007.
Ci imbarchiamo al molo per la visita dell'Isola di Elephanta, situata 10 km dal porto, un posto di relax dove vanno i cittadini la domenica a fare una gita; l'attrattiva sono i templi scavati nella roccia tra il 450 e il 750 d.C., dove sono raffigurate alcune divinità, che in seguito sono state mutilate dai portoghesi; caratteristica del posto sono le numerose e dispettose scimmie in libertà.
Nel pomeriggio visito un grosso mercato di frutta, spezie ed altri alimenti assieme a Tullia e Giulia che impazziscono per questi prodotti; i profumi qui sono veramente forti e io mi riposo perche ho un mal di testa probabilmente dovuto al sole.
La sera siamo tutti un po’ tristi poiché il giorno successivo la gran parte di noi (tra cui io) tornerà in Italia, mentre 6 o 7 persone continueranno il viaggio per la località balneare di Goa. Così consumiamo l'ultima cena in un bel ristorante di Bombay suggerito da Alberto che c'era gia stato in uno dei suoi tanti viaggi: la scelta è stata giusta, mangiamo del buon pesce con salse indiane e beviamo un po’ per scaldare l'atmosfera. Purtroppo è tempo di saluti! Peccato!
Mi è dispiaciuto molto di non essere andato a Goa ma purtroppo non avevo prenotato, così ho fatto la valigia e assieme agli altri sono ripartito; abbiamo fatto il solito scalo ad Amman dove per qualche disguido siamo stati costretti ad aspettare qualche ora prima della ripartenza per Roma.

Conclusioni
E' stata una esperienza unica, passare dalla nostra società moderna ad una completamente diversa, basata su valori primordiali, sul lavoro dei campi, sulla forza umana e sulle religioni. La più grande democrazia del mondo dove la vita si organizza in strada giorno per giorno con quello che capita, forse è un paese che non ha nulla ma che può dare tanto a chi lo visita!
Comunque per evitare sorprese o fraintesi, consiglierei a chiunque di documentarsi e prepararsi prima della partenza, poiché è un mondo completamente diverso da quello in cui si è abituati a vivere.
Il gruppo del quale io non conoscevo nessuno è stato eccezionale, a cominciare dal capogruppo; siamo stati in perfetta armonia come se ci conoscessimo da una vita!

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