Transasia - Parte seconda

in viaggio con Massimo Cavallo in India , Nepal

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Transasia - Parte seconda

 

" ...un occidentale che va in India ha tutto, ma in realtà non dà niente. L'India, invece, che non ha niente, dà tutto” (P. Pasolini)


E’ il resoconto di un viaggio avventuroso e indimenticabile attraverso il Medio Oriente e l’Asia in moto, per complessivi 13.000 km da Savigliano (CN) a Nuova Delhi: un’esperienza di tre mesi toccando Turchia, Iran, Pakistan, India e Nepal.
In questa seconda parte, la traversata dell’India e la spettacolare conclusione del viaggio con un trekking in Nepal.

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INDIA
Ed ora è il momento di preparare la mente all'impatto con il mondo indiano e già mi faccio trasportare dall'immagine dei colori e dei profumi (a volte anche odori penetranti) dalla musica e dalla dolcezza tipica della popolazione. Ci scontriamo però con le difficili, ma soprattutto lunghe, operazioni doganali: perquisizione attenta e ripetuta dei nostri bagagli nonché delle moto controllate anche loro minuziosamente dal serbatoio alla camera d'aria e, dulcis in fondo, pesate, ovviamente a spese nostre, in un peso pubblico a circa 15 Km di distanza, il tutto nel breve lasso di tempo di circa 7-8 ore.
Possiamo ora riprendere il filo dei pensieri suggestivi prima bruscamente interrotti. E infatti l'impatto con l'India non ci delude affatto. Per Claudio e me non è la "prima volta" in India, così in un batter d'occhio ci lasciamo riabbracciare dall'atmosfera dolce e colorata ben impressa nei nostri ricordi e che avevamo a lungo rievocato durante l'inverno. Massimo ed Emanuela, invece alla loro prima esperienza, si lasciano subito prendere dalla suggestione che emana Amristar all'interno del suo Golden Temple.
Ci troviamo subito immersi nell'atmosfera di devozione e di sacralità, circondati dai riflessi aurei della cupola d'oro mescolati con quelli marmorei degli edifici e con i colori vivacissimi dei turbanti e dei sari dei devoti che recitano le preghiere inginocchiandosi e rialzandosi ritmicamente oppure concentrati nelle abluzioni rituali. In sottofondo echeggia la voce di quattro sacerdoti che, all'interno del tempio, leggono i passi del Granth Sahib, il libro sacro dei Sikh. Cerchiamo di essere spettatori silenziosi, quasi fuori campo, per non rovinare la magia dello spettacolo e per imprimere nella mente la sensazione di pace e serenità che ci pervade e possano poi riaffiorare durante il nostro freddo inverno distendendoci e distraendoci dalla quotidianità.
Secondo il programma di viaggio che ci siamo prefissi, ci dirigiamo a nord verso il Kashmir sotto un cielo minaccioso e una pioggia battente. La strada si fa via via più ripida e lenta a causa dei tornanti, dell'asfalto sconnesso e dei molti camion davvero lentissimi da superare. Siamo ansiosi di immergerci nei paesaggi verdeggianti e freschi del Kashmir, lasciandoci indietro il clima infernale del deserto e quello umido delle pianure. Notiamo con un po' di timore l'intensificarsi, man mano che ci avviciniamo a Srinagar, della presenza militare. La zona dell'India del nord, il Kashmir in particolare, è da sempre zona contesa fra Pakistan e India. La controversia è aperta tuttora in quanto la popolazione è prevalentemente musulmana, ma la regione appartiene all'India e questa dualità politico-religiosa continua ad essere motivo di controversie e azioni di guerriglia tra i due Paesi.
Superiamo innumerevoli posti di blocco e lunghissime colonne di camion militari che trasportano le derrate alle truppe e la benzina per i mezzi. Ci sembra di attraversare un territorio occupato. Tutti ci osservano incuriositi, almeno quanto li osserviamo noi e ci sentiamo estremamente a disagio di fronte alle divise e alle armi che spesso ci vengono mostrate con orgoglio sperando sempre che la sicura sia ben inserita.
Finalmente, all'uscita del Jawarhal Tunnel si apre davanti a noi la vallata del Kashmir con i terrazzamenti coltivati minuziosamente e strappati alla montagna e il suo verde particolare, unico al mondo che la pioggia, che ancora ci perseguita, rende, se possibile, ancora più brillante.
Dopo un centinaio di chilometri raggiungiamo Srinagar, la città più fiorente del Kashmir che si affaccia sul lago Dal. Il cuore della città è costituito dalle houseboats, vere e proprie "case galleggianti" ancorate sulle rive del lago e sulle sponde dei canali che si intersecano e poi affluiscono nel lago. Qui regna un'atmosfera davvero idilliaca e rilassante che si può tranquillamente godere dalla veranda della barca se si è abbastanza bravi da non far avvicinare i petulanti venditori di ogni genere di mercanzie che si aggirano costantemente nei dintorni delle houseboats alla ricerca di clienti. La parte della città che si trova sulla terraferma è affollata e molto rumorosa, con posti di blocco militari ovunque come una città occupata ove vige il coprifuoco.
Ripartiamo con un po' di malinconia, ma abbiamo intenzione di attraversare lo Zojila Pass (3400 m) che costituisce lo spartiacque tra il Kashmir verdissimo e il "Piccolo Tibet" arido e isolato. Riusciamo a fare appena 50 km quando ci troviamo la strada bloccata a causa di un ponte interrotto e ci vorrà almeno mezza giornata per renderlo nuovamente transitabile. Continua a piovere misto a neve, le nuvole sono basse e minacciose, fa molto freddo e ormai siamo davvero intirizziti. Quando riusciamo ad attraversare il ponte è però ormai troppo tardi per affrontare il passo. Sarà per domani, se smetterà di piovere.
Successivamente prendiamo a malincuore la decisione di tornare indietro poiché il tempo non migliora affatto e i pastori ci informano che la strada per il passo è franata ed impraticabile anche con le moto. Mi sento molto demoralizzata nel momento in cui giriamo indietro le moto: ora inizia veramente il ritorno. L'andare avanti significava scoprire luoghi e sensazioni sempre nuovi, nuova curiosità, nuovo interesse, nuova esperienza, ora invece ripenso a casa, alla quotidianità per la prima volta da quando sono partita e a Claudio, mio marito, che non tornerà con me, ma, con piu' tempo a disposizione, proseguirà il viaggio fino in Nepal.
Nessuno di noi ha molta voglia di parlare, ciascuno nel proprio casco è solo con i suoi pensieri. Torniamo a Srinagar ma, appena 20 km dopo la città, la strada è nuovamente interrotta per un allagamento. Restiamo bloccati due notti e un giorno per un altro allagamento causato dallo straripamento di un fiume e poi altri quattro giorni per una serie di frane causate dalla pioggia copiosa e ininterrotta. Dobbiamo aspettare che la strada venga liberata grazie al lavoro dei carterpillar e delle mine. Fortunatamente questo è l'unico collegamento tra l'India del nord e il resto del Paese e i militari lavorano alacremente per non lasciare isolata la zona contesa.
Finalmente, con moltissime difficoltà, passiamo sulle frane e nei successivi due giorni riusciamo ad arrivare a Delhi, da dove parte il volo per il rientro in Italia. I miei compagni di viaggio e mia moglie sono tornati a casa; per me inizia un’altra avventura in solitaria, cosa non facile dopo aver trascorso piacevolmente 5 settimane attraversando la Turchia, l’Iran, il Pakistan e parte dell’India del nord.
Proseguirò nell’Himachal Pradesh, l’Uttar Pradesh e se tutto andrà bene arriverò in Nepal per fare alcuni trekking sull’Himalaya. La strada Manali - Leh si rivela estremamente interessante e varia nel paesaggio, soprattutto nello scoprire gruppi etnici differenti che abitano questa regione montuosa ai confini col Tibet. Poco a poco, durante la salita la vegetazione scompare, tuttavia fino a 3000 m. le coltivazioni di mais sono numerose; poi immensi altopiani a 4000 m. con radi ciuffi d’erba che al tramonto formano una sconfinata distesa dorata. Arrivo nel Ladakh oltrepassando due alti passi, il Lachlung La a 5060 m. e il Tagland La a 5328 m. Il sentiero è impegnativo, ma il regolare funzionamento della moto anche a queste altitudini da vertigine dà sicurezza e seppur lentamente arrivo in cima.
L’emozione è forte, il panorama del " piccolo Tibet " è stupendo, non ho più ostacoli e lo sguardo può spaziare a 360°, numerose valli si susseguono a perdita d’occhio; da quì è facile immaginare le fatiche e gli stenti che le carovane delle tribù nomadi del passato sopportavano per trasportare le merci, le spezie ed i tessuti da una regione all’altra, a volte anche in inverno. Ancora oggi c’è grande impegno per mantenere percorribile la strada, infatti i giovani indiani tra i 12 e 16 anni raccolti a piccoli gruppi lavorano ininterrottamente nel breve periodo estivo spaccando le pietre e asfaltando la parte più bassa di quest’unica via di comunicazione.
La prima notte passata in tenda a 4400 m. mi ricorda bruscamente che il caldo torrido tipico nel deserto del Beluchistan è oramai un lontano ricordo, qui il vento e l’altitudine fanno scendere il termometro a –10°. Al mattino i raggi del sole mi invitano ad uscire dal sacco a pelo, ma per alcune ore il freddo non mi dà tregua e anche la moto fatica a partire. Superati poi gli ultimi 100 km., trascorro due giorni a Leh, che grazie all’ottimo clima mi consente una visita interessante e rilassata ai monasteri di Tiksè ed Skey. Nei primi 15 giorni di settembre si celebra il festival del Ladakh e per le strade si nota un gran fermento; i tibetani vestono con i loro abiti tradizionali e ad ogni angolo le famiglie contadine vendono i loro prodotti, anche la merce esposta nei negozi attira gli immancabili turisti, per l’occasione assai numerosi.
All’interno di un monastero assisto ad uno spettacolo in maschera veramente suggestivo, nonostante l’accompagnamento musicale sia monotono e poco gradevole per i miei gusti occidentali. Le comparse in maschera, alcune con espressioni terribili e minacciose, indossano vestiti di seta dai colori brillanti e danzando rappresentano la lotta tra il bene e il male; alla fine della rappresentazione gli spiriti maligni vengono sconfitti e le maschere tornano festanti nel monastero.
Il ritorno nella città di Manali è meno emozionante dell’andata, ma i grandiosi paesaggi, anche se già visti, rendono il viaggio comunque piacevole. Per evitare il monsone della pianura indiana transito nella stazione climatica di Shimla, cittadina dove si respira ancora un po' di atmosfera britannica percorrendo le vie principali attorniate da vari palazzi in stile inglese; la parte alta del paese è una grande isola pedonale e un gendarme autoritario mi ricorda che in questa zona il casco è obbligatorio. Probabilmente le autorità hanno deciso questa imposizione dato che cambiare il pericoloso stile di guida degli indiani è impossibile, quindi meglio curare che prevenire.
La zona più interessante dell’Uttar Pradesh è situata vicino al Nanda Devi che con i suoi 7817 m. è la montagna più alta della regione; per raggiungere tale località devo percorrere centinaia di km. nella pianura solcata dal Gange e una strada stretta con innumerevoli tornanti che si addentrano nella giungla. Purtroppo le avverse condizioni climatiche non mi consentono la vista dei paesaggi montani, quindi dopo aver atteso inutilmente per due giorni decido di proseguire il viaggio.
Giungo nei pressi del parco nazionale del Corbett e scopro che nella stagione autunnale è chiuso: peccato, sarebbe stato curioso percorrerlo a dorso di elefante nell’intento di vedere qualche tigre o altri animali selvatici che qui sono protetti. Passo nelle località di Nahan, Paonta e Deradun fermandomi a dormire nella città sacra di Rishikesh, famosa per i numerosi Ashram, luoghi isolati nella vegetazione dove i pellegrini Hinduisti trascorrono lunghi periodi in meditazione e studiando lo yoga. Essi partono anche da lontano, generalmente sono poco vestiti e con un piccolo fagotto di stracci camminano giorni e giorni vivendo di elemosina; sono riconoscibili per le strisce verticali dipinte sul volto e per l’aspetto trasandato.
In questa regione il clima è molto umido con insetti fastidiosi e preferisco attraversarla velocemente anche se con l’ultimo rifornimento di carburante mi complico la vita per i due giorni successivi. Infatti dopo alcune ore di lavoro sulla moto scopro che il filtro della benzina è intasato da chissà quali impurità impedendomi la prosecuzione del viaggio. A tarda ora del secondo giorno dedicato alla ricerca e alla riparazione del guasto sostituisco il filtro benzina recuperato miracolosamente nel bazar e con grande gioia da parte mia la moto riparte immediatamente. In questa situazione sfortunata ho modo di apprezzare l’aiuto disinteressato di alcuni giovani locali che un po' per curiosità e un po' per solidarietà mi aiutano a trovare il prezioso pezzo di ricambio presso un negozietto del paese che il proprietario aveva già chiuso; infatti con grande generosità e disponibilità il titolare, giunto da casa con una motoretta, mi riapre il negozio permettendomi di acquistare un nuovo filtro normalmente utilizzato dalle automobili locali.
Spesso per chiedere informazioni o per rifocillarmi un po' mi fermo nei villaggi, dove in pochi minuti si radunano molti curiosi che, attratti dalla presenza della moto, mi sottopongono ad un mare di domande tra le quali le più ricorrenti sono: se l’avviamento è elettrico, che velocità raggiunge, quanto è la cilindrata, quanti kg. pesa, quanti $ costa e da dove arrivo. Osservo divertito le reazioni di alcuni che con stupore genuino manifestano la loro sorpresa in seguito alle mie risposte; probabilmente non conoscono la mia nazione ma realizzano che arrivo da molto lontano, specialmente dopo aver letto il contachilometri e aver visto l’itinerario sulla mappa.
Nei volti delle persone traspare felicità, sorridono spesso e trovano la forza di salutarti anche quando svolgono lavori gravosi e impegnativi; non credo sia solo curiosità da parte loro, si accontentano di ciò che hanno e in genere sono disponibili ad aiutarti se hai qualche problema. Per loro è inconcepibile spostarsi per turismo o per interesse come facciamo noi; infatti a volte me ne domandano la ragione, non capiscono che cosa ci spinga a lasciare per qualche mese la nostra terra ed andare in giro attraversando località sconosciute e spesso inospitali. Provo a spiegare che tante curiosità nascono dalla lettura sulla storia dei popoli, sulla geologia dei continenti o semplicemente perchè viaggiare è interessante e permette di avvicinarsi a culture, religioni e popolazioni diverse.
Mi avvicino giorno dopo giorno al confine col Nepal, ai piedi delle montagne la terra è coltivata su piccoli terrazzamenti; qui il ritmo della vita scorre lentamente, i campi sono lavorati con l’aratro trainato dai bufali, inoltre le famiglie che vivono vicino allo stesso podere manifestano grande solidarietà aiutandosi a vicenda per svolgere i lavori più gravosi; intanto i bambini giocano tra gli alberi o nei ruscelli, talvolta portano al pascolo i loro armenti.

NEPAL
Ho appena concluso velocemente le pratiche doganali sia da parte indiana che nepalese e mi avvio con curiosità e attenzione a percorrere la regione del Terai, zona pianeggiante ai piedi dell’altopiano pre-Himalayano coltivata in gran parte a riso. Immediatamente noto una grande differenza tra il caotico traffico indiano e quello nepalese; tranne che nei villaggi, piuttosto distanti tra loro, pochissimi camion percorrono la strada, cosa estremamente positiva per noi motociclisti.
Dopo aver percorso alcuni km. ecco la prima sorpresa: la strada è praticamente inesistente; le precipitazioni del monsone infatti hanno riempito il fondovalle e in ogni zona dove c’era un fiume la strada adiacente è stata distrutta. Devo pertanto attraversare numerosi guadi, alcuni anche profondi con fondo viscido e incerto per la presenza di grosse pietre. A fine settembre le precipitazioni monsoniche sono giornaliere, anche questa notte è piovuto in modo violento, tanto che l’acqua è entrata dal tetto di paglia della capanna sotto la quale dormivo, allagando il mio "ricovero" in più punti.
Il mattino dopo invece un sole caldo mi accompagna, anche se l’umidità presto diventa difficile da sopportare. Adesso non vedo l’ora di immergermi nel mondo verticale dell’Himalaya; per il momento devo raggiungere Pokhara, città base per la mia prima escursione. Finalmente, dopo 15000 km. percorsi in moto, parto per il trekking nella regione dell’Annapurna.
Il fisico, ma soprattutto le gambe non sono assolutamente pronte per le otto - dieci ore di marcia giornaliere su ripide salite o instabili discese e così i primi 4 giorni, pur non raggiungendo altezze elevate, sono molto impegnativi e la fatica alla sera mi assale inesorabile. Alla sera, prima di addormentarmi, assaporo il momento in cui aprirò la tenda all’alba e mi troverò di fronte alla catena dell’Annapurna con il Dhaulagiri e il Machhapuchhare in primo piano. Infatti al mattino dopo, in silenzio, ammiro il panorama; non immaginavo una veduta così ampia, anche perchè fino a ieri le nuvole avevano nascosto completamente per tutto il giorno questo anfiteatro naturale.
Il paesaggio cambia dopo i 3000 m.: dapprima si sale attraversando una fitta foresta tropicale con castagni, querce e rododendri; poi gli alberi diventano sempre più radi e lasciano spazio ad ampi tratti desertici (che lambiscono la regione del Mustang) e solcati dal fiume Kali Gandaki. Dopo 5 giorni raggiungo Kagbeni, villaggio remoto a 2800 m.; questo è il luogo più a nord che sia possibile raggiungere col mio permesso di trekking.
Passando tra i villaggi il contatto con la popolazione locale è coinvolgente, si vive praticamente in casa loro; conducono una vita semplice e tutta la giornata è dedicata al lavoro nei campi o a procurare la legna per scaldarsi e cucinare, c’è anche chi trasporta sulla schiena enormi tronchi di legno per costruire case e villaggi. Dormire in queste locande è molto economico, sono molto più costosi il cibo e le bevande che devono essere trasportate per giorni e giorni dai villaggi più grandi del fondovalle a quelli più alti e isolati.
In alcune zone (dove pochi turisti si fermano) è singolare il gesto del capo famiglia che nel momento in cui si paga il conto porge le mani a coppa, quasi a ricevere un dono, concludendo con un inchino e un saluto sorridente. Nelle regioni a maggior flusso turistico i giovani lavorano come guide o portatori percorrendo centinaia di km. durante la stagione favorevole al trekking in ottobre e novembre.
Le salite non finiscono mai; negli ultimi due giorni le percorro in compagnia dei pellegrini Hinduisti che raggiungono la città sacra di Muktinath dopo un faticoso cammino. Ci sono uomini, donne, bambini e anziani, per lo più scalzi e con pochi stracci addosso che camminano con passo lento ma costante. Quando arriviamo al villaggio tanto atteso a 3800 m., nevica e tira un forte vento, tuttavia la fede e la gioia di essere arrivati compensa questa gente dalle fatiche e dalle privazioni sopportate.
La salita al passo Thorung La a 5416 m. si presenta lunga e solo con molta fortuna si può fare senza neve. E’ una salita stimolante, leggo che da lassù le vedute sulle vette dell’Annapurna, il Nilgiri e Gangapurna sono stupende, accetto la "sfida" e pianifico la salita. Trascorro la prima notte nella casa di un pastore a 4100 m.; per alcune ore non riesco ad addormentarmi, nella mente trovano libero sfogo l’apprensione e l’incertezza sulla riuscita della camminata che mi aspetta all’alba. E’ la prima volta che cerco di salire così in alto e la possibilità di insuccesso a causa del mal di montagna o per le avverse condizioni atmosferiche mi tormenta.
Poco dopo le 5 mi incammino, il cielo è limpido e tra scenari grandiosi salgo lentamente. Sento le tempie pulsare, il respiro affannoso mi costringe ogni 50 m. ad una breve sosta, intanto i raggi solari mi riscaldano un po’; arrivo a 5000 m., non basta ancora, sento il peso dello zaino che sembra raddoppiato; faticosamente riprendo a salire. Dopo circa 4 ore e innumerevoli pause giungo al passo, scatto alcune foto e girandomi intorno lo spettacolo è veramente grande anche se le nuvole minacciose mi inducono a scendere. Incredulo, realizzo di essere in cima, intorno vedo solo vette innevate; anche le montagne senza nome sono spettacolari, formano la "grande barriera" così battezzata da Herzog nel 1950.
Il forte vento fa vibrare le preghiere tibetane stampate su piccoli drappi di tela colorata e fissate in cima ad un piccolo tempio di pietra. Dopo 3 ore di ripida discesa sono a 4400 m., qui trovo accoglienza in un piccolo rifugio che ospita altri trekker in procinto di salire sul passo il giorno successivo in senso contrario al mio. Lo scambio di informazioni si protrae durante il pasto serale; ci sono rappresentanti di molte nazioni quali Americani, Australiani, Polacchi, Tedeschi, Svizzeri e un solo Italiano, io. Il buio cala verso le 18.30 e la temperatura si abbassa velocemente; dopo la cena, a base di riso bollito con minestra di lenticchie, patate e un pò di the, tutti dormono, dato che l’illuminazione a kerosene o con le candele non consente molte attività. Dopo il tramonto, per riscaldare l’ambiente, si utilizza una stufa verticale alimentata con lo sterco di yak essiccato; gli odori della combustione si uniscono con quelli provenienti dalla cucina impregnando i nostri vestiti e i sacchi a pelo, ma il freddo è pungente cosicché sopportiamo volentieri il disagio per riscaldarci un po’.
I quattro giorni successivi passano veloci e con lunghe camminate giornaliere in discesa raggiungo nuovamente Pokhara da dove ero partito tredici giorni prima. Qui non è difficile trovare un buon ristorante dove sia possibile mangiare e bere qualcosa di diverso dal solito menù delle ultime due settimane.
Riprendo la moto e apprezzo questa giornata di viaggio in sella, le gambe riposano un po’ e in serata sono a Katmandù, dove è appena iniziata una grande festa, il Dasain, che coinvolge totalmente i fedeli delle due principali religioni seguite in Nepal. Per quattro giorni nessuno lavora, vengono sacrificate e offerte alla dea madre Durga moltissime capre; le scene lungo le strade sono raccapriccianti per un turista occidentale: i poveri animali, legati per le corna ad un albero, vengono decapitati con in colpo netto di mannaia e immediatamente il sangue viene offerto alla divinità e cosparso davanti ai mezzi di trasporto o ai negozi in segno di buon auspicio per le varie attività lavorative.
In questi giorni non posso ottenere alcun permesso di trekking, quindi percorro in moto la valle del Langtang e successivamente mi spingo al confine col Tibet nel piccolo villaggio di Kodari. Con grande stupore, soprattutto nel vedere una moto così grande, il militare della dogana tibetana mi sottopone ad un "interrogatorio" per capire da dove arrivo. Purtroppo la lingua inglese ci permette di comunicare in modo superficiale, tuttavia l’incontro è stato insolito e curioso per entrambi.
Ritornato a Katmandù e terminata la trafila burocratica per ottenere il permesso di ingresso nel Sagarmatha National Park, parto per Lukla con un piccolo aereo; risparmierò sei giorni di marcia a bassa quota e nella stessa giornata, dopo nove ore di cammino, arrivo a Namche Bazaar. In questo villaggio ben attrezzato si ritrovano i turisti che organizzano le varie spedizioni per vedere gli 8000 nella valle di Gokyo e del Kumbu.
Le carovane di yak condotte dagli sherpa si muovono lentamente, sono animali molto resistenti e trasportano il carico che i numerosi gruppi alpinistici affidano loro per giungere ai piedi di qualche cima da scalare. Ricomincio lentamente a marciare e raggiungo Temboche, il primo villaggio dal quale si vedono l’Ama Dablam, il Lhotse e la punta dell’Everest: lo scenario appare all’improvviso dalle nuvole che avvolgevano completamente il paesaggio durante la salita.
Dopo aver letto libri, guide e studiato itinerari finalmente queste montagne sono davanti a me, mi accompagneranno lungo il cammino per cinque giorni a volte scomparendo dietro un ripido crinale, per ricomparire più maestose e inaspettate dopo alcune ore.
Arrivo nel pomeriggio a Gorak Sheep, piccolo pianoro nel Kumbu Glacier a 5100 m. dove tre piccoli rifugi e alcune tende sono l’unica sicurezza ai piedi dell’Everest e delle alte vette da 7000 m. con nomi famosi e letti chissà quante volte sulle riviste specializzate. La salita al Kala Pattar regala l’emozione più grande perchè permette la miglior vista possibile degli 8000 di questa zona, il Lhotse e l’Everest, il colle sud, il passo Lho La verso il Tibet e due stupendi 7000, il Nuptsè e il Pumorì.
Quasi dimentico la stanchezza, anche se arrivare fin qui dopo un lungo viaggio in moto e giorni e giorni di cammino non è stato facile; soltanto con una grande motivazione ho superato alcuni momenti impegnativi sia dal punto di vista fisico che mentale. Dopo due mesi e più le continue rinunce nella varietà del cibo e alle numerose comodità del nostro modo di vivere cominciano a pesare; soprattutto le condizioni igieniche non proprio ottimali invogliano ad un ritorno in zone più "occidentali".
Passano due ore, sono in contemplazione, mentalmente ripercorro i giorni e i paesaggi ammirati per arrivare fin qui; che spettacolo naturale! Vedo solo ghiacciai e vette innevate, due piccoli laghi verde smeraldo riflettono il cielo azzurro e limpido. Non vorrei ancora scendere, inizio a sognare: vorrei continuare la salita verso l’Everest, sono rapito da questo paesaggio e dal fascino della natura himalayana. Improvvisamente realizzo di aver comunque scalato il mio Everest; alcuni mesi fa questo viaggio era solo un’idea, ora è realtà e questa consapevolezza mi riempie di gioia e felicità. In queste zone il silenzio è un compagno di viaggio del quale a volte si sente la necessità; specialmente dopo aver attraversato il Pakistan e l’India, dove l’attenzione per la guida deve essere massima in ogni istante e il rumore della "vita" non si arresta mai, neanche di notte. Talvolta, invece, il silenzio è pesante da sopportare e viaggiare in solitudine non è sempre agevole; dividere la fatica o le straordinarie vedute sull’Himalaya amplificherebbe positivamente ogni sensazione, ma ovviamente non si può avere tutto contemporaneamente. A volte la solitudine aiuta a pensare e a meditare, a voltarsi indietro ed essere gratificati di quanto si è fatto fino a quel momento per poi continuare a camminare fino alla meta prefissata.
Raggiunto l’ultimo importante obiettivo del viaggio, il ritorno verso la valle di Katmandù procede con facilità; ormai la tensione e l’incertezza che precedevano la salita e l’avvicinamento dei luoghi a lungo sognati è scomparsa. Trovarsi dopo alcuni giorni nuovamente nel chiassoso e caotico traffico indiano è traumatico, torno volentieri a casa dopo 3 mesi e la realizzazione di un sogno, mi sento appagato e una profonda tranquillità mi accompagna negli ultimi quattro giorni necessari a raggiungere New Delhi, sbrigare le pratiche doganali per spedire la moto e trovare un biglietto aereo di ritorno per me.
Per qualche tempo magnifici ricordi mi passeranno nella mente e rimarrà per sempre l’esperienza vissuta, con i numerosi momenti positivi e alcuni negativi che entreranno a far parte del mio bagaglio culturale alimentando una crescita che ormai continua da molti anni; poi, forse, nuove curiosità e motivazioni faranno scoccare la scintilla per iniziare lo studio e la preparazione di un nuovo viaggio.

 

Torna Massimo con il gran finale del suo straordinario viaggio dal Piemonte all’India

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