Tierra Maya - Parte terza

in viaggio con geutimes in Guatemala , Honduras

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Tierra Maya - Parte terza

L’articolo si riallaccia alla Prima e Seconda Parte di questo resoconto, già pubblicate su questo sito con il medesimo titolo.Ha termine il magnifico viaggio in Guatemala e Honduras!DIARIO DI VIAGGIO

Venerdì 4 luglio
FLORES – TIKÀL – FLORES
La notte passa bene; l’albergo, in riva al lago, è abbastanza fresco, sebbene non abbia aria condizionata. Comunque utilizziamo il ventilatore del quale la camera è dotata.
Mi sveglio, naturalmente, alle 4, anche per effetto del consueto concerto di galli, cani e gatti. Sono un po’ infreddolito.
Ci prepariamo, riempiamo le due bottiglie d’acqua dalla tanica e scendiamo, puntuali, per le 5. Però l’appuntamento è per le 5 guatemalteche, non nostre, quindi tra una cosa e l’altra, partiamo alle 5.30 – 5.45.
Ci sono due italiani, ma vanno a Palenque, mentre molti turisti sono diretti in Belize. Sul nostro shuttle ci sono i quattro israeliani che ci hanno consigliato l’hotel, l’americano con l’australiana e qualche altro.
Sono assonnato, ma l’emozione di andare a Tikal, tappa regina del nostro giro, mi eccita.
Passiamo l’aeroporto e costeggiamo il lago Peten per diversi chilometri. La solita vegetazione monopolizza tutto il paesaggio, però spesso è interrotta da case e piccoli villaggi, con animali domestici, cavalli e anche qualche maiale.
Dopo circa una mezz’ora di tragitto, durante la quale è salita sul bus una guida di Tikal, il paesaggio comincia ad essere ammantato dalla nebbia da umidità, che riduce la visibilità. Il pullmino, gremito, è abbastanza scomodo e non so bene dove tenere le gambe.
Arriviamo all’ingresso del Parco Nazionale di Tikal, dove facciamo il biglietto, 50 Q a testa, e risaliamo sul pulmino per percorrere i 17 chilometri mancanti all’area di accesso al sito vero e proprio. La guida che abbiamo a bordo ci fa delle raccomandazioni, tipo non dare cibo agli animali, non toccare le stele e gli altari, etc. Inoltre si propone come guida per 10 o 20 USD ciascuno, non ricordo bene.
Comunque sia, arriviamo finalmente a destinazione alle 6.30 circa.
C’è ancora un po’ di foschia. La maggior parte dei nostri compagni di viaggio va a fare colazione nel locale di fronte al centro di partenza delle visite del sito, o comunque si spargono per la loro strada. In sintesi, rimaniamo soli ed indecisi se prendere una guida o meno. Ci avvicina un ragazzo parlante italiano: vuole 450 Q. Non se ne parla nemmeno. Vaghiamo un po’, incerti, finché incontriamo Israel Seguro, che, per 10 USD a testa, si offre di portarci in giro, insieme ad altri due francesi che ha già convinto. Ci parlerà in spagnolo. Accettiamo.
I due francesi sono di Marsiglia e, ci dicono, hanno amici a Milano.
Alle 7 il giro inizia: partiamo dal gruppo Q. Questa parte del sito è ancora poco scavata. Lungo il tragitto Israel ci fa notare alcuni interessanti esempi della flora e della fauna locali del parco di Tikal. Vediamo il Ceibo, l’albero nazionale del Guatemala, che assomiglia ad un enorme tarantola che piomba minacciosa dal cielo.
Cominciamo ad intravedere anche qualche scimmia urlatrice, in alto, in cima agli alberi, in lontananza. Nella nostra semplicità, pensavamo che si avvicinassero sul terreno, non che fossero sugli alberi. Probabilmente, senza l’ausilio della guida non le avremmo viste.
Ci sono anche diverse varianti di uccelli, come i picchi, ed altri animali, il tutto in una moltitudine di suoni ed odori, gli odori della jungla. Claudia dice che le ricordano l’odore della minestra.
Tra un’area e l’altra del vasto sito bisogna percorrere veri e propri sentieri nella boscaglia più fitta, stretti ed accidentati. Incontriamo due stele, che la guida ci descrive. Sono interessanti ed in buono stato di conservazione. Poco oltre troviamo alcuni altari abbandonati tra gli alberi. Uno addirittura è spezzato in due da un albero che gli è cresciuto nel mezzo.
Ci rituffiamo nella boscaglia in direzione del maestoso Tempio IV, il più imponente di Tikal e, probabilmente, di tutto il Centro-America. Ci fermiamo in corrispondenza di una liana che Israel ci dice che, se recisa con il machete, lascia gocciolare dell’acqua per l’assetato Indiana Jones della jungla. Ma non è il nostro caso, poiché ci siamo portati appresso due bottiglie d’acqua piene. Quindi non tagliamo la liana e procediamo fino ad incontrare un termitaio: non ne ho mai visto uno. Notiamo anche che in alcune aree della boscaglia le formiche creano dei veri e propri fiumi, interamente percorsi da questi insetti che si muovono rapidamente in gruppi compatti. Israel ci spiega che sono pericolose perché ti salgono addosso e cominciano a morderti. Claudia chiede notizie sui serpenti: ce ne sono? sono pericolosi? A questo punto la guida parte in quarta raccontandoci che ha fatto un corso di non so cosa e che è andato a caccia di serpenti e che ha preso un pitone, e così via. Non so fino a che punto credergli.
Torniamo al nostro percorso nella foresta, tra grida di scimmie urlatrici e canti di uccelli, avvolti nel dolce aroma di questa jungla. Si ha come la sensazione di essere completamente abbracciati da un unico organismo vivo e pulsante: c’è vita ovunque ed in ogni forma, tutto è vivo, tutto respira…
Raggiungiamo il tempio IV.
È davvero alto. La guida ci dice che sono circa 70 m. Ci arrampichiamo lungo una via costituita da scale in legno ora quasi verticali, ora orizzontali. È stata restaurata soltanto la cima, quindi la costruzione si presenta come una cuspide boscosa con la sommità in pietra bianca.
Salgo a fatica gli ultimi scalini, roteo leggermente imperniandomi sul braccio destro, mi volto e… estasi !
Davanti ai miei occhi uno spettacolo assolutamente indescrivibile: una distesa di vegetazione fitta fitta, rigogliosa e vitale, dalla quale spuntano le cime immacolate di due, tre, quattro altri templi, come stelle splendenti in un cielo verde. La volta celeste che mi sovrasta, a chiazze di un blu carico e bianche per le nuvole, completa il paradiso in terra che mi si regala alla vista.
Mi appollaio su uno scalino del tempio e mi godo tutto questo, assorto. Penso anche a quanto sono lontano da casa, a che distanza ho percorso per arrivare a questo posto leggendario. Mi rilasso e respiro profondamente. Mi sento appagato.
Penso anche a “Guerre Stellari” che idolatro e che è stato girato in alcune scene proprio qui.
Dobbiamo scendere. È doloroso dover lasciare posti simili, dove vorresti restare sempre, posti così unici e rari ed evocativi e lontani che sai che non ci tornerai più.
Restiamo su circa 20 minuti, che passano in un lampo. Giusto il tempo per riprendersi e scattare qualche foto.
Meglio andare. Devo raggiungere ancora tanti altri luoghi di questo mondo, se Dio vorrà, prima di considerami soddisfatto, che non posso indugiare in alcuno di essi.
La discesa è agevole e alla base del monumento troviamo Israel con gli zaini che gli abbiamo lasciato.
Continuiamo in questo modo per tutto il sito, ora filmando, ora fotografando.
Attraversiamo il complesso del “Mondo Perduto”, dove scaliamo faticosamente la piramide principale, sulla cui sommità ci sono due italiani che ci consigliano una tecnica di montagna per scendere incolumi, e l’area dei sette templi, con i tre giochi della pelota non ancora scavati. Ci trasciniamo poi, con estrema fatica, anche perché ho fame, sul Tempio V, lungo una scala in legno ripidissima. Lo spazio in cima è limitato ed io sto con la schiena appiccicata alla parete. Una ragazza seduta, vedendomi un po’ in tensione, si scosta dal muro per far sì che io possa continuare a rasentarlo. Saltelliamo giù senza mai guardare in basso.
Israel ci racconta che il tempio è stato appena reso accessibile dopo un restauro e che è stato inaugurato dall’Infanta di Spagna il 21 maggio 2003.
In questo modo, passeggiando attraverso la jungla tra un gruppo e l’altro, trascorre piacevolmente la mattinata.
Verso le 11 giungiamo finalmente alla piazza centrale dove si affacciano i famosissimi e maestosi templi I e II. Qui finiscono i servizi di Israel che fotografiamo e che ci saluta ricordandoci il suo nome: “Seguro, como la muerte”.
Ci rilassiamo una mezz’ora e mangiamo del pane che abbiamo appresso. Faccio un giro sull’Acropoli Norte e poi ci sbattiamo sul prato, alla penombra di un grosso albero, a piedi scalzi, nella piazza centrale di Tikal. È stupendo. Il suono degli animali ci culla e questo scenario straordinario è appagante.
Intorno mezzogiorno e mezzo o l’una ci avviamo verso l’edificio di ingresso. Occorrono circa venti minuti nella jungla, al termine dei quali giungiamo all’area di accoglienza ed entriamo nel Museo Litico, gratuito, dove non è consentito scattare fotografie. Sono esposte delle stele abbastanza rovinate e delle interessanti gigantografie dei primi del Novecento che mostrano come si presentò il sito ai suoi fortunati scopritori.
Poi ci rechiamo all’adiacente Museo delle Ceramiche, 10 Q a testa per gli stranieri e 2 Q per i locali, dove ammiriamo dei pezzi in ceramica e terracotta, la ricostruzione della tomba trovata all’interno del Tempio I, con gioielli in giada verde e conchiglie, e, soprattutto, la bellissima stele 31, in ottimo stato di conservazione e finemente lavorata, che riesco a fotografare di nascosto.
Stanchi ed esausti, ma assolutamente soddisfatti del luogo, della giornata e anche di avere ingaggiato una guida, vista la vastità dell’area, ci stendiamo come prima, a piedi scalzi, con le scarpe come cuscino, su un bel prato nei pressi del parcheggio. Decidiamo di rientrare a Flores con il bus delle 16, tanto non abbiamo alcuna fretta dal momento che qui è assolutamente fantastico rilassarsi.
Al parcheggio, poi, conosciamo due italiani di Treviso, in viaggio di nozze, che domani vogliono andare a Palenque, poi a Campeche ed infine a Cozumel per una settimana già prenotata. Sono davvero simpatici e parliamo con loro lungo tutto il tragitto del ritorno. Dei nostri compagni di viaggio dell’andata, nessuno torna con noi.
Giungiamo, infine, verso le 17.30 in hotel, ci facciamo una doccia e usciamo poi per la cena. Attraversiamo la piccola cittadina ed andiamo al “The Mayan Princess” dove, per 111 Q in due, mangiamo messicano ascoltando gli U2.
Nella bottiglia di Coca Cola in vetro di Claudia c’è qualcosa di solido e scuro; ne ha già bevuti alcuni sorsi, ma se ne accorge solo ora e mi fa presente che anche il sapore pare un po’ strano. Lo facciamo notare e viene immediatamente sostituita. Non ho idea di cosa diavolo possa essere. (Al momento in cui scrivo, non ha avuto problemi; e nemmeno dopo diversi mesi).

Sabato 5 luglio
FLORES – GUATEMALA CITY
Segue un’altra notte tranquilla, con il solito frastuono di animali vari prima dell’alba. Restiamo a letto in dormiveglia, visto che la giornata non prevede nulla di particolare, se non gironzolare per Flores e Sant’Claudia. Sentiamo gli altri ospiti agitarsi, muoversi, andare e venire, docciarsi, penso in preparazione per Tikal o qualche altra spedizione. Infine ci alziamo verso le 8 e mangiamo dei biscotti acquistati ieri. Cerco di farmi la barba con il rasoio elettrico, ma viene uno schifo perché ho la pelle troppo umida. In effetti oggi fa molto caldo e si suda parecchio. Oltretutto non possiamo azionare il ventilatore perché con l’unica presa disponibile sto caricando le pile della fotocamera.
Usciamo e decidiamo di andare a Sant’Claudia; però, arrivati a metà del ponte che unisce l’isola di Flores alla terraferma, pensiamo di tornare indietro e di lasciare in camera tutto, ossia passaporti, videocamera, fotocamera, zaini e soldi. Ne approfittiamo anche per fare un minimo di spesa e comprare qualcosa, del pane, per mezzogiorno. Claudia riesce anche a farsi scalare dal conto del supermercato i 4 Q dei succhi scaduti che abbiamo comprato ieri; noto anche che, a seguito della nostra lamentela di ieri, in frigo non ce ne sono più, ma sono stati tolti. Sono incredulo.
Andiamo poi, finalmente, a Sant’Claudia a piedi. Lungo il tragitto noto il consueto simpatico andirivieni di bus locali polverosi e rumorosi: in questa zona sono tutti gialli, con tre strisce nere sulla fiancata e una scritta anteriore “School bus”: evidentemente si tratta di vecchissimi bus scolastici americani riciclati qui nel Peten. Ce ne sono veramente molti.
Oltrepassato il ponte mandiamo un pernacchione all’hotel Sac-Nicté e raggiungiamo la cima del paese dove passa la strada maestra.
C’è molta confusione, tante macchine e bus che sfrecciano sfiorando quelle in sosta. Incontriamo anche molte persone a piedi, quasi esclusivamente locali. È una strada polverosa e caotica. La percorriamo in un senso, verso destra, in cerca di una bomboletta di Autan, che non troviamo. Torniamo indietro e proseguiamo oltre l’incrocio che porta a Flores, poiché una signora ci ha detto che probabilmente possiamo trovarlo in un supermercato in fondo alla via. Con calma e sotto il sole, oggi fa proprio molto caldo, raggiungiamo l’esercizio. Si tratta di un ampio magazzino che ricorda i nostri più piccoli supermercati. Mi colpisce che alla cassa registrino i prezzi con il codice a barre, come da noi: è la prima volta che vedo una simile tecnologia in Guatemala. Non troviamo traccia di Autan, però compriamo dei nachos e una Pepsi al limone che trovo buona (da qualche settimana è disponibile anche in Italia). Alla cassa mi chiedono il nome, probabilmente per una raccolta di punti che non continuerò mai più.
Gambe in spalla, ci riavviamo lentamente verso Flores. Lungo il tragitto, poco prima dell’inizio del ponte, sul marciapiedi opposto, vediamo un ragazzino sui 7 / 8 anni che sta picchiando violentemente con degli arbusti che ha strappato dal terreno una bambina più piccola, che piange accucciata sul marciapiedi. Accortosi della nostra attenzione, il teppistello smette ed ostenta indifferenza. Claudia mi dice che probabilmente il padre fa lo stesso con la madre e quindi il bambino copia.
Sul ponte, camminando, mi perdo a guardare la placida maestosità delle acque del lago Peten. Scorgo un palo, in mezzo all’acqua, sul quale è appoggiato pigramente un uccello che ho visto nella stessa posizione anche all’andata. Su una panchina giace un turista che prende il sole.
Torniamo in hotel e sfruttiamo fino all’ultimo minuto, ossia le 11.59, la camera ed il ventilatore, mentre la ragazza delle pulizie ci ronza attorno. Infine siamo costretti a rendere le chiavi e lasciare i bagagli in entrata.
Andiamo a comprare un gelato e dello yoghurt, mentre i panini con prosciutto e peperoni, che ci siamo pregustati per un giorno intero, oggi non ci sono, e andiamo a pranzare su una panchina nel Parque Central. Colgo l’occasione per ammirare anche le tre stele maya che sono disposte attorno al gazebo centrale: sono di buona fattura ed in ottimo stato di conservazione. Mi colpiscono.
Tornati in albergo, ci sediamo placidamente sull’ampia piattaforma coperta frontelago. Ci sono anche due coppie che credo siano scandinave. Comincia a salire un forte vento che ci rinfresca e vediamo avanzare dal fondo del lago la pioggia, che, quando raggiunge Flores, ci costringe a rientrare in hotel. L’immagine del muro d’acqua che avanza verso di noi è davvero straordinaria ed indimenticabile. Dopo circa un’ora, smette e ne approfittiamo per correre ad acquistare del cibo per questa sera e tornare di nuovo nell’atrio della pensione.
Alle 16.30, puntuale, si presenta il taxista che abbiamo prenotato questa mattina. Per 20 Q ci porta in aeroporto. Lungo il tragitto, un funerale, con tanto di carro funebre e corteo deambulante al seguito, ci costringe a cambiare itinerario.
In aerostazione facciamo subito il check-in. L’addetto lo fa anche per i voli di domani fino a Roatan. Poi, inaspettatamente, ci chiede 34 USD a testa come tassa di uscita dal Guatemala, però applica un bollo da 30 USD, che è la cifra che indica anche la guida. Probabilmente ha fatto la cresta. Non ho tutti questi dollari nel portafogli, così mi rifugio nei bagni di fronte ai banchi di accettazione e recupero la cifra dalla saccoccia che tengo nelle mutande. Ho l’impressione che le banconote siano un po’ sudaticce.
Ci controllano per accedere all’area di imbarco e cercano di sequestrare a Claudia una bomboletta di Autan. Dopo le forbici di Parigi, sarebbe troppo: corre indietro e la fa mettere in valigia. L’altra passa invece inosservata sul fondo dello zaino.
Gironzoliamo nel piccolo aeroporto in attesa dell’aereo da Guatemala. Mentre aspettiamo, decolla il volo Tikal Jet per Guatemala. Il pilota apre il gas, l’aereo, un MD-80, accelera repentinamente, poi, all’improvviso frena di colpo e si va a parcheggiare nuovamente. I passeggeri sono fatti scendere. Non so cosa sia successo, né che fine abbiano fatto quegli sventurati.
Faccio un altro rapido giro per il minuscolo aeroporto, per constatare con costernazione che il banco del controllo per l’accesso all’area di imbarco è del tutto incustodito e aperto per il libero passaggio di chiunque: evidentemente i solerti poliziotti di poco fa, concluso il loro turno alle 18, raccolte le loro cose, se ne sono tranquillamente andati.
Il nostro ATR-42 della Aviateca arriva vuoto, nel senso che non vediamo scendere nessuno, sì che siamo imbarcati e decolliamo alle 18.30, per atterrare a Guatemala City alle 19.15.
I bagagli ci sono riconsegnati sotto l’aereo stesso. Entriamo nel terminal, che non è quello di mercoledì scorso: questo è decisamente più grande e bello, ma credo che sia riservato ai voli nazionali. Attraversiamo un atrio tondo molto ampio, scendiamo le scale ed usciamo dall’aerostazione, dove vediamo un ciccione, bello paffuto, con in mano un cartello: “2 Lunas”, ossia il nome dell’hotel che abbiamo prenotato via Internet da Milano, per 240 Q. Dopo aver verificato che stia effettivamente aspettando noi ci facciamo accompagnare al mezzo: un pulmino di lusso, con sedili imbottiti, di un tipo che non ho mai visto, se non in TV.
Dopo cinque minuti siamo al bed & breakfast. Dico che ho i soldi in valigia e ci facciamo accompagnare alla camera. La sistemazione non è un granché, anzi, però per poche ore, visto che partiremo di qui alle 4.30, può andare bene. C’è il moquettone anglosassone sul pavimento. La camera ha un accesso separato rispetto al corpo centrale, è ampia e spaziosa, con bagno e cucina.
Devo percorrere il marciapiedi da solo poiché Claudia rimane in camera. È buio e non c’è anima viva. Mi lancio a passo veloce, suono, dal bunker si apre uno sportellino e mi aprono. Pago e torno di corsa alla nostra camera.
Domani levataccia alle 3.30 e partenza alle 4.30 per l’aereo delle 6.00 per San Pedro Sula, in Honduras.

Domenica 6 luglio
GUATEMALA CITY - ROATÀN
Mi desta di colpo la sveglia che ci siamo portati dall’Italia. Ci prepariamo in qualche modo e alle 4.20 siamo nel cortile davanti alla camera, a ridosso del cancello, in attesa del pulmino di ieri sera. Se non viene è un grosso guaio. Dobbiamo sperare che il ciccione si sia svegliato. Non c’è assolutamente nessuno. Ogni remoto rumore di automobile in lontanaza ci fa sperare, ma poi ci resta la delusione perché non è lui.
Finalmente, puntuale alle 4.30, come pattuito, arriva. Usciamo e cerchiamo di caricare le nostre mercanzie il più in fretta possibile. C’è un tizio in moto che gironzola per la strada in cui ci troviamo. Ci spaventa un po’, ma poi se ne va.
Partiamo. Svoltiamo l’angolo e siamo di nuovo fermi, di fronte al corpo centrale del bed & breakfast, dove l’autista scende. Restiamo soli sul pulmino. Spengo la luce interna e restiamo al buio. Spero che non passi nessuno. Si legge ovunque che la criminalità ha raggiunto livelli altissimi a Guatemala City, soprattutto durante le ore notturne. È notte e siamo a Guatemala City.
Dopo circa 5 interminabili minuti, il ciccione torna; noto che porta gli occhiali. Dietro a lui, un altro turista che sale sul sedile anteriore.
In meno di tre minuti siamo all’aerostazione, dove i check-in della TACA stanno aprendo. Noi siamo già in possesso della carta d’imbarco, emessa ieri sera a Flores. Qui non ne sembrano molto convinti e la signorina sparisce con i nostri biglietti per un po’. Cominciamo ad agitarci. Torna. Li ha fotocopiati e li passa ad una collega che risparisce, li rifotocopia e ritorna. Continuiamo ad agitarci. Alla fine riusciamo a lasciare giù le valigie. Sembra tutto a posto.
Altro problema: mi sono rimasti 224,5 Q, circa 28 USD, ma le banche aprono alle 6.00, ossia troppo tardi. Proviamo in alcuni negozi, tra i pochi già attivi a quest’ora, ma nessuno me li cambia, finché pattuisco con la cameriera di un bar di acquistare due colazioni per 30 Q, pagare con 100 Q e ricevere il resto in dollari. Non abbiamo fame, ma accettiamo. In questo modo raccolgo 8 USD.
Facciamo qualche altro tentativo, vano, e poi, rassegnati, andiamo al gate. Ci viene controllato il passaporto e null’altro. Non viene effettuato alcun check sui bagagli. “I Talebani vanno al mare a Roatan” penso.
Torno indietro nella zona dei negozi per un ultimo tentativo e trovo una bottegaia gentile che, senza fare alcun acquisto, mi accetta i Quetzales residui. In questo modo raggranello altri 16 USD. Soddisfatto torno al gate, dove vedo che sono arrivati altri italiani che vanno a Flores e una ragazza locale che fa interviste.
Finalmente ci imbarcano. È il medesimo ATR-42 che abbiamo preso ieri sera per arrivare qui a Guatemala City, parcheggiato nella medesima posizione. Avremmo potuto dormire qui! A bordo siamo in cinque: una giapponese, una coppia di presunti francesi e noi. La francese indossa la stessa camicia che ho comprato a Panajachel. Che sia da donna?
Decolliamo alle 6 e giungiamo a San Pedro Sula puntuali alle 6.50. L’aeroporto è nuovo e molto bello. Le formalità doganali sono elementari. Non ci è richiesta alcuna tassa di ingresso, segno che a Copan abbiamo versato un pizzo. Essendo domenica, la maggior parte dei negozi è chiusa. Non è neppure possibile cambiare i dollari, né acquistare una tessera telefonica. Il tempo è abbastanza buono e soleggiato, e la temperatura esterna è mite.
L’unico esercizio aperto è un fast food nei pressi dell’ingresso dell’aerostazione. Verso le 8 con 4 USD vi acquistiamo un menù, poiché Claudia ha fame ed io sete. Consumatolo, gironzoliamo lungo tutto il piano terra dell’edificio, dove sono localizzati i punti di check-in e gli autonoleggi, chiusi.
Faccio anche due passi appena fuori, all’esterno, dove vedo una pseudo stele maya costituita da tre pezzi in pietra sovrapposti. Penso sia una copia.
C’è un andirivieni quasi frenetico di persone, tutte sostanzialmente honduregne, ben vestite e dall’aspetto agiato, dirette a Miami, dove immagino facciano le vacanze. Si tratta di famiglie intere, con bambini. Dovessi giudicare l’intero paese da quello che vedo, direi che sono in una nazione ricca ed agiata.
Saliamo la rampa emicircolare che porta alle partenze.
Il nostro volo, quello delle 11.20 per Roatan via La Ceiba, parte puntuale. Si tratta di un SD-360 della Islena, sul quale ci sono anche i due francesi che ci hanno accompagnato da Guatemala City. Durante il decollo noto lungo la pista un albero dalla forma curiosa, tanto da sembrare un profilo di Elvis Presley.
A sorpresa, giunti a La Ceiba siamo costretti a scendere e, dopo una breve attesa in una pseudo sala, ci viene data una sorta di carta di imbarco costituita da un foglio di cartoncino arancione e siamo invitati a reimbarcarci su un aereo lillipuziano, tale Garavan, diretto finalmente a Roatan. A bordo, oltre agli ormai familiari francesi, anche due americani. Abbiamo anche perso ogni traccia delle nostre borse, che non possono essere su questo velivolo.
L’immagine dello splendido mare azzurro intenso che iniziamo a sorvolare ci esalta, come pure l’inconfondibile tinta sfumata della barriera corallina che circonda l’isola di Roatan, che dopo circa 20 minuti di volo cominciamo a scorgere all’orizzonte. Che ci siano davvero i pesci a Roatan? Ci gasiamo.
Atterrati, troviamo magicamente i nostri bagagli, evidentemente caricati su un altro aereo giunto prima. Dobbiamo anche pagare 4 USD di tasse. Facciamo conoscenza con gli americani: sono di Dallas, lui si chiama Darren, lei Lara. Quindi raggiungiamo il caotico ingresso dell’aeroporto dove conosciamo finalmente Pasquale, che è venuto a prenderci, e scopriamo che gli americani saranno con noi al Las Rocas.

Lunedì 7 – Sabato 11 luglio
ROATÀN
Passiamo cinque giorni veramente piacevoli a base di mare e sole; il tempo rimane bello, anche se ogni giorni dobbiamo sorbirci qualche mezz’ora di nuvole.
Il secondo giorno scopriamo il posto migliore per lo snorkeling, ossia in fondo alla West Beach, dall’altro lato rispetto al nostro resort, oltre l’Henry Morgan. Obiettivamente non ci sono moltissimi pesci, meno che in Polinesia e sul Mar Rosso, però la barriera è un po’ più bassa, quindi è possibile nuotarvi sopra ed avventurarsi tra veri e propri canyons di coralli. Ci sono anche pochi bagnanti. Andiamo in questa zona tutte le mattine e anche alcuni pomeriggi, dopo una ventina di minuti a piedi lungo il bagnasciuga. Dopo i frugali pranzi “al sacco” in camera, invece, non riusciamo mai a non dormire per un paio d’ore buone, nonostante i nostri buoni propositi di avventura.
Andiamo anche al villaggio di West Bay, sia con la barca dell’hotel, sia a piedi lungo la spiaggia. Lì incontriamo il curioso ragazzo inglese che è venuto con noi a Copan e del quale abbiamo perso le tracce. Chissà come è arrivato qui ! Comunque è sempre bianco pallido, per cui non capiamo cosa faccia tutto il giorno; l’ultima sera lo vediamo anche su una motoretta che deve aver noleggiato.
In paese ceniamo in un localino gestito da occidentali dove servono pollo allo spiedo condito con ottime salse in stile messicano e birra, il tutto per 9 USD in due.
Una sera, poi, Darren e Lara noleggiano una vettura, così andiamo assieme al villaggio e, controllata la posta elettronica nella pizzeria della quale il ragazzo inglese è assiduo frequentatore, ceniamo poi presso un ristorante argentino, decisamente caro (circa 40 USD in due).

Domenica 12 luglio
ROATÀN – SAN PEDRO SULA – MIAMI – PARIGI - MILANO
Infine, al termine della vacanza, ci tocca a malincuore tornare a casa. Ci facciamo un Roatan – La Ceiba – San Pedro Sula – Miami – Parigi – Milano, per un totale di circa 21 ore di viaggio. Fino a Parigi voliamo con la ragazza francese dell’andata a Roatan, mentre il ragazzo l’ha semplicemente accompagnata all’aeroporto.
A San Pedro Sula mangiamo due menù al solito fast food e poi bivacchiamo al piano superiore in attesa del volo per Miami. Mi è rimasta qualche moneta locale che cerco di spendere, ma non riesco a comperare nulla. Claudia prende delle stecche di sigarette.
In aereo ci sono i soliti honduregni ricchi che vanno al mare in Florida. A Miami l’immigration è la solita tortura. Al controllo bagagli mi tocca scaricare l’accendino per evitare che lo stesso poliziotto dell’andata questa volta me lo sequestri. Claudia riesce a comprarsi al volo una porzione di pizza da Pizza Hut, che consuma in aereo.
A Parigi giungiamo abbastanza stanchi e demoralizzati, mentre soltanto a Milano, sull’autobus da Linate a casa, ci accorgiamo che le nostre borse sono state aperte ed i lucchetti forzati. Chissà dove e perché! Comunque non manca nulla.

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