Guatemala e Belize in catamarano

in viaggio con Luca Tartarini in Guatemala , Honduras , Belize

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Guatemala e Belize in catamarano

Dopo quasi un anno dal rientro dal Guatemala ci siamo finalmente decisi a mettere on line il diario del nostro incredibile viaggio in Guatemala e Belize.
Il ritardo nella messa on line è dovuto al fatto che il diario, scritto in versione un po’ goliardica, sarebbe dovuto essere riscritto con più dettagli sul viaggio e meno aneddoti divertenti; ma il tempo per la nuova stesura non c’è stato, quindi piuttosto che non condividerlo è meglio condividerlo così.
Il giro del Guatemala è quello classico che fanno un po’ tutti, il consiglio che mi sento di darvi di cuore è quello di non fare l’errore di visitare il Belize andando a svernare in un isolotto turistico con turisti da tutte le parti. Se siete un gruppetto di almeno 4 persone (ci sono catamarani anche da soli 6 posti nei quali in 4 con lo skipper si sta benissimo), provate l’esperienza indimenticabile di visitare gli incredibili atolli del Belize con un catamarano.
E’ un’esperienza semplicemente indimenticabile, si è quasi sempre da soli in mezzo al mare e si visitano atolli nei quali non c’è nessuno e dove la fauna marina è ricchissima.
Inoltre, contrariamente a quello che si possa pensare, noleggiare un catamarano con skipper locale è veramente economico. Con soli 100 euro a testa al giorno avevamo a disposizione uno splendido catamarano con 4 cabine e 4 bagni, skipper locale, pasti, bevande alcoliche e analcoliche.
Lo skipper è meglio che sia del posto o quanto meno un ottimo conoscitore di quei fondali, vi porterà sicuramente nei posti più belli e si muoverà con disinvoltura negli insidiosi bassi fondali del Belize.
Se volete il riferimento dell’agenzia beliziana della quale ci siamo avvalsi per il noleggio del catamarano contattatemi.
Un’ultima considerazione riguardo al tempo: agosto, anche se non è il periodo peggiore, è stagione di uragani. In effetti però gli uragani in Belize sono molto rari, soprattutto in agosto. Mettervi su una barca in mezzo al mare del Belize durante la stagione degli uragani vi sembrerà una cosa da pazzi, ma in realtà non lo è. Non ci sono rischi reali, gli uragani quando arrivano sono annunciati con giorni d’anticipo, nella remota ipotesi che dovesse succedere lo sapreste con largo anticipo e sareste portati al sicuro sulla terra ferma… comunque il gioco vale la candela!
Se volete informazioni contattatemi a questa email: luca.tartarini@libero.itUn bel viaggio fra natura, storia, mare e... zingarate nelle bellezze dei Paesi centroamericaniCittà del Guatemala > Esquipulas > Copan (Honduras) > Quirigua > Coban > Antigua > Lago Atitlan > Chichicastenango > Antigua > Flores > Tikal > Placencia > Belize Cayes > Placencia29/7/2006 - Arrivo a Guatemala City
Dopo un viaggio estenuante in aerei vecchi e scomodi dell’American Airlines finalmente arriviamo a Guatemala City.
All’uscita dell’aeroporto troviamo ad aspettarci Victor, l’emissario della famosa Lorena del Dos Lunas, che ci dice di non dare confidenza a nessuno e di stare attenti agli zaini, mentre lui va a prendere la macchina; ci chiediamo se non stia esagerando? Dopo 5 minuti nella scarcassata macchina di Victor arriviamo all’hotel Dos Lunas… Victor non sta esagerando: l’hotel è protetto da un muro in cemento armato con del filo spinato alla sommità: Guatemala City deve essere proprio pericolosa! L’albergo è bruttino ma pulito e tranquillo; la proprietaria, Lorena è matta da legare, non ci lascia andare in camera perché ci sfinisce di chiacchiere.
Finalmente ci liberiamo e guadagniamo la stanza: controvoglia, decidiamo di ricomporre gli zaini, ognuno con le proprie cose. Siamo stremati e affamati, e dopo una doccia (fredda), la cena: come tavola il comodino, per tovaglia della carta igienica, il tonno e i Michetti ce li siamo portati da casa … che tristezza la prima cena in Guatemala!
Andiamo a letto e ci addormentiamo quasi subito; l’emozione è forte e non vediamo di iniziare l’avventura… le ultime parole della serata sono di Luca che, con aria compiaciuta, si bulla di avere completamente sotto controllo la logistica dei vestiti nello zaino. La Tuni ride sguaiatamente!

30/7 Da Guatemala City a Esquipulas
La mattina sveglia alle 8, facciamo colazione al Dos Lunas, salutiamo la pazza Lorena e ci facciamo portare da un taxi alla stazione dei bus. Il vicolo nel quale si trova la stazione è fatiscente e malfrequentato, facciamo i biglietti, compriamo una confezione di Pringles tarocche e diamo a malincuore i nostri zaini a un tipo veramente buffo che si occupa di far accomodare i passeggeri. La paura che ti freghino gli zaini è forte, vorrebbe dire vacanza rovinata, per giunta darli a un tipo così? Ha folti e mossi capelli biondi fino a metà schiena, un occhiale modello Sandra Mondaini e una maglietta gialla rigorosamente pezzata di sudore. Quando si volta, la sorpresa: una grande spazzola spunta dalla tasca di dietro dei jeans, che TAMARRO!
Il pullman è fetido, ma per lo meno non è sovraccarico. Capiterà raramente nel corso del viaggio…
Appena partiti, il tamarro si rivolge ai passeggeri e inizia un farneticante monologo nel quale afferma di essere un venditor professional graduado in medicina e di essere lì per vendere una pomata milagrosa che cura tutti i mali possibili, dall’emicrania ai tumori. Lo sproloquio prosegue con una serie innumerevole di guarigioni miracolose che il tamarro attribuisce alla crema milagrosa… Il furbacchione dice alle signore presenti che con quella crema milagrosa potranno salvare la vita delle loro creature; ci guardiamo sbigottiti, ma il cuore di mamma è stato ormai toccato: quando passa per vendere la crema il successo è strepitoso. Solo noi e un paio di ragazzi molto giovani non la compriamo. Il tamarro, con il gruzzolo di Quetzales ben stretto in mano, fa un cenno all’autista e scende al primo incrocio. Benvenuti in Guatemala!
Arriviamo a Esquipulas verso le 12, e appena scendiamo dal pullman veniamo assaliti da due persone che si offrono di guidarci a un albergo pulito con doccia calda. Siamo troppo stanchi per reagire, li seguiamo scettici. L’albergo è effettivamente discreto, l’unico problema è che è sulla strada principale.
Nel pomeriggio andiamo a visitare la splendida cattedrale, famosa per il Cristo Negro che i Guatemaltechi amano molto. La chiesa è tutta bianca e ben conservata, il contrasto con il cielo nero carico di pioggia è bellissimo. All’interno i fedeli girano intorno alla statua del Cristo e escono camminando all’indietro senza mai dargli le spalle.
Passiamo il resto del pomeriggio a chiedere in giro come si fa ad arrivare a Copan in Honduras, ottenendo ogni volta una risposta diversa. Siamo un po’ affranti, non ci capiamo niente, in Messico non era così, era tutto più facile! La versione più accreditata dice di prendere un autobus fino a Chiquimula, poi un collectivo in direzione El Florido, un paesino sulla frontiera. I collectivos sono dei minivan con 12 posti a sedere, il cui equipaggio è costituito dall’autista e da un suo complice, il cosiddetto imbonitore, incaricato di accalappiare passeggeri che con le buone o con le cattive vengono fatti salire. I collectivos saranno croce e delizia (decisamente più croce!) di tutto il nostro viaggio in Guatemala.

31/7 da Esquipulas a Copan Ruinas (Honduras)
L’autobus è ovviamente fetido; il collectivo invece relativamente nuovo, ma a dispetto dei 12 posti previsti ci caricano in una ventina, stretti come sardine. Il viaggio verso la frontiera sarebbe piuttosto breve, ma l’equipaggio del collectivo è agguerrito. L’imbonitore è aggressivissimo: scende in continuazione e insiste a stipare passeggeri sul pullmino. Il tutto è estremamente pittoresco, ecco il Guatemala che ci aspettavamo: caotico, incasinato, improvvisato ma estremamente vero ed efficace. Nel collectivo non c’è un solo turista, solo noi 2, e così sarà per tutta la prima settimana. All’improvviso, il pullmino si ferma e l’imbonitore ci intima di scendere mentre dal finestrino vediamo un losco individuo allontanarsi in tutta fretta con i nostri zaini in spalla: PANICO! Lo agguantiamo per il collo e pretendiamo la restituzione della refurtiv … ma non abbiamo capito niente! Si tratta del servizievole “buttadentro” dell’altro collectivo, quello che ci porterà a El Florido: potevano almeno avvertirci del cambio in corsa! Al forsennato grido di “la frontera, la frontera” arriviamo finalmente al confine: due case di cemento affiancate, ad entrambe le finestre un annoiato funzionario. Sia allo sportello “uscita dal Guatemala” che all’ufficio “entrata in Honduras” (due finestre della stessa stanza…) i controlli sono minimi, gli addetti scherzano e ci chiedono cosa abbiamo visto del Guatemala: evidentemente hanno voglia di parlare con noi, di turisti da questa parti ne vedono proprio pochi… il doganiere honduregno annuncia solennemente la preparazione del visto, da conservare gelosamente ed esibire al rientro in Guatemala: piega a mezzo un pezzo di carta riciclata e ci scrive a mano la nostra destinazione “Copan Ruinas”, poi mette una data e fa un timbro: ecco il mitico “Papelito”!
Attraversiamo la frontiera a piedi con lo zaino in spalla e prendiamo un collectivo per Copan Ruinas.
Il paese è grazioso e pure l’albergo non è male; ci sistemiamo e aspettiamo l’arrivo dei primi compañeros: è il delicato momento del primo aggancio, il rischio allarme rosso è altissimo! Fortunatamente Jerry, la Barbara e Uccio arrivano in tarda mattinata: un po’ provati e senza la valigia di Jerry…
Nel pomeriggio prendiamo un taxi (un misto tra un’ape piaggio e una macchina da golf) che ci porta al sito archeologico. All’ingresso ci imponiamo la linea dura nella contrattazione per ingaggiare la guida… ma cadiamo miseramente al primo tentativo: la guida Modesto (mica tanto…) ci costa 25$. Le rovine sono decisamente belle e ben conservate: partiamo bene… ma finiamo annaffiati da un violento temporale.

1/8 da Copan Ruinas a Quirigua… e oltre
Il dramma sta per compiersi, a nostra insaputa. Partiamo alle 5 diretti a Quirigua: sito archeologico fuori dalle rotte del turismo di massa, ma straconsigliato nella Lonely e dichiarato dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità: presentazione di tutto rispetto, no? Il passaggio della frontiera (questa volta dall’Honduras al Guatemala) ci porta via un po’ di tempo, anche perché dobbiamo bussare alla finestra per svegliare il doganiere che sta dormendo. Una volta di là, inizia il viaggio con ritmo serrato: collectivo, cambio al volo per bus fetido allietato da un predicatore in trance che, Bibbia alla mano, improvvisa un’omelia di quasi due ore, incurante dei venditori che salgono ad ogni fermata carichi di empanadas e zucchero filato, taxi dall’ingresso di Quirigua fino all’albergo, definito dalla guida come un hotel delizioso “dalla sorprendente qualità degli arredi”. In realtà è un lager: Luca e Uccio, entrati a vedere le stanze, escono disgustati pronunciando poche ma inequivocabili parole: “da qui dobbiamo andarcene subito!”. Il paese (poche case fatiscenti attorno ad un’unica strada) non lascia intravedere molte alternative: superiamo lo sconforto e decidiamo di andare subito al sito: vedremo dopo come organizzare la fuga.
Ennesimo autobus per andare al sito, dove lasciamo gli zaini in custodia al bigliettaio. Il sito è deserto, ci siamo solo noi 5 e una turista francese. Non ci sono guide, decidiamo quindi di visitarlo da soli. Il sito è in effetti bello e le alte stele che lo caratterizzano sono imponenti e ricche di geroglifici splendidamente conservati. Purtroppo il caldo è asfissiante e noi siamo stanchissimi per la levataccia mattutina e per il lungo viaggio. Dopo un’ora la Tuni molla, scompare all’improvviso e si rifugia al bar. Anche noi non ce la facciamo più, finiamo in fretta la visita del sito e ci incamminiamo verso l’uscita dove incontriamo due gruppi di turisti con le guide (ma non dovevano non esserci?).
All’uscita discutiamo sul da farsi e alla fine optiamo per l’idea più folle: raggiungere la lontana Coban e guadagnare un giorno sull’itinerario previsto. Siamo tutti d’accordo, i paesi che ci sono lungo il percorso probabilmente non hanno neanche alberghi… l’unico neo sul nostro diabolico piano è che non abbiamo la più pallida idea di quanti e quali mezzi dobbiamo prendere. Procediamo a tentoni. Riprendiamo il pullman che ci porta sulla strada di fronte a Quirigua; da lì dopo una lunga attesa saliamo su un altro pullman diretto a Rio Hondo: compagno di viaggio un incurante cocainomane che pippa in continuazione. Il viaggio parte malissimo, siamo subito fermi in coda e il caldo ci uccide. Arrivati a Rio Hondo scendiamo dal bus e veniamo assaliti da un branco di imbonitori indemoniati che al grido di “El Rancho, El Rancho, El Rancho!” ci lanciano gli zaini sul tetto di un collectivo e ci caricano prima che riusciamo ad aprire bocca. Dietro a questa totale confusione in realtà si cela una perfetta organizzazione. Noi ne abbiamo un’idea ma gli imbonitori sanno benissimo dove dobbiamo andare e come portarci a destinazione. La cosa migliore da fare in questi casi è seguire il tuo zaino e non fare domande. Prima o poi arriverai alla meta. Questo ultimo collectivo segna il record mondiale di densità su un automezzo: a dispetto dei 12 posti previsti siamo in 30... manca solo il notaio per annotare il Guinness! L’imbonitore è pertanto costretto a viaggiare sul tetto assieme agli zaini.
A El Rancho l’ennesima sorpresa: ci affianca un altro collectivo e dal tetto si sentono rumori che non fanno presagire niente di buono. Abbiamo a mala pena il tempo di scendere per cercare di capire cosa stia succedendo che i nostri zaini sono già stati caricati e legati sul tetto del nuovo collectivo. Ci rassicurano che è tutto previsto e soprattutto compreso nel prezzo… saliamo sperando che sia l’ultimo cambio.
In effetti è così, anche se quest’ultima tappa è particolarmente faticosa.
Dopo 11 ore di viaggio e 9 mezzi di trasporto, ancora a digiuno guadagniamo finalmente Coban. Decidiamo di gettare il cappello: questi due giorni li vogliamo passare nel migliore albergo della città. Peccato che si trovi in cima a una salita con pendenza al 90%... la giornata sembra non finire mai.
L’albergo è bellissimo, gli arredi sono antichi e le stanze sono pulite e decisamente spaziose. Una doccia calda e siamo pronti per andare al ristorante.

2/8 - le cascate di Semuc Champey
All’alba, Montezuma miete la prima vittima: la Barbara, significativamente ribattezzata “movida” da un gruppo di spagnole, intasa a più riprese il bagno della Casa d’Acuna: ottimo ristorante con lussureggiante giardino di orchidee, consigliato su tutte le guide… insomma, il posto più indicato per un prolungato attacco di diarrea!
Dopo circa tre ore di viaggio, con sosta a un bar/hotel (piuttosto spartano, a dire il vero) immerso nella giungla ma immancabilmente dotato di alcune postazioni internet, arriviamo alle pozas: spettacolo! Là dove il corso del fiume scompare sottoterra, si sono formate cinque magnifiche piscine naturali, dall’acqua verde smeraldo, circondate dalla foresta tropicale. In un batter d’occhio siamo in acqua, e ne usciamo solo al pomeriggio per la discesa in cordata in una grotta: per la verità, la scala di corda fermata a una roccia non dà molta fiducia, e solo Uccio e Luca decidono di calarsi di sotto.
Prima di ripartire, da segnalare la straordineria agilité degli uomini al cambio d’abito: dopo interminabili manovre, Luca si esibisce nel suo famoso numero del “caminito”, riuscendo a mostrare i gioielli a tutti i presenti, mentre Uccio indossa l’ultimo modello di slip con sgommata (di fango!?) incorporata!
Sulla strada del ritorno, ci fermiamo per la visita alle Grutas de Lanquin: niente di eccezionale, se si esclude il fango, l’umidità e il rischio di precipitare nel vuoto ad ogni passo…

3/8 - ma la Monja Blanca dov’è?
Prima di ripartire, c’è il tempo per la visita ad un noto vivaio di orchidee: il Guatemala è famoso in tutto il mondo per la ricchezza di varietà di questo splendido fiore, che qui trovano il loro clima ideale. In particolare la Monja Blanca (suora bianca) è una specie molto rara, scelta come fiore nazionale, che è possibile ammirare solo qui perché ne è severamente vietata la vendita all’estero.
La visita è molto piacevole; ci sono fiori stupendi e davvero strani: le orchidee mignon sono microscopiche! Peccato che la Monja Blanca fiorisca a dicembre…
Lasciamo il vivero Vera Paz e decidiamo di andare a goderci la vista dalla chiesa El Calvario che domina la città dall’alto.
Tornati a Coban, chiudiamo gli zaini e ci incamminiamo verso la stazione degli autobus, attraverso la processione per il patrono della città.
A Guatemala city le nostre strade si dividono momentaneamente: Jerry, Uccio e la Barbara vanno in aeroporto a recuperare la valigia perduta; noi saltiamo su un chicken bus per Antigua.
Ci rivediamo all’hotel e andiamo a cena da Frida’s: finalmente una vera fajitas!

4/8 - sulle sponde del lago Atitlan
Brusco risveglio per Luca: attacco di dissenteria fulminante… Montezuma miete la seconda vittima!
Un malinteso con i due taxisti ci porta alla fermata degli autobus (non del nostro, tuttavia…) su una strada supertrafficata: non abbiamo alternative, dobbiamo fermare al volo l’autobus per Panajachel lanciato a folle velocità!
La posada Los volcanos è deliziosa e, una volta sistemati, possiamo dedicarci al nostro vero obiettivo: shopping frenetico nei mercatini! La trattativa in veneto (!?) della Barbara è indimenticabile.
Da qui in avanti toccheremo le mete turistiche più classiche e la differenza c’è: si vedono i primi turisti, non pervenuti nei primi giorni.
Cena al ristorante uruguaiano: una delusione… avanza carne per tutti, niños e perros!

5/8 - giro del lago
Montezuma miete la terza vittima: nella notte anche la Tuni deve capitolare.
Di prima mattina partiamo con una barca per il giro dei paesini intorno al lago. Il primo si chiama San Pedro la Laguna e non è niente di speciale. Al secondo, Santiago Atitlan, ancora prima di attraccare la barca si riempie di bambini che urlano il nome di Maximon, divinità pagana adorata dalle popolazioni Maya dell’altopiano di Atitlan.
Un bambino ci porta lungo microscopiche viuzze fino all’ingresso, ovviamente a pagamento, della casa della famiglia che, a turno, custodisce Maximon. L’incontro è deludente, solo Luca ne rimane folgorato e da allora si dichiarerà anch’egli un seguace. Maximon è un bacherozzo alto 80 cm, con un sigaro in bocca e diverse bottiglie di alcolici sparse ai suoi piedi. Intorno anche cibo, lattine di coca cola e sigarette. Sarà tutto fatto per spillare soldi ai turisti? Il dubbio ci rimarrà per sempre.
Visitiamo anche la chiesa del paese, dove tre volenterosi si occupano del cambio d’abito del Cristo: 20 minuti e qualche acrobazia per sostituire il drappo senza mostrare ai fedeli le nudità.
Ultimo paese San Antonio, anch’esso niente di particolare, dove, mentre eravamo al bar, abbiamo notato un bambino di circa 6 anni che portava sacchi di cemento da 25 kg su e giù per le scale... che tristezza!

6/8 - La magia di Chichicastenango
Di mattina presto partiamo con l’ennesimo collectivo alla volta di Chichicastenango, dove la domenica si svolge il mercato più famoso del centro America e dove abbiamo appuntamento con i Tralli ai piedi di una chiesa.
Nell’attesa Luca, Uccio e l’Elena salgono su una collina sovrastante il mercato dove la popolazione Maya celebra riti propiziatori per i motivi più vari: avere un buon raccolto, un matrimonio felice o guarire da una grave malattia. La breve salita per Jerry si rivela drammatica, denunciando l’imbarazzante condizione atletica (ma non doveva attraversare lo stretto di Messina a nuoto?!): all’ultimo tratto è addirittura costretto a intervenire Uccio che se la carica in spalla. In cima l’atmosfera è molto suggestiva: intorno ad un altare di pietra alcune persone pregano, altre bruciano incenso e altre ancora spargono petali di fiori. La nostra guida ci spiega il significato di ogni gesto e ci dice che in alcuni casi si sacrifica una gallina. Mentre scendiamo, infatti, vediamo salire una giovane coppia con in braccio una gallina: per lei sarà l’ultimo viaggio.
I Tralli arrivano puntuali, e il rischio di non incontrarci è scongiurato! Finalmente siamo tutti e 7. Parte lo shopping: siamo scatenati! Tralli è il migliore nella contrattazione: toglie il 90% al primo prezzo che ci viene proposto e se ne va nella speranza di essere inseguito dal venditore… funziona quasi sempre, tranne che con l’amaca di Manny: il vecchio, forte del suo negozio in muratura, non molla neanche un quetzal!
Il mercato è effettivamente molto caratteristico: i colori su tutto. Quasi tutti i locali indossano i loro costumi tradizionali; le donne portano sulla schiena i bimbi avvolti in una coperta e sulla testa quantità incredibili delle cose più svariate; la piazza è dominata da due chiese speculari, che si stagliano candide sulla miriade di colori sottostanti. Nella chiesa di S. Tomas, in particolare, l’odore della paglia sul pavimento si mischia a quello dell’incenso e delle candele accese ovunque; il mormorio della gente in preghiera completa un quadro davvero suggestivo.
Carichi di regali torniamo ad Antigua, dove ci aspetta finalmente un’ottima cena nel ristorante, ribattezzato Kill Bill perché in passato ha ospitato Clinton.

7/8 - salita al vulcano Pacaja
Montezuma miete l’ennesima vittima: ormai siamo decimati! Tralli capitola dopo appena 24 ore dal suo arrivo in Guatemala: che figura!
Alle 6 parte la spedizione per il vulcano Pacaja (2.250 m.); la squadra però non è al completo: la Barbara (al contrario della spavalda Jerry) consapevole dei propri limiti getta la spugna... arriviamo alla base del vulcano con un pullman dell’anteguerra e finalmente inizia la salita. La guida Arturo tiene un ritmo indiavolato e dopo circa una trentina di metri chiede all’Elena, paonazza, se vuole proseguire a cavallo: Jerry rifiuta sdegnata, ma se ne pentirà. La salita, in alcuni tratti praticamente verticale, dura circa un’ora, durante la quale la Tuni non proferisce parola (meglio conservare il fiato...) e la Claudia viene sorpresa più volte a sputare nel fazzoletto... una vera lady! Alla fine però lo spettacolo è impagabile: siamo a pochi metri da un fiume di lava incandescente che avanza inesorabile.
La discesa è quasi peggio della salita... ma niente in confronto al viaggio di ritorno: il pullman, evidentemente di epoca prespagnola, mostra i primi segni di cedimento dopo poche curve, ma teniamo duro. All’improvviso, il motore si spegne: l’autista, dallo sguardo per niente incoraggiante, si cala in una botola segreta e riesce a farlo ripartire... ma il dramma sta ormai per compiersi: il pullman si ferma definitivamente a metà di una salita ripida e supertrafficata; la dura verità è che siamo a secco!
Mentre gli israeliani mangiano placidamente un gelato, tentiamo l’assalto a un chicken bus di passaggio, scatenando le ire dell’autista e del losco figuro giunto in suo aiuto: es prohibido! Quest’ultimo si rivela essere il proprietario dell’agenzia, che con una folle manovra a motore spento riesce ad arrivare a un distributore: salvi! Con oltre un’ora di ritardo (su un viaggio di un’ora e mezza) arriviamo distrutti ad Antigua: lauto pranzo da Frida’s e tentativo di shopping, ma non siamo in gomma... ci rifaremo a cena da Kill Bill.
Arriviamo al ristorante a ranghi ridotti: Montezuma miete l’ennesima vittima accanendosi contro l’inerme Jerry che, stremata dopo l’ennesima vomitata, molla gli ormeggi e si piscia addosso!

8/8 - a spasso per Antigua
Al mattino Jerry è ancora tramortita e getta la spugna per la visita alla città. Partiamo con la guida Francisco, detto Panchito, per uno splendido giro di Antigua: nonostante sia stata distrutta più volte da terremoti ed eruzioni vulcaniche, la città si mostra comunque incantevole nel suo stile architettonico coloniale, negli allegri colori e nei lussureggianti giardini. Menzione d’onore all’hotel Santo Domingo: un tripudio di piante, fiori e pappagalli.
Sosta alla bottega della giada: i cavrones Luca e Tralli non mollano un quetzal, mentre Uccio compra per l’Elena il gioiello più costoso del pianeta. Da registrare anche il bieco tentativo di corruzione dei cavrones, che si confermano tali fino al midollo, disposti a pagare fior di quattrini affinché la Barbara tacesse la galanteria di Uccio.
A pranzo: Kill Bill per tutti!
Nel pomeriggio Uccio e Jerry, ormai al di là del bene e del male, partono per Guatemala City, mentre noi proseguiamo il giro della città. Li raggiungiamo al Dos Lunas verso le 7, dopo un viaggio allucinante: il primo chicken bus dei Tralli.
Cena a base di un orrido tonno guatemalteco, e poi tutti a letto.

9/8 - finalmente, Tikal
Sveglia alle 4 del mattino e partenza con la Tikal airlines alla volta di Flores. I controlli sono inesistenti: non ci viene chiesto neanche il passaporto...
Arriviamo a Flores, un’isoletta in mezzo al lago Petén Itza, e da lì direttamente al sito archeologico di Tikal. Prendiamo una guida, Eulogio, che ci accompagnerà per un tour di 4 ore e 7 km a piedi: il caldo è asfissiante e le ragazze danno subito segni di cedimento, ma alla fine ce la faranno. Lo spettacolo è mozzafiato: piramidi enormi sorgono nel mezzo di una fittissima giungla tropicale. In alcuni casi si può salire e in cima la vista è splendida. Durante le camminate in mezzo alla foresta avvistiamo scimmie ragno, piccoli tucani e un branco di tassos... purtroppo anche molte zanzare!

10/8 - eccoci in Belize!
L’aereo della compagnia Tropic Air che ci porta a Belize City è minuscolo: 12 posti totali, ma in effetti ci siamo solo noi 7 e il pilota che si presenta in bermuda... la Ragio Travel non ha davvero badato a spese: volo privato!
Da lì con lo stesso aereo ripartiamo alla volta di Placencia. L’aeroporto sembra una villetta mono-familiare di non più di 30 mq. e la pista, attraversata da numerose persone a piedi e in bicicletta, è larga appena due metri... ma dove siamo finiti?
All’albergo troviamo Alex, una ragazza italiana decisamente logorroica che ha pensato bene di farsi ingravidare da un guatemalteco Garifuna (altrimenti detto Carrefour), durante un precedente viaggio... mah?!
Prima di cena facciamo un giretto: Placencia, in realtà, è un gruppo di casette colorate sulla spiaggia, collegate da un’unica strada (Sidewalk) larga meno di un metro.
Accettiamo volentieri l’invito di Alex, che, decantando le sue doti culinarie, ci prepara un’abbondante piatto di pasta alle verdure... che purtroppo fa cagare, e lei ci sfinisce con i suoi interminabili e sgrammaticati racconti di vita: la prima a cedere è Jerry, che si accascia sul tavolo; ma, uno alla volta, riesce a fiaccarci tutti.

11/8 - Jamu!
Alle 9 ci presentiamo carichissimi sulla banchina, pronti per incontrare il capitano; in verità, pare ci abbiano assegnato lo skipper migliore e quindi non è necessario alcun briefing: non ci resta che aspettare l’imbarco. A metà mattinata si palesa un vecchio con la maglietta sudicia e l’aspetto di un alcolizzato: è Birty, il nostro skipper! Perplessi per le parvenze poco rassicuranti del vecchio, ne approfittiamo per prelevare qualche soldo prima di partire... ma l’insidia è sempre dietro l’angolo! La macchina trattiene la carta della Claudia a metà dell’operazione: lasciato Tralli a piantonare il bancomat, Luca e la Claudia vanno alla banca, dove il direttore, coadiuvato dal suo schiavo personale, restituisce la tessera.
Alle 12.30 prendiamo possesso di Jamu: uno splendido catamarano con 4 camere con bagno + 2 loculi, uno dei quali viene democraticamente assegnato alla Barbara. Si parte!
La prima sosta è a Moho Caye, un isolotto disabitato, con acqua cristallina e una splendida barriera corallina. Appena entrati in acqua, avvistiamo uno squalo (welcome!), una razza, un barracuda e diversi pesci coloratissimi: partiamo bene!
A metà pomeriggio ci spostiamo a Rendez vous Caye, dove pernotteremo in rada. Prima che faccia buio, i ragazzi si cimentano in una serrata caccia al lobster: ne avvistano tante... ne pescano 0! Estrarle dalle rocce è difficilissimo. La caccia prosegue anche di notte grazie alle torce, ma il risultato resta impietoso: diversi esemplari mutilati, ma nessun prigioniero. Ci consoliamo con una cena a base di T-bone sapientemente cucinate dal capitano Birty sul barbecue a poppa.

12/8 - la mangroviata
Alla mattina le aragoste non si fanno vedere e decidiamo di cambiare territorio di caccia: ci spostiamo verso Pelican Caye, dove ci aspettano il solito squalo e compagnia bella. Nel pomeriggio Uccio e il capitano Birty escono a pesca e dopo tre ore rientrano con un pesce non ben identificato di 5 chili. Per cena proviamo la fajitas, mentre il Capitano griglia il pescione. L’atmosfera è rilassata e i commensali mangiano allegramente, quando una scintilla del barbecue illumina a poppa, rivelando l’orrenda verità: ci siamo immangroviati! Abbiamo inspiegabilmente perso l’ormeggio, finendo contro la muraglia di mangrovie sull’isola vicina. Sono attimi di panico... più che altro perché nessuno capisce cosa sta gridando il capitano Birty, che, in un inglese sbiascicato, impartisce incomprensibili e contraddittori ordini all’equipaggio. Fortunatamente il fondale è sabbioso e, tra un “all the lights on” e un disperato “Dark! All the lights off”, grazie al potente dinghy, riusciamo a liberare la barca e ci posizioniamo a distanza di sicurezza... mentre la Barbara continua ad aggirarsi allarmata per le cabine.
Ancora increduli, chiediamo spiegazioni al comandante, il quale ci dice che il fondale è troppo alto e l’ancoraggio non ha tenuto... tuttavia, ci tranquillizza sostenendo che il nuovo ancoraggio è sicuro. Visto che lo sfighe non vengono mai da sole, il tempo peggiora rapidamente: si alza un forte vento e poco dopo diluvia. L’ancoraggio non era per niente sicuro... infatti le grida del capitano ci rigettano nel panico: i ragazzi indossano improbabili impermeabili gialli in dotazione alla barca e, in mezzo al nubifragio, cercano di eseguire gli incomprensibili ordini di Birty. Nonostante nuove rassicurazioni del capitano sull’ennesimo ancoraggio (è sicuro!) e sul meteo (non pioverà più!), per evitare di immangroviarci ancora decidiamo di restare svegli, pronti ad intervenire. Con gli occhi crepati dalla stanchezza ci apprestiamo all’ennesima partita a carte, quando, a causa di un altro nubifragio, perdiamo nuovamente l’ormeggio: ormai abbiamo capito la tecnica e ce la caviamo piuttosto alla svelta; Birty sancisce solennemente che l’ancoraggio è buono, ma chi ci crede più?! Mentre stiamo organizzando i turni di guardia, the captain si dirige nella sua cabina senza proferire parola e dopo qualche minuto inizia a ronfare della grossa. A questo punto, incrociamo le dita e ce ne andiamo a letto anche noi: sono le 2 e mezza.
Da segnalare il fondamentale contributo della Claudia, che subito dopo la prima mangroviata ci abbandona al nostro destino e se ne va beatamente in branda!

13/8 - South Water Caye
Isola bellissima, l’unica che vedremo con qualche insediamento umano: un ristorante, una manciata di cabañas e un centro di studi marini.
Pieno al Dinghy e siamo pronti per la prima sessione di snorkeling. Il fondale è strepitoso, e i pesci ti vengono addirittura incontro: forse sono abituati a ricevere da mangiare dai turisti.
Il sole ormai è basso ma abbiamo ancora un paio di ore di luce e ci dirigiamo a Cariboo Caye, un isolotto grande come un campo da calcio a 5 minuti di Dinghy, attorno al quale avvistiamo qualche murena e un granchio gigante.
Per cena ci aspetta un risotto a dire il vero piuttosto agghiacciante; gli unici che sembrano gradire sono gli enormi pesci che girano intorno alla barca in attesa degli avanzi: siamo circondati!
Da Oscar l’interpretazione della Tunazza che, dopo essersi incredibilmente offerta di lavare i piatti, finge un malore e si defila. Anche stasera tocca ai washers.

14/8 - Silk Caye
Finalmente Eolo si fa sentire: una brezza tesa ci spinge a vele spiegate fino a Silk Caye, una splendida coppia di isolotti da cartolina.
Snorkeling memorabile: girando intorno all’isola si ha da un lato la barriera corallina con i suoi pesci coloratissimi, dall’altro il mare sprofonda velocemente e non è raro vedere pesci di quasi due metri. Da segnalare Uccio che, intento a fotografare un pesciolino colorato, si ritrova tallonato da uno squalo: sempre guardarsi le spalle!
Luca e Uccio rimangono in acqua fino a oltre il tramonto, e si fanno scappare l’ennesima aragosta, ma questa volta era veramente grande!

15/8 - Diving in Belize
Nel bel mezzo di un acquazzone spaventoso Luca, Uccio, Tralli, la Tuni e la Claudia partono per andare a fare le immersioni. La faccia della Tuni e della Claudia sembra quella di due che devono salire sul patibolo.
Le due immersioni saranno una delusione: non offrono molto di più rispetto allo snorkeling, ad eccezione di una tartaruga e di un buffo pesce pietra.
Appena tornati alla barca ci dirigiamo a Ranquana Caye dove passeremo la notte.
Fajitas per cena e resto della serata a parlare degli improbabili vestiti di Jerry.

16/8 - Di nuovo a Silk Caye
Un'incomprensione con il comandante ci porta di nuovo a Silk Caye... poco male, l’isola è bellissima e pullula di aragoste!
Dopo una folle gara di tuffi e un “rodeo” sul parabordo, finalmente il capitano Birty, impietosito dai ripetuti insuccessi dei giovani pescatori improvvisati, si decide a insegnarci la tecnica per catturare le aragoste.
Il vecchio settantenne a nuotare è un fallimento totale: salta da un corallo all’altro protetto da incredibili calli sotto i piedi, oppure usa il bastone con l’amo per spingersi come un gondoliere! Recupera credibilità con il bottino di pesca; in pochi minuti ci assicuriamo la cena: 4 aragoste e un enorme granchio.
Dopo un po’ Birty abbandona, mentre Luca, Tralli e Uccio restano in mare per cercare di mettere in pratica la lezione. Il bilancio è strepitoso: riescono a pescare un’aragosta grande il doppio di quelle prese dal comandante... quando gli allievi superano il maestro!
In cucina il capitano si muove decisamente meglio che in acqua e in pochi minuti ci prepara una deliziosa cena a base di aragoste e granchio.
Dopo la caccia al lobster proseguiamo con le stelle cadenti: vince il solito Uccio, che avvista una specie di asteroide che esplode due volte prima di scomparire... è proprio una giornata magica!

17/8 - Laughing Bird Caye
Partiamo per Laughing Bird Caye e lungo il tragitto ci capita quello che tutti sognano... avvistiamo un branco di delfini che nuota a fianco al catamarano. Incuranti dei 40 metri di profondità, ci lanciamo all’inseguimento. I delfini si lasciano avvicinare fino a due metri di distanza: sono 8, tutti piuttosto grandi e quando gli siamo vicini si girano sul fianco per guardarci meglio. Qualcuno mostra la pancia, mentre nell’acqua rimbomba il loro inconfondibile verso. E’ un momento emozionantissimo.
I delfini si allontanano e noi stiamo per tornare alla barca quando la Claudia dice di averne visto un altro in profondità. Ci rimettiamo subito la maschera per osservarlo, ma ci rendiamo conto che non è un simpatico delfino ma uno squalo di almeno due metri! Per raggiungere il catamarano sembriamo dei motoscafi, nuotiamo talmente veloce che lasciamo la scia.
Dopo questo incontro puntiamo dritti verso il nostro ultimo atollo e, una volta arrivati, ci rendiamo conto che il Belize ci vuole stupire ancora: l’isola è addirittura più bella delle altre, un vero paradiso!
Il comandante, dopo aver pisolato su un’amaca per un’ora, improvvisamente si rianima e ci apre dei cocchi che divoriamo in un istante.
Nel tardo pomeriggio l’ultimo snorkeling, durante il quale incontriamo un granchio gigante e una cernia di almeno un metro. Ma la sorpresa arriva proprio sul finale: da una nube di sabbia che si alza dal fondo distinguiamo una razza di tre metri di diametro che cerca di insabbiarsi. Decidiamo di lanciarle un piccolo sasso per vederla meglio. Il primo tentativo fallisce, ma il secondo no: il gigante esce dalla sabbia e punta dritto verso noi. In una frazione di secondo Uccio, l’Elena e la Tuni sono già sulla spiaggia, mentre la razza cambia direzione e Luca la segue per farle delle foto. E’ veramente enorme, vederla nuotare è bellissimo... sembra che voli!

18\8 - Rientro a Placencia
Purtroppo è il giorno del rientro, siamo stati benissimo e non vogliamo ripartire. Riportiamo il catamarano alla Moorings e torniamo nell’albergo di Placencia
Di positivo c’è solo la cena in un ristorantino sulla spiaggia.

19/8 - Addio Belize
Partiamo alle 9 dal Belize, ci aspetta un lungo viaggio che ci riporterà a Bologna. Nelle 8 ore che abbiamo di scalo a Parigi decidiamo di andare a fare un giro per la città, giusto il tempo di scattare qualche foto e farci spennare in un tipico ristorante parigino.
Guatemala, Honduras, Belize... che spettacolo!

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