Milos, gioiello delle Cicladi

in viaggio con BEA in Grecia

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Milos, gioiello delle Cicladi

La Grecia è una passione da sempre. Questo Paese mi ha incuriosito e attirato sin da bambina, probabilmente spinta da mia nonna che mi narrava la sua affascinante mitologia e le gesta dei suoi eroi omerici.
Quando è iniziata la mia “attività” di viaggiatrice, quindi, la sua conoscenza è stata una mia priorità, e dal 1979 in poi la Grecia è stata spesso meta delle mie vacanze.
In particolare negli ultimi anni cerco di ritagliarmi una settimana a giugno per godermi, volta per volta, una nuova isola dell’Egeo.
Da tempo cercavo di organizzare la vacanza a Milos, isoletta delle Cicladi che però ben poco si presta a un turismo mordi e fuggi di una settimana. Non esistono servizi aerei charter per Milos e il volo di linea risulta sempre completamente prenotato. I traghetti vi arrivano dopo un lungo vagabondaggio tra le isole e non ne esiste una “grande”, abbastanza vicina da usare come base: l’unica che si presta è Santorini ma la vicinanza è relativa e la frequenza dei traghetti, quanto meno nel mese di giugno, scarsa.
E’ così che nel gennaio 2003 ne parlo con Ivo e mi decido: se desideriamo vedere Milos, non ci possiamo aspettare che capiti per caso e perciò chiamo Francesca, l’impiegata della agenzia di viaggio di mia fiducia e le chiedo di opzionarmi dei voli che includano due domeniche e non prevedano soste notturne ad Atene. Il compito non risulta poi così semplice ma per fine maggio tutto è fissato: partenza prevista il 15 giugno!
Da non perdere
Domenica 15 giugno 2003
Abbiamo solo un’ora per dare un’occhiata al nuovo aeroporto ateniese, preparato in vista dei giochi olimpici del 2004: memore del vecchio angusto aeroporto e del caos della sua sala partenze, rimango molto colpita da questa enorme struttura moderna in cui i passeggeri in transito sembrano quasi scomparire. In verità sembra che si siano dati tutti appuntamento al nostro gate, un ambiente enorme e strapieno di gente: l’idea dell’isola tranquilla e poco battuta dal turismo di massa improvvisamente vacilla. Incredula davanti a tanta folla, chiedo anche conferma che si tratti del gate giusto, visto che al banco di controllo compare l’annuncio dell’imbarco per Santorini.
Dopo pochi minuti, ecco arrivare un autobus e le hostess di terra si mobilitano immediatamente a chiamare a gran voce l’imbarco del volo per Milos. Siamo tra i primi a lasciare la sala, (così nuova che gli altoparlanti non sono ancora in funzione - pensiamo noi), quando il gate si chiude e l’autobus parte con solo una ventina di persone a bordo: ci guardiamo tra noi, un po’ stupiti e sospettosi, mentre speditamente ci allontaniamo dall’aeroporto e, apparentemente, da tutti i velivoli parcheggiati. Quando finalmente raggiungiamo il nostro aereo, capisco perché sia così difficile trovare posto su questi voli: si tratta di un bimotore da 20 posti! Osserviamo per qualche minuto la difficile operazione di stivaggio dei bagagli (una valigia rigida costituisce una vera sfida) e già siamo a bordo, raggiunti dalla nostra pilota comandante, una signora corpulenta che a stento si infila tra i sedili per raggiungere la cabina di pilotaggio.
A bordo ridiamo tutti e chiacchieriamo tra noi, per nascondere il timore di sollevarci da terra con questo aereo giocattolo. In realtà il decollo è bellissimo, delicato, e ci ritroviamo sospesi per aria già a un terzo della pista; il viaggio è altrettanto piacevole e a bassa quota, fatto che ci permette di sentirci già “al mare”. Prima che ce ne possiamo rendere conto, arriviamo a Milos: l’isola si presenta come un’immensa cava di pietra di vari colori e devo dire che questa prima impressione, che si rivelerà molto vicina alla realtà nei prossimi giorni, non ci colpisce molto favorevolmente.
Ancora meno piacevole è la nostra uscita dall’aeroporto: abituati dalle precedenti esperienze su altre isole ad essere avvicinati da gente che ti offre camere, studios, residence, restiamo increduli nello scoprire che a Milos non solo nessuno è interessato ad averti come ospite, ma che addirittura neanche i taxi si preparano a ricevere clienti quella sola volta al giorno in cui un aereo atterra sull’isola. Siamo in una decina, di cui ben 8 italiani, in piedi, fuori dell’aeroporto, speranzosi che compaia qualche mezzo di trasporto (il servizio autobus previsto dalle guide in realtà non esiste proprio), e circa 20 minuti dopo, finalmente, arrivano un paio di taxi, chiamati dai responsabili del terminal. Considerando che la loro base è a circa cinque minuti di strada da qui, risulta chiaro quale sia il ritmo della vita locale e l’atteggiamento nei confronti dei turisti.
Veniamo suddivisi per destinazione e, insieme ad altri due ragazzi alla ricerca di alloggio come noi, il nostro taxi ci porta a Adamas, città principale e porto dell’isola, in cui dovrebbero trovarsi la maggior parte delle sistemazioni. Alla nostra richiesta di aiutarci a trovare una stanza per la notte, il “simpatico” autista ci scodella sulla piazza principale di Adamas, nonché deposito dei taxi, si fa pagare doppia corsa per poi informarci che lui non conosce nessuno. Mentre ci pianta in asso con i nostri zaini e si dirige verso il bar, dove evidentemente l’aveva raggiunto la nostra chiamata dall’aeroporto, gli esprimo esattamente quello che penso della sua cortesia, collaborazione e ospitalità.
Ci aggiriamo per circa mezz’ora tra le stradine di Adamas, che si arrampicano sul declivio alle spalle del lungomare del porto: malgrado ci siano parecchi cartelli che indicano stanze e studios in affitto, nessuno viene ad aprire quando bussiamo. La cittadina sembra un po’ abbandonata in questo tardo pomeriggio domenicale, perciò, spinti dalla disperazione, accettiamo l’alloggio che ci viene offerto dalla prima signora che troviamo in casa: una stanzetta ben arredata per 20 euro, ma alle spalle della cucina di uno dei grossi ristoranti del lungomare, i cui effluvi ci impediscono di aprire le finestre. Decidiamo che per una notte può andare ma che cominceremo da subito a guardarci in giro.
Lasciamo i bagagli nella nostra claustrofobica stanza e partiamo alla scoperta di Adamas: non che ci resti molto da vedere, perché questa località è veramente piccola. La vita in compenso si sta risvegliando ed essendo già le 19,30 ci guardiamo intorno alla ricerca di un ristorante. Ne scegliamo uno dei tanti sul mare, lungo la strada che arriva dall’aeroporto, giusto per sentirci vicini all’acqua, ed entriamo in contatto con i tipici componenti della vacanza greca : souvlaki, tzatziki e insalata greca.
Dopo cena, ci riavviciniamo al porto e ci accorgiamo che, finalmente, Adamas ha ripreso vita: addirittura è in pieno corso una festa attorno alla chiesa principale, con musica, balli, cibo e bevande decisamente alcoliche. Curiosiamo per un po’, continuando la passeggiata “digestiva”, poi torniamo al nostro bunker certi di una sola cosa: pur non avendo nulla contro questa cittadina, domani cercheremo alloggio a Plaka, il vecchio capoluogo dell’isola in cima al monte alle spalle della città, le cui descrizioni mi avevano colpito durante le letture preparatorie per questo viaggio.

Lunedì 16 giugno 2003
Ivo dorme ancora quando comincio ad avventurarmi nelle viuzze di Adamas a procacciarmi la colazione dal fornaio che si trova nella solita piazza principale, che è poi l’incrocio della strada che arriva dall’aeroporto e si biforca all’ingresso del paese verso il porto da una parte e verso l’entroterra dall’altra. Vista la quantità di dolci e pizze dall’aspetto invitante, compro addirittura anche il pranzo.
Grazie alle briosce giganti e al succo d’arancia, riesco a far riemergere Ivo dal sonno per poterci dedicare al più presto al trasloco.
Per prima cosa ci procuriamo uno scooter dal simpatico gestore della Kozzmozz Rental e partiamo poi alla ricerca di alloggio a Plaka: anche qui, qualche cartello affittasi ma nessuno disposto a mostrarci le stanze o a darci qualche indicazione.
Dopo un’infruttuosa ricerca, decido di entrare in uno dei vari bar all’ingresso della zona pedonale di Plaka e chiedo al proprietario se conosce qualcuno che affitti stanze. Questi, in un greco misto a italiano, mi indica un signore che legge il giornale e si beve un caffè. Malgrado il momento poco opportuno, il signore in questione accetta di mostrarci i suoi alloggi, giusto alle spalle del bar: si tratta di una vecchia casa in pietra perfettamente restaurata, con un giardino fiorito, balconcini curati e un pozzo. Al momento è disponibile solo un bilocale con cucinino e bagno, che decidiamo di prendere in locazione, per 35 euro al giorno. Nel frattempo si dovrebbero liberare altre sistemazioni che via via ci saranno segnalate nel caso dovessimo essere sempre interessati a un ambiente più piccolo.
Partiamo immediatamente per il recupero bagagli dal bunker e in due viaggi portiamo gli zaini nella nostra nuova casa per poi ripartire, finalmente, con destinazione spiaggia.
Milos è famosa per il suo incredibile golfo: il più grande porto naturale del Mediterraneo, che si apre sull’Egeo, verso nord, attraverso uno stretto braccio di mare, che costituisce la sua porta d’accesso. Adamas è situata subito dopo la strettoia, sul lato orientale: è il punto di arrivo della strada che costeggia la spiaggia sabbiosa e ghiaiosa del golfo e il punto di partenza della strada che sale alle sue spalle verso il versante nord dell’isola e ai vecchi centri di Plaka e Tripitì, arroccati in cima al restringimento, quasi a controllare il traffico degli ingressi nell’immensa baia. Inutile precisare che le vedute da queste due località sono tra le più suggestive dell’intera isola.
Vista l’ora scegliamo una delle spiagge più vicine a Plaka: Firopotamos. Si tratta di una delle varie piccole baie che si aprono sul versante nord orientale dell’isola e come molte altre è abbellita dalla presenza della “syrmata”, cioè, un gruppo di case di pescatori pittorescamente decorate con colori vivaci, poste direttamente sul mare, in cui il piano più basso, scavato nella roccia, è situato a pochi metri dall’acqua e fa da rimessa per le barche.
La spiaggia è accogliente, la veduta piacevole e la costa, piuttosto alta in questo punto, sembra avvolgere la baia in un protettivo abbraccio: l’acqua non è esattamente della temperatura che più mi si addice ma mi scaldo con delle veloci bracciate nel verde cristallino.
Dopo qualche ora di relax, disturbati da pochissimi altri turisti, decidiamo di continuare l’esplorazione di questa zona, prima spingendoci a ovest, dove vediamo varie spiagge sassose completamente deserte e poi tornando sui nostri passi verso est. Facciamo quindi una nuova sosta in un altro syrmata, quello di Mandrakia, tra i più fotografati dell’isola. Qui c’è anche qualche struttura di ricezione turistica e un bel ristorante sul mare, dove ci concediamo il primo “nescafè frapè” della stagione e osserviamo come la costa frastagliata che abbiamo percorso finora lasci il posto a baie più ampie intervallate da enormi formazioni calcaree. Ci stiamo avvicinando a Sarakiniko
Sarakiniko è una delle meraviglie di Milos. Nel nostro girovagare di questo tardo pomeriggio, decidiamo di gustarci un assaggio di questa località ma la troviamo piuttosto affollata e quindi andiamo oltre, decidendo di tornare l’indomani di buon'ora per vederla nel suo massimo splendore.
Continuiamo per un’altra ora circa a curiosare in giro, sfruttando però strade secondarie, sterrate, a malapena segnalate dalle cartine in nostro possesso o addirittura completamente ignorate. Percorriamo così tutta la costa nord orientale fino ad Apollonia, la seconda località marittima di Milos, posta al termine della strada costiera prima che questa pieghi verso sud. Si tratta di un villaggio di pescatori collocato molto pittorescamente su una bella baia sabbiosa, interamente costellata da casette con giardinetti curati e turisti alla ricerca di calma e relax. Un paio di bar, due o tre ristoranti, un supermarket e un panettiere: il tutto concentrato all’approdo del traghetto per la vicinissima isola di Kimolos. E’ evidente che qui la sera ci deve essere ben poco da fare.
L’aria comincia a rinfrescare: carichi della prima giornata di sole, percorriamo i 10 km che separano Apollonia da Plaka. Dopo una rapida cena, ci addentriamo nel dedalo di viuzze del centro: pochi negozietti, alcuni ristoranti con i tavolini all’aperto, un take-away greco, una pasticceria. Siamo ad anni luce dallo sfruttamento turistico dei borghi delle altre isole cicladiche più note: è evidente che il recupero di questo patrimonio è iniziato da poco, come testimoniano i vari cantieri ancora aperti e le molte case in stato di semi abbandono. La tentazione di interessarci per l’eventuale acquisto di una di queste casette bianche è forte e se solo il nostro padrone di casa, che incontriamo a passeggio di tanto in tanto, parlasse un po’ di inglese, lo faremmo quasi sicuramente.
La temperatura è sui 20°C, ma l’arietta che si infila tra i vicoli mal si combina con la mia pelle bella arrossata, non so bene se per via delle ore di spiaggia o più probabilmente per le ore di scooter: fatto sta che preferiamo andarcene a nanna nella nostra casa che abbiamo scoperto contenere un po’ della storia di Milos. Pare infatti che proprio qui sia stata conservata la statua della famosa Venere, nei giorni successivi al suo ritrovamento in un campo a poca distanza da Plaka, e prima che il contadino che l’aveva rinvenuta, la vendesse ai francesi.

Martedì 17 Giugno 2003
Dopo una rapida colazione a base di briosce e biscotti della panetteria di Adamas, di buon ora ci rechiamo a Sarakiniko. In questa località, il sole, il vento e il mare hanno giocato con le bianchissime rocce vulcaniche della zona fino a creare un paesaggio di ispirazione lunare. Una immensa bianca scogliera levigata lascia che il mare turchese si insinui al suo interno fino a lambire una piccola spiaggia e a scavare una serie di grotte e avvallamenti. Il contrasto dei colori è di una bellezza abbagliante.
Passiamo qualche ora a nuotare, girando attorno ai bei faraglioni bianchi che si ergono a breve distanza dalla spiaggia, e a osservare i temerari che si gettano dalla parte più alta della scogliera, fino a quando, verso le 11, ci rendiamo conto che la ventina di persone che “affollano” la zona, sono troppe per i nostri gusti. Ritorniamo allo scooter per andare alla ricerca di Papafragas, poco più a est: originariamente era una lunga grotta scavata nella roccia, in cui la porzione finale del soffitto è scomparsa scoperchiandola parzialmente. Papafragas è diventata così una profonda insenatura nella roccia, dotata di una ridottissima spiaggetta invitante, e sormontata, al suo accesso dal mare, da un’imponente arco, sotto il quale l’acqua recita un ritmico sciabordio amplificato. Ci tratteniamo a stento dal superare lo sbarramento che vieta la discesa lungo un minuscolo sentiero fino alla spiaggia, timorosi di andare a rovinare l’atmosfera magica creata dalla natura. Altri turisti non si fanno i nostri stessi scrupoli e quando cominciano a vociare nella splendida piscina verde ai nostri piedi, decidiamo, innervositi e un po’ invidiosi, di non assistere oltre allo scempio e di andare a procacciarci il pranzo.
Dopo aver fatto qualche acquisto ad Apollonia, siamo spinti dalla curiosità di vedere la costa est dell’isola: la cartina non è molto chiara riguardo eventuali spiagge o vie d’accesso. Ed è così che per la prima volta entriamo in contatto con la realtà mineraria dell’isola: la baia di Voudià, segnalata dalla mia guida, insieme alla sua lunga spiaggia sabbiosa, è stata trasformata in punto d’imbarco del minerale ricavato dagli immensi sbancamenti che caratterizzano tutta la zona circostante. Ci inerpichiamo lungo la strada solo per ritrovarci circondati da queste gigantesche cave dai colori irreali: fucsia, blu, verde. L’unico traffico è quello dei pochi camion che sollevano un gran polverone. In distanza, oltre le cave, si intravedono deliziose spiaggette, ma dopo alcuni infruttuosi tentativi per raggiungerle, gettiamo la spugna. Torniamo ad Apollonia a toglierci la terra di dosso facendo un bel bagno in alcune piscinette create dall’erosione della roccia, per poi consumare rapidamente il nostro pasto all’ombra delle tamerici che orlano la spiaggia e farci un bel riposino.
Rientrando, nel tardo pomeriggio, ci soffermiamo ad osservare la spiaggia di Agios Costantinos, e, da lontano, Glaronissia, un pittoresco isolotto costituito da colonne pentagonali e esagonali di origine vulcanica, alte 20 metri: uno dei vari scherzi geologici che si osservano a Milos.

Mercoledì 18 giugno 2003
Aver intravisto ieri sera a cena il nostro padrone di casa, ci è valsa una visita a un’altra sua proprietà: dopo un sopraluogo, questa mattina, mettiamo in atto un nuovo trasloco. Si tratta di una casetta in pietra su due piani, posta ai margini di Plaka, con una grande terrazza sul tetto e divisa in due unità abitative. Quello che ci affascina è la veranda e la camera da letto, a cui si accede tramite una scala a pioli in legno, arredata molto semplicemente con un cassettone, tende bianche ricamate e un letto in ferro battuto: un piccolo nido per 30 euro al giorno.
Mentre decidiamo il programma odierno, consumiamo la colazione sulla spiaggia del golfo di Adamas: sembra che questo mare non ci basti mai!
Scegliamo di passare la giornata sulla spiaggia di Paleohori, sulla costa sud orientale dell’isola. La baia è ampia e quasi deserta: affittiamo due lettini e un ombrellone e decidiamo di passare una giornata più tranquilla: alle nostre spalle, un ristorante su un alto terrapieno, ci consente anche di consumare un vero pranzo, accarezzati dalla brezza e abbagliati dai contrasti cromatici del mare e della costa.
Nel tardo pomeriggio, torniamo sui nostri passi fino al bivio che conduce a Agia Kyriaki, altra piccola località di villeggiatura della costa sud-est: si respira un’atmosfera da inizio vacanze, con poca gente e alcune case ancora sbarrate. Qualche imbarcazione, ancorata a breve distanza dalla spiaggia, si culla in questo mare tranquillo, ispirando una certa sonnolenza.
Rientriamo presto, questa sera, per organizzare la nostra prima serata nella nuova casa: dopo una piccola deviazione per vedere la laguna interna di Achivadolimni, una sorta di lago separato dal golfo di Milos da una striscia di sabbia e dalla strada, compriamo una bottiglia di vino bianco, un’insalata greca e due gyropita al take-away di Plaka e ci rifugiamo sulla nostra bella veranda. Consumiamo la cena osservando i colori del tramonto di Milos che si stemperano nella campagna circostante.

Giovedì 19 giugno 2003
La colazione di oggi ha luogo sulla terrazza vista mare di un panettiere situato a mezza costa tra Adamas e Plaka: lo abbiamo scoperto seguendo il profumo dei biscotti.
Decidiamo di effettuare rapidamente la visita alle bellezze archeologiche dell’isola, che consistono in quello che resta di un teatro posto spettacolarmente poco sotto Tripitì, con una bellissima vista sull’ingresso della baia di Milos e le poco distanti catacombe del I-III sec. d.C. La visita richiede pochi minuti perché delle catacombe è visitabile solo una stanza e perché del teatro resta ben poco: tuttavia assistiamo da qui alla sfilata di una quindicina di navi della marina inglese che avevano trovato riparo per la notte nell’ampio porto naturale.
La meta odierna è Tsigrado, altra meraviglia ampiamente documentata di Milos, situata verso il centro della costa sud. Per raggiungerla si è costretti a percorrere una lunga sterrata sabbiosa su cui si aprono vari accessi alle diverse cave: un contesto molto poco stimolante che ha però il vantaggio di aumentare, all’arrivo sulla costa, lo stupore del visitatore di fronte alla bellezza del mare, che qui decisamente raggiunge il suo apice. Le foto che avevo già visto di Tsigrado non mi hanno preparata adeguatamente allo spettacolo che si presenta ai nostri occhi quando raggiungiamo lo spiazzo che sovrasta questa spiaggia: da un lato una scogliera che sprofonda nel mare di smeraldo; dall’altro lato un’enorme duna di sabbia del colore e della consistenza del borotalco, su cui ci si lascia scivolare per raggiungere la spiaggia, situata 20 metri più in basso. Non riusciamo a resistere più di 10 minuti prima di gettarci in questa acqua cristallina con sfumature dal turchese al verde brillante. A nuoto si raggiunge facilmente la baia successiva, ricca di insenature e grotte, e da qui si può ammirare questa porzione di costa altissima, a picco, che ci sovrasta.
L’unica pecca di questa meraviglia è, come si può facilmente intuire, la risalita: problema che puntualmente si presenta verso mezzogiorno quando la spiaggia si popola e noi decidiamo di migrare verso altri lidi (e un bar, essendo rimasti senza acqua). Ogni tre passi verso l’alto si sprofonda dell’equivalente di più di uno, e le soste per riprendere fiato comportano ulteriori arretramenti; per non parlare degli spiacevoli incontri con nuovi visitatori che, nella loro discesa, portano con sé spesse nuvole di sabbia.
Dopo una rapida puntata a un’altra spettacolare spiaggia limitrofa, Firiplaka, dove ci ripromettiamo di tornare un altro giorno, approdiamo a Provatas. Normalmente la giudicheremmo una bella spiaggia, ma il confronto con quanto visto oggi, la fa sembrare un po’ banale: una lunga mezzaluna di sabbia bianca, un tranquillo mare verde smeraldo e formazioni rocciose sparse, dai soliti colori accesi. Qui a Provatas troviamo anche l’unico resort dell’isola, un bell’albergo sul mare, curato e con un ampio bar sulla spiaggia, di cui usufriamo immediatamente e a lungo. La scalata ha messo a dura prova le nostre forze.
Passiamo poi il resto del pomeriggio a passeggiare nelle basse acque di questa baia tranquilla e accogliente, a dispetto della quantità di gente che c’è.
Per cena, decidiamo di provare uno dei caratteristici ristorantini di Tripitì: sono tutti molto curati e pittoreschi e noi ne scegliamo uno su una bella terrazza con pergola. Il cibo non è speciale ma l’atmosfera molto piacevole e rilassata e tiriamo l’ora di chiusura chiacchierando di viaggi con una coppia di italiani.

Venerdì 20 giugno 2003
Non possiamo rimandare oltre quella che è la più tipica escursione da Milos: quella in barca a Kleftico.
Senza neanche aver prenotato, andiamo al porto dove avevamo notato dei cartelli che pubblicizzavano la gita e prendiamo posto sulla più piccola delle due imbarcazioni che prevedono la partenza oggi. La parte iniziale del viaggio è spettacolare: l’uscita dalla baia ci permette di ammirare con calma Tripitì e Plaka che biancheggiano in cima alla rupe, mentre alla sua base il villaggio di Klima ci affascina con i vari colori del suo syrmata, il più grande visto finora.
Il proprietario della barca ci informa che faremo solo una breve sosta lungo il tragitto per vedere, da lontano, la grotta di Sikia, così da poter godere per il resto della giornata dello strabiliante panorama di Kleftico, località situata all’estremo angolo sud-ovest dell’isola. Scopriremo poi che normalmente è prevista una sosta-bagno nel corso di questa lunga navigazione, ma che a noi non viene concessa perché uno dei passeggeri è un fotografo che deve fare un servizio a Kleftico e necessita di stare laggiù tutto il tempo possibile: la solita fortuna!
In circa due ore raggiungiamo la meta: si tratta di una serie di baie, grotte e faraglioni, di color crema e panna, in cui la roccia stratificata crea un paesaggio irreale. Il capitano, da noi battezzato Nice per via del continuo chiederci “nice´” di fronte a ogni nuova veduta, ci abbandona letteralmente su una minuscola spiaggia con il necessario per pranzare, e si eclissa per circa tre ore con il fotografo. Fortunatamente il posto è veramente incantevole e passiamo il nostro tempo a nuotare in questa “caletta dei pirati” e ad esplorare le grotte che conducono alla baia adiacente.
Come a Sarakiniko, ma in maniera nettamente amplificata per via dell’estensione del luogo, il contrasto tra l’azzurro del mare e il bianco delle scogliere è spettacolare ed emozionante.
Al suo ritorno, capitan Nice ci porta con il tender a scoprire ogni singola grotta, anfratto, scogliera della zona, infilandosi con abilità in una serie di stretti cunicoli che costituiscono il dedalo di caverne di Kleftico e che permettono di passare da una caletta all’altra. Il sole scompare presto tra le alte cime delle scogliere e iniziamo quindi il viaggio di ritorno che sarà decisamente più lungo dell’andata, e molto più umido e fresco, viste le condizioni del mare che si è un po’ ingrossato mentre stavamo riparati nella nostra baia.
Malgrado la stanchezza oggi sia tanta, troviamo la forza di prepararci per cenare nel ristorante in cui ci è stato presentato il nostro padrone di casa. Abbiamo infatti scoperto che gode di una discreta fama, meritatissima appureremo, grazie alla sua cuoca di prim’ordine: Lucia, un’italiana da anni trasferitasi in Grecia. Lei stessa ci consiglia cosa mangiare, perché vista l’ora tarda non è rimasto molto, ma questa cena resterà nella nostra memoria come la migliore delle nostre cene isolane: una montagna di pesciolini fritti, leggerissimi e gustosi, e due abbondanti porzioni di maialino arrosto che si scioglie in bocca. Prenotiamo una zuppa di pesce per domani sera.

Sabato 21 Giugno 2003
Di tutti gli angoli caratteristici ampiamente pubblicizzati di Milos, ci manca la spiaggia di Gerontas, situata sul versante sud occidentale dell’isola. Quindi, dopo il rituale della colazione “con vista”, attraversiamo ancora una volta l‘isola con il nostro fido scooter per andare alla ricerca della stradina che scende a questa mezzaluna di sabbia, sovrastata da alte scogliere. La cartina non specifica fino a che punto la strada sia transitabile e non rimaniamo quindi sorpresi quando incontriamo una biforcazione in cui, da un lato, la strada svolta verso l’interno, mentre la via principale, che evidentemente porta alla costa, è sbarrata: si tratta dell’ennesima cava.
Parcheggiamo e ci avventuriamo a piedi. Il tragitto di circa 10 minuti è piuttosto agevole, e quasi subito intravediamo l’arco di roccia bicolore che caratterizza questa spiaggia. La difficoltà che si incontra a raggiungere questo angolino dell’isola fa sì che almeno nelle prime ore del mattino sia pressoché deserta. Ci ritroviamo infatti a goderci tutta la zona sabbiosa, perchè le altre due coppie di ospiti, che praticano il naturismo, si sono accampate in un paio di grotte in prossimità dell’arco: e lì le lasciamo tranquille, visto che evidentemente un po’ di privacy e soprattutto d’ombra servono più a loro che a noi. Del resto noi passiamo ben poco tempo in spiaggia: siamo per lo più impegnati a nuotare pigramente sotto l’arco e tra le altre strane formazioni rocciose. Qui il mare è calmo e la temperatura dell’acqua è fresca, ma la conformazione della baia fa sì che nelle ore più calde non ci sia un filo d’aria, quanto meno oggi. Ed è questo, unitamente alla curiosità che ci ha ispirato la seconda strada della biforcazione, a spingerci a risalire allo scooter, ovviamente nell’ora meno adatta, e a rimetterci in strada. Siamo curiosi soprattutto perché la cartina non è molto chiara circa l’esistenza di una strada in questa zona, ed infatti scopriremo che chiamarla strada è un vero azzardo.
Il primo tratto è una normale sterrata creata per le esigenze della cava e prosegue in condizioni analoghe fino al estremità sud-est dell’isola, dove il colore bianco delle rocce e grossi cartelli di divieto di accesso ci fanno capire che siamo finiti esattamente sopra a dove eravamo ormeggiati ieri, a Kleftico. Dopodichè, superata quella che presumiamo essere la cappella di Santa Sofia, la sterrata diventa una sentierino pieno di rocce e sassi: il nostro pensiero va al noleggiatore e ci auguriamo che non scopra mai dove gli abbiamo portato lo scooter. Ci inoltriamo così in questa zona montuosa e brulla, tra le propaggini del monte più alto dell’isola, il Profeta Elia, e riusciamo ad attraversarla indenni solo grazie alle doti funambolico-motociclistiche di Ivo: in alcuni punti il sentiero diventa evidentemente il letto in secca di qualche torrente, e la situazione si fa ancora più complessa per la consapevolezza che siamo a secco di carburante. Le discese avverranno d’ora in poi a motore spento.
Inutile dire che non c’è segno di vita umana, da queste parti, e in realtà sono scarsi anche quelli di vita caprina, di solito onnipresenti nelle isole greche: fino a quando, da un’altura, finalmente intravediamo, come un miraggio, il monastero di San Giovanni Sitheriano, un bel complesso di edifici bianchi costruiti in onore del santo che compì qui svariati miracoli, documentati all’interno del monastero. Il complesso è chiuso e prende vita solo nei giorni che precedono la festa del santo, ma almeno da qui in poi la strada migliora un po’ e io mi tranquillizzo tanto da proporre una piccola sosta nella spiaggia omonima che si estende nella baia poco più sotto.
Il mare è parecchio mosso e ci aspettiamo di veder passare da un momento all’altro Capitan Nice di rientro dalla gita odierna. Immancabile, troviamo invece un syrmata semi abbandonato, e alle spalle della spiaggia, una sorta di laguna di acqua dolce, ultima testimonianza del torrente che abbiamo percorso in scooter.
Un po’ di relax dopo le emozioni dell’alta montagna e ripartiamo alla volta di Adamas, attraversando ancora il centro dell’isola, girando attorno al Profeta Elia; la strada ritorna ad essere una normale sterrata con evidenti segni di passaggio veicoli, per poi allargarsi notevolmente, come ormai è prevedibile, in prossimità di una cava. La zona è molto bella, verde e piena di biforcazioni, che, decidiamo, saranno meta della gita di domani.
Ci affrettiamo quindi a rientrare, visto che la fumante zuppa di pesce di Lucia ci aspetta.

Domenica 22 Giugno 2003
Arriviamo a Triades grazie a una delle biforcazioni viste ieri: si tratta di un’ampia spiaggia di sabbia bianca sul versante orientale dell’isola. Ci ricordiamo di averla notata passando in barca e la presenza di alcune case ci aveva fatto capire che doveva esistere una strada o un sentiero per raggiungerla.
Nel primo tratto di spiaggia troviamo una numerosa e rumorosa famiglia greca che si sta installando con giganteschi ombrelloni e enormi frigor: non per niente è domenica. Superiamo un promontorio per ritrovarci unici ospiti di una ancora più lunga distesa di sabbia, al cui centro si indovina l’estuario di un fiume attualmente in secca. All’estremità di questa baia, c’è un’alta costa rocciosa, alla cui base una piccola grotta ci procura un po’ di ombra e riparo da un sole che ci sembra diventare di giorno in giorno più spietato. Del resto, ci rendiamo conto, è finalmente iniziata l’estate.
Durante il nostro dolce far niente in questo angolino di Milos, vediamo passare a breve distanza Capitan Nice, che ci riconosce e saluta lungamente con la sirena della sua imbarcazione (ed è così che scopriamo che normalmente fa una sosta di mezz’ora in una insenatura riparata a qualche centinaia di metri da dove siamo noi).
Su questo lato dell’isola, dove l’Egeo lascia il posto al Mar Mediterraneo aperto, l’acqua è decisamente più fredda: è così che dopo qualche ora decidiamo di lasciare la nostra postazione a un paio di naturisti che nel frattempo si sono uniti a noi, e torniamo alla spiaggia di Provatas, molto più affollata ma in cui l’acqua ha temperature molto più tollerabili.
Per cena decidiamo di goderci ancora una volta la nostra verandina: mentre Ivo fa la doccia, mi avvio a “fare la spesa” e raggiungo il centro di Plaka percorrendo la scalinata che sale in paese sul limite della scogliera, tra casette bianche in puro stile cicladico e case di pietra. La voglia di trasferirsi qui è forte.

Lunedì 23 Giugno 2003
La vacanza volge al termine. Di buon’ora partiamo alla volta di Klima, il paesino situato sulla strettoia d’ingresso alla baia: si tratta soprattutto di una fila di case sul mare (che avevamo visto dalla barca), e di una serie di costruzioni arroccate nell’entroterra. Non c’è molta gente in giro: una signora con una pesante sporta della spesa, un uomo che zappa un piccolo orto, tre donne sedute in veranda, sopra la rimessa delle barche, intente a chiacchierare, e un paio di gatti magri. Il mare arriva quasi alle soglie delle case.
Lasciamo il profondo canalone in cui è incastrata Klima e passiamo a una baia successiva, dove la guida ci segnalava la presenza di una bella spiaggia, Plathiena. Il posto è effettivamente molto bello ma poco curato e l’arenile è pieno di residui delle mareggiate. Si trova infatti subito dopo la strettoia, con il mare aperto di fronte, senza alcun tipo di protezione.
Decidiamo, perciò, di passare la giornata sulla spiaggia di Firiplaka, che avevamo solo intravisto alcuni giorni fa.
La prima porzione di questa spiaggia è rocciosa, e tra le rocce individuiamo un paio di rimesse per le barche. Poco oltre inizia la parte sabbiosa con un piccolo bar e una serie di lettini e ombrelloni, seguiti da un’ampia porzione di spiaggia libera. La caratteristica di Firiplaka è una sorta di faraglione posto a metà della lunga spiaggia, che richiama i colori dell’alta sponda rocciosa che sorge alle sue spalle. Dopo qualche vano tentativo di trovare un posto riparato, decidiamo di adattarci ai lettini per evitare le continue folate di sabbia che ci raschiano dolorosamente la pelle. E così, comodamente sdraiati, ma eccessivamente assiepati, passiamo la nostra ultima giornata su questa magnifica isola. Ci siamo accorti che il numero dei turisti è nettamente aumentato, di recente, anche se siamo molto lontani dal concetto di folla di molte spiagge italiane.
La nostra ultima cena è a base di gyros, che ovviamente è uno dei nostri piatti greci preferiti. Mentre siamo seduti al take-away passa anche il padrone di casa, così ne approfittiamo per saldare i conti, visto che il volo di ritorno è previsto per la mattinata di domani. Poco prima ci siamo goduti il nostro ultimo tramonto dal piazzale della chiesa principale di Plaka, dove gran parte della popolazione locale era riunita a fare quattro chiacchiere in piccoli rumorosi gruppi. In realtà ci saremmo dovuti arrampicare in cima al Kastro, un forte in rovina che domina il paese, ma, avendo deciso che su questa bellissima isola torneremo, ci teniamo, in maniera scaramantica, l’esplorazione per la prossima volta che verremo a Milos.Essenza di Grecia, in una delle sue isole più incantate

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