Petra e Wadi Rum, la Giordania come in un dipinto

in viaggio con leander in Giordania

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Petra e Wadi Rum, la Giordania come in un dipinto

Petra e Wadi Rum, appunto, vale a dire le due mete primarie di un viaggio in Giordania, per quanto breve e sintetico esso sia.
Anzi, spesso le uniche tout-court, nonostante le molte altre attrattive che il Paese mediorientale offre. Addirittura non manca, nell'offerta dei T.O., il "blitz" a Petra di un giorno dalle località balneari del Mar Rosso: ma su queste brutture del turismo di aggressione preferisco non commentare. Mi limito a un consiglio: godetevi il soggiorno al mare ma risparmiatevi una sfacchinata che può solo darvi un'idea distorta e incompleta di un luogo magico, e andate a Petra in altra occasione. Date retta, Petra va centellinata, bisogna percorrerla a piedi in su e in giù con calma, indugiare sulle prospettive in continuo mutamento, sull'incredibile gamma dei colori della roccia, bisogna ammirare l'alba e il tramonto, magari lasciar sciamare tutta la folla e (come è capitato a noi, anzi come abbiamo fatto capitare a noi) percorrere per ultimi il Siq in uscita ormai con il buio, guidati solo dalla lama di luce lunare che penetra dall'alto fra le pareti del canyon.Quattro giorni nel deserto, per immergersi negli stupendi paesaggi del Paese mediorientaleLa perla dei Nabatei, la città rosso-rosa, la Regina del deserto… ci si potrebbe sbizzarrire all'infinito nel definire uno dei luoghi più sorprendenti e strabilianti che possano capitare davanti agli occhi di un viaggiatore.
Ma cosa è Petra? O cosa era Petra?
Siamo intorno al IV secolo prima di Cristo. Immaginiamo un popolo in cerca di un luogo in cui insediarsi per sfuggire alle mire espansionisiche delle potenti civiltà dell'epoca, prima fra tutte quella babilonese: si tratta dei Nabatei, un popolo del deserto dedito alla pastorizia, ignaro dell'agricoltura, ma determinato e ingegnoso nel sopravvivere nell'ambiente ostile del deserto arabo.
Il massiccio roccioso di Umm el Biyara, per i Greci Petra (appunto la Roccia) sembra avere tutti i requisiti strategici: uno spazio chiuso, circondato su ogni lato da erte montagne, invisibile dall'esterno dal quale esistono solo pochissimi stretti accessi. I Nabatei lo eleggono a sito su cui far nascere una città, ma, benché all'epoca fossero note, e da millenni applicate da altre civiltà, le tecniche costruttive basate sulle pietre e sui mattoni, contro ogni apparente logica scelgono di scavare le pareti in arenaria della roccia, in pratica togliendo i pieni dai vuoti per ricavarne - in unici blocchi - abitazioni, luoghi di culto, palazzi, magazzini, tombe, monumenti, monasteri, perfino un anfiteatro.
Ben presto Petra si fa forte della propria straordinaria posizione strategica sulle rotte commerciali fra l'oriente e l'occidente: i Nabatei sono abilissimi a scavare cisterne e canalizzazioni per la raccolta dell'acqua piovana, il bene supremo per le carovane che trasportano mercanzie, impongono pedaggi per i rifornimenti di acqua e cibo, allargano la propria attività commerciando essi stessi in merci pregiate quali spezie, argento, incenso, mirra.
La potenza dei Nabatei trae ulteriore vantaggio in coincidenza con il declino dei regni ellenistici, finendo per controllare territori sempre più estesi dell'attuale Medio Oriente. I rapporti con gli altri popoli determinano anche una crescita di Petra sotto l'aspetto culturale e artistico, le cui testimonianze, per quando degradate da due millenni di erosione e di intemperie, suscitano ancora oggi infinito stupore.
Raggiunto il suo apice a metà del primo secolo dopo Cristo, si fece sempre più pressante l'ingerenza di Roma, alla quale già da tempo Petra aveva accettato di pagare tributi in cambio di una certa autonomia. L'ultimo re nabateo, Rabbel II (70-106 d.C.), trasferì la capitale a Bosra, evidentemente presagendo l'inarrestabilità dell'espansione romana: tanto è vero che proprio nel 106 Traiano diede ordine alle truppe di entrare in Petra (probabilmente senza spargimento di sangue), che fu annessa così alla provincia d'Arabia.
Il declino non fu immediato, anzi la città godette ancora di due secoli di floridezza, ma chiaramente con l'affermazione di altri centri carovanieri quali Jerash e la siriana Palmira, la sua importanza andò calando. Il colpo di grazia avvenne con il terremoto del 551 e la conquista araba della regione nel 663.

Quanto sopra, per un succinto quadro storico che reputo indispensabile per una conoscenza che vada al di là delle visite frettolose dei pacchetti organizzati. Di norma, i gruppi percorrono il Siq, sostano per lo stupore di rito davanti al Khasné, proseguono lungo la Via delle Facciate fino al Teatro, o al massimo alla Via Colonnata, per poi essere lasciati liberi due o tre ore.
Una giornata scarsa, e sono convinti di avere visto Petra!
Due o tre giorni sono invece vivamente consigliati. Nel nostro caso sono stati due con un pernottamento intermedio ma, essendo tutti soci del CAI, siamo abituati a fare buon uso delle gambe e ci siamo fatti rendere le giornate in pieno, realizzando due itinerari della durata di circa 4-5 ore fra andata e ritorno che hanno per meta due siti fra i più significativi dell'area di Petra.
Diciamo subito che gli alberghi sono ubicati nella cittadina di Wadi Musa, adagiata su un pendio dal quale la vista di Petra è del tutto occultata da un allineamento di "mammelloni" rocciosi, sommità della barriera che per secoli ne è stata protezione. Wadi Musa significa "Valle di Mosè", in quanto il villaggio originario sorse presso la sorgente che Mosè avrebbe fatto sgorgare dalla roccia per dare ristoro agli Ebrei durante l'esodo dall'Egitto.
Dalla biglietteria / cancello d'ingresso si percorre per circa un chilometro una mulattiera, letto prosciugato del Wadi Musa propriamente detto, affiancata a destra dagli enigmatici Cubi Djinn (monoliti alti fra i 6 e i 9 metri, forse tombe a torre, forse simulacri degli spiriti protettori della città o dell'acqua) e a sinistra dalla Tomba degli Obelischi che sovrasta il Bab el Siq Triclinium. Poco dopo si entra nel Siq, una fenditura lunga circa 1200 metri e larga da una decina a meno di due che storicamente ha sempre costituito il principale accesso a Petra: sui fianchi del Siq si notano, su un'altezza di circa un metro, due canalizzazioni per l'acqua, un tempo abbellite da statue di cui oggi sono rimaste solo poche tracce erose, mentre il continuo mutare delle luci e delle ombre con il variare delle ore del giorno dà un primo assaggio della magnificenza del luogo in cui ci troviamo.
Lo sbocco dal Siq regala la veduta più celebrata, quella del Khasné (o Tesoro), edificio straordinariamente ben conservato e tanto più sorprendente ove si pensi, come già detto, che sia la facciata - alta 40 metri e larga 28 - sia il vestibolo (14 metri per 6), sia l'interno (un vano cubico di 12 metri di lato) sono un unico blocco ricavato dallo scavo della parete rocciosa.
Le statue e i rilievi che un tempo adornavano la facciata sono oggi molto rovinate, a causa dell'erosione ma anche dell'opera sconsiderata di iconoclasti, sia cristiani che mussulmani. Sulla sommità è situata una tholos, vale a dire un tempietto cilindrico con tetto conico sormontato da un'urna: proprio da questa deriva l'appellativo di "Tesoro", in quanto i beduini credevano che un fantomatico sovrano vi avesse celato immense ricchezze, al punto di farne bersaglio di fucilate nell'intento di frantumarla.
Lasciato il Khasné, si prosegue in lieve discesa verso quello che era l'abitato di Petra: questo tratto è la cosiddetta Via delle Facciate, una sequenza di tombe dal grande effetto scenico che si susseguono sui due lati: esse presentano coronamenti a merlatura o ad arco e sono collegate le une alle altre da scalinate e stretti camminamenti.
La strada si allarga ben presto in una sorta di arena naturale, sulla cui sinistra lo sguardo è inevitabilmente attratto dal Teatro del I sec. d.C., spettacolare ove si rammenti - come del resto tutta Petra - che la cavea (45 file di sedili che potevano ospitare quasi 10.000 spettatori) fu intagliata nella viva roccia.
Poco oltre il Teatro, sulla destra della strada una sorta di "cascata" di grandiosi edifici che digradano dal pendio roccioso del Gebel el Khubtha in una sequenza di colonne, nicchie, arcate costituiscono quella che è definita come area delle Tombe Reali. In realtà non esistono documentazioni che si tratti di luoghi di sepoltura di sovrani nabatei, ma la concentrazione in un unico luogo, le grandi dimensioni e l'evidente dispendio di risorse che dovettero richiedere, fanno ritenere molto probabile l'attribuzione. La Tomba della Seta, la Tomba dell'Urna, la Tomba Corinzia, la Tomba Palazzo, la Tomba di Sextius Florentinus sembrano voler gareggiare - nonostate il degrado - in grandiosità, splendore, policromia della roccia da cui sono ricavate, genialità delle soluzioni strutturali, varietà di particolari architettonici.
Lasciata alle spalle l'area delle Tombe Reali, si prosegue ora lungo la Via Colonnata, un ampio camminamento lastricato di circa 300 metri ai cui lati si affacciavano sulla sinistra i mercati - oggi ridotti a rovine e poco identificabili - e sulla destra il Palazzo Reale e il Tempio dei Leoni Alati, del quale sono rimasti solo tratti di mura e mozziconi di colonne che però fanno indovinare l'originaria imponenza.
La Via Colonnata ha termine con la Porta di Temenos, un arco monumentale a tre aperture. Creduto fino a poco tempo fa un arco trionfale eretto in onore dell'imperatore Traiano, studi più approfonditi lo hanno accertato come una vera e propria porta di ingresso alla città, munita di pesanti usci in legno: lo scopo era di dividere, idealmente ma anche fisicamente, il caos della vita cittadina dal raccoglimento silenzioso del cosiddetto Temenos (in greco un'area consacrata a cielo aperto destinata alle cerimonie religiose) che ospitava il Qasr al Bint, uno dei principali luoghi di culto di Petra.

Quella fin qui descritta è la visita che compiono la maggior parte dei visitatori dei gruppi organizzati. Pochi vanno oltre, vuoi per il poco tempo a disposizione, vuoi per l'oggettivo impegno richiesto dalle escursioni nelle zone più elevate di Petra: beninteso, nessun pericolo, nessuna difficoltà, sentieri evidenti, dislivelli contenuti, è però necessario un minimo di attitudine fisica a camminare fra le quattro e le sei ore.
Descrivo succintamente le due da noi effettuate.

LA SALITA AL DEIR
Dal Museo Nuovo, situato all'estremità del Temenos opposta all'omonima porta, si stacca un sentiero (cartello indicatore) che coincide inizialmente con il letto prosciugato del Wadi Kharareeb, sui cui fianchi si individuano diverse strutture rupestri. Una breve deviazione porta al Triclinium dei Leoni, un sala ipogea in ottimo stato di conservazione, un tempo erroneamente ritenuta una tomba.
Si prende a salire con pendenza costante, mentre la pista sabbiosa si trasforma in una vera e propria via processionale scavata a gradini nella roccia. Si tratta di percorrere poco meno di un migliaio di scalini, ma vale la pena prendersela comoda ammirando il paesaggio che va facendosi sempre più aperto e teatrale: lo spettacolo è dato, oltre che da cavità, tombe, santuari rupestri, loculi, anche dall'infinita gamma dei colori della roccia, tanto da far dubitare che siano opera della natura e non dell'uomo.
Il sentiero, dopo un'ultima rampa a stretti tornanti, spiana infine in uno slargo sulla cui destra all'improvviso - essendo il tempio arretrato di diversi metri rispetto alla parete della montagna - si rivela la maggiore meraviglia di Petra. Meno presente nell'iconografia del sito di quanto non lo sia il Khasné, a un primo colpo d'occhio il Deir dà la sensazione di esserne una copia: in realtà la facciata del Deir è ad andamento orizzontale (m.49x39), contrariamente a quella del Khasné (28x40). Ciò che del Deir lascia senza parole, oltre lo sbalorditivo stato di conservazione, è il contrasto fra le sue forme geometriche perfettamente levigate e la massa di arenaria tormentata dall'erosione nella quale l'edificio - dal frontale sviluppato su due livelli - dà l'impressione di essere incastrato. Fra le varie teorie sulla destinazione del tempio, la più accreditata è quella di essere stato un heroon, cioè un mausoleo a celebrazione di un monarca divinizzato: da un'iscrizione su una vicina parete rocciosa, si tratterebbe di Oboda I, che regnò dal 96 all'86 a.C., ma non si esclude - vista l'evoluzione architettonica rispetto al Khasné - che il Deir sia stato eretto da un sovrano successivo
Ci troviamo su un'insellatura ai piedi del Gebel ed Deir e la gita non sarebbe completa senza una breve deviazione che in una decina di minuti porta a uno sperone roccioso che regala un panorama spettacolare, ancora più struggente nella luce rossiccia e nelle ombre lunghe del tramonto.
La via del ritorno ripercorre necessariamente quella dell'andata, ed è ormai buio quando imbocchiamo il Siq: la suggestione delle vertiginose pareti nelle quali si insinua solo la luce lunare è talmente profonda che preferiamo tenere spente le pile frontali per non sminuirla. Siamo gli ultimi ad uscire e possiamo ben dire che stasera a "chiudere la porta" di Petra siamo stati noi!

LA SALITA AL GEBEL ATTUF
Se pure un po' più impegnativo della salita al Deir, questo itinerario è imperdibile per la varietà dei siti che tocca, ma anche per le ampie vedute che consentono di avere l'idea più esauriente dell'area di Petra e del contesto naturale in cui è situata.
Il percorso descrive un anello, che richiede circa cinque ore a passo normale.
Percorso nuovamente il Wadi Musa, attraversato il Siq e superata la Via delle Facciate, l'attacco del sentiero è inconfondibile: sulla sinistra parte una lunghissima scalinata scavata nella roccia, oltre la quale si continua a salire uno stretto vallone fra alte pareti strapiombanti.
La via processionale ha termine alla quota di 1041 metri del Gebel Attuf, che è suddiviso in due speroni rocciosi che si fronteggiano: uno è l'area degli obelischi, due monoliti alti sette metri (si suppone eretti a scopi rituali) che sorgono su una spianata ottenuta sbancando la roccia, l'altro è il cosiddetto "luogo alto dei sacrifici" o Gebel Madhbah.
E' quest'ultimo che riveste il maggior interesse: in un cortile rettangolare di 14,5 x 6,5 metri, delimitato da un basso gradino che forse fungeva da sedile per i partecipanti ai riti sacri, spicca un altare monolitico alto una novantina di centimetri sormontato da un bacino circolare con canaletta di scarico destinato al sacrificio di animali; l'offerta del sangue, di forte significato in quanto simbolo della vita, era tesa a rafforzare il legame tra gli uomini e la divinità.
Si scende ora verso il vallone del Wadi Farasa, lungo un sentierino scavato arditamente nella roccia che regala ad ogni svolta scenari e giochi di chiaroscuro sempre nuovi. Si incontra il cosiddetto Monumento al Leone, un rilievo oggi acefalo di 4,5 x 2,5 metri ritenuto anticamente una fontana, dopodiché si percorre il tratto più aereo del percorso, una ripida gradinatura che offre belle prospettive dall'alto sui monumenti che incontreremo di lì a poco.
Il primo è la Tomba del Giardino, un vano che più probabilmente era però un tempio, viste le eleganti colonne antistanti. Da questa, una rampa scende a una corte sulla quale prospetta la Tomba del Soldato Romano, anch'essa scavata nella roccia, con un'imponente facciata scandita da quattro colonne e da tre curiose nicchie occupate da figure umane molto rovinate: quella centrale, acefala, raffigura un guerriero in corazza in posa eroica, dal che il nome attribuito all'edificio. Sul lato opposto della corte si apre, unico e a dir poco supefacente, uno degli interni più affascinanti di Petra: è una vasta sala sulle cui pareti, già magnifiche per le striature policrome della roccia, furono ricavate semicolonne sormontate da capitelli, nicchie decorate, una banchina che corre lungo tre lati ad attestare la funzione di triclinium, cioè sala da banchetti in onore dei defunti e degli antenati.
Il percorso, che ormai si sviluppa in piano sul fondo del Wadi Farasa, tocca ancora la Tomba di Al Najr, coeva (II sec. d.C.) a quella del Soldato Romano e più nota come Tomba del Rinascimento per la purezza delle linee della facciata che richiamano i canoni di quel movimento dell'arte italiana. Poco oltre, una rampa gradinata sale alla Tomba del Frontone Spezzato, preceduta da una terrazza su cui sono scavate due cisterne.
Al di là dei sopradescritti aspetti monumentali, tutto questo tratto è però caratterizzato da una serie di cavità che costellano le pareti del Gebel Attuf e vale veramente la pena ritagliarsi un po' di tempo per "perdersi" fra di esse, alla scoperta di scorci, luci, ombre, prospettive, tinte della roccia che - non mi stancherò di dirlo - nessun pittore saprebbe riprodurre.
L'escursione, che in pianta ha descritto un arco in senso orario, volge al termine. Basta percorrere il wadi per qualche centinaio di metri per giungere in vista all'ormai familiare colpo d'occhio sul gruppo delle Tombe Reali con il vicino Teatro; non resta che la Via delle Facciate, un ultimo sguardo al Khasné e imboccare il Siq, mentre è già nostalgia per il luogo straordinario che stiamo lasciando.

IL DESERTO DEL WADI RUM
"Vasto, echeggiante e divino": con queste parole Thomas Edward Lawrence (noto anche come Lawrence d'Arabia) descrisse il Wadi Rum, il più esteso e spettacolare deserto della Giordania.
Oggi Wadi Rum è una riserva naturale protetta, nella quale è vietato edificare alberghi. Nell'area si può entrare solo accompagnati da guide, a piedi, a dorso di cammello o in fuoristrada: il servizio è gestito dalla tribù beduina originaria del luogo, i leggendari Howeitat che ottant'anni fa ebbero larga parte nei successi di Lawrence d'Arabia. La tribù si è costituita in cooperativa e offre un servizio molto professionale: mezza pensione in campi tendati, automezzi con autista e accompagnamento nelle escursioni, che possono andare dalla semplice camminata al trekking di più giorni fino all'arrampicata su cime che hanno la maggiore quota nei 1753 metri del Jabal Rum.

Lasciata Petra, percorriamo in poco meno di due ore i circa 100 chilometri in direzione sud che portano a Wadi Rum. Davanti al Visitor Centre sono ad attenderci le quattro jeep con le quali effettueremo un giro di un paio d'ore che culminerà con lo spettacolo del tramonto: è subito gara per scegliere ciascuno quella che sembra più idonea, più o meno scassata e "vissuta", coperta o scoperta, più o meno variopinta, con l'autista più meno simpatico.
Gli autisti, che stanno subito al gioco, partono come morsi dalla tarantola ed è ben presto divertimento puro nella competizione che si scatena, fra sterzate, sballottamenti su e giù per le dune, evoluzioni, manovre che sarebbero da ritiro della patente se non fossimo in mezzo al deserto. Senza dubbio ci sanno fare, sia nella guida sia nella scelta del luogo in cui assistere al tramonto, uno sperone di rocce frantumate che raggiungiamo con una breve arrampicata: la luce continuamente cangiante del cielo, le ondulazioni della sabbia, gli altipiani e le montagne circostanti, il silenzio ovattato compongono un quadro di rara bellezza dal quale è difficile staccarsi.
E' giusto l'ora di cena quanto raggiungiamo il Jabal Rum Camp, che ci ospiterà per due notti: la struttura, simile un po' per tutti questi tipi di insediamento, è composta da una cinquantina di tendine cubiche fornite ciascuna di due brandine con materassino e coperte, mentre la parte comune è costituita da tre lunghe tende in pesante tessuto di lana disposte a U, adibite rispettivamente ad abitazione dei beduini e punto di riunione per la cena. Esternamente, al centro di queste, uno slargo circolare è destinato allo spettacolo di musiche e danze che movimenta il dopocena.
Mentre all'esterno la temperatura si abbassa considerevolmente, quella interna è resa confortevole dai tappeti e dalle stufe a legna, ma anche dall'atmosfera di convivialità e dalla tradizionale ospitalità beduina.

La giornata successiva è interamente dedicata a una magnifica escursione a piedi della durata di circa sei ore fra andata e ritorno, con un minimo allenamento accessibile a chiunque.
C'è prima il tempo per una visita al piccolo ma istruttivo Museo incorporato nel Visitor Centre, dopodiché con gli automezzi raggiungiamo il piccolo villaggio di Ad-Disi. E' questo un buon punto di riferimento per la presenza di alcuni servizi, quali un piccolo emporio, l'immancabile laboratorio di artigianato, la possibilità di affittare attrezzature da trekking e alpinismo.
La gita, del tutto pianeggiante, si sviluppa lungo una delle tante piste che solcano il deserto. E' un tipo di deserto in cui sono rare le dune, ma è caratterizzato piuttosto da montagne in arenaria, spesso dalle forme tormentate, che si ergono direttamente dalla piana: non c'è percorso obbligato, anzi è piacevole risalire qualcuna delle numerose elevazioni stratificate guadagnando punti di osservazione che regalano scenari di grande bellezza. Meta e "giro di boa" dell'escursione è una curiosità geologica: già ben visibile in distanza, si punta verso una parete rocciosa dalla tipica struttura a canne d'organo, alla cui base si apre il canyon di Al-Khazaali, una fenditura larga meno di due metri che va vieppiù restringendosi verso l'alto, con le pareti disseminate di incisioni rupestri e un fondo di sabbia talmente impalpabile da sembrare talco; ne percorriamo un centinaio di metri, fino al punto in cui diventa talmente impervio da rendere impossibile procedere senza attrezzature alpinistiche.
Nei pressi del canyon sorge una tenda beduina, il che rende immancabile il rito del tè nel deserto. Sarà per l'oggettiva bellezza dello scenario in cui siamo immersi, sarà per la suggestione di tanti racconti e film, sarà per la gestualità senza tempo con cui il beduino prepara la bevanda… sta di fatto che non ricordo di avere mai bevuto un tè altrettanto buono!
Il ritorno al villaggio avviene per la stessa via dell'andata, salvo una variante che ci porta alla cosiddetta Grande Duna, la più alta di questo settore del Wadi Rum, occasione per ritornare un po' bambini risalendo e poi rotolandosi giù dal pendio sabbioso.
Sono le 16 quando rientriamo all'accampamento, dove, benché manchino tre ore alla cena, già è in corso la lenta cottura del montone che lo rende tenero e gustoso: è stata scavata una buca nel terreno, riempita di braci sulle quali posare il pentolone con la carne, avvolto da drappi e ricoperto con sabbia. Tagliato poi a pezzi e mescolato con riso, yogourth e pistacchi costituirà il mansaf, tipico piatto tradizionale beduino da portare alla bocca rigorosamente con le mani.
La serata si conclude con un'esibizione di danze nello spiazzo antistante le tende, mentre la spettacolosa stellata sopra di noi, che sarà seguita da un'alba da brividi, corona degnamente questi memorabili quattro giorni nel deserto giordano.

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