L'universo con gli occhi a mandorla - Seconda Parte

in viaggio con yby in Giappone

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L'universo con gli occhi a mandorla - Seconda Parte

Un viaggio in un mondo bidimensionale dove la realtà si confonde con tradizione e... cartoni animati!Dopo la pace provata nel Padiglione Senjokanu, oggi viviamo la guerra ed il dolore.
Traghetto, una ventina di minuti di treno metropolitano e poi un breve tratto di autobus ci portano infatti in uno dei luoghi che non possono essere esclusi da un viaggio come questo: siamo nel cuore di Hiroshima, nel parco dedicato alla memoria di quanto successo oltre sessanta anni fa.
Il verde intenso del prato contrasta con il metallo ed i resti dell’ “A-Bomb Dome”, un tempo edificio dall’archiettura europea, di classe ed elegante, ora unica struttura della città mantenuta, a perenne monito, esattamente così come lo scoppio dell’atomica l’ha lasciata: una cupola di cui resta solo lo scheletro e mura consumate dal calore e corrose dalle radiazione e dall’onda d’urto. Al di là del fiume che attraversa la città, poi, c’è il Parco della Pace, un lungo spazio aperto circondato dal verde dove si trovano la Campana della Pace, il Cenotaffio e, una volta in fondo, il museo della Pace; è però il Monumento dei Bambini alla Pace ad attirare fin da subito la nostra attenzione. Attorno a questa scultura di cemento e metallo realizzata per commemorare una bambina che pensava di poter guarire se avesse creato 1000 gru di carta, sono stati raccolti dentro teche che le proteggano (dalla pioggia e… dai vandali) migliaia di origami proprio a forma di gru; mentre ne creiamo una nostra seguendo le istruzioni che vengono fornite insieme al foglio di carta per realizzarle, un’intera scolaresca di bambini viene a depositare corone fatte da centinaia di foglietti piegati con cura e, in un silenzio quasi religioso, insieme intonano accompagnati dai flauti suonati da alcuni compagni una canzone di cui riusciamo chiaramente a capire solo la parola “Hiroshima”, ma che, in quel luogo, diventa momento toccante e quasi commuovente.
Il lungo viale conduce fino al museo che ricostruisce quei tragici eventi tramite fotografie, modellini, statue in cera (davvero impressionanti) ed oggetti di uso comune recuperati dopo l’esplosione; una volta arrivati al termine del percorso guidato siamo, come tutti del resto, talmente colpiti da quello che abbiamo visto ed appreso per la prima volta durante la visita che restiamo alcuni minuti senza idee e parole davanti ad un libro degli ospiti su cui hanno scritto tutte le personalità, religiose e politiche, degli ultimi cinquant’anni. Noi ci limitiamo a leggere ed a portare con noi il ricordo della follia che ha cambiato, direttamente o meno, la vita a milioni di persone.

La prossima tappa del nostro viaggio è Kyoto, seconda ed ultima città in cui ci fermeremo per più di un giorno; ci arriviamo nel tardo pomeriggio e facendo un grave errore di valutazione: quello che sulla mappa sembra un isolato, in realtà, si traduce nel trascinare per una buona mezz’oretta i bagagli fra marciapiedi e semafori, facendo lo slalom fra pedoni e ciclisti! Anche il postino a cui chiediamo informazioni per raggiungere l’hotel Gimmond nel quale alloggiamo ci liquida con un poco consolante “this way, but very far away!”; ma non solo l’hotel si rivela essere un po’ più in là del previsto, l’intera città ci trae in inganno sembrando molto più piccola di quanto in realtà è.

Colazione all’americana, acquisto direttamente nella hall dell’hotel dell’abbonamento per i mezzi pubblici (vitale!) e siamo già pronti per ripartire… ma ricadiamo nel solito errore! Diamo per scontato che tutto funzioni come da noi in Italia e ci aspettiamo che l’abbonamento valga su ogni autobus che passa ed invece, come per le metropolitane a Tokyo, sono diverse le linee e le compagnie che le gestiscono quindi dobbiamo rivedere un po’ il tour ipotizzato cambiando itinerari, fermate e destinazioni.
La prima della giornata, però, è quella che ci permette di ammirare un altro dei simboli di questo paese: il giardino Zen.
Nella parte alta di Kyoto ci sono due dei più noti ed affascinanti giardini, simili per certi versi ma molto diversi nella loro sostanza; il primo si trova all’interno del Daitoku-ji, uno dei templi che sorgono, l’uno accanto all’altro, in una grande area religiosa. Il giardino rappresenta in versione tridimensionale, con sassi, acqua, bonsai e simboli il percorso della vita e la sua posizione all’interno del mondo facendone un parallelo con il Giappone e la sua geografia; la guida che abbiamo con noi e la piccola brochure che ci è stata data all’ingresso ci aiutano a capire il senso ed il significato di ogni elemento del giardino che assume una bellezza ed un fascino ancora più profondi di quelli dati dalla semplice osservazione.
La vera sorpresa, però, l’abbiamo all’uscita.
Un vecchio monaco sta firmando con tanto di inchiostro e pennello la copertina di un libro religioso che una turista (l’unica oltre a noi!) sta acquistando; diamo poca importanza alla cosa, ci rimettiamo le scarpe e stiamo per uscire dal tempio quando quel monaco, molto più giovane di quanto ci fosse sembrato in precedenza, ci ferma cominciando a parlare… in italiano! La pronuncia è un po’ stentata ma si capisce perfettamente e non si limita alle tre parole di cortesia imparate a memoria ma comincia a raccontarci un lungo insegnamento del Buddha; le parole in quel contesto, con il sole che fa risplendere le foglie arancioni degli aceri all’ingresso del tempio, e l’energia che ci comunica questo monaco ci affascinano tanto da farci ricordare questo momento come uno dei più belli ed emozionanti dell’intero viaggio!
Dopo il Monte Fuji è forse l’attrazione più conosciuta in tutto il mondo: poco lontano dal giardino appena visitato, all’interno di un grande parco, sorge il Padiglione d’Oro, tempio che si specchia su un piccolo lago (come sempre popolato da carpe di dimensioni incredibili!) e che deve il suo nome al particolare rivestimento utilizzato, oro appunto; dall’architettura piuttosto semplice, il Padiglione da’ il meglio di sé in giornate come questa, quando il cielo è limpido ed il sole lo fa brillare nella sua cornice naturale riflettendosi nella acque calme del laghetto che lo sembra abbracciare. Nonostante il sentiero che ne consente la vista sia affollato di turisti e scattare una fotografia significhi farsi largo fra le persone aspettando il proprio turno pazientemente, non si può certo negare che il costo del biglietto d’ingresso sia ampiamente ripagato dalla bellezza e dalla spettacolarità della visita.
Un lungo viale alberato e colorato dai rossi autunnali ci porta fino al Ryoan-ji, altro giardino zen, nelle fattezze simile al precedente (sempre pietre e sassi sono alla fine…) ma molto diverso nel significato, soprattutto per il fatto che qui significato non c’è! Ok, mi spiego meglio: se il simbolismo del giardino del Daitoku-ji era chiaramente ed intenzionalmente spiegato, qui il senso della costruzione è lasciato, libero, all’osservatore senza che ci siano suggerimenti da parte di qualcun altro. Ovviamente, influenzati anche da quanto visto poche ore prima, è facile interpretare la grande e curata distesa di ghiaia come il “mare” e le rocce che si stagliano nel piatto scenario come “isole”, ma la vera bellezza del luogo è che, se si va un po’ oltre, non serve per forza identificare ogni elemento con qualcosa di reale ma, al contrario, semplicemente godendo della tranquillità dei solchi dei rastrelli e delle spirali geometriche che compongono il quadro naturale, si riesce a gustare a pieno lo spirito, semplice e zen appunto del luogo. A rendere ancora più affascinante la visita, poi, sono le numerose persone in kimono tradizionale che, come noi, passeggiano sul tavolato di legno levigato ed ammirano la bellezza quasi spirituale del giardino.
Foto, passeggiata nel parco, shopping in un negozietto all’ingresso, autobus e siamo di nuovo in un posto nuovo da visitare.
Questa volta è il cuore della città, il Palazzo Nijo, il complesso di edifici che sorge, protetto da fossati ed alte murature, al centro di Kyoto e che in tempi ormai andati era sede dello Shogun, il signore. Sono stupendi i giardini e magnifica l’architettura delle costruzioni, ma assolutamente fantastici il pavimento e le decorazioni del palazzo centrale; il primo è il famoso "Pavimento dell’usignolo", assi di legno levigate dai passi e dal tempo che sono state progettate in modo che gli assemblaggi metallici fossero in contatto fra loro. Questo fa sì che al passaggio lo sfregamento fra questi elementi produca un rumore metallico che, amplificato dalla stanza e ripetuto ad ogni passo, assomiglia davvero al canto di un usignolo; l’effetto è strabiliante e quello che è nato come sistema di allarme (una specie di moderno antifurto ante litteram!) diventa così una sorprendente attrazione da non perdere!
Le seconde, invece sono le immagini dipinte sulle fragili e sottili pareti di carta di riso del palazzo, intelaiate su un intreccio di legno laccato e protette dai raggi solari che le potrebbero rovinare; si mostrano in tutta la loro bellezza piante ed animali dai colori brillanti e minuziosamente definiti dai artisti di centinaia di anni fa: una vera e propria “Cappella Sistina” con gli occhi a mandorla!
Passeggiamo fra giardini curati in ogni dettaglio, laghetti e ponticelli su rivoli d’acqua scrosciante e ci avventuariamo ad assaggiare uno strano (e non proprio gustoso!) spiedino di palline di farina di riso cotte nella salsa di soia prima di saltare nuovamente sul primo autobus che ci porta dall’altra parte della città, proprio all’inizio della Passeggiata del filosofo, un lungo viale che costeggia un piccolo fiumiciattolo, come sempre ricco di carpe colorate, ed adornato di ciliegi che in primavera, durante la fioritura, colorano di bianco ogni cosa; ovviamente di petali in questo periodo non ce ne sono, ma le prime foglie autunnali, i discorsi filosofici in cui ci avventuriamo (temi affrontati: “relatività spicciola” ed “implicazioni teologiche dell’incommensurabilità della diagonale del quadrato”) e la tranquillità del luogo, utilizzato anche dagli stessi abitanti per trovare un po’ di relax, rendono molto piacevole la passeggiata, allietata anche dai caratteristici negozietti che si affacciano di tanto in tanto lungo il sentiero (ce n’è anche uno dedicato alla vendita di kimono usati a costi molto più accessibili!).
La nostra passeggiata termina ad un paio di fermate d’autobus di distanza dal cuore sotrico (e turistico) della città: il quartiere Gion, una serie di viottoli che in realtà non riescono pienamente a rappresentare il Giappone antico come vorrebbero, ma che hanno il loro fascino, soprattutto per l’aspettativa che accompagna ogni viaggiatore che si aggira curioso fra le sue strade; è qui infatti che si possono vedere le geishe, figura mitica tanto quanto i samurai o i ninja ed uno degli emblemi dell’intera nazione. Vestite elegantemente nei loro kimono dai tessuti preziosi, sandali tradizionali ai piedi ed una bellezza che risalta, colorata e brillante, sul bianco del trucco che nasconde i lineamenti quasi a voler idealizzare ancora più il personaggio che rappresentano, queste donne, dopo anni di studi e di rigidissima disciplina, erano degne di passare la serata con gli uomini che richiedevano la loro presenza, danzando, cantando, suonando, ascoltandoli e dialogando con loro; più vere e proprie “accompagnatrici” quindi piuttosto che “prostitute”, anche se spesso la confusione che si genera è tanta…
Riusciremo a vederne una?
Come tutti, anche noi siamo alla fine lì per quello, e fortunatamente non dobbiamo cercare tanto per vederne una, anzi, non appena imbocchiamo un viottolo laterale è lei che ci viene incontro, in compagnia di un uomo distinto; imbracciamo la macchina fotografica e lei sta al gioco fermandosi e concedendo un sorriso al nostro obiettivo; vista la giovane età è sicuramente una makiko, una ragazza che sta studiando per divenire un giorno una geisha vera e propria, ma la differenza conta poco davanti alla bellezza senza tempo della figura che incarna.
Il sole sta scendendo all’orizzonte e noi ne approfittiamo per gironzolare per il quartiere dando un’occhiata ai templi, alle case di legno di ville che sembrano castelli tanto sono imponenti e ricche e, salendo una lunga scalinata, alla statua del Buddha, gemella di quella vista a Kamakura, ma l’attenzione e l’interesse vero è ancora tutto per loro, per le geishe; ne incontriamo altre due, insieme, sorridenti, questa volta accompagnate da ragazzi bene vestiti che ci danno l’impressione di festeggiare la laurea o un evento particolare. La stessa eleganza, la stessa bellezza uscita da un’epoca ormai perduta ma cui il Giappone vuole (giustamente!) aggrapparsi quanto più riesce a fare, gli stessi colori vivaci del kimono e la stessa fierezza nello sguardo, come se si rendessero conto che, nonostante il “gioco per turisti” che sembrano essere, rappresentano un pezzo importante, forse l’ultimo, di una cultura che si perde nella notte dei tempi.
Per la serata ci attende il quartiere più vivace della città: Pontocho. Passeggiamo fra migliaia di persone che si accalcano contro vetrine luminose o che si infilano, ammassati, dentro un enorme centro commerciale realizzando semplicemente unendo fra loro tramite delle strutture di metallo e vetro che fanno da copertura delle intere vie! Ai margini ci sono salici piangenti che adornano piccoli corsi d’acqua dove si riflettono i neon e le luci di locali alla moda e sushi bar.
È ora di cena ormai, ma non riusciamo a deciderci e così passeggiamo da un locale all’altro cercando di capire menù e prezzi, sbirciando all’interno per vedere come sia l’ambiente e da che gente sia frequentato ed alla fine… entriamo nel ristorante più piccolo, casereccio ed anche un po’ maleodorante di tutta la città! La proprietaria – cameriera – cuoca – donna delle pulizie ci fa sedere, ci chiede cosa vogliamo da bere e poi ci accompagna alla porta: non ci sono menù cartacei e la teca esterna con le riproduzioni dei piatti cucinati è l’unico modo per capirsi ed ordinare; brutta esperienza? Nemmeno per sogno, anzi, non abbiamo mai mangiato ramen migliori! Ce lo dicevano amici che già avevano provato prima di noi l’esperienza giapponese: più il ristorante è piccolo, apparentemente sporco (non esistono luoghi realmente sporchi qui!) e di basso livello, più il cibo è fatto con cura ed ha un gusto tutto familiare. Possiamo confermare senza dubbi!

Ci svegliamo con la pioggia che batte sui vetri della finestra; immagine romantica, certo, ma un po’ meno interessante se il programma della giornata prevede l’escursione a Nara, la vecchia capitale del Paese, ed a Iga-Ueno, cittadina da cui è nata la leggenda dei ninja e che oggi ospita un museo a loro dedicato; non ci resta che fare buon viso a cattiva sorte e ci stringiamo su uno dei treni di pendolari che portano alla vicina Osaka e da lì prendiamo la coincidenza per Nara dove arriviamo in poco meno di un’oretta. Piove ancora. E fa freddino.
La zona templare dista circa un chilometro dalla stazione e si raggiunge attraverso una lunga via su cui si affacciano negozietti per turisti, qualche ristorantino ed un paio di sale giochi; al termine comincia il parco, enorme, dove scorrazzano liberamente centinaia di cervi che, ormai assuefatti alla presenza dell’uomo, non stentano ad avvicinarsi in cerca di cibo rubandolo dalle mani di chi, sprovvedutamente, ha sottovalutato il loro appetito.
Si chiama Todai-ji l’elegante (nonostante le dimensioni!) tempio ligneo costruito nel 700 per dare riparo alla statua del Grande Buddha di Nara, spettacolare quanto enorme rappresentazione sacra realizzata completamente in bronzo, a merito attrazione imprescindibile per chi visita la città; non serve la pioggia esterna per farci attardare all’interno del tempio ad osservare ogni dettaglio della statua e dei due bosatsu (letteralmente “essere illuminato”) che lo accompagnano: la bellezza di queste figure, seppur per noi fine a se stessa dal momento che perdono la sacralità che acquisiscono agli occhi di chi professa la religione buddista, e la semplice ricchezza delle decorazioni e delle incisioni ci lasciano incantati.
Divertente, per quanto tipico di quel Giappone arrivato a noi attraverso programmi come “Mai dire banzai!”, la prova di coraggio e di agilità, giustificata come “porta fortuna”, a cui assistiamo alla base di una delle massicce colonne di legno che reggono il tempio stesso. Qui è stato realizzato un foro che consente il passaggio di una persona da una parte all’altra solo utilizzando una tecnica particolare e con una certa dose di flessibilità; chi ci riesce, però, senza incastrarsi nel mezzo, pare abbia buona fortuna per tutto l’anno successivo… mah!
Interessanti, sempre all’interno della struttura, i negozietti che fra le altre cose vendono le tegole del tempio stesso (con una offerta si diventa proprietari di una delle tegole del tetto su cui viene scritto il proprio nome una volta messe in posa contribuendo così ai costi di manutenzione) e consentono ai pellegrini di aggiungere una nuova tappa nel proprio personale tour dei templi del Giappone, attività che a quanto pare è piuttosto sentita da molti fedeli. La cosa interessante è che questa operazione di registrazione dell’avvenuta visita avviene su appositi libretti e per mezzo di pennelli ed inchiostro utilizzati da vecchi monaci che con arte e delicatezza disegnano caratteri kanji trasformandoli in piccole opere d’arte grafica.
Quando usciamo piove ancora, anzi, di più di prima; ora le goccie si sono trasformate in un muro compatto di goccioline fini che ci scoraggiano. Non risuciamo a goderci il parco come vorremmo ed anche la visita agli altri templi ci sembra piuttosto inutile in queste condizioni, tanto che dopo averne osservato uno poco lontano ed aver passeggiato per parte del parco, desistiamo dalla nostra impresa, torniamo in stazione, a malincuore decidiamo di saltare la visita ad Iga-Ueno e torniamo a Kyoto.
Ma non tutto il male viene per nuocere a quanto pare…
Arriviamo a Kyoto nel primo pomeriggio; sul treno abbiamo cercato di capire cosa avremmo potuto fare per non perdere l’ultimo pomeriggio in città ed abbiamo avuto un’idea interessate: escluso, sempre per il tempo, il tempio Kiyomizu che purtroppo non riusciremo a vedere, unico rimpianto dell’intero viaggio, ci siamo ricordati di aver visto ieri mattina, cercando la giusta fermata dell’autobus, poco lontano dal nostro hotel un ex complesso scolastico è stato trasformato in museo, il Museo Internazionale del Manga! Niente teche con preziosi numeri collezione o bozzetti firmati da grandi artisti dietro a vetri a prova di ladro, la definizione di museo va decisamente stretta ad un luogo come questo dove stanze e corridoi sono completamente coperti da scaffali con intere collezioni dei fumetti più famosi (anche da noi), in giapponese ed in altre lingue, con numeri introvabili ma a completa disposizione dei visitatori: basta prendere i volumi che interessano, trovarsi un posto in cui ci si sente a proprio agio, e leggere in tranquillità… e garantisco che questa seconda parte del gioco è la più difficile!
Se infatti trovare prime edizioni o fumetti da cui sono nati i cartoni animati che ci hanno fatto compagnia durante la fanciullezza è veramente semplicissimo (fra i tanti altri titoli, ho avuto personalmente modo di sfogliare le pagine dei primi numeri di “Sampei”, “Holly e Benji”, “Ken Shiro” e “Orange Road” ad esempio!), ben più complesso è trovare un luogo per leggere in pace: le sedie vanno a ruba immediatamente quindi non resta che sedersi per terra, straiarsi nei corridoi, accomodarsi per le scale o appoggiati ad una colonna in qualche sala. Vediamo gente leggere ovunque, lettore MP3 nelle orecchie e pacco di fumetti finiti o da iniziare al proprio fianco, tranquilli, rilassati, assorti, a volte addirittura addormentati!
Ma non è finita qui: fra postazioni di intrattenimento per bambini e sale in cui i più piccoli possono cimentarsi con attività legate al fumetto, c’è chi, dal vivo, mostra ai visitatori l’arte della creazione di un manga. Due ragazze, infatti, circondate dal silenzio d’ammirazione di tutte le persone che le osservano, stanno realizzando altrettante pagine che, come spiegato da un breve video introduttivo, saranno poi date alle stampe diventando un vero e proprio fumetto: con pennino ed inchiostro, retini a fare da trame ed ombre, con enorme cura e pazienza danno vita sulla carta a dei veri e propri capolavori! I tempi per la crezione di una pagina sono lunghissimi mentre realizzare un caricatura in stile manga non richiede più di una quindicina di minuti; a fare la nostra ci pensa Kim, coreana, laureata in arti grafiche proprio a Kyoto ed ora collaboratrice del Museo. Matita solo per descrivere le dimensioni dei nostri volti, pennarello nero per i contorni del viso e le parti scure, acquarelli per dare colore; sembra facile visto fare da chi ha saputo mettere a frutto capacità e passione ed in pochissimo tempo possiamo vantarci di essere diventati “eroi manga” e di aver portato a casa un pezzo di cultura giapponese.

L’idea è nata così, per caso, ed è stata concretizzata solo dopo lunghe discussioni, dubbi, problemi di prenotazione e non pochi incoraggiamenti da parte mia per convincere Vicky a buttarsi e provare l’esperienza. Adesso, dopo ore di viaggio a bordo di un trenino che si è inerpicato lungo i crinali di montagne coperte da vere e proprie foreste tropicali, fra ponti, strapiombi e pareti coperte di muschi e gocciolanti di rugiada, dopo essere saliti avvolti da una nuvola fino alla sommità di un monte utilizzando una cabina a cremagliera per vincere il forte dislivello e dopo una breve ma sinuosa stradina di montagna a bordo di un piccolo pullman dalle sospensioni scariche, siamo arrivati a destinazione, Koyasan, al tempio Rengejo-in; a differenza di tutti quelli già visti, però, questo è un tempio particolare dal momento che ci darà la possibilità di provare in prima persona la vita dei monaci che vi abitano, mangiando, pregando, meditando e dormendo con loro e come loro, con le stesse regole e gli stessi ritmi.
Koyasan è un piccolo paese, nato dalla leggenda, abbarbicato sulla cima di un monte e circondato da sette picchi; qui ogni casa nasconde un piccolo tempio e la maggior parte degli abitanti sono monaci o loro familiari. A Koyasan tutti nascono, studiano, si sposano ed hanno famiglia, vivono come monaci e come monaci muoiono, tanto che la prima meta della nostra visita ed una delle più note attrazioni del luogo è proprio il cimitero.
È il più grande del Giappone (per la fede buddista) e se l’ingresso sembra piuttosto europeo con lapidi marmoree, ben presto ci si accorge che le cose sono ben diverse; i vialetti in pietra portano ad addentrarsi in una foresta di cedri enormi dal tronco coperto di muschio e dalle fronde così ampie da non far passare che pochi raggi di sole. Fra rocce e legno sorgono piccoli e grandi altari in pietra, semplici e dall’aria vissuta e vera, quasi trascurata, ponticelli di legno permettono di oltrepassare i ruscelli che scorrono dai pendii del monte; l’aria è impregnata dal profumo del bosco, dall’umidità che sale dal terreno e se si esclude il rumore dei geta di legno dei monaci che di tanto in tanto passano dirigendosi al tempio principale, si è immersi nel più completo silenzio. Io sono completamente affascinato, Vicky un po’ meno, a disagio in un luogo che dovrebbe essere di culto e che noi stiamo trasformando in un museo a cielo aperto…
Dall’altra parte del paese rispetto al cimitero si ergono i templi più importanti e noti di Koyasan; li visitiamo velocemente, dall’esterno, passeggiando fra giardini e laghetti godendoci i colori dell’autunno resi ancor più brillanti dalla rugiada e dal sole che sbuca di tanto in tanto fra le nuvole e nel frattempo attendiamo l’ora di tornare al nostro tempio, fare check-in e cominciare la nostra avventura da neo-monaci.
La stanza è ampia ed al centro ha il classico tavolino basso con una spessa e calda coperta trapuntata; le pareti sono in carta di riso, intelaiate su legno scuro e decorate riccamente; a terra il tatami di bamboo emana il classico intenso profumo; unica nota stonata un piccolo televisore posto in un angolo e che viene subito nascosto dai nostri bagagli. Non ci sono serrature e chiavi e tutte le pareti divisorie sono apribili a scorrimento per mettere in comunicazione la stanza con le altre adiacenti. Abbiamo lasciato le nostre scarpe alla “reception” e le ciabatte che ci sono state consegnate per muoverci sull’assito di legno del tempio sono ordinatamente allineate fuori dal nostro ingresso. Siamo fuori dal Mondo, non ci sono altre parole per descrivere un luogo come questo!
Ore 17.30, comincia la meditazione.
Tutti gli ospiti (siamo più o meno una ventina in tutto: una decina di inglesi, qualche spagnolo, quattro australiani ed una coppia che sentiamo parlare in francese) che desiderano partecipare al rito si ritrovano al di fuori della stanza che costituisce il cuore sacro del tempio; l’ambiente è molto buio, solo qualche candela illumina le lampade dorate e le decorazioni che adornano la struttura. I bisbigli svaniscono quando il monaco celebrante in inglese comincia a spiegare cosa fare: le gambe si incrociano sotto il corpo, le mani di rilassano assumento la posizione del loto, raccolte in grembo, gli occhi si chiudono e la bocca si apre ad emettere un suono cupo e spontaneo ad ogni espiro. Regolare la propria respirazione facendo vagare la mente alla ricerca della sua tranquillità e dei suoi pensieri emettendo solo il nome di Dio che nasce spontaneo ad ogni respiro, questo è compito apparentemente semplice che ci aspetta per i prossimi 45 minuti.
Dopo i primi 5 si sentono già i primi fruscii di chi allunga le gambe intorpidite, dopo 10 la schiena comincia ad inarcarsi ed a fare male tanto da doversi muovere perdendo quella poca concentrazione che si era riusciti ad ottenere; solo i monaci arrivano davvero al termine della meditazione realmente immobili, ma l’esperienza, sottovalutata nella sua durezza, non è stata vana: anche se per poco siamo riusciti a rispondere alla domanda che ci ponevamo curiosi questa mattina in treno. Cosa vuol dire meditare? Per noi semplicemente riuscire ad entrare in contatto con se stessi lasciando per qualche minuto fuori tutto il resto, cosa tutt’altro che facile a quanto pare!
La cena è servita in una grande sala comune; i ragazzi che stanno studiando per diventare un giorno monaci hanno già provveduto a sistemare piccoli tavolini laccati di rosso e nero su cui sono servite le ciotole con la nostra cena. La dieta è rigidamente vegetariana quindi al classico riso ed al brodo con verdure si accompagnano tofu, alghe, rafano, fagioli di soia e fettine di arancia; non manca il thè verde ovviamente e per chi vuole il bis di riso. Per tutta la cena, aiutata da un microfono, una vecchia signora, accovacciata come tutti sul tatami, racconta la storia della propria vita; scopriamo così che è la madre del monaco che abbiamo conosciuto poco prima durante la meditazione, il “priore” del tempio, a sua volta figlio del vecchio “priore” che in giovane età aveva comprato il luogo sacro, rimesso a nuovo, edificato tutta la parte dedicata ad ospitare i pellegrini ed i turisti e reso nuovamente lustro al nome del tempio.
Attraverso la guerra e pregiudizi (l’intero paese era vietato alle donne fino a poche decine di anni fa!) la storia della signora arriva fino ai giorni nostri e ci accompagna al termine della nostra cena; ci fermiamo un po’ a chiacchierare fra di noi facendo la conoscenza di un interessante signore francese che abita a Londra ma lavora spesso in Italia (e che parla correttamente oltre alla propria lingua madre italiano, inglese, spagnolo, portoghese, tedesco, catalano ed ha nozioni di giapponese!) e di una ragazza belga. Si parla delle nostre vite “normali” a casa, del nostro viaggio e di questo affascinante mondo così diverso ed a volte più complesso da capire della lingua che vi si parla!
La serata non è ancora terminata, anzi, è ancora mancante di una parte importantissima e, forse, più difficile di tutte: il bagno. Come vuole la tradizione giapponese, il tempio mette a disposizione un bagno pubblico (diviso fra uomoni e donne… ma non da moltissimo tempo!) in stile classico; ci si lava accucciati a terra o seduti su piccoli sgabellini di legno, utilizzando un doccino ed una tinozza (proprio come si vede spesso nei cartoni animati!) ed una volta lavati e ben risciacquati, si accede ad una piscina riempita di acqua calda così da rilassarsi, far “evaporare” tutto lo stress e la negatività della giornata e, se la compagnia lo consente, socializzare in tranquillità. Lo scetticismo, soprattutto dovuto a quel senso del pudore inculcatoci dalla nostra cultura, svanisce in un attimo non appena ci si tolgono i vestiti e si entra nella sala del bagno, ci si insapona, ci si lava ed in fine ci si immerge della grande vasca; la temperatura dell’acqua è altissima e nonostante la sensazione sia davvero magnifica, è difficile resistere per più di una decina di minuti senza uscire, rinfrescarsi un po’ con l’acqua fredda della doccia e poi rientrare per un’altra sessione.
Ci ritroviamo in camera dopo poco più di una mezz’oretta e Vicky è… completamente cambiata!
Il suo timore del bagno pubblico, dell’igiene e dello stare nuda fra altre persone è stato lavato via dal calore dell’acqua e dalle sensazioni di relax, naturalezza e tranquillità provate durante il bagno ed ora, rossa per lo sbalzo termico e con i capelli ancora bagnati, sorride soddisfata mentre si infila sotto il piumino del sul futon.

Un grande gong nella parte comune fa da sveglia, ma quando suona, alle 5.30, siamo già stati svegliati dalla nostra di sveglia: dobbiamo prepararci per la preghiera che comincia fra una mezz’oretta; è meno suggestiva della meditazione di ieri pomeriggio, ma ci lasciamo trasportare dai suoni delle litanie che vengono cantate o declamate dai monaci, anche a più voci, e l’oretta passa in fretta. Colazione (a base sempre di thè, riso e verdura) e purtroppo, check-out: la nostra esperienza da monaci buddisti finisce qui ma sono certo che entrambi ce la porteremo dentro per molto, molto tempo, così come l’immagine del monaco che dopo averci salutato al momento della partenza ha atteso, in piedi all’ingresso del tempio, che noi varcassimo la soglia oltre il cortile interno, e solo allora ci ha fatto l’ultimo inchino di saluto!

Oggi ci aspetta una lunga giornata di spostamento dal momento che una volta a Shin Imamiya scopriamo che la linea che pensavamo di utilizzare per giungere a Toba, la nostra destinazione, non è coperta dal nostro JR Pass e che dobbiamo prendere due treni locali che ci portano alla nostra meta, con un giro più lungo; morale della chiacchierata con il bigliettaio in stazione (un’impresa non da poco!!) è che saremo a destinazione alle 16.30 dopo ben sei ore fra viaggio ed attese per le connessioni!
C’è poco da fare se non riposare un po’, giochicchiare con il portatile, riguardare un po’ di fotografie scattate e guardare fuori dal finestrino un paesaggio che sembra in ogni minimo dettaglio ed in ogni sfumatura di colore uscito da un disegno di un artista del fumetto.
Quando arriviamo a destinazione troviamo un paese, Toba, praticamente morto.
Affacciato sul mare, meta turistica nota durante l’estate, ora che la stagione è finita è praticamente poco più che una località fantasma, con locali chiusi, insegne spente e, se si escludono tre ragazzi intenti a pescare sul lungomare, non un anima per strada; non fa freddo e mentre cala la notte non ci resta cenare con quanto comprato in un supermercato, l’unico aperto, seduti su una panca davanti ad un mare nerissimo che fa sentire la sua presenza solo per lo sciabordio delle onde.
Nemmeno il ryokan in cui siamo alloggiati ci consola: sporco (per lo standard elevato a cui ci ha abituato il Giappone), spoglio e vecchio… in somma, non siamo troppo contenti della nostra scelta questa volta.

La scelta di Toba come meta del nostro viaggio è dovuta a due motivi: primo le perle dal momento che questa cittadina è la capitale mondiale della coltivazione delle perle nonché sede della Mikimoto, l’azienda nota ovunque per la loro lavorazione, secondo perché a pochi chilometri di distanza c’è Futamigaura, nota soprattutto per le Rocce Sposate che sono anche la nostra prima destinazione del giorno.
Il pullman di linea ci lascia ad un centinaio di metri dalla nostra meta: due scogli lontani qualche metro dalla costa e fra di loro uniti da una grossa corda di paglia intrecciata; sono queste le Rocce Sposate, simboli sacri dell’unione matrimoniale e della resistenza della coppia anche davanti alla forza degli eventi rappresentata dalle onde che si infrangono contro di esse.
Se si guardasse solo alle rocce togliendone ogni significato, lo spettacolo sarebbe tutt’altro che affascinante, ma così, leggendo fra le righe un significato ben più profondo, nonostante ce le aspettassimo più grandi e più lontane dalla riva, restiamo tutto sommato felicemente soddisfatti della visita.
Riprendiamo il pullman che ci porta nuovamente in centro a Toba e ci dedichiamo alla visita del museo/laboratorio/shop della Mikimoto, posto su una piccola isoletta raggiungibile da un lungo ponte coperto; qui ci facciamo una piccola cultura sul come nascono, vengono “innestate” le perle e vediamo poi le varie fasi della loro lavorazione, dalla raccolta, alla cernita alla montatura finale su gioielli o semplici fili. Attrazione del museo, poi, la dimostrazione della raccolta, effettuata da tre ragazze coperte da una tuta bianca di stoffa leggera e munite di maschera e tinozza in legno; sfidando il freddo dell’acqua si buttano in apnea e raccolgono le conchiglie che contengono il prezioso sassolino. La scena è suggestiva anche se il sapore che lascia in bocca è un po’ quello dell’esibizione pro-turisti, a volte anche piuttosto esagerata su certi aspetti…
Vicky non può resitere alla tentazione (tutta femminile!) di comprare qualche cosa, ma preferisce farlo in uno dei negozi specializzati che si trovano fuori dall’isola: i prezzi sono più bassi e la qualità ci assicurano essere la stessa.

Siamo di nuovo in carrozza, questa volta per un paio di ore cambiando convoglio a Nagoya ed arrivando nel pomeriggio a Gifu.
La destinazione è stata improvvisata: ci serviva un pernottamento per non compiere un tragitto troppo lungo per un’unica giornata di viaggio ed un paio di giorni fa, a Kyoto, abbiamo optato per questa città trovando via internet un hotel comodo, vicino alla stazione, e scoprendo, grazie ad una delle guide che ci accompagnano, che se avremo fortuna potremo assistere ad una attività che non si svolge in nessun altro luogo del mondo: la pesca con il cormorano!
In autobus (come a Kyoto anche qui dalle mappe non sembrerebbe ma le distanze sono elevate!) attraversiamo la città fino a giungere al fiume Nagara dove si tiene la pesca; la serata è stupenda, con un tramondo che tinge di rosa il cielo e le acque del fiume, facendo sembrare quasi dipinti i pescatori e le loro barche che ritirano le loro lenze all’orizzonte.
Un po’ perché quella è la parte migliore per, un po’ perché l’attività è solo turistica ed i biglietti sono piuttosto cari, la pesca avviene in un punto del fiume distante dalla riva ed accessibile solo camminando lungo la riva fra canneti e fango; non si vede nulla da riva se non luci lontane, ma è interessante ed affascinante anche solo assistere alle varie fasi della preparazione. Seduti sui gradoni del lungo-fiume vediamo arrivare per primi i cuochi (!) che su piccole imbarcazioni cucineranno per i turisti (ammassati con macchine fotografie e videocamere su una barca vicina) i pesci tolti solo qualche istante prima dal becco o, meglio, dal gozzo dei cormorani; sulle barche vengono accesi i fuochi, alimentati a legna, e si attende che le braci siano rosse e calde, pronte per essere utilizzate.
I pescatori sono gli ultimi ad arrivare; uno porta sulle spalle, come se fosse una grande bilancia di cui lui è il fulcro, due grosse ceste contenenti ciascuna una coppia di uccelli, veri protagonisti della serata, l’altro ha con sé il resto dell’equipaggiamento e le fiaccole, di legno, necessarie per attirare i pesci vicino alla barca. Appena si fa buio partono, seguiti dai battelli dei turisti, ed anche se non lo si può vedere da riva sappiamo cosa succederà: i pesci attratti dalla luce delle torce si avvicineranno alla barca e gli uccelli, affamati, ne faranno incetta; lo stretto anello metallico che hanno intorno al collo, però, impedirà loro di inghiottire la preda che, tolta loro, nel vero senso della parola, da bocca, finirà arrosto per la gioia dei turisti.
Una luna splendida in un cielo terso ci accompagna anche alla nostra di cena, meno poetica e forse anche meno salutare, ma di certo soddisfacente: stasera cediamo all’occidente e si va da McDonald!

Takayama non è solitamente inclusa nei classici tour del Giappone; nonostante sia riportata in molte guide la sua posizione, nel bel mezzo delle Alpi Giapponesi, la rende una meta turistica solo per chi ha la possibilità di dedicare al proprio viaggio abbastanza tempo da includere una deviazione di oltre due ore in treno (se si prende l’espresso!). Per noi, al contrario, è fin da subito stata una meta imprescindibile e, ad essere sinceri, abbiamo costruito tutto il nostro itinerario in modo da poter essere qui proprio il 9 ottobre!
Il motivo si chiama matsuri, una delle due feste tradizionali che vengono celebrate nella città per salutare l’arrivo dell’autunno (l’altra è dedicata alla primavera), in occasione della quale l’intera città si mobilita in una grande festa portando in corteo festoso dei grandi carri di legno decorati.
Takayama ci accoglie con un bel sole ed una bella sorpresa: il ryokan che abbiamo prenotato, unica possibile sistemazione trovata grazie all’ufficio del turismo locale quattro (!!) mesi prima della partenza, vero e proprio salto nel buio dal momento che anche in internet non abbiamo trovato informazioni o fotografie, si rivela essere molto più carino di quanto ipotizzato; ci sono i bagni in comune e le stanze non sono da cinque stelle, certo, ma è pulito ed i proprietari sono ospitali: cosa serve di più?! La festa anima le strade della cittadina riempiendole di turisti e figuranti in costume tradizionale che si preparano ai vari cortei, ma questo non ci impedisce di ammirare i suoi piccoli tesori: il centro sembra uscire da un libro di storia con case tradizionali in legno, ruscelli di scolo (pulitissimi!) a lato della strada e piccoli ponticelli, in muratura o in assi, come ingressi per le abitazioni; tradizionali, poi, sono anche i negozi dove si trova artigianato, sculture spesso raffiguranti animali, reali o fantastici, ed i ristorantini che si affacciano lungo le vie. Fra i musei noi scegliamo di visitare la casa, meravigliosa, di un ricco uomo (si dice fosse usuraio…) del luogo, uno splendido esempio di come la sobrietà e la semplicità possano essere affascinanti.
Inutile dire che tutte le attenzioni, però, sono dedicate alla festa: i primi carri vengono portati dal tempio in corteo lungo le strade e dall’alto delle pesantissime strutture, completamente costruite in legno, vestiti con abiti tradizionali che li identificano (un po’ come ad un Palio di Siena con gli occhi a mandorla in somma!), musicisti armati di tamburi e flauti segnano il loro incedere fra le ali di folla che si aprono al passaggio. Tutto attorno decine di bancarelle vendono dolci, pesci arrostiti al momento su stecchini di legno, prodotti di artigianato, palloncini colorati, castagne, frutta ricoperta di cioccolato… in somma, una vera e propria festa popolare, così come ce ne sono tante da noi, arricchita dal folklore e dall’euforia di venditori che invitano all’acquisto gridando e cantilenando frasi a noi ovviamente incomprensibili.
Passiamo la giornata passeggiando fra le bancarelle, ammirando carri e figuranti, riposando lungo gli argini del fiume che attraversa la città e provando ad assaggiare le specialità vendute nelle varie bancarelle (buonissime le omelette di ramen e verdure) fino a che non scende la sera e la sfilata dei carri riprende, ancora più suggestiva di prima: ora, con il buio, centinaia di lanterne di carta vengono illuminate dalle candele al loro interno ed i carri, coperti di queste pallide luci, passano fra la gente che li guarda ammirata e che scatta le immancabili fotografie con l’altrettanto immancabile telefonino.
La serata termina con le danze e lo spettacolo, di influenze probabilmente cinesi, di bambini travestiti da dragoni che per strada si muovono al ritmo di tamburi e strumenti tradizionali. È l’ultima vera serata del nostro viaggio: domani passeremo il giorno in treno per tornare a Tokyo e raggiungere da lì l’hotel che abbiamo prenotato a Narita per essere vicini all’aeroporto per il ritorno; andiamo a dormire stanchi e più che soddisfatti della bellissima esperienza di questa cittadina festante e colorata.

Quando lasciamo il Giappone piove ed il cielo è di un grigio cupo; sul piazzale dell’aeroporto i rampisti salutano con un inchino l’aereo che sta cominciando a muoversi ed i passeggeri che trasporta. Come il monaco al tempio a Koyasan o la signora nel ryokan a Toba o ancora la proprietaria dell’oyado a Takayama, il padrone di casa, il Monte Fuji, ci osserva attendendo “sulla porta” per salutando la nostra partenza ed invitarci a tornare; solo quando siamo ormai lontani torna a nascondesi dietro le nuvole all’orizzonte.

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