L'universo con gli occhi a mandorla - Prima Parte

in viaggio con yby in Giappone

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L'universo con gli occhi a mandorla - Prima Parte

“Allora, vi è piaciuto il Giappone?!” La domanda ci è (giustamente) stata posta mille volte al nostro ritorno e la risposta è spesso stata interpretata come un “Sì, ma…”.
In realtà non è così; il fatto è che serve tempo.
Serve tempo per metabolizzare; il Giappone è quanto di più lontano dal nostro mondo abbiamo mai visto, probabilmente un viaggio su Marte sarebbe più “normale” di questi quindici giorni nel paese del Sol Levante! Qui tutto è, semplicemente, diverso, a partire dalla scrittura fino ad arrivare al modo di essere delle persone incontrate, passando da lingua, cibo, atteggiamenti, movimenti, abbigliamento, interessi, colori, case, auto… tutto in somma, un universo completamente nuovo e per certi versi inaspettato che non può non spiazzare almeno un po’!
Serve allora un po’ di tempo per mettere insieme le idee, rivedere fotografie e filmati, scrivere il diario, ricordare e magari comprendere certi aspetti che in un primo momento sono sfuggiti; poi la bellezza di quanto vissuto affiora e quel dubbio svanisce nei ricordi di un Paese meraviglioso.Un viaggio in un mondo bidimensionale dove la realtà si confonde con tradizione e... cartoni animati!Visitare il Giappone in quindici giorni significa decidere a priori cosa non vedere; i luoghi di interesse sono numerosi e disseminati sulle isole che compongono il Paese e quindi va fin da subito scelto cosa, a malincuore spesso, tralasciare.
Per pianificare le tappe del nostro tour, oltre alle classiche e preziose guide (Lonely e Mondadori, che a noi piace moltissimo), ci siamo affidati ai (pochi) diari di viaggio trovati in Internet ed alle proposte dei cataloghi offerti dai vari Tour Operator in modo da avere un’idea più pratica dei tempi di viaggio e dei luoghi toccati.
Il nostro viaggio è partito da Tokyo dove ci siamo fermati quattro giorni in modo da poter visitare la città ed avere anche il tempo per un paio di escursioni giornaliere, una a Nikko ed un’altra a Kamakura; in treno ci siamo poi spostati a Miyajima (una sola notte) e successivamente, visitando Hiroshima senza soggiornarvi, a Kyoto. Qui siamo rimasti 3 notti in modo da vedere le attrazioni principali della città senza perdere l’opportunità di visitare anche i templi di Nara. Il viaggio è poi proseguito con tappe giornaliere a Koyasan, Toba, Gifu, Takayama ed in fine a Narita così da essere vicini all’aeroporto per il ritorno in Italia.Tutto pronto? Presi i passaporti? La macchina fotografica? I biglietti per l’aereo? Il voucher per il JR Pass? … il voucher?! No! Quello è rimasto sulla panca in salotto!!
Fortunatamente ce ne accorgiamo a “soli” 60 km da casa, in autostrada, e siamo in tempo per fare inversione e tornare a recuperare quanto è rimasto a casa!
Adesso c’è davvero tutto ed il viaggio può cominciare davvero.

Il volo è lungo, 12 ore seduto in classe economica senza potersi muovere se non per qualche minuto su e giù per un corridoio affollato e nonostante i film, il pranzo, gli spuntini e la musica in cuffia, non si può certo dire che, al momento dell’atterraggio, siamo rilassati.
Ma stiamo per arrivare in Giappone.
È la meta sognata da tanto tempo e finalmente abbiamo avuto modo di concretizzare i nostri desideri in due settimane alla scoperta di questo mondo che fin da bambini, passando attraverso i colori e le risate dei cartoni animati, ci ha affascinato.
L’aereo comincia lentamente la discesa verso l’aeroporto di Tokyo e ad accoglierci, sopra un letto di nuvole su cui sembra appoggiarsi come il Monte Olimpo nei cartoni animati di Pollon, c’è proprio il “padrone di casa”; il Fuji, con il suo cono perfetto ed il cratere che ne taglia la cima è l’unica cosa che si vede dall’alto e sembra proprio darci il benvenuto nella sua terra, Paese di cui è indiscusso simbolo.
Sbarcati sbrighiamo le formalità d’ingresso, veniamo irrorati di una qualche sostanza disinfettante (!), ci viene provata la temperatura corporea (in automatico, semplicemente passando lungo un corridoio dell’aeroporto!), ritiriamo i bagagli e cominciamo la nostra avventura in questo nuovo universo. Per arrivare a Tokyo scegliamo il N’Ex, il Narita Express, il treno gestito dalla JR che in una quarantina di minuti porta fino alla stazione ferroviaria di Tokyo, in centro alla megalopoli; fuori dal finestrino scorrono campi di riso, case dalle strane fattezze, giardini con alberi che sembrano scolpiti da artisti, paesi e villaggi, foreste di conifere e bamboo, superiamo passaggi a livello dove aspettano pazienti in coda auto che sembrano origami ed in fine entriamo nella periferia di una città enorme, fatta di palazzi altissimi e distese di quartieri e casette di un paio di piani, pubblicità enormi e centri commerciali.
Poi arriviamo in stazione, e ci perdiamo.
Siamo catapultati in un mondo di scale mobili, insegne scritte in caratteri incomprensibili, indicazioni e cartelli con colori diversi e nomi così complessi da richiedere almeno un paio di prove per riuscire a pronunciarli correttamente, persone, centinaia di persone, ovunque; in mezzo a tutto questo, trovare l’ingresso giusto per la metropolitana giusta non è impresa da poco!
La nostra destinazione è la stazione di Ginza, il quartiere commerciale, cuore della città, dove abbiamo prenotato il nostro hotel per la prima notte giapponese; visto che non è lontano da una delle uscite della metropolitana decidiamo di raggiungerlo a piedi nonostante i bagagli che ci trasciniamo e così facciamo il nostro primo incontro con strade trafficate e viali adornati da piccoli salici piangenti, ristorantini che mettono in mostra i loro piatti di cera e gente che passeggia apparentemente senza una meta precisa. Ci sistemiamo, la stanza non è enorme ma è accogliente e pulita, e poi ci precipitiamo a curiosare in giro per il quartiere.
È sabato pomeriggio, il cielo non è terso ma regala qualche raggio di sole, gli uffici sono chiusi e la gente si dedica allo shopping; le strade sono chiuse al traffico e addirittura sono state installate panchine ed ombrelloni al centro della carreggiata; ci facciamo largo fra ragazze in tacchi alti e shorts, ragazzi che scherzano in gruppo, persone di ritorno dalla giornata di shopping cariche di borse, bambini ed anziani che passeggiano mano nella mano fra grattacieli e palazzi di vetro dall’architettura iper-moderna. Un quadro tutto sommato “occidentale” che un po’ ci delude ma che, in fondo, non ci sorprende in una metropoli come Tokyo.
Poi, una volta abituati al nuovo orizzonte urbano, cominciamo a capire le differenze: ragazze vestite con la divisa scolastica, all’angolo di due strade troviamo un monaco che in abito tradizionale suono il suo campanellino dando la sua benedizione e chiedendo di che vivere ai passanti, bambini ma anche e soprattutto ragazzi e ragazze in fila per una fotografia con il pupazzo a grandezza naturarle simbolo di un grande magazzino, donne in kimono ed uomini che camminano in geta, le calzature tradizionali in legno, persone che portano a spasso un cane così piccolo e “perfetto” da sembrare finto e tutti (monaco a parte) che contemporaneamente parlano, giocano, scrivono, scattano foto con il proprio immancabile cellulare DoCoMo! È vero, il quadro ha gli stessi tratti di una nostra grande città, ma le sfumature ed i dettagli sono ben diversi e lo si vede quando arriviamo, fra un negozio ed una vetrina, al palazzo che ospita H&M, la nota firma di abbigliamento; qui, in perfetto stile giapponese, la gente aspetta in fila il proprio turno per entrare nel negozio: ordinati, due a due come ci si diceva di fare alla scuola elementare, pazientemente attendono il proprio meritato momento di shopping settimanale… la fila, però, non si limita all’ingresso ma continua, lunga e regolare, per la bellezza di due isolati (!!), con tanto di interruzioni semaforiche agli incroci ed addetti al traffico che regolano il passaggio!
Ci lasciamo trasportare dall’atmosfera di shopping compulsivo e visitiamo un grande magazino con particolare attenzione per il reparto gastronomia dove abbiamo il nostro primo contatto, solo visivo per ora, con le specialità culinarie locali e restiamo letteralmente incantati davanti al reparto pasticceria: i dolcetti sembrano opere di oreficeria, realizzati senza una sbavatura, l’uno perfettamente uguale all’altro, confezionati con una cura davvero maniacale!
Storditi da odori, profumi, colori e dalla gente usciamo nuovamente in strada per prendere una boccata d’aria e ci godiamo, seduti sul bordo del marciapiede, il clima rilassato del pomeriggio prima di essere attratti dalla riproduzione di un Gundam a grandezza naturale (… meglio, a grandezza di giapponese!) che ci invita ad entrare in un negozio di giocattoli dove insieme a classici puzzle e mattoncini “Lego!” troviamo gli ultimi ritrovati della robotica che, sottoforma di cani, ragni e altri strane forme, rispondono in maniera “naturale” agli stimoli esterni ed ai comandi dei bambini (e dei grandi!) che li guardano estasiati; è solo un piccolo anticipo del Giappone culla della tecnologia che ci aspettavamo di trovare.
Quando usciamo è già calata la sera e la città comincia a colorarsi di mille luci al neon; insegne di negozi, ristoranti, vetrine di negozi e lampioni dipingono il vetro ed il cemento degli edifici di colori vivaci e sfumature pastello. Noi ne approfittiamo per ammirare la meravigliosa facciata del teatro Kabuki-za prima di prendere una metropolitana ed arrivare nei pressi del parco Shiba dove spicca nel nero del cielo della città la Torre di Tokyo.
Molto meno famosa, seppur più alta, della Tour Eiffel da cui evidentemente prende spunto, la torre di acciaio con la sua colorazione arancio e bianca si staglia nel panorama notturno della metropoli e il suo osservatorio (ce ne sono due, ma quello più elevato è a prenotazione e non c’erano più biglietti disponibili al nostro arrivo) è ottimo per ammirare la megalopoli dall’alto; da quassù riusciamo a vedere bene la divisione dei vari quartieri e ci lasciamo trasportare dalle luci di una ruota panoramica in lontananza, da quelle del traffico e dai palazzi illuminati rendendoci soprattutto conto di quanto immensa sia la città.
Non so se sia stato fatto appositamente o sia solo la mia fantasia a renderlo tale, ma le luci delle auto che sfrecciano sulla tangenziale urbana rendono riconoscibile in un incrocio particolarmente complesso il simbolo kanji 大 che ha il significato di “grosso”, “grande”, “enorme” come se volesse in qualche modo simboleggiare le dimensioni e la potenza della città stessa (non ho trovato riferimenti da nessuna parte a riguardo, ma a me sembra così evidente…)!
La stanchezza del viaggio e della prima giornata comincia a farsi sentire così, scesi dalla sommità della Torre, ci concediamo una piccola sosta in uno Starbucks per rigenerarci con un tè caldo e qualcosa da mangiare e poi torniamo in hotel per il meritato riposo; “Siamo in Giappone! Siamo a Tokyo!” è l’unico pensiero che ci accompagna mentre chiudiamo gli occhi.

Secondo giorno e già un trasloco; in realtà la giornata di ieri era fuori programma, nata in un secondo momento per esigenze legate al volo e dal momento che soggiornare nell’hotel che già avevamo prenotato per le restanti notti a Tokyo era piuttosto dispendioso, abbiamo preferito scegliere una sistemazione temporanea per la prima notte. Dopo un sana camminata mattutina quindi, lasciamo i bagagli in hotel (la camera sarà disponibile solo dal primo pomeriggio in poi) e partiamo alla scoperta della città.
Decidiamo di cominciare dalla zona nord, dal tempio Senso-ji, cuore spirituale e culturale di Tokyo; ad accoglierci, fuori dalla fermata della metropolitana, ci attendono odori e colori di negozi e localini e tanta, tantissima, gente! Sui marciapiede si muove una folla compatta che ci porta, quasi trascinandoci, verso l’ingresso della zona templare; e la situazione non cambia una volta oltrepassato il portale di ingresso, il Kaminarimon. Bancarelle e negozietti ci accompagnano verso il tempo inondandoci di nuovi odori provenienti da piatti mai visti, gesti completamente nuovi, colori sgargianti e… un sacco di spinte (… abituati a circolare a destra siamo perennemente contromano!); al termine del viale, poi, al di là della seconda porta, il Hozo-mon, il tempio, il nostro primo tempio, ci sorprende. Laccato di rosso, maestoso, imponente e solenne ma al tempo stesso in qualche modo accogliente; a fianco la pagoda a cinque ordini (che sembra rappresentino i cinque elementi fondamentali: acqua, aria, terra, fuoco e… vuoto!) che si staglia contro un cielo lattiginoso; le lanterne di carta, decorate con simboli kanji, le preghiere appese con tavolette di legno su rastrelliere, il braciere dove si consumano incensi profumati il cui fumo purifica prima dell’ingresso; e la gente che incurante di turisti e comitive chiassose prega, getta monetine in una grande grata di legno, batte le mani ritualmente come la loro religione impone. L’immagine più bella, però, è quella di un bambino che prega davanti alla statua del Buddha Nade Botokesan, in bronzo, piccola, in un angolo; questo bimbo congiunge le mani, si raccoglie, poi accarezza la statua perché gli dia protezione e salute. Il bronzo della figura del Buddha è lisciato e lucidato proprio da questo semplice gesto, ripetuto milioni di volte dai fedeli.
Visitati i vicoletti laterali (trovando fra l’altro un’intero store dedicato al Monchiccì, ve lo ricordate?!), fra ristoranti ed artigianato, e scattate un paio di fotografie al peperoncino dorato gigante, creato dal designer Philippe Starck, che caratterizza uno dei palazzi del quartiere, ci spostiamo in metropolitana alla stazione di Ueno per attivare il nostro JR Pass (si può fare ovunque, ma visto che non c’è grande coda ne approfittiamo!) e prenotare i posti per i treni che dovremo utilizzare domani ed in fine per passeggiare, dopo aver comprato qualche panino in una forneria, nell’immenso omonimo parco. Non restiamo particolarmente affascinati dal laghetto con i grandi fiori di loto che vi crescono, ma ci sediamo lungo il viale principale e mentre mangiamo osserviamo le persone che passano; donne in kimono, bambini vestiti nei modi più strani, adolescenti con la divisa scolastica o con quella “all’ultima moda” (shorts cortissimi e stivali con calze, nere, fin sopra il ginocchio), barboni (tanti, non solo qui…), ragazzi in divisa da baseball (sport nazionale qui) e padri-musicisti con strumento in mano e figlioletto in spalle. Poco più in là un gruppo di ragazzi con giubbotto di pelle nera, acconciatura alla Elvis, jeans e stivali, ballano sulle note di musica rock-a-billy con passi e movenze che riportano ai film in bianco e nero; l’essenza del Giappone moderno passa anche attraverso paradossi “spazio-temporali” come questo!
Ben diverso dalla tranquillità e dal verde relax del parco è il vicolo davanti alla stazione di Ueno e che sembra inghiottire milioni di ragazzi; non resistiamo alla curiosità ed anche noi seguiamo la massa di giapponesi che si dirige in quella direzione e veniamo letteralmente risucchiati dai colori, dai rumori ed dagli odori del mercato Ameyoko, un incessante e caotico susseguirsi di negozi con strilloni che, in piedi su sgabelli o semplicemente cassette vuote, pubblicizzano con megafoni prodotti o offerte particolari, di bancarelle che vendono frutta (buonissime le fette di ananas infilate su uno spiedino), verdura o dolci (che impareremo ad apprezzare in seguito!), di sale giochi e di pachinko con i giganteschi poster di personaggi manga all’esterno (Ken Shiro in primis); il tutto con i treni che sferragliano sui binari sopraelevati che passano sulle nostre teste. Siamo letteralmente trasportati dal flusso della massa che quasi impedisce di guardarsi attorno, tanto che, praticamente in apnea, prima della fine ci defiliamo per un via secondaria e torniamo a respirare fuori dal caos.
Si sta facendo sera e, dopo aver consultato la nostra guida, decidiamo di spostarci a Roppongi, uno dei quartieri commerciali della città, fatto di grattacieli ed uffici ma che si trasforma al calare del sole in una delle zone più frequentate grazie ai suoi locali, night, ristoranti, cinema e negozi; siamo in piedi a tutto il giorno ed abbiamo mangiato solo un panino ed un po’ di frutta, la diffidenza nei confronti della cucina nipponica sta piano piano svanendo davanti al languorino che cominciamo ad avvertire allo stomaco: ormai i nostri timori hanno i minuti contati! Non sappiamo decidere quale locale scegliere, la guida non ci aiuta ed i nei menù esposti fuori dagli ingressi c’è sempre qualche cosa che non ci convince, quindi passeggiamo senza meta per un po’, dando un’occhiata in giro e nel frattempo guardando il quartiere. Qui tutto è cemento e tecnologia, le case lasciano il posto a palazzi e grattacieli e non c’è angolo che non abbia un maxi-schermo o un’insegna extra-large; l’impressione è quella avuto a Time Square, a New York, ma una differenza si nota subito: al posto di modelle sexy e rifatte o di pubblicità di marche più o meno note, qui gli schermi trasmettono… cartoni animati! Penso non sia una cosa da tutti poter dire di non essersi accorto che il semaforo pedonale era diventato verde perché troppo impegnato a guardare un enorme cartone trasmesso dal palazzo al di là della strada!
La nostra indecisione ci porta fino a Roppongi Hill, città nella città, elegante ed affascinante, e lì, in uno degli alti grattacieli, dopo aver comunque soppesato pro e contro di ogni singolo ingrediente di ogni singolo piatto di ogni singolo ristorante, ci buttiamo ed entriamo.
Mangiamo tagliolini con le verdure e riso con piccoli pezzetti di carne di maiale, beviamo birra giapponese e vinciamo (in parte:non siamo ancora del tutto convinti… ma non manca tanto!) la nostra ritrosia nei confronti della gastronomia locale; per la prima volta, poi, ci troviamo seduti ad un tavolo dove non ci sono forchetta e coltello ma semplicemente piccole bacchettine di legno di bamboo: facciamo un po’ fatica ad abituarci e sorridiamo ad ogni boccone che ritorna nel piatto da cui faticosamente poco prima siamo riusciti a toglierlo, ma il gioco è parecchio divertente ed alla fine riusciamo anche a finire la nostra cena.
La giornata non è ancora finita e Tokyo ci regala un’altra sorpresa: torniamo in hotel e facciamo il check-in che questa mattina non era possibile fare; veniamo accompagnati nella nostra stanza che non solo è molto più ampia di quella di ieri, ma addirittura, dal 33esimo piano, e dalla grande vetrata, ci fa godere un panorama fantastico sulla citta e sul fiume Sumida poco prima che si getti nel mare: da togliere il respiro!

Si capisce davvero cosa sia il significato di “efficienza” quando si prende un treno Shinkansen; tutto è perfetto, calcolato, studiato, pianificato e… giapponese!
L’immenso dedalo di cunicoli che conduce da un punto all’altro della stazione di Tokyo, fra scale e tapis-roulant, porta fino alla piattaforma di arrivo del treno; lì, a terra e sui display luminosi, non solo sono segnate le posizioni in cui si apriranno le porte del convoglio, ma sono dipinte a terra anche due diverse corsie, una per chi sale ed una per chi scende, e durante l’attesa, ordinatamente, ci si mette in fila in quella corretta. Il treno, dalla forma affascinatamente aerodinamica, arriva in perfetto orario, parte in perfetto orario, in ogni stazione toccata, tanto che al posto di indicare il nome della stazione in cui scendere non è raro sentirsi indicare l’orario (qualcosa come “scenda alle 12.33”!)!
Stiamo andando a Nikko, poco più di un’oretta da Tokyo, cittadina fortemente turistica (è praticamente su ogni brochure di ogni Tour Operator) grazie al gruppo di templi che, fra i boschi del monte su cui sorge, attraggono tanti fedeli e viaggiatori; arriviamo, dopo un cambio di treno ad Utzonomia ed una decina di minuti di autobus preso poco lontano dalla stazione di Nikko, in un quadro di quell’antico Giappone che lascia a bocca aperta ne “L’ultimo samurai”: il cielo è plumbeo e non promette niente di buono, le colline coperte di boschi dal verde intenso e cupo sono velate da nebbie e nuvole basse che creano un’atmosfera profondamente romantica, tanto che ci si aspetta da un momento all’altro vedere sbucare fra gli alberi un samurai a cavallo con armatura e lancia con vessillo al suo fianco.
Non appena scendiamo dall’autobus comincia a piovere; tempismo perfetto a quanto pare, ma è una pioggia fine, leggera, sembra poco più che nebbia. Noi non ce ne curiamo troppo, prendiamo il biglietto cumulativo che permette l’ingresso nella maggior parte dei luoghi dell’area templare e cominciamo la nostra visita dal giardino tradizionale e dall’annesso, piccolo, museo (che fra gli altri oggetti ospita un “vero” corno di unicorno!).
L’atmosfera è quella di pace e tranquillità che sono proprie di luoghi come questo dove la natura, seppure artefatta dal gusto umano, è unica vera attrazione; fontane in bamboo, laghetto con carpe colorate, vialetto di pietre grosse segnato da un corrimano in corda, lanterne tipiche in pietra ed un’infinità si sfumature di verde fra muschio, fiori e piante con, qua e là, macchie gialle ed arancione d’autunno.
Un viale in ghiaia circondato da enormi cedri porta fino all’ingresso della zona templare; qui, superato il tori di ingresso (un portale dalla forma tipica che ricorda un po’ un “pi-greco”) ed oltrepassata la porta Niomon si snodano lungo un sentiero lastricato in pietra edifici di legno dove gli intarsi, i colori, la ricchezza delle decorazioni, i richiami spirituali e culturali la fanno da padrone. Impossibile descrivere le sensazioni e l’atmosfera che si percepiscono; inutile cercare di trasportare con le parole la tranquillità e la magnificienza di questi templi.
Ci fermiamo un attimo di più a fare una fotografia ad un particolare della decorazione di uno dei templi: sono le famose tre scimiette, “Non vedo, non sento e non parlo” che riprendono ed esemplificano uno degli insegnamenti del Buddismo (sott’inteso c’è “del Male”); saliamo poi le scalinate che portano fino al cuore della Nikko sacra, l’Haiden dove, dopo esserci tolti le scarpe come tradizione vuole, visitiamo l’interno del tempio, decorato ed ancora impregnato di quella spiritualità ora persa nella valanga dei turisti che calpestano le sue assi di legno ogni giorno.
Vera e propria sorpresa è però il tempio Honji-do: il suo soffitto è decorato con un enorme drago che con le sue spire domina l’intera stanza; un monaco sta spiegando (in giapponese!) ad un gruppo di turisti i dettagli artistici delle statue che adornano una delle pareti quindi facciamo fatica a capire cosa stia facendo quando si alza con in mano due pezzi di legno e comincia a batterli con forza l’uno con l’altro. Il suono è piuttosto forte ma non comprendiamo il motivo di questo gesto se non quando si posiziona esattamente sotto le fauci aperte del drago: solo lì, questo semplice gesto, fa sì che l’intera stanza cominci a risuonare emettendo una fibrazione forte e perfettamente udibile. È questo il Ruggito del Drago, l’urlo che il dio delle acque emette potente e minaccioso!
Poco lontano da questo nucleo di templi ne sorge un altro, per certi aspetti ancora più affascinante di quelli appena visitato; la foresta qui sommerge completamente ogni edificio ammantandolo di un’area quasi magica. La lunga scalinata nasconde alla vista il portale d’ingresso con le statue del Dio del Vento (verde) e del tuono (rosso) ed il nucleo principale, completamente decorato d’oro e lacca nera, e con i famosissimi leoni intagliati e dipinti in modo da mettere in risalto la loro forza, eleganza e reattività.
Continua a piovere ed ogni riparo è un piccolo toccasana; è così che una semplice sbirciatina in un negozio di artigianato che troviamo sulla via dell’uscita, proprio al limitare della foresta, si trasforma nel nostro primo vero e proprio pasto giapponese: soba udon per due, una zuppona vegetale con i tagliolini, da mangiarsi rigorosamente con le bacchettine, servita nel retro del locale; finalmente ci siamo “sbloccati” e riusciamo a gustare a pieno la cucina tradizionale giapponese!
Quando usciamo la pioggia è cessata e ci godiamo la passeggiata (in discesa) verso il paese per prendere il treno di ritorno; lungo il cammino ci fermiamo ad ammirare il bellissimo Ponte Shinkyo, ad arco, laccato di rosso e circondato dal verde della vegetazione, ed in un bellissimo negozio che vende oggetti di artigianato in legno. Incontriamo, poco lontano dalla piazza da dove abbiamo preso l’autobus all’andata, anche un negozio dedicato ai personaggi della Sanrio, con tanto di dispenser automatico di zuppe personalizzate ed una Hello Kitty formato gigante venerata dai passanti come se fosse un dio (!!) con tanto di monetine lasciate come obolo!
E’ già ora di tornare, stanchi ed infreddoliti dall’umidità della giornata; solo il tempo di una buonissima merenda a base di torta e tè in una pasticceria calda ed accogliente ad uno degli angoli della piazza e si risale in carrozza, tornando verso Tokyo fra studenti in divisa scolastica (oltre alla scarsa lunghezza delle gonne notiamo che le calze, benchè dello stesso colore, hanno tutte un simbolo diverso e personalizzato a seconda dei gusti di chi le indossa) ed un pezzettino di questo nuovo universo che comincia piano piano ad entrarci dentro…

La sveglia questa mattina suona veramente presto; sono solo le sei e siamo già in cammino verso la prima meta di oggi: il mercato del pesce di Tsukiji. Piove ancora ma dal nostro hotel bastano pochi minuti a piedi per raggiungere l’ingresso dell’insieme di capannoni dove si svolge quasi ogni mattina la contrattazione e la vendita del pesce appena pescato. In Giappone la freschezza è una caratteristica irrinunciabile, tanto che con il tempo è stata “culturalmente estremizzata” fino a portare alla preparazione di piatti da gustare crudi facendo del sushi, ad esempio, il simbolo dell’intera nazione all’estero.
Il mercato è un continuo ed infinito brulicare di persone con stivali di gomma e tuta da lavoro che a bordo di buffi carrettini motorizzati trasportano casse colme di pesci di ogni sorta da un magazzino all’altro e sui furgoni frigorifero dei grossi acquirenti; essere travolti da uno di questi mezzi o da un più semplice ma altrettando pericoloso carretto di legno spinto a mano è facilissimo e bisogna davvero stare attenti a come ci si sposta: in fin dei conti loro stanno lavorando mentre noi curiosiamo…
Al nostro arrivo l’asta per la messa in vendita dei migliori tonni arrivati nella notte dai pescherecci del vicino porto è terminata da poco, ma abbiamo la possibilità di vedere nei magazzini gli animali mentre vengono caricati con carrelli sollevatori sui camion che li portano via. Le pinne e la coda sono già state eliminate ed il gelo delle stive frigorifero gli dà un’aria vagamente metallica sotto la luce gialla dei magazzini, tanto da farli assomigliare a siluri l’uno vicino all’altro; le dimensioni, poi, sono così imponenti che certi esemplari ci lasciano veramente a bocca aperta!
Cozze enormi, molluschi grossi come pugni, uova di tonno, pesci di tutti i colori, granchi ed aragoste ancora vivi nelle casse con ghiaccio vicini a seppie, polpi, gamberi e gamberetti quasi invisibili sono i protagonisti di questa colorata (ed assolutamente inodore!!) compravendita, ma i venditori non sono certo solo comparse: fascia bianca legata in testa come nei migliori cartoni animati, impachettano, pesano, affettano con coltelli e spade (!), tranciano con seghe elettriche i tonni più grossi o semplicemente si riposano su qualche carretto non utilizzato, accendendo anche un fuocherello per riscaldarsi. Dall’altro lato del semicerchio dentro cui si snoda il mercato, poi, una serie di vicoletti ospita una miriade di locali che offrono per colazione il pesce, freschissimo ovviamente, appena acquistato ed all’ingresso le lunghe code di turisti e giapponesi che attendono pazientemente il proprio turno per assaggiare, è il caso di dirlo, “in purezza” quello che il mare ha offerto.
Lasciamo un mercato che pian piano si sta svuotando di tutti i camion al nostro arrivo parcheggiati in attesa del loro carico e ci spostiamo nel cuore storico di Tokyo: il suo Palazzo Imperiale. Ok, non proprio il palazzo vero e proprio, quello è off-limits visto che è la residenza dell’Imperatore e viene aperto solo due giorni l’anno, piuttosto i giardini, immensi e curatissimi che lo circondano.
Siamo praticamente soli, sotto la pioggia, ad oltrepassare il fossato che cinta le mura di pietra dell’area imperiale ed a passeggiare lungo i viali con alberi scolpiti, erbetta verdissima e tagliata perfettamente e laghetti che ospitano carpe colorate ed in cui si riflettono salici piangenti ed i palazzi della città. Molta più gente, invece, si raccoglie a scattare fotografie davanti al ponte Nijubashi, uno dei luoghi più ritratti della città; turisti, bambini in gita scolastica, ragazzine vestite “all’americana” si ammassano nonostante la pioggia con macchine fotografiche e cavalletti a fare il proprio click all’arcata del ponte ed al palazzo vero e proprio che si intravede poco oltre la chioma degli alberi alle sue spalle.
Cerchiamo una metropolitana comoda e ci spostiamo a Shinjuko, la parte più vitale ed energica della città, dove alla moderna architettura si mescolano il divertimento e la tradizione; alti palazzi in vetro ed acciaio, sale giochi e di pachincho, night club e strip bar vengono amalgamati in un unico quartiere da una eterogenea massa di persone: ragazzi con abiti trasgressivi camminano fianco a fianco con manager in vestito scuro che si fermano per far passare signore che faticano a gestire ombrello, figlioletto e borse della spesa, il tutto sotto lo sguardo, poco interessato, dei “butta dentro” che invitano i passanti ad entrare nei loro locali magari facendo “amicizia con una escort girls”.
Gironzoliamo senza riuscire ad orientarci bene nei vicoletti davanti allo Studio Alta, punto di riferimento dell’intero quartiere, un po’ a disagio ma senza mai davvero avere di che preoccuparci e, tornando verso il punto di partenza, ci ritroviamo davanti allo store ufficiale della Sanrio; inutile dire che entriamo e facciamo razia di gadget ed accessori targati Hello Kitty! Visto che ci siamo ne approfittiamo anche per fare una capatina (lo faremo spesso in questi giorni) nella grande libreria e videoteca ospitata nei piani superiori del palazzo, perdendoci fra manga sconosciuti e dvd con cartoni animati mai arrivati in Italia (anche quelli sportivi meritano una nota: sono dedicati solo a Totti, Maldini e Baggio!).
Compriamo nel reparto seminterrato di uno dei grandi magazzini che si affacciano su Chuo-Dori, l’arteria principale ed elegante del quartiere, del riso e della tempura e, visto che la pioggia sembra darci un po’ di tregua, decidiamo di cercare un posticino tranquillo per mangiare ad Harajuku, quartiere giovane che trova nel parco Yoyogi il suo epicentro verde e d’incontro. Confidando in un cielo grigio ma che non minaccia pioggia entriamo nel parco per visitare il tempio Meiji, il tempio shintoista più importante di Tokyo (è anche il tempio imperiale); camminiamo per almeno quindici minuti lungo ampi viali in ghiaia circondati da una foresta fitta e resa cupa dalla scarsa luce del pomeriggio, un’atmosfera magica e quasi inquietante per un luogo sacro ed inimmaginabile all’interno di una megalopoli. Nemmeno il primo incontro con Central Park a New York è stato tanto incredibile: non solo prati, alberi e laghetti, ci stiamo inoltrando in una vera e propria foresta nel cuore di quella “foresta di cemento” che è la più grande città del mondo!
Costruito completamente in legno senza nemmeno l’utilizzo di chiodi, il tempio, annunciato come da architettura classica, da un maestoso tori, ci offre la possibilità di vivere la religiosità giapponese guardandola da un punto di vista ben diverso riespetto a quanto visto due giorni fa. Niente ressa e niente mercati, solo natura, silenzio, tranquillità e la semplice eleganza del legno a dominare la scena; alberi e spazi enormi, preghiere scritte su tavolette di legno e monaci dagli abiti purpurei a fare da protagonisti. Lo spettacolo ed il senso di tranquillità e pace sarà superato solo, fra qualche giorno, dall’esperienza di Koyasan!
Quando usciamo dalla metropolitana alla stazione di Shibuya si è già fatta sera; le luci al neon risplendono nel cielo cupo, i treni sferragliano sulla sopraelevata e la gente, tantissima gente, affolla gli incroci ed i marciapiedi; facciamo una passeggiata dando un’occhiata a questo quartiere elegante e particolarmente “occidentale” ma la stanchezza della lunga giornata e la pioggia che riprende a cadere ci spingono verso la nostra stanza in hotel.
Sul nostro “diario di bordo”, una moleskine su cui annotiamo i nostri viaggi, Vicky scrive “Buona notte! … domani dobbiamo conquistare il mondo!”.

… ma c’è poco da conquistare quando ti svegli e ti accorgi che la tempura di ieri sta avendo effetti collaterali poco graditi! Così questa mattina ci prendiamo il nostro tempo, senza fretta e senza correre di qua e di là: lasciamo cadere l’idea di andare ad Hakone per vedere da vicino il monte Fuji (anche perché oggi non piove, ma il cielo è comunque coperto quindi la visuale non sarebbe stata certamente ideale!) e limitiamo il nostro itinerario odierno alla sola Kamakura, cittadina a poco meno di un’ora di treno metropolitano da Tokyo. Ad attenderci lì c’è uno dei Buddha più grandi dell’intero Giappone!
Le mappe che troviamo al nostro arrivo in stazione ci convincono poco e non ci capisce bene quanto sia lontano il tempio così prendiamo la palla al balzo quando incontriamo un negozio che affitta biciclette: ci troviamo dopo qualche minuto in sella a due basse bici da città con pedalata assistita e… ben presto ringraziamo il caso e la scelta fatta! Servono infatti quindici minuti buoni di pedalate, fra gallerie e (lievi) salite per raggiungere il tempio, e a piedi non sarebbe stato certamente comodo, soprattutto con “l’effetto tempura” di oggi. Solo adesso, però, ci rendiamo conto davvero che in Giappone la guida è a sinistra: incroci e precedenze sono da affrontare al contrario rispetto a quanto facciamo abitualmente e all’inizio non è semplice abbandonare la consuetudine!
Il tempio non è imponente come quelli visti a Tokyo; l’ingresso è molto più semplice ed un ampio spiazzo ospita, su una scalinata, la gigantesca (sono 13 metri, un palazzo di quattro piani quasi!) statua del Buddha, seduto, gambe incrociate e mani raccolte in grembo in posizione meditativa. Tutt’intorno gruppi di anziani fanno la classica fotografia ricordo di gruppo e comitive di scolaresce pranzano chiacchierando sotto le arcate del porticato; la tranquillità pervade l’intero tempio e, fra le nuvole, fa capolino anche un timido raggio di sole. Finalmente!
Visto che abbiamo ancora parecchio tempo prima di dover restituire le bici, ci spostiamo poco distante, al tempio Hase-dera, dedicato ai bambini mai nati; l’elegantissimo cancello d’ingresso porta ad un curato giardino zen e ad una scalinata immersa nel verde: ci vuole qualche minuto prima di accorgergi della miriade di piccole statuine votive disseminate ovunque, fra i bamboo o sui muretti.
Chi è cresciuto con i cartoni animati giapponesi non può non ricordare il tipico paesaggio urbano della tipica cittadina di provincia; “Ranma ½”, ad esempio, ma anche “Holly e Benji” o “Orange Road” sono pieni di queste lunghissime scalinate e dei panorami che si godono dalla loro sommità: casette a due piani, l’una vicina all’altra, tetti spesso colorati, strade perpendicolari disseminate di pali elettrici con un’intricata foresta di cavi, alberi qua e là e poi, con uno stacco netto come in “Hello Spank”, il mare che luccica sotto i raggi del sole. È esattamente questo il panorama che si osserva una volta raggiunta l’area superiore del tempio, un piccolo quadretto da cartone animato con tanto di gabbiani e fruscio fra gli alberi!
In uno degli edifici, relativamente piccoli ma curati in ogni dettaglio, restiamo affascinati dalla grande statua dorata del Buddha; a fianco a noi, una turista di lingua inglese spiega al suo accompagnatore i dettagli della figura: la posizione delle mani, i lobi allungati delle orecchie, la pianta di loto su cui siede, che dal fango della vita umana si innalza allo splendore ed alla purezza di quella spirituale.
Il tempio nasconde poi un’altra sorpresa: alla sua base, ai piedi della scalinata, c’è un piccolo tori rosso che segna l’ingresso di una grotta, semi nascosta nella vegetazione, a cui interno sono state scolpite nella pietra, in altrettante nicchie scavate nella roccia, undici statue, una per ogni rappresentazione del Buddha; non è certo adatto a chi soffre di claustrofobia lo stretto e basso (si percorre accucciati!) cunicolo che conduce ad un’altra piccola sala, piena di piccole statuine della divinità: suggestivo, ma umido, buio, lunghezza e posizione non certo comoda rendono la breve camminata nel sottosuolo piuttosto impegnativa.
Uno dei più grandi rimpianti del nostro viaggio è non aver avuto modo di visitare il museo dello Studio Ghibli, la casa di produzione di cartoni animati (“anime” in Giapponese) e lungometraggi di animazione che hanno appassionato persone in tutto il mondo; Totoro, Porco Rosso, Mononoke, Nausicaa ma anche Conan e Lana o Lupin III ad esempio sono piccoli grandi gioielli, per gli appassionati, usciti dalla penna e dalla fantasia di Hayao Miyazaki, artista che è sinonimo di Ghibli. Il museo si trova poco lontano da Tokyo ma i biglietti devono essere acquistati con largo anticipo e l’ingresso è solo su prenotazione e noi non abbiamo avuto modo di poterne avere due.
Kamakura, però, ci sorprende anche da questo punto di vista!
Dalla piazza della stazione si diparte una lunga via, in leggera salita, che porta ad uno dei maggiori templi cittadini; l’importanza si nota anche dalla miriade di negozi, bancarelle e ristorantini che si aprono da entrambi i lati della strada. Con nostra grande sorpresa, uno dei primi che si incontra è interamente dedicato ai personaggi della Ghibli!
Scesi i pochi scalini d’ingresso al seminterrato, dove è allestito il negozio, si viene completamente travolti dalla magia di mondi fantastici e dalla simpatia di personaggi che non possono non strappare un sorriso anche a chi non è più tanto piccolo; l’ambiente è piccolo, coloratissimo e stracolmo di ragazzi e ragazze giapponesi che fanno incetta di gadget dei loro personaggi preferiti, a testimonianza di quanto sia importante la cultura manga/anime in questo Paese e di quanto lo Studio Ghibli sia noto ed apprezzato!
Sulle note del tema di “Ponyo on the cliff by the sea”, l’ultimo lavoro (bellissimo!!) di Miyazaki, canzone che diventerà anche la colonna sonora del nostro viaggio, saccheggiamo letteralmente il negozio prima di tornare in hotel, a Tokyo, con il sorriso sulle labbra. Siamo talmente contenti della sorpresa fattaci da questo piccolo negozietto che passiamo la serata a guardare, Vicky per la prima volta, “Il mio vicino Totoro” attraverso il portatile che ci siamo portati come compagno di viaggio!

Comincia oggi la nostra avventura in giro per il Giappone; Tokyo ci è piaciuta, ci ha stancato (nel vero senso della parola!), ci ha lasciato a bocca aperta più di una volta ed ha cominciato a darci un’idea della cultura e della mentalità nipponica, però Tokyo non è specchio del Paese di cui è capitale. Vogliamo provare a cercare anche un Giappone diverso, per certi versi più vero, meno occidentalizzato, a volte nemmeno turistico, e per farlo prendiamo uno Shinkansen, un treno super-veloce, che ci porta fino ad Hiroshima. “Stiamo viaggiando a 287 km/h” è questo il messaggio che viene mostrato sul display luminoso a bordo della carrozza mentre fuori sfrecciano, paesini, risaie, colline coltivate a tè e, sulllo sfondo, il cono del Monte Fuji e le centinaia di kilometri che ci separano dalla tristemente famosa città vengono percorsi in un attimo! Decidiamo durante il viaggio di cambiare un po’ i nostri programmi rimandando a domani la visita alla città in modo da avere più tempo a disposizione per vivere meglio la nostra reale destinazione, Miyajima, una piccola isoletta poco lontano dalla città, nota per ospitare una delle attrazioni più ammirate e fotografate dell’intero paese: il tori galleggiante.
Per raggiungerla, una volta ad Hiroshima, dobbiamo prendere un trenino urbano fino a Miyajima-guchi e da lì, sempre utilizzando il JR Pass, il traghetto che in una decina di minuti consente l’accesso all’isoletta; facendoci largo fra turisti ed i cervi che scorrazzano liberamente (sono considerati messaggeri degli Dei, quindi a loro volta sacri), trasciniamo i nostri trolley lungo tutta la strada costiera, pedonale, cercando di non guardarci troppo in giro per non rovinarci la sorpresa. Oltre ad essere il primo giorno fuori da Tokyo, sarà anche la nostra prima notte in un ryokan, la trasposizione locale del nostro b&b; gestione familiare, quindi, poche camere e, soprattutto, tutto rigorosamente tradizionale: niente moquette a terra o piumoni dalle più strane fantasie floreali sul lettone, ma tatami a terra e futon per la notte!
Un edificio di tre piani, in stile occidentale, cemento a vista all’esterno, quasi una stonatura nel panorama circostante; è questa la prima impresione che ci fa il Jukei-so, il ryokan dove passeremo la notte. L’interno, invece, è una sorpresa! La stanza è molto ampia, il pavimento di legno emana un buon odore di bamboo, la vetrata guarda direttamente verso i templi della cittadina e, sorpresa nella sorpresa, abbiamo anche il bagno in camera (cosa strana per un ryokan). Rimandiamo alla serata l’emozione “di vivere da giapponese” per un giorno ed usciamo passeggiando fra cervi, eleganti stradine e vialetti che costeggiano un piccolo fiume che scende dai monti alle nostre spalle, ammirando il contrasto fra il verde dei salici piangenti, il rosso laccato dei templi e delle pagode e l’azzurro del cielo; ovviamente tutte le guide si dilungano sul complesso templare e sul tori, vere attrazioni di Miyajima, e dedicano poche parole agli altri templi ed alle pagode. È un vero peccato perché non appena mettiamo piede nel Padiglione Senjokanu, restiamo estasiati!
Il tempio si raggiunge salendo una ripida scalinata e, dall’altura su cui è costruito, domina tutto il centro cittadino; la struttura interamente di legno è aperta su tre dei quattro lati lasciando entrare il sole e la leggera brezza che si è alzata dal mare. Noi non facciamo nulla: camminiamo (siamo quasi soli ormai visto che la maggior parte dei turisti si accalca ormai ai traghetti che li riportano sulla terra ferma) senza scarpe, sulle assi di legno levigate dai passi di chi è passato prima di noi, risposiamo appoggiati ad una delle colonne che reggono il soffitto, ammiriamo ideogrammi, dipinti ed intarsi che ornano le travi del sottotetto, ammiriamo il paesaggio e… e respiriamo, mentre il tempo sembra essersi fermato, una pace ed una tranquillità uniche, tanto particolari che si trasformeranno in uno dei ricordi a cui siamo più affezionati!
Vera e propria “star” dell’isola è il Santuario Itsukushima, affascinante nella sua struttura di lacca rossa costruita su palafitte che lo sollevano sul mare, ed in modo particolare il tori, rosso anch’esso, che sembra galleggiare sulle acque ad un centinaio di metri di distanza dal tempio a cui appartiene; con la sera arriva anche la bassa marea e ne approfittiamo per camminare fino al tori, su sabbia bagnata e compatta, osservando il panorama dal punto di vista dei pesci ed assistendo incuriositi alla ricerca di molluschi da parte di un paio di anziani. Ma è quando il sole comincia ad essere basso sull’orizzonte ed il cielo si colora di rosa che quest’isolatta regala a chi ha saputo aspettare il miglior dono: il tori, adesso, offre davvero ai nostri obiettivi uno spettacolo di rara bellezza!
La via principale, vero e proprio mercato per turisti durante tutta la giornata, non appena cala il sole si spopola; anche i negozi ed i ristorantini chiudono i battenti lasciandoci praticamente soli; solo un localino, semi nascosto fra vetrine ed insegne, resta aperto e ne approfittiamo per la cena. “Potato moti”, “Octopus tempura” e “Soy beans”, cucinati tutti rigorosamente al momento, ci vengono serviti sul bancone di legno al quale siamo seduti, scalzi e su piccoli cuscini; qui non ci sono tavoli e sedie ma, semplicemente, in un ambiente semplice, completamente in legno, ci si accomoda per terra mangiando su bassi tavolini oppure, come noi, al bancone infilando le gambe nella scanalatura appositamente creata sotto di esso. Mangiamo benissimo (a posteriori possiamo dire che questa è stata la miglior cena dell’intero viaggio!) e, sazi, torniamo verso il nostro alloggio, fermandoci ad ammirare estasiati il tori, adesso illuminato, che si riflette sulle acque leggermente increspate del mare, così leggero nella sua possenza che davvero pare fluttuare sulle onde.

È qui che ci innamoriamo del Giappone.Viaggiare per noi significa anche (o soprattutto?!) cercare di capire quanto più a fondo possibile la vita quotidiana delle persone che ci ospitano nelle loro città e nella loro nazione; questo per noi si traduce anche nel provare a vivere come loro fanno quotidianamente.
È pe questo motivo che, a parte le grandi città, Tokyo e Kyoto, e le tappe “estemporanee” che abbiamo dovuto fare durante il nostro viaggio, abbiamo voluto evitare gli hotel preferendo sistemazioni alternative in modo da avvicinarci ancor di pù al normale stile di vita giapponese; qui nella Terra del Sol Levante questo vuol dire alloggiare in ryokan, strutture spesso a conduzione familiare che offrono pernottamento, quasi sempre in stanze, cena e colazione il tutto rigorosamente japanese-style. A differenza dei nostri b&b, però, c’è da stare parecchio attenti ai prezzi: molti ryokan sono più costosi di hotel di medio livello e spesso, vista la grande richiesta da parte di turisti e non, i prezzi vengono alzati ancor di più. Per la prenotazione ci siamo affidati completamente ad Internet utilizzando soprattutto il database della Japan Ryokan Association contattando poi, via email o telefono, direttamente ogni singola struttura di nostro interesse per chiedere un preventivo o per effettuare la prenotazione; pagamento sempre all’atto del check-out e sempre in contanti.
Andiamo per ordine però e cominciamo con gli alloggi utilizzati a Tokyo.
Abbiamo trascorso la prima notte nella capitale all’hotel Monterey La Soeur Ginza, buona struttura a pochi minuti a piedi dal cuore del quartiere commerciale; camera in stile occidentale spaziosa e pulita. Approfittando di una occasione trovata su Expedia, invece, gli altri pernottamenti all’hotel New Hankyu Tokyo, due altissime torri connesse da un tubo di vetro al trentesimo piano, con negozi ai piani bassi ed uffici in quelli centrali. Siamo sempre a Ginza, ci si mettono cinque minuti a piedi alla più vicina fermata della metropolitana e la camera è davvero uno spettacolo! Siamo al 33esimo piano in una stanza enorme con una finestra che guarda sulla città offrendo, la sera ed all’alba, una visuale mozzafiato su ponti e palazzi! Inoltre siamo a pochi minuti a piedi dal mercato del pesce cosa che non guasta visto che per vederlo al meglio bisogna puntare la sveglia la mattina presto.
Lasciata la grandezza di Tokyo, la piccola Miyajima ci offre tutto un altro spettacolo: alloggiamo in un ryokan, il Jukei-so, esteriormente poco allettante ma sorprendente una volta varcata la soglia della stanza: tatami ovunque, vetrata che guarda sui templi e le pagode del paese, bagno privato e vasca pubblica a disposizione!
Tutte le guide consultate ed i pareri di chi c’era già stato erano unanimi a riguardo: le stanze in Giappone sono piccolissime! Noi dobbiamo aspettare Kyoto per renderci conto di quanto queste raccomandazioni fossero vere; siamo al Gimmond Hotel e scopriamo che letto, scrivania e sedia di cortesia sono praticamente attaccati fra loro e trovare il posto per i nostri due trolley è davvero un’impresa! Ciononostante l’hotel non è male, se non altro per la colazione (americana!) inclusa nel costo della stanza e la connessione internet offerta gratuitamente in ogni stanza.
Fiore all’occhiello del nostro viaggio è stato il pernottamento al Rengejo-in a Koyasan, tempio buddista che offre ospitalità a fedeli e turisti. Stanza con pareti in carta di riso, tatami e futon, il tutto in una atmosfera di tranquillità e pace senza uguali! Certo, non ci si può aspettare la comodità di un grande hotel, i bagni sono in comune (divisi per uomini e donne) ma la grande vasca di acqua calda per il relax serale, il profumo del legno e delle stuoie di bamboo, il giardino zen interno ed i suoni della foresta in cui si è immersi è davvero un ricordo difficile da cancellare! Abbiamo effettuato la prenotazione attraverso i servizi di JapaneseGuestHouses.
L’estrema semplicità e la pulizia non impeccabile (cosa molto strana in Giappone!) condiziona molto invece il nostro giudizio sul Kaigetzu-inn, ryokan di Toba dove abbiamo trascorso la notte successiva; lo stile è quello giapponese con tatami e futon, ma la qualità è ben diversa da quelle provate precedentemente.
Dopo due notti di sogni in stile giappone torniamo al morbido ed accogliente letto occidentale al Comfort Inn di Gifu, vicino alla stazione della JR e comodissimo per riposare e vedere velocemente il centro della bella e tranquilla cittadina. Unico, piccolo, neo la connessione internet, gratuita e wireless, ma molto molto lenta…
L’Oyado Matsui è stato invece un vero e proprio salto nel buio! In occasione del festival tradizionale di Takayama, non c’erano camere disponibili già in giugno e l’unica opportunità, trovata attraverso l’ufficio del turismo locale con TakayamaRyokan, era questo piccolo oyado con bagni in comune e di cui non si hanno notizie particolari nemmeno in Internet; in realtà il pernottamento si è rivelato essere migliore rispetto a quello di Toba, in una stanza ampia ed in un ambiente gradevole. Certo, non ci si deve aspettare grande lusso ma tutto sommato non siamo stati poi tanto male!
Ultimo hotel, prenotato direttamente dal Giappone sempre via Expedia, è l’International Garden Hotel a Narita, una ventina di minuti dall’aeroporto internazionale e scelto in quanto garantisce la possibilità di connettersi ad internet e fornisce servizio gratuito e frequente di trasporto da e verso l’aeroporto stesso. Camera ottima, ampia e servizi eccellenti.Giappone = Sushi.
Verissimo, se si guarda la cucina nipponica da lontano, così come Germania = Wurstel e Crauti, Italia = Pizza o Spagna = Paella; ovviamente, in realtà, c’è tanto altro!
Se per forza si deve ridurre ad un’equazione un paese, allora il Giappone, più che sushi, direi che è “pesce”, in generale; è sicuramente questo l’alimento che, ancora prima del riso, è alla base di ogni pranzo, cena e colazione(!). I giapponesi amano qualsiasi cosa provenga dal mare, cruda o cotta, marinata o seccata, intera o a pezzettini; non troverete locale che non offre molluschi, tonno, pesciolini o crostacei siano fritti, bolliti, crudi, in zuppa o nel riso, in somma, un inferno per chi come me non solo non ama li pesce ma è addirittura vegetariano!
In verità le cose sono andate, fortunatamente, meglio del previsto.
La cucina di uno stato riflette profondamente la cultura del suo popolo e quella giapponese non è un’eccezione: la stessa chiusura all’importazione che caratterizza questo “universo con gli occhi a mandorla” si trasforma a tavola nell’utilizzo esclusivo di tutto quello che viene prodotto dall’agricoltura, pesca ed allevamento nazionali escludendo qualsiasi cosa provenga dall’estero; uniche eccezioni sono McDonald, Starbucks e qualche ristorante italiano (che comunque reinterpreta in chiave giapponese i nostri piatti). Questo però si traduce anche in una tutto sommato limitata varietà di gusti e di piatti tanto che più o meno tutti i vari ristoranti propongono gli stessi sapori e le stesse soluzioni gastronomiche.
Una volta superata la barriera di diffidenza verso il “non-italiano”, però, la cucina giapponese si è rivelata essere gustosa e per certi aspetti davvero invitante!
Se il riso è stato un po’ una delusione (piuttosto “colloso”… d’altraparte deve essere mangiato con le bacchette!), una piacevole sorpresa sono state le zuppe: brodo (di pesce ovviamente) con tagliolini e verdure miste, ma volendo anche con pesce, carne o uova; calde, abbondanti, veramente nutrienti tanto da non riuscire a finirle! Sono state i nostri piatti principali per più di una cena accompagnate poi a potato moti (crocchette di patate ripiene di formaggio… fantastiche), tempura (di verdure o di pesce), riso ovviamente e birra locale.
Non ci hanno entusiasmato moltissimo le palline di farina di riso cotte nella salsa di soia e servite come uno spiedino e nemmeno i dolcetti ripieni di fagioli dolci (fagioli?!), mentre ci ha piacevolmente sorpreso un’omelette ripiena di ramen (simili ai nostri spaghetti) e verdure mangiata a Takayama durante il festival.
Per quanto riguarda il bere, invece, è l’ultimo dei problemi: ad ogni angolo anche nel paesino più sperduto, ci sono distributori automatici di ogni tipo di bibita, alcune… che solo ai giapponesi possono piacere!Muoversi in Giappone si scrive “JR Pass” e si legge “Shinkansen”! Il modo migliore per visitare il paese è muoversi in treno utilizzando i tanto (a ragione) blasonati e famosi Bullet Train, treni proiettile, gli Shinkansen appunto; e per non spendere stipendi in biglietti e prenotazioni è assolutamente necessario procurarsi il JR Pass, l’abbonamento che consente di utilizzare tutti i treni della Japan Railways per 7, 14 o 21 giorni. Questo pass, dedicato esclusivamente ai turisti, non è in vendita in Giappone quindi va comprato in Italia prima della partenza attraverso una delle agenzie autorizzate alla rivendita (l’elenco è sul sito della JR); vi verrà inviato un voucher da cambiare nel vero e proprio pass una volta sul suolo nipponico. A questo punto non resta che prenotare gratuitamente di volta in volta il posto a sedere e guardare fuori dal finestrino il panorama sfrecciare ad oltre 280 km/h sicuri di arrivare a destinazione con non più di 10 secondi (SECONDI!!) di ritardo rispetto a quanto riportato sul tabellone degli orari!
Fuori dalla rete ad alta velocità, però, le cose cambiano e non poco. Su tratti secondari come da Osaka a Koyasan o per arrivare a Toba o a Takayama gli aerodinamici treni della linea Shinkansen lasciano il posto alle spigolose carrozze di treni locali, lenti e non certo confortevoli soprattutto quando ci si sposta con bagagli al seguito; anche qui la puntualità è però la regola, ma l’eccezione è contemplata: siamo probabilmente gli unici che possono vantarsi di aver provato l’ebbrezza di un “italianissimo” ritardo di oltre un’ora per problemi tecnici!
Unico mezzo utile e comodo per muoversi a Tokyo è la linea metropolitana con un’enormità di diverse linee e stazioni gigantesche. Così come per la rete ferroviaria, però, bisogna fare attenzione a cosa si prende in quando la liberalizzazione del mercato ha portato ad avere più di un società che gestisce questa o quella linea con abbonamenti e biglietti diversi! Il JR Pass permette di utilizzare la linea metropolitana della JR appunto, poi conviene fare un abbonamento giornaliero con la Tokyo Metro Line in modo da garantirsi il movimento in tutta la città escludendo la Toei Line che, tutto sommato, ai fini turistici non è strettamente necessaria.
Lo stesso discorso vale per Kyoto dove le linee metropolitane sono solo due quindi non creano particolari prolemi, ma i gestori del trasporto di superficie sono invece molteplici; così come per Hiroshima e Gifu nonché per le cittadine più piccole, infatti, il bus è il mezzo più comodo per non consumare inutilmente le suole delle scarpe in lunghi spostamenti da un punto all’altro. In particolare a Kyoto, poi, abbiamo trovato utile l’abbonamento giornaliero vendutoci direttamente in hotel per 4-5 € che consente di spostarsi senza ulteriore spesa per la città… ovviamente solo sulle linee della compagnia giusta (insieme all’abbonamento viene fornita anche la mappa delle possibili linee utilizzabili).
Per il resto… buona camminata!

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