L’Hanami in Giappone

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L’Hanami in Giappone

 

Che cosa rappresenta l’Hanami (fioritura dei ciliegi o, per meglio dire, la contemplazione della fioritura dei ciliegi ) per i Giapponesi? E’ una domanda alla quale è difficilissimo dare una risposta perché probabilmente solo un Giapponese lo può capire fino in fondo. Al turista straniero assetato di sapere ma pronto a bersi qualsiasi cosa, si potrebbe dire che è un simbolo di rinascita. Tuttavia è decisamente riduttivo fare una affermazione del genere: il ciliegio è simbolo di felicità, ma la sua fioritura è anche simbolo della precarietà e della evanescenza della bellezza terrena.
Il loro profondo amore per la natura e per tutto ciò che è bello, non basta a spiegare l’entusiastica partecipazione a questo meraviglioso ciclo della natura. Durante l’Hanami è difficilissimo trovare alloggio nelle città tradizionalmente più famose per la fioritura, tutti accorrono per godere della grande festa della contemplazione.
Gli stranieri non possono che fare da osservatori esterni e rassegnarsi a rendersi conto che non potranno mai partecipare attivamente se non entrando nel loro mondo e nella loro cultura così poco permeabile alla comprensione da parte di chi viene da fuori.
Alla fine, se sei uno straniero, capisci che non puoi capire e già questo è un passo avanti!

QUANDO
Il nostro dubbio sul momento migliore per andare in Giappone era diviso tra due periodi: quello appunto della fioritura dei ciliegi e l’autunno, quando la natura si dipinge di tutti i colori dell’arcobaleno. Alla fine abbiamo optato per la prima, con la promessa che prima o poi anche l’autunno ci vedrà accorrere in Giappone.
Il problema della fioritura è che si tratta di un ciclo relativamente rapido, circa 15 giorni. Dunque si deve combattere tra il problema di prenotare in anticipo e indovinare il periodo migliore, dato che il ciclo è ovviamente influenzato dal clima e il periodo può essere diverso a seconda delle annate. Esiste un sito dedicato alle previsioni di tale fenomeno attraverso il Paese e non è certamente un sito nato per soddisfare i turisti stranieri! Errori grossolani possono essere motivo di licenziamento dei responsabili, tanto per dare una idea dell’importanza della cosa. Una cosa del genere è successa nel 2007: l’errore è stato di un paio di giorni, e i responsabili sono stati rimossi dal loro incarico.
Per chi volesse seguire le previsioni, senza entrare nel dettaglio del giorno preciso, una bella mappa del periodo medio si trova su www.gojapan.about.com sezione climate. Su questo sito si trovano anche molte altre informazioni utili a chi vuole organizzare il viaggio.
Alla fine, nel tentativo di cadere comunque dentro al periodo, abbiamo optato per il periodo 27 marzo - 12 aprile e devo dire che ci è andata benissimo: abbiamo beccato il periodo di massima fioritura proprio a Kyoto, una delle città più belle dove osservare il fenomeno.

NOTE PRATICHE PER IL VIAGGIO IN GIAPPONE (E ALCUNE CURIOSITA’!)
Chiriamo subito una cosa: il Giappone ha fama di essere un Paese carissimo, ma questo è un mito da sfatare: si riesce a visitare il Paese con un budget che non è necessariamente più alto di quello necessario per altri Paesi Occidentali, basta solo pianificare il viaggio con un po’ di attenzione.
Il problema principale potrebbe essere costituito dall’alloggio, soprattutto a Tokyo. Accanto però ai grandi e lussuosi alberghi ci sono anche delle Guesthouse e dei Bed & Breakfast che sono sempre dubbio abbordabili, senza dover per forza ricorrere agli ostelli. Per quel che riguarda invece il vitto, questa è senza dubbio la sorpresa più piacevole: se vi piace il sushi, i sushi bar hanno prezzi praticamente simili alle nostre pizzerie. Anche i ristoranti, esclusi ovviamente quelli più lussuosi che ci sono qui come altrove, hanno prezzi allineati con quelli di altri Paesi Occidentali.
Pensare che in Giappone si mangi solo Sushi è come pensare che in Italia si mangi solo pizza! Benchè il sushi sia diffusissimo e presente dappertutto, esistono varie alternative. Molte zuppe, per esempio si avvicinano ai gusti degli occidentali e sono estremamente popolari tra i viaggiatori anche perché hanno sempre prezzi modici. Il formaggio è inesistente: quello che a volte può sembrare formaggio in realtà è tofu, molto spesso insipido. Contrariamente all’Italia, la carne tende ad essere più cara del pesce.
Molti ristoranti non hanno il menù in Inglese ma il problema si supera facilmente: quasi tutti espongono dei bellissimi piatti in plastica come modello che riproducono assolutamente fedelmente la pietanza. Basta indicare quello che si vuole e tutte le barriere linguistiche sono superate!
Il terzo problema da risolvere sono i trasporti: se il visitatore intende visitare le città principali, può senza dubbio usare i fantastici treni pallottola. Il biglietto singolo è caro, ma esistono per i visitatori stranieri delle formule scontate davvero convenienti. E’ il caso del Japan Rail Pass, un abbonamento da acquistare prima della partenza dall’Italia.
Attenzione a quando si passeggia per le città, perché le biciclette in Giappone non circolano per le strade ma sui marciapiedi!
Il Paese è pulitissimo e non si deve gettare nulla per terra, neppure i mozziconi di sigaretta: tra l’altro è proibito fumare in molte città: anche all’aperto è consentito solo negli appositi angoli fumatori.
Se i Giapponesi vi vedono gettare mozziconi o carte per terra è probabile che non vi dicano niente, ma susciterete la loro forte riprovazione. Inutile dire che è maleducatissimo non mettersi in fila, spingere, e compiere varie furbate di questo genere. Usare le suonerie dei cellulari sui treni e in luoghi pubblici è proibito: vedrete tutti i locali usarli, ma sempre in modalità silenziosa: chi deve parlare al telefono in treno va in angoli apposti, in metropolitana non si telefona e basta.
Il Giappone è uno dei paesi più sismici del mondo e tutti sono sempre preparati ad affrontare anche le scosse più devastanti. In Giappone quando c'è un terremoto compare ISTANTANEAMENTE su tutte le televisioni un messaggio automatico in tempo reale che informa dell'intensità, della zona colpita e se c'è il rischio di uno tsunami.
Tutte le multinazionali con sede a Tokyo hanno già pronti degli uffici tampone sparsi per il Giappone, perchè a Tokyo si è pronti per un terremoto devastante come nel 1923 (causò 140.000 morti, ma certamente allora non c’erano le conoscenze di ora): avere degli uffici e stabilimenti già pronti in altre aree eviterebbe gravi ripercussioni sull’economia non solo giapponese ma anche mondiale.
A proposito di aziende: in Giappone le aziende pagano circa la metà delle spese sostenute dai dipendenti per recarsi al lavoro. Non esiste la figura del medico fiscale, perché nessun Giapponese si sognerebbe di stare a casa fingendo di stare male. Si lavora molto e spesso i dipendenti “sposano” la causa dell’azienda (questo almeno non è uno stereotipo!). A causa dei lunghi orari di lavoro, treni e metropolitane sono spesso usati per mangiare e dormire. I bambini usano i mezzi pubblici da soli, senza paura, la delinquenza è quasi inesistente. Vengono anche da subito abituati ad essere indipendenti: nelle scuole non esiste la figura del bidello, dopo le lezioni, prima di tornare a casa, bambini, studenti e insegnanti puliscono insieme la scuola.

La fioritura dei ciliegi è di per se un motivo sufficiente per visitare questo straordinario paese. Tuttavia, al di là dell’importanza dei monumenti storici e della bellezza dei paesaggi, il continuo confronto tra la nostra e la loro cultura, costituisce uno stimolo per imparare a capire quanto sia meravigliosa la diversità anche culturale tra le genti che popolano il mondo.
Essendo la differenza profonda e ben percepibile, è forse normale che siano tanti gli stereotipi dai quali noi tutti siamo condizionati: giusti o sbagliati che siano, venire a contatto con questo mondo così diverso è una esperienza che arricchisce come poche. Il Giappone è un Paese occidentale, ma diverso da tutti i Paesi Occidentali, è un Paese Asiatico, ma diverso da tutti gli altri Paesi Asiatici. Il Giappone è un mondo a sè stante.

Itinerario

27 marzo 2009, venerdì
Mia moglie è estremamente eccitata, perché sta per coronare il suo sogno: fin da bambina, quando guardava affascinata i cartoni manga (chi, tra coloro cha hanno superato gli “anta” non ricorda Goldrake o Gundam?) sognava un giorno di visitare il Giappone. In attesa di poterlo fare, ha prestato particolare attenzione a tutto ciò che proveniva dal Sol Levante, in particolar modo alla letteratura: nella sua libreria non mancano i libri di Banana Yoshimoto, Yasunary Kawabata e numerosi altri autori del Sol levante, non sempre così facili da affrontare per noi lettori occidentali.
Ora finalmente il suo sogno si avvera e non sta davvero nella pelle al pensiero che tra poche ore sarà in Giappone. Quasi a ricompensare il suo entusiasmo, una fortuna insperata: l’aereo che parte da Francoforte è pieno e, a causa dell’overbooking nella tratta Francoforte - Tokyo, veniamo spostati in Business Class. Ovviamente lei non perde l’occasione per dirmi che porta bene andare in Giappone e, nonostante la comodità del posto, non chiude quasi occhio per tutta la durata del viaggio: non so se a causa della agognata destinazione o perché vuole godersi le comodità!

28 marzo, sabato
Arriviamo al Narita Airport che sta piovigginando. Dall’aereoporto per arrivare al centro della città c’è un servizio ferroviario con treni che partono ogni mezz’ora: arrivare alla piattaforma di partenza e fare il biglietto è facilissimo, quindi nel giro di un’ora dall’arrivo siamo già sul treno che ci porterà in città. Il treno attraversa una vasta zona di campagna con qualche isolata fattoria qua e là, prima di cominciare ad entrare nella sterminata periferia della capitale.
Arriviamo alla stazione centrale Tokyo e, benchè la stazione sia enorme, i nostri timori sulla difficoltà che avremmo potuto trovare con la lingua e le indicazioni si dissolvono come neve al sole: intendiamoci, non è che tutto sia facile e intuitivo, le difficoltà ci sono, ma la grande disponibilità delle persone, che sarà una costante nel corso del nostro viaggio, compensa i problemi di comprensione della lingua. Il giapponese medio non parla l’Inglese e molto spesso, se lo parla, lo parla malissimo. A questo si aggiunge il fatto che, soprattutto nelle biglietterie automatiche della metropolitana, le scritte sono solo in Giapponese. A questo eravamo preparati ma speravamo segretamente che qualcosa fosse miracolosamente cambiato nel giro di pochi giorni! Niente di tutto ciò! Tuttavia ci armiamo di pazienza,cerchiamo di decifrare gli ideogrammi delle stazioni, confrontandoli con quelli della nostra cartina del metro e affrontiamo la macchinetta sputa biglietti, che si rivela amica. Siamo anche rincuorati dal fatto che abbiamo letto che nel dubbio conviene sempre fare il biglietto che costa meno e pagare la differenza all’uscita. I Giapponesi non concepiscono l’idea che uno faccia il furbo, dunque se c’è da pagare un conguaglio non ci sono mai multe o sovraprezzi. In caso di difficoltà, ad ogni stazione di entrata e uscita, c’è un volenteroso addetto che, il più delle volte parlando solo in Giapponese e inchinandosi continuamente in segno di scusa, si premura di toglierti dai guai!
A complicare ulteriormente la faccenda, bisogna dire che i gestori delle tratte metropolitane sono più di uno, per cui i biglietti potrebbero essere diversi. Ovvero, per andare in una zona diversa della città potrebbe essere necessario fare due biglietti! Ma non bisogna perdersi d’animo, gli addetti ai cancelli di uscita sono sempre pronti ad aiutare.
Prima di ripartire dalla stazione centrale, decidiamo di andare a ritirare il Japan rail Pass, cambiando il voucher che abbiamo ricevuto prima di partire. Scopriamo così che esiste anche una tessera magnetica prepagata per la metropolitana che permette di evitare di fare i biglietti di volta in volta. Si chiama Suica e ne approfittiamo subito per acquistarla perché al di là del risparmio è estremamente comoda: con la tessera si evita il fastidio di comprare ogni singolo biglietto e si può usufruire anche di altri diversi servizi all’interno delle stazioni, come ad esempio le bibite dei distributori automatici. Basta appoggiare la tessera al lettore magnetico all’uscita della stazione (o inserirla nelle feritorie del distributore bibite) perché automaticamente venga detratta la cifra esatta. La tessera è poi ricaricabile in biglietteria.
Ritirato questo pass andiamo a fare i biglietti singoli per i treni, visto che abbiamo già preparato il nostro programma. Il japan rail pass, va infatti integrato con il biglietto singolo, se si vuole avere il posto prenotato: alcuni treni hanno anche carrozze per posti non prenotati, ma la prenotazione non costa nulla. Alla biglietteria troviamo una giovane ragazza estremamente gentile che ci stupisce per la rapidità con cui sfiora il touch screen: noi abbiamo preparato il foglietto con numeri e orari dei treni e lei in pochi secondi li trasforma in altrettanti biglietti!
Per questa prima giornata a Tokyo abbiamo scelto di provare uno degli alberghi grattacielo di Tokyo, l’hotel Shiba Park. Dunque usiamo i biglietti acquistati per la metropolitana, che saranno anche gli ultimi perché per il resto del soggiorno a Tokyo ci serviremo della carta prepagata Suica. L’hotel è a sole tre fermate di distanza dalla stazione centrale, centralissimo.
Inutile dire che è lussuoso e ipertecnologico. Indugiamo ad osservare alcune stranezze: una torcia elettrica sulla testa del letto, chiaro segnale che il Paese è sempre pronto ad affrontare forti scosse di terremoto e, in bagno, un incredibile WC con una consolle da astronave: tra i comandi, il riscaldamento ciambella, il deodorante, il getto per lavarsi le terga, la regolazione forza del getto… Ci sarà da divertirsi!
Passiamo il nostro primo giorno passeggiando per i quartiere di Ginza, da sempre il quartiere centrale dello shopping, uno dei più eleganti di Tokyo. Siamo frastornati dal viaggio e dalla confusione, ma soprattutto mia moglie è al settimo cielo, nonostante la stanchezza, e si vede! Sembra una volpe nel pollaio.
Notiamo subito come molti portino una mascherina. Contrariamente a quello che si pensa qui da noi, ovvero che lo facciano per l’inquinamento, la mascherina serve a tutt’altra cosa: in Giappone soffiarsi il naso è considerato altamente disdicevole, un po’ come potrebbe essere da noi fare il ruttino in pubblico. Per questo motivo, si sente spesso tirare su con il naso (da noi è questo ad essere disdicevole!) e la mascherina serve tra l’altro anche per evitare di contagiare le altre persone!
Dunque attenzione, se andate in Giappone evitate di soffiarvi il naso in pubblico, possibilmente.
Cena in un piccolo ristorantino di Ginza, costo circa 25 Euro a testa per sushi, sashimi e birra giapponese.

29 marzo, domenica
Il tempo è ancora un po’ nuvoloso e decidiamo di andare a visitare il Palazzo Imperiale. Si visita solo la parte esterna, visto che a palazzo vive ancora l’Imperatore, ma già nello splendido parco che lo circonda veniamo a contatto con l’amore dei Giapponesi per i giardini. Il parco è affollato di visitatori e viviamo con divertimento il nostro primo contatto con i locali e il loro modo di concepire la fotografia: benchè il Paese sia il paradiso del materiale fotografico, quasi nessuno ha macchine professionali, ma sono tutti dotati di piccole compatte con le quali si fotografano davanti ai monumenti, quasi sempre alzando le due dita della mano destra a “V”. C’è anche un fotografo a pagamento, per le comitive, e lavora incessantemente, impartendo ordini perentori ai clienti i quali obbediscono senza discutere! Una foto ricordo è una questione estremamente seria da queste parti, non va presa sottogamba!
Visto che è domenica, ci spostiamo poi al tempio Meiji, con l’intenzione di vedere i Goth Kids, che, stando alle indicazioni della nostra guida, sostano nella zona esterna al giardino del tempio per farsi vedere e fotografare. I goth Kids sono ragazzi che vivono molto spesso nelle periferie di Tokyo, e vivono i loro momenti di gloria esibendosi con abbigliamenti stranissimi e trucchi pesanti. C’è infatti molta curiosità intorno a loro, ma tutto sommato devo dire che lo spettacolo che ci attenderà all’interno del tempio sarà molto più interessante.
Il tempio Meiji è piuttosto recente ed è dedicato appunto all’imperatore Meiji, vissuto a metà dell’ottocento. Chi ha visto il film l’ultimo imperatore ricorderà l’imperatore giovanissimo che incontra l’ultimo Samurai e Tom Cruise: è proprio lui! Questo imperatore è una figura chiave nella storia del Giappone, perché è colui che ha guidato il Paese al di fuori dal medioevo e ne ha sancito di fatto la fine dell’isolamento dal resto del mondo.
Il tempio non è interessantissimo dal punto di vista artistico, ma è circondato da un meraviglioso giardino alberato e ci da modo di assistere ad una serie di matrimoni! Passiamo praticamente tutto il pomeriggio ad ammirare spose e sposi nel vestito tradizionale, ma non solo: anche molte invitate vestono dei meravigliosi kimono che, a seconda del taglio, fanno riconoscere ad un occhio esperto (e mia moglie, con la sua passione per il Giappone, lo è!) se si tratta di una donna nubile o sposata.
Le donne nubili, per esempio, vestono di solito il kimono furisode, dalle ampie maniche, le donne sposate il tomesode dalle maniche più strette (tomesode significa “trattenere le maniche” ed originariamente era nato per creare meno problemi alle donne sposate impegnate in faccende domestiche).
La cerimonia nuziale, qui di rito shintoista, prevede una piccola processione esterna dei celebranti, in costume tradizionale, assieme agli sposi, e da spunto per parecchie foto.
Va fatta una considerazione importante sull’approccio dei Giapponesi verso la religione che, per il nostro metro di misura, appare quantomeno disinvolto. Può capitare che una persona si sposi secondo il rito shintoista, semplicemente perché lo preferisce e abbia poi un funerale buddista! Addirittura molte spose scelgono il rito cristiano perché piace loro l’idea di vestire con un abito bianco di taglio occidentale! Più che la religione in Giappone conta una serie di regole morali e comportamentali ai quali tutti si attengono. Un comportamento riprovevole e dannoso per la società viene fortemente stigmatizzato ed è fonte di vergogna. Dunque il vivere in armonia con il resto della società conta di più dei riti religiosi praticati.
Usciti dal parco del tempio, ci imbattiamo in un mini mercatino che vende vestiti usati e mia moglie ne approfitta per acquistare uno splendido kimono bianco con disegni di gru e fiori. I kimono in seta sono generalmente costosissimi, per questo è consigliabile acquistarli di seconda mano: i prezzi possono essere anche più bassi del 90% rispetto al valore originale. Infatti noi ce la caviamo con circa 150 Euro, mentre è raro che un kimono in seta nuovo, se di buona fattura, costi meno di 1000 Euro!
Dopo cena in uno dei numerosissimi ristoranti del centro andiamo alla Tokyo Tower, forse il posto migliore per fotografare Tokyo by night, dall’alto. La torre ha una vaga somiglianza con la torre Eiffel, il solito ristorante e la solita terazza girevole in cima! La vista notturna su Tokyo una delle maggiori metropoli del mondo, è comunque impagabile.

30 marzo, lunedì
Stamattina sveglia alle 4.30 perché vogliamo andare a vedere l’asta del pesce al più grande mercato del pesce del mondo, il Tsukiji. Occorre arrivare prestissimo e noi non ci facciamo pregare: alle 5.05 siamo di fronte all’ingresso della metropolitana, pronti per prendere il primo treno. Alle 5.30 siamo già dentro al mercato, ma è talmente grande e senza indicazioni che ci guardiamo in giro perplessi: ci sono un mucchio di capannoni, quale sarà quello giusto? Una ragazza australiana ci chiede informazioni, decidiamo allora di unire le forze per cercarlo insieme, senza perderci di vista. Lo trovo io, e faccio cenno a mia moglie e alla ragazza australiana di raggiungermi. Ci sono già almeno una cinquantina di persone dentro, visitatori che, grazie probabilment al sempre crescente afflusso, vengono tenuti dietro ad una transenna per non disturbare. Lo spettacolo è interessantissimo: i tonni, che vengono praticamente quasi surgelati appena pescati per preservarne la freschezza, vengono analizzati con occhio esperto dagli acquirenti che, con l’aiuto di una piccola torcia, controllano il colore delle carni. In un mondo altamente tecnologico, qui tutto continua ad essere come era un tempo: quando il venditore apre la vendita, si sentono urla continue e si vedono mani che si alzano in una apparente confusione senza capo né coda. Una vera e propria borsa del pesce! Il venditore annota il nome dell’acquirente e degli inservienti lo scrivono con una speciale vernice sul tonno. La consegna verrà fatta alla fine del mercato, che termina intorno alle 6.15. Uno spettacolo davvero da non perdere!
Tentiamo una visita anche al mercato al dettaglio, pure molto interessante, ma dopo un’oretta dobbiamo rinunciare perché il posto sta diventando molto affollato e sempre più spesso rischiamo di essere travolti dai carrelli che trasportano il pesce. Il mercato sta diventando troppo frenetico per i nostri gusti, d’altra parte è talmente grande che tra un capannone e l’altro c’è pure un vigile che dirige il traffico dei carrelli! Capiamo finalmente perché è il più grande del mondo!
Il popolo del Sol Levante è il più grande consumatore mondiale di pesce (sarà per questo che sono anche i più longevi al mondo?): il 5% della popolazione mondiale consuma quasi il 15% del pescato mondiale, e il 30% del tonno!
Consiglio dunque di visitare questo straordinario mercato prestissimo, perdersi l’asta dei tonni sarebbe un vero peccato.
Torniamo in albergo per la colazione e poi usciamo per il parco Ueno, a quanto pare uno dei posti migliori di Tokyo per ammirare i ciliegi in fiore. Appena arrivati ci rendiamo conto che è proprio così! Tutti i viali sono ornati di meravigliosi ciliegi nel pieno della fioritura e non c’è un solo centimetro quadrato libero al di sotto di essi! I locali hanno steso teli, cartoni, coperte, in una cacofonia di calori in aperto contrasto con la meravigliosa uniformità di bianco e rosa dei rami in fiore. Ma questi improvvisati “campeggi” servono a delimitare le aree dove gruppi di amici si riuniscono a chiacchierare, ridere, bere e mangiare per godersi la fioritura. Tutto rigorosamente all’ombra degli alberi. Visitiamo i templi nelle vicinanze. Il Gojo, con le sue belle volpi in pietra, il Tosho- do, purtroppo parzialmente in restauro ma comunque con una notevole schiera di lanterne in bronzo.
Nel parco, divenuto affollatissimo dopo le 12.00, ci sono una sfilza di bancarelle che cucinano soprattutto pesce e ne approfittiamo anche noi per pranzare lì. Mangiamo seppie ai ferri, spendendo 1000 yen, l’equivalente di circa 8 Euro! Sarebbe questo il Paese più caro del mondo?
Nel pomeriggio visita ad un altro tempio importantissimo e davvero coreografico, il Senso-ji nella zona di Asakusa, un tempio molto amato dai Giapponesi.
Torniamo in centro per la cena e ci infiliamo in un classico sushi-bar. I sushi bar si riveleranno essere i nostri posti preferiti per mangiare. Ci si siede intorno ad un bancone, dove girano, su un nastro trasportatore, dei piattini con diversi tipi di sushi, preparati da cuochi perfettamente in vista all’interno del bancone stesso. Dei rubinetti distribuiscono il te verde, che è gratuito come pure la salsa di soia e lo zenzero in salamoia, delizioso. Se si vuole bere altro lo si ordina ai solerti camerieri che aspettano solo un cenno dagli avventori. Al termine della cena, i camerieri contano i piattini in fianco al proprio posto e il conto è presto fatto. Ogni piattino costa in media 1 Euro ed è molto difficile che uno riesca a consumarne 10. Dunque nel sushi bar raramente si arriva a spendere più di 12-15 Euro a testa, un po’ come nelle nostre pizzerie, con la differenza che si mangia pesce freschissimo!

31 marzo, martedì
Il giorno dopo torniamo a Ueno, perché il museo nazionale che volevamo visitare era chiuso il giorno prima: il nostro obiettivo principale erano le armature dei samurai, le loro meravigliose spade in acciaio decorate, e kimono di pregevolissima fattura e valore inestimabile. Ne usciamo con gli occhi che luccicano, dopo aver gustato tanta bellezza. Per la verità il museo propone anche altri oggetti pregevoli e vale davvero la visita.
Visto che non è molto lontano ne approfittiamo per visitare anche il cimitero Yanaka, dell’omonimo quartiere, dove sopravvivono, soffocate da enormi palazzi, alcune tra le ultime case tradizionali in legno di Tokyo. Ovviamente il contrasto tra antico e moderno è fortissimo, ma forse anche per questo il quartiere si rivela estremamente interessante. Nel cimitero scopriamo che, davanti ai ciliegi in fiore, nulla può fermare i Nipponici: all’ombra di un paio di alberi, gruppi di locali riuniti in allegria, noncuranti di tombe e lapidi, si godono gli alberi in fiore e sorridono festanti davanti agli stranieri (noi!) che li immortalano! I Giapponesi non hanno in genere nessun problema a farsi fotografare e somigliano in questo più agli altri popoli asiatici che non ai popoli occidentali. Anzi, se uno li vuole fotografare dovrebbe farlo di sorpresa, perché appena si accorgono alzano immancabilmente le dita a V in segno di saluto. Immortalarli in questa posa, non è esattamente il nostro concetto di fotografia “etnica” ma è certamente il loro modo di concepire la foto in posa!
Passiamo il resto del primo pomeriggio passeggiando per la città, per poi rientrare in albergo giusto per ritirare i bagagli e ripartire per la stazione di Asakusa dove prenderemo il treno delle 16.50 per Nikko.
Quello che prendiamo non è un treno pallottola ma, pur nella sua normalità, non manca di stupire noi Italiani, abituati a ben altri standard, per puntualità e pulizia. Ma parlerò dei treni più avanti.
Arriviamo a Nikko alle 19.21 e troviamo ad aspettarci alla stazione un minuto vecchietto che è il proprietario del Bed & breakfast che abbiamo prenotato www.3ocn.ne.jp/~garr//Rindou.html: si rivelerà essere la sistemazione più economica di tutto il nostro viaggio e, per molti aspetti, anche la più tipica e soddisfacente. Il vecchietto ci aiuta a caricare il bagaglio nel furgoncino e copriamo in pochi minuti il paio di kilometri che separa la sua casa dalla stazione. Non sa più di 50 parole in Inglese ma con il linguaggio dei gesti non abbiamo nessun problema a capirci.
Abbiamo prenotato anche la cena a casa sua, scelta che si dimostrerà azzeccata. Mangiamo in una stanza con porte scorrevoli fusuma in carta di riso, con muri decorati da vecchie stampe e su di un tipico tavolino basso giapponese. Ovviamente solo specialità giapponesi, serviti dal vecchietto e disposte secondo una perfetta simmetria tutt’altro che casuale.
Anche la nostra camera è inequivocabilmente in stile giapponese, piccola, con i futon arrotolati per terra che una volta aperti occupano quasi tutto lo spazio a disposizione. Appoggiati ad una sedia due morbidi yukata (informali kimono di cotone estivi) che indossiamo senza indugio. Un bagno ristoratore nel tipico bagno, dove ci si siede su di uno sgabello per lavarsi è una degna conclusione della nostra serata giapponese in famiglia!
Costo del B&b: 35 Euro per camera doppia con colazione, cena 15 Euro.

1 aprile, mercoledì
La giornata è dedicata alla visita del sito storico di Nikko, imperdibile per chi arriva in questo Paese per la prima volta. Ma prima dobbiamo affrontare la tipica colazione giapponese. Devo dire che per noi questa è stata l’unica difficoltà che abbiamo avuto: abbiamo apprezzato tantissimo la cucina tipica locale (anche perché nessuno di noi due è tipo da andare a cercare la cucina italiana all’estero), ma la colazione è effettivamente difficile da affrontare: ci sono zuppe, pesce salato, tofu, tutta una serie di pietanze dai gusti molto forti che mal si sposano con il nostro concetto di colazione. Mangiamo tuttavia quasi tutto (ma il pesce salato, mi dispiace, no!) e chiediamo per la mattinata successiva la colazione continentale (ci è stata data la possibilità di scegliere e ne approfittiamo).
Una passeggiata di mezz’ora ci porta allo straordinario sito storico di Nikko, uno dei tanti siti giapponesi patrimonio dell’umanità. Porta d’accesso è il ponte Shinkyo, laccato di rosso, costruito nel 1636 e distrutto da una inondazione nel XIX secolo. L’attuale è una ricostruzione fedele ed è transitabile pagando un biglietto. Non sto a dilungarmi sulle numerose attrattive del sito, con i templi nascosti da una meravigliosa foresta di cedri. Mi limito a dire che per visitarlo occorre come minimo una giornata, volendo anche di più. Sul frontone della stalla di uno dei templi una curiosa decorazione: le tre scimmietta non vedo, non sento, non parlo. Pare che la tradizione delle tre scimmiette, conosciute in tutto il mondo, sia partita proprio da qui, da Nikko.
Nikko è comunque popolare tra i Giapponesi perché è il luogo scelto da Ieyasu Tokugawa come suo mausoleo. Ieyasu è considerato un vero e proprio eroe nazionale e fu colui che nel 1600 riunì i vari regni del Giappone in una unica nazione, capostipite della dinasti dei Tokugawa, che regneranno sul Giappone praticamente fino alla restaurazione Meiji (il famoso imperatore di cui parlavo prima).
Durante questo periodo il Giappone si isolò ancora di più dal mondo esterno, tanto è vero che solo ad alcune navi straniere era permesso entrare nel solo porto di Nagasaki, sotto strettissima sorveglianza. La scarsissima informazione filtrata da questo mondo sconosciuto per l’Occidente, contribuirà ad alimentare il mito dei samurai e della società feudale giapponese, fatta di tradizione e rifiuto della modernità (che in parte ha lasciato ancora il segno ai giorni nostri).
Basti pensare che il Giappone ha subito la prima invasione straniera della sua storia nel 1945, ad opera delle forze statunitensi. Prima di allora solo i Mongoli ci erano arrivati vicino, per ben due volte a distanza di pochi decenni, nell’era immediatamente precedente la dinastia dei Tokugawa. Entrambe le volte, però, quando erano ad un passo dallo sbarco, la loro flotta fu spazzata via da una tempesta. I Giapponesi chiamarono quelle tempeste kamikaze, ovvero “vento divino”, un vento che aveva difeso i confini della patria dall’invasione straniera. Lo stesso nome che fu poi attribuito ai piloti suicidi della seconda guerra mondiale con un significato tutt’altro che allegorico. Quei piloti avrebbero dovuto essere il vento divino che spazzava via le forze nemiche, costringendole ad allontanarsi dal suolo patrio. Ma le cose andarono diversamente, questa volta.
La giornata è purtroppo guastata dal brutto tempo, ma vola ugualmente, tra la visita dei numerosi templi del complesso. Rientriamo al b&b e decidiamo di provare un ristorante in città. Ordiniamo sushi e sashimi, ottimi e abbondanti e spendiamo circa 15 Euro a testa. All’uscita dal ristorante, comincia addirittura a nevicare! Fortunatamente, dopo un po’ si trasforma in pioggia ma la temperatura è comunque piuttosto bassa.

2 aprile giovedì
Partiamo da Nikko con il treno delle 8.48 e, dopo due cambi arriviamo a Tokyo, dove prendiamo il Nozomi N 700 (finalmente, i famigerati treni pallottola) delle 12.10. Percorriamo i 513 chilometri che ci separano da Kyoto in 2 ore e 18 minuti, fermate comprese, e arriviamo a Kyoto, ovviamente in perfetto orario, alle 14.28. Un rapido calcolo ed ecco la velocità media: circa 225 chilometri orari, pur con tre fermate!
In realtà il treno tocca punte di 300 chilometri orari e, dato del 2007, i treni superveloci Shinkansen, hanno accumulato in media 7 secondi di ritardo. 7 Secondi! Qui da noi sarebbe un successo se accumulassero 7 minuti di ritardo in media! L’organizzazione è semplicemente fantastica, da provare. Il biglietto indica carrozza e posto, e il marciapiede delle stazioni è di fatto un marciapiede parlante, nel senso che speciali tacche colorate a seconda del tipo di treno indicano chiaramente il punto esatto dove ci sarà la porta di ingresso del tal vagone. Le persone fanno una fila ordinata in attesa e, se il treno è alle 12.10 (è indicato l’orario di arrivo in stazione) state pur certi che alle 12.09 e 50 secondi il treno spunta in stazione.
All’interno un mondo tutto da scoprire: i comodi sedili tipo aereo hanno il tavolinetto ripiegabile che si può usare per mangiare (usanza molto frequente tra i locali che usano il treno come “pausa pranzo”: le stazioni pullulano infatti di chioschi che vendono cestini di cibo monoporzione: ci siamo adeguati anche noi, per lasciare più tempo alle visite). Sul retro del tavolinetto c’è la disposizione delle carrozze del treno, con i vari servizi, e da qui scopriamo che esiste anche una carrozza del silenzio, dedicata a chi vuol dormire… ma le nostre sarebbero rumorose? Non si sente una mosca volare! I trilli dei cellulari sono banditi ovunque (che soddisfazione!) e chi vuol telefonare ha degli spazi appositi in fondo alla carrozza, dove non disturba nessuno.
Per chi vuole dormire, c’è una apposita feritoria dove appoggiare il biglietto: quando il controllore, che ogni volta che entra nella carrozza si inchina davanti a tutti in segno di saluto, lo verificherà, inserirà i dati sul suo taccuino elettronico, in modo tale che al prossimo passaggio saprà quali sono i viaggiatori già controllati e quelli ancora da verificare.
Insomma, oltre ad essere efficientissimo il treno è un vero albergo viaggiante. Dimenticavo: la toilette, enorme, ha porte elettroniche a sfioramento, senza maniglie, per questioni igieniche. Inutile dire che anche qui i WC, pulitissimi, hanno ciambella riscaldata, lavaggio automatico ad ogni uso, e mille altre comodità!
Davanti a cotanta efficienza, non abbiamo potuto esimerci dal trasformare scherzosamente (ma non troppo) il nome del nostro freccia rossa in feccia rossa! Sono certo che i nostri pendolari capiscono e approvano…
Dunque, 6 ore dopo la nostra partenza da Nikko, ci ritroviamo freschi e riposati in una città ad oltre 600 chilometri di distanza. Sarà anche vero che il treno in Giappone è caro, ma pensandoci bene, arriva spesso a sostituire l’aereo. Il biglietto Tokyo- Kyoto, escluso dal Japan rail Pass settimanale che useremo la settimana successiva ci è costato 13.720 yen a testa, circa 100 Euro. Tuttavia ci ha permesso di spostarci di 513 chilometri in due ore, praticamente come un aereo!
Alle 15.30, dopo aver preso possesso della camera del centralissimo hotel www.palacesidehotel.co.jp, poco più di 100 Euro per una doppia con colazione, siamo in visita alla città. Cominciamo dal tempio Kiyomizu, forse il più rinomato della città, dove restiamo fino all’imbrunire, per poi andare a goderci la tiepida serata del quartiere tipico Gion. Già al tempio facciamo il nostro primo incontro con le Geishe (Kyoto è la città dove è più facile vederle): per meglio dire, mia moglie mi spiega che quelle che abbiamo visto al tempio sono Maiko, ovvero donne che stanno ancora studiando per diventare geishe e che girano spesso a piccoli gruppi. Le Geishe vere le incrociamo nel quartiere Gion, mentre entrano ed escono da alcune case caratteristiche oppure si allontanano su auto dai vetri oscurati. Queste fugaci e rapide apparizioni non fanno che aumentare il fascino di queste donne che stanno ormai scomparendo dalla società giapponese e che troppo spesso vengono liquidate erroneamente dagli Occidentali come prostitute.
Si diventa Geishe dopo anni di studi approfonditi e passando attraverso una severa selezione fatta di duro lavoro e disciplina. Fotografare le Maiko è anche abbastanza semplice, mentre è difficilissimo farlo con le Geishe, che tendono ad essere molto sfuggenti, camminando rapide per le vie e scomparendo improvvisamente, così come sono apparse, nei portoni delle ricche case di Gion.
Le strade del quartiere sono piene di fascino, illuminate dalle tipiche lanterne e contornate dagli alberi di ciliegi in fiore. Il centro è affollatissimo e ci godiamo la serata passeggiando tra la folla in festa e i secolari alberi di ciliegi sapientemente illuminati.

3 aprile venerdì
Una delle attrattive di Kyoto è il sentiero del filosofo, una stretta via pedonale lungo un canale ornato di ciliegi. Per evitare la folla, decidiamo di andarci prima di colazione, verso le 7.00.
L’autobus 204 ci porta a destinazione in circa 20 minuti e riusciamo infatti a percorrere tutto il sentiero quasi da soli. Incrociamo qualche locale che porta a spasso il cane e qualche vecchietta, ma nessun altro straniero. Il sole filtra tra i rami degli alberi e la giornata si preannuncia, finalmente, bella e soleggiata.
Il sentiero, durante la fioritura, è meraviglioso. Mi è capitato di imbattermi in altri diari che non ne parlano molto bene, ma questo è dovuto al fatto che, al di fuori del periodo della fioritura, perde certamente gran parte del suo fascino, dato che è un normalissimo sentiero lungo un canale. Ma quando i ciliegi che lo contornano sono fioriti assume tutto un altro aspetto!
Rientriamo per la colazione in autobus: a nostro parere girare in autobus a Kyoto è molto più semplice, soprattutto per i brevi tratti, che in metropolitana. Anche il servizio autobus è estremamente efficiente con pannelli alla fermata che indicano quanti minuti mancano all’arrivo del mezzo successivo.
Proseguiamo il resto della giornata con la visita dei templi più importanti di Kyoto, come il Toji, con un bel giardino e uno stagno dove osserviamo pescare un meravigioso airone bianco e nuotare varie tartarughe e grosse carpe: in Giappone la tartaruga è simbolo di longevità, la carpa è simbolo di tenacia.
Interrompiamo la visita dopo due o tre templi (per evitare di fare poi confusione e confonderli) visitando invece Sumiya, ovvero quella che potremmo definire una casa di divertimento di fine ottocento. Sono poche le costruzioni di questo genere rimaste, benche nell’800 a Kyoto fossero comunissime. Quella che visitiamo noi è ora monumento nazionale, ed è davvero ben conservata. Costruita a metà del 600 fu chiusa solo nel 1985 ed ora è trasformata in museo. Gli interni conservano ancora intatti gli arredamenti e la visita si rivela davvero interessante: ogni tanto il custode cerca di spiegarci qualcosa con il suo inglese estremamente approssimativo, ma con l’aiuto dei gesti, apprendiamo notizie e curiosità davvero interessanti: ci mostra il giardino e toglie da un cassetto una riproduzione di una stampa del 600 che mostra il giardino come era allora: quasi uguale!
All’uscita della casa, dopo una breve passeggiata nel quartiere Shimabara, uno dei più caratteristici di Tokyo, controlliamo il numero dell’autobus che ci porterà al parco Maruyama e alla fermata un vecchietto comincia a parlarci. Cerca di darci indicazioni su quale autobus prendere (lo sappiamo già, ma gli diamo corda) e comincia a raccontarci, con le sue 100 parole di Inglese, di avere 92 anni, di avere fatto la guerra, di avere il glaucoma e problemi alla gamba destra… ma chi non avrebbe qualche acciacco a 92 anni? Fatto sta che gira in autobus da solo e prova pure ad aiutare i turisti! Cerco di scoprire in che reparto ha fatto la guerra, mi sembra di capire in aviazione. Io e mia moglie ce lo immaginiamo, magari al comando di uno zero, forse prendere parte all’attacco di Pearl Harbour (nel 41 doveva avere 24 anni!). Ma, lo confesso, la nostra fantasia ha sicuramente corso un po’ troppo!
Il tempo vola in compagnia del simpatico vecchietto e siamo costretti a salutarlo quando arriviamo alla nostra fermata. Avremmo volentieri proseguito con lui, ma era agitatissimo, impegnato a segnalarci la nostra fermata. Abbiamo rinunciato a fargli capire che avremmo volentieri proseguito in sua compagnia!
Finiamo la giornata al parco, circondati tanto per cambiare da ciliegi e persone che si godono lo spettacolo e, quando cala la sera, torniamo verso il tempio Kiyomizu per godercelo illuminato. Un gran bello spettacolo, soprattutto perchè moltissimi Giapponesi sono abbigliati con i kimono tradizionali, percentuale molto più alta qui a Kyoto che altrove, dato che Kyoto è la città più tradizionale del Giappone. Per lo spettacolo serale, ovvero per godere il tempio illuminato da fasci multicolori, bisogna pagare un modesto biglietto di ingresso.
Cena in un simpatico ristorante tradizionale (scelto a caso) dotato di Kotatsu, il tipico tavolino con piastra rovente centrale, che da modo ai commensali di cucinarsi da soli il pesce e la carne ordinata.

4 aprile sabato
Visita al castello Nijo-jo, uno dei complessi più importanti della città. Il cielo è grigio, ed è un peccato perché il giardino circostante è bellissimo, benchè le camelie, di cui il giardino è ricco, siano ormai quasi tutte sfiorite. Gli interni del palazzo sono bellissimi: spicca tra tutti il “pavimento dell’usignolo”, uno straordinario pavimento in legno, consunto dal tempo e dal passaggio di generazioni di guardie e potenti del luogo che emette cigolii simili al canto di un usignolo quando qualcuno ci cammina sopra. Uno stratagemma costruttivo voluto da Ieyasu Tokogawa (sempre lui, il capostipite dei Tokugawa) per far sì che nessuno potesse avvicinarsi alle sue stanze senza essere udito… In quei tempi turbolenti i potenti non dormivano sonni tranquilli, evidentemente!
Ci spostiamo poi al tempio d’oro, il Kinkuji, ricostruito nel 1950 perché dato alle fiamme da un monaco mitomane che voleva passare alla storia (evidentemente c’è riuscito!) bruciandolo.
Il tempio è stato comunque rifatto identico ed è davvero suggestivo perchè costruito sulla riva di un laghetto pieno di carpe e da alcune angolazioni sembra che galleggi sull’acqua.
Dal tempio d’oro ci spostiamo al tempio d’argento, che d’argento non ha nulla, ma qui la cosa più bella è un giardinetto zen del tipo più conosciuto da noi occidentali, ovvero il giardino roccioso.
I giardini zen sono fondamentalmente di 4 tipi: da passeggio, del te, del paradiso e roccioso.
Quelli rocciosi sono quelli che presentano la classica sabbia rastrellata e sono giardini da meditazione: anche per questo sono forse i più semplici e meno ricchi di elementi degli altri tre anche se pieni di simbologie spirituali. Si trovano generalmente a fianco dei templi buddisti. Brevemente, il giardino del paradiso evoca il paradiso buddista e imita una scenografia tipica del paesaggio. I giardini da passeggio hanno invece un paesaggio in continuo cambiamento (in realtà sono difficili per noi da distinguere da quelli del paradiso), mentre i giardini da te sono di solito attraversati da un sentiero che funge da collegamento tra il mondo reale e quello della cerimonia del tè. Di solito sono cinti da recinti di bambù e questo li rende più facilmente riconoscibili.
Verso sera ci spostiamo a Oji, dove pernotteremo in una splendida casa tipica del 1809, arredata con gusto e gestita da un Inglese e da una Giapponese www.yougendo.com . La nostra camera da su un mini giardino giapponese con annesso ciliegio secolare. Dormiamo anche qui, ovviamente, sui futon!
La camera non è a buon mercato ma il piccolo salasso è compensato dall’idea di essere in una guesthouse ricavata da una tipica abitazione giapponese.

5 aprile domenica
Partiamo poco prima delle 9.00, destinazione Nara. In 16 minuti di treno arriviamo in città, dove una breve passeggiata ci porta al tempio Toda-ji, il più grande tempio ligneo del mondo, il primo del Giappone ad entrare nella lista del patrimonio dell’Unesco.
Il colpo d’occhio è fantastico: l’edificio principale, isolato nel mezzo di un curatissimo prato è davvero enorme e stentiamo a credere che originariamente fosse ancora più grande. All’interno una enorme statua di Budda seduto che arriva fin quasi al tetto, circondato da una moltitudine di altre statue più piccolee vari oggetti soprattutto in legno e bronzo. Una colonna di sostegno del tempio è bucata alla base: secondo la tradizione il buco ha le stesse dimensioni della narice del buddha seduto e chi riuscirà ad attraversarla raggiungerà l’illuminazione… Inutile dire che tutti i bambini si buttano a capofitto tra i risolini estasiati dei genitori che li fotografano mentre sbucano dalla parte opposta. Inutile anche dire che ci ha provato nel corso degli anni qualche adulto e più di una volta hanno dovuto intervenire i pompieri per estrarre il malcapitato. Soggetto davvero poco illuminato!
La zona antistante la maestosa porta d’ingresso del tempio è popolata di cervi che, abituati alla presenza delle persone, a volte vengono vicini come cagnolini, soprattutto se hanno il sospetto che uno abbia qualcosa da mangiare. Girare per l’enorme parco, tra templi minori, lanterne di pietra e cervi è davvero un piacere. Non va assolutamente perso il santuario Kasuga, detto anche tempio delle lanterne, perché letteralmente disseminato di lanterne in bronzo e pietra lasciate dai fedeli come ex voto.
Passeggiando per il parco riusciamo pure a vedere degli arcieri allenarsi per il tradizionale Matsuri del tiro con l’arco a cavallo, una delle discipline più amate dai Giapponesi, che evocano il dio della Guerra. Il tiro con l’arco a cavallo è una prova marziale ed è praticata secondo una gestualità rituale che lascia affascinati e rapiti. Siamo stati per molto tempo ad osservare le movenze degli arceri, che, su un cavallo di legno, si allenavano non solo a scoccare le frecce, ma soprattutto a farlo secondo una successione di gesti ben precisa. Muoversi armoniosamente è infatti molto più importante che centrare il bersaglio, secondo una logica difficile da comprendere per noi occidentali…
Prima di ripartire da Nara proviamo il gelato al tè verde (un tormentone in Giappone) e compriamo riserve di tè verde, che a noi piace molto, per almeno un anno!
Mia moglie prova in vece il gelato di soya, con tanto di fagiolini di soya all’interno. Fa un po’ impressione, ma non è davvero male anche se lontanissimo come gusto dal nostro gelato artigianale!

6 aprile lunedì
Da oggi scatta la validità del Japan rail Pass (www.japanrailpass.com nei vari link si trova anche l’orario dei treni) e ne approfittiamo subito.
Il pass ha una durata di una settimana e costa 255 euro a testa. Consente di prendere un numero illimitato di treni della linea JR (la più diffusa). Il costo può sembrare elevato, ma come già detto il treno in Giappone è un sostitutivo dell’aereo, dunque, visto sotto questa ottica, è anzi molto economico.
Potrebbe essere paragonato all’European Interrail, ma è un paragone infelice. Prendere il treno in Giappone è un piacere, in Europa non lo è molto. Viaggiare in treno qui permette di fare dei programmi precisi, senza timore di subire ritardi, come succede da noi: se uno arriva a Tokyo alle 17.00, per esempio, sa di poter prendere un appuntamento in un luogo distante 15 minuti dalla stazione alle 17.30 ed ha la certezza di arrivare in orario. Scusate se è poco!
Partenza al mattino alle 8.28 per Himeji, dove arriviamo alle 10.44. lasciamo i nostri voluminosi bagagli nei capienti armadietti della stazione e usciamo nella giornata inondata di sole per quella che è una delle mete più spettacolari del nostro viaggio. Il castello di Himeji, il più bel castello medioevale del Giappone da proprio il meglio di se in questo periodo, perché circondato da oltre mille alberi di ciliegi in fiore! Uno spettacolo della natura e dell’ingegneria umana. Il castello è a soli 15 minuti di cammino dalla stazione e abbiamo previsto una sosta di 4 ore. La ritenevamo più che sufficiente anche per il pranzo, ed invece utilizziamo tutto il tempo per la visita al meraviglioso complesso. Poco male, perché ormai abbiamo imparato che i trasferimenti in treno possono essere utilizzati per il pranzo.
L’esterno del castello è altamente coreografico: con le sue mura bianche ricorda vagamente la sagoma di un airone, mentre gli interni sono un po’ spartani. Il giardino, inondato di fiori bianchi, lascia a bocca aperta per lo stupore: anche in questo caso lascia una impressione ben diversa a chi lo visita in questa stagione, come noi, rispetto a chi lo visita nel resto dell’anno! Il castello invece è certamente bellissimo e degno di essere visto in tutte le stagioni!
Dopo una visita che rimarrà per sempre nella nostra memoria ma soprattutto nei nostri cuori, ripartiamo con il treno delle 14.52 per Hakata.
Ad Hakata termina la linea superveloce e dobbiamo accontentarci di un treno normale, che viaggia “solo” alla velocità di 120 chilometri orari di media: una vera lumaca che ci porterà fino alla nostra tappa più a ovest, ovvero Nagasaki, dove arriviamo alle 19.30, ovviamente in perfetto orario!
Oggi abbiamo percorso 680 chilometri, partendo dopo colazione, dedicando 4 ore alla visita del castello di Himeji e arrivando per cena a Nagasaki. Non male.
Abbiamo prenotato all’hotel Monterey, in una storica costruzione in stile coloniale portoghese. Come ho avuto già modo di dire, Nagasaki è stata per molto tempo la sola porta di ingresso degli stranieri in Giappone, e proprio per questo è l’unica città che vanta parecchi edifici storici in stile diverso da quello che è il tipico stile giapponese. Sarà anche l’unica città giapponese che gli europei vedranno per oltre tre secoli.
La conformazione collinosa della città, ha inoltre fatto sì che molti degli edifici storici si salvassero dalla spaventosa esplosione atomica del 9 agosto 1945.
Raggiungiamo l’albergo in taxi ed anche prendere un taxi è una esperienza da provare in Giappone. Anche qui va sfatato il mito del presunto costo proibitivo. Per le brevi percorrenze, i taxi Giapponesi sono anzi economici, perché la tariffa iniziale di 3-4 Euro (in genere 550 yen) include anche un paio di kilometri. Dopodichè il tassametro comincia a correre, ma per superare le tariffe dei nostri taxi direi che servono almeno una decina di chilometri, ad occhio e croce.
Dunque per normali spostamenti in città i prezzi non sono affatto proibitivi. Anche su una cosa normalissima come i taxi, questo Paese riserva molte sorprese: le porte non vanno toccate, perchè si aprono e chiudono automaticamente e molti tassisti, nelle grandi città, vestono divisa con tanto di berretto e guanti bianchi. Insomma, sembra che sia il maggiordomo a portarti a spasso, non un tassista!

7 aprile martedì
Prima tappa odierna è il Glover Garden, nella zona del quartiere portoghese. Un moderno ascensore ci porta alla zona più alta, dalla quale scenderemo nel corso della visita (meglio fare la discesa che la salita!).
Ci dirigiamo subito verso la casa di Glover, un famoso imprenditore inglese che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, data dell’apertura del Giappone verso l’Occidente, aprì parecchie attività sul suolo giapponese e fu al centro della vita commerciale e mondana dell’epoca. Nella sua casa e in quelle vicine, di altri imprenditori europei, oggetti d’epoca e fotografie molto interessanti.
Dalla collina del giardino Glover, si gode di una bellissima vista sul porto di Nagasaki. Nel giardino si trova anche una statua di Puccini e non è un caso: la Madama Butterfly è ambientata proprio qui!
Riserviamo invece tutto il pomeriggio al parco Urakami o parco della Pace. Tutti noi sappiamo cosa accade il 9 agosto 1945 in questa sventurata città. Quello che però non sappiamo, a distanza ormai di 60 anni, è che la versione ufficiale che ci è stato propinata per anni, ovvero che la bomba atomica fu una scelta necessaria per far finire la guerra e salvare molte altre vite umane, è davvero superata. Nonostante tutto è ancora questa la versione conosciuta dalla maggior parte delle persone.
Senza fare tante dietrologie, a distanza di parecchi decenni il mondo intero dovrebbe avere il coraggio di ammettere che quelle bombe furono un vero e proprio crimine, crimine che ormai non serve a nulla cercare di usare per puntare il dito contro gli americani, ma dovrebbe invece servirci di lezione per imparare che il confine tra buoni e cattivi, in tutte le guerre, è davvero difficile da definire. La guerra è fonte di atrocità e cattiverie da tutte le parti, nessuna esclusa.
A dimostrazione del fatto che non è vero che il Giappone non voleva arrendersi gli avvenimenti dei mesi precedenti lo scoppio sono tanti: alti funzionari del Sol Levante presero contatti già alla fine del 1944 con il Vaticano e la Russia e poi ancora nel maggio e giugno 1945, prima con il Portogallo e poi con la Svezia, Paesi neutrali, per cercare di stabilire un tavolo di trattativa per la resa. La proposta che sarebbero stati pronti ad accettare era quella che fu poi accettata, ovvero resa incondizionata con la sola richiesta di salvare la persona dell’imperatore. I contatti non ebbero seguito, perché gli americani avevano in realtà già intenzione di lanciare la bomba. Alcuni storici ritengono che la bomba sia stata gettata sui Giapponesi ma in realtà i destinatari dell’avvertimento fossero i Russi, perché la guerra fredda era già cominciata, cosa molto probabile.
Se così fosse, sarebbe forse di consolazione pensare che quelle due bombe, mettendo l’umanità intera davanti al reale risultato disastroso che provocarono, possano essere servite, nei momenti più bui della guerra fredda che seguì, da eventuale deterrente per altri lanci. Resta il fatto che le migliaia di morti di Hiroshima e Nagasaki, meriterebbero forse, a distanza di oltre 60 anni, un briciolino di verità sul perché della loro morte, senza voler con questo negare le responsabilità dei Giapponesi o discutere sulle tante colpe che la classe dirigente giapponese ebbe nel trascinare il loro paese verso questa disastrosa e catastrofica guerra. Si tratterebbe semplicemente di voler rivedere con un pizzico di serenità ciò che realmente successe in quei mesi frenetici. Purtroppo però la politica e le sue implicazioni hanno sempre il sopravvento sulla verità storica e questo è davvero un peccato, perché la storia passata dovrebbe essere separata dalla politica.
Per chi fosse interessato maggiormente a questo interessante argomento rimando ad esempio al numero dell’inverno 1984-1985 del Journal of Historical review, che riporta per intero un articolo già del 1945 del giornalista Trohan, del Chicago tribune - ovviamente a quel tempo censurato - in cui si parla di un memorandum di 40 pagine che il generale Mac Arthur consegnò all’allora presidente Roosevelt - siamo nel febbraio del 1945 - in cui si descrivono addirittura 5 diverse proposte di resa suggerite dagli alti ranghi dei Giapponesi a Paesi neutrali. L’esistenza di questo memorandum fu in seguito confermato dallo stesso Mac Arthur!
D’altra parte, a voler ricostruire i frenetici avvenimenti di quella estate 1945, è curioso notare come l’8 luglio giunse a Truman, che nel frattempo era succeduto a Roosevelt, deceduto, l’ennesima nota informativa sul fatto che il Giappone era pronto ad arrendersi. La nota non fu presa in considerazione: il 17 inizierà la conferenza di Postdam e durante la conferenza arriva a Truman un messaggio in codice che conferma lo scoppio del primo ordigno sperimentale nel deserto del New Mexico. A quel punto Truman capisce che la strada è spianata. Il 21 luglio fa cancellare l’articolo 12 del documento della conferenza di Postdam dove si concede la conservazione della figura dell’Imperatore in cambio della resa incondizionata, ovvero proprio ciò che fu “imposto” al Giappone in seguito allo scoppio della bomba, condizioni che i Giapponesi erano già pronti ad accettare.
Stalin fu probabilmente insospettito da questa mossa: i due erano già in aperta rotta di collisione e il Giappone fu probabilmente la prima vittima inconsapevole della guerra fredda. L’Unione Sovietica non era ancora ufficialmente in guerra con il Giappone, e Stalin era impaziente di dichiarare guerra per poter partecipare al banchetto della spartizione. Ma aveva bisogno di tre mesi di tempo per spostare le truppe dal fronte europeo a quello asiatico: la guerra in Europa era finita l’8 maggio del 45 e lui non avrebbe potuto dichiarare guerra almeno fino ad agosto. Dunque, non c’era da meravigliarsi se gli Usa avevano fretta di porre fine alla guerra, senza la scomoda presenza dei Russi al tavolo della resa! La dichiarazione di guerra dell’Unione Sovietica al Giappone arrivò l’8 agosto 1945, ovvero esattamente tre mesi dopo la fine delle ostilità in Europa, due giorni dopo Hiroshima e uno prima di Nagasaki. I Sovietici erano arrivati tardi e Stalin aveva perso!
Ovviamente la storiografia ufficiale non da risalto né a questo né a molti altri fatti e documenti ufficiali che, se pur resi noti per scadenza dei termini di segretezza, non sono presi in considerazione dai grandi organi di informazione, che, come si suol dire, ormai ci hanno messo una pietra sopra, probabilmente per evitare polemiche e accuse postume: evidentemente i tempi non sono ancora maturi per una serena analisi dell’accaduto e per cercare una verità storica magari un pochino più scomoda ma, in quanto verità, certamente più giusta.
Il potente mezzo che è Internet, tuttavia, da modo a chi è interessato di scoprire versioni dei fatti diverse da quelle ufficiali (persino Wikipedia ormai ci va piano ad avallare la versione ufficiale!).
Bisogna dire che i musei di Nagasaki e Hiroshima, giustamente, evitano il più possibile di entrare nel merito delle decisioni storiche e si limitano a descrivere l’apocalisse, suffragandolo con alcune informazioni il più possibile asettiche e apolitiche. E’ stato interessante scoprire come in una primissima lista degli obiettivi possibili, fosse stata inserita dagli americani anche la Germania, obiettivo tolto quasi subito per la fiera opposizione di Churchill. Nota altrettanto interessante è che questa lista risale addirittura al 1943, anno in cui già si stava lavorando al progetto.
Risale invece all’aprile del 1945 la prima lista ufficiale delle città da colpire: Hiroshima, Niigata, Kyoto, Kokura Yokohama. In seguito Niigata viene tolta perché troppo piccola, come pure viene tolta Kyoto perché giustamente gli americani capiscono che è una specie di città sacra per i Giapponesi e colpirla significherebbe alimentare ulteriormente rabbia e odio. Entra dunque nella lista Nagasaki, come sostituta di Kyoto e Niigata.
Ma torniamo al nostro parco della pace. E’ un luogo rilassante, pieno di fiori e con una grande fontana sviluppata in lunghezza, e innumerevoli getti che partono dal bordo per gettarsi verso il centro della vasca, a simboleggiare ali di colombe. In fondo, una gigantesca statua umana, simbolo della virilità, con il braccio destro che punta l’indice verso la bomba, mentre quello sinistro punta verso il cielo, evocando la pace. Il parco si trova a poche centinaia di metri dall’epicentro, in corrispondenza del carcere di Nagasaki, che fu letteralmente disintegrato dall’esplosione. Ancora visibili sono ora solo le fondamenta con i segni dei muri. Poco più in là, in corrispondenza dell’epicentro, un obelisco, e alla sua destra i resti del portale della chiesa cattolica. Ancora, poco più avanti, il luogo più inquietante: scendendo una rampa di scale si arriva a quello che era, per usare un termine comprensibile ora molto di moda, “ground zero”. Una vetrata lascia vedere le macerie così come si presentavano dopo lo scoppio della bomba: si riesce a scorgere una tenaglia arrugginita, dei piatti di ceramica fusi dal calore, stracci e suppellettili vari. Davvero impressionante.
La bomba di Nagasaki, a differenza di quella di Hiroshima, non scoppiò in centro città. A dire la verità Nagasaki, come già visto inserita per ultima tra le città obiettivo, fu condannata dal fatto che il 9 agosto 1945 il cielo sopra Kokura era molto nuvoloso, mentre a Nagasaki, obiettivo secondario, il tempo era migliore. Curioso il fatto che Kokura era l’obiettivo principale anche il 6 agosto e dunque per ben due volte si salvò dall’apocalisse atomica condannando altre due città al suo posto: tutto grazie alle condizioni atmosferiche.
La visibilità era però limitata anche su Nagasaki ed infatti la bomba venne lanciata a 4km a nord del centro, in quella che doveva essere la zona industriale: una collina la separava dalla Nagasaki storica, che rimase fortunatamente danneggiata solo in parte - almeno per quel che riguarda l’architettura - e facendo da scudo parziale limitò il numero dei morti che furono comunque 40.000 subito e toccheranno quota 150.000 entro la fine dell’anno a causa delle ferite e delle radiazioni.
Visitiamo infine anche il museo della bomba e, stanchi di tanti orrori, decidiamo di fare una passeggiata in centro, lungo il fiume che conserva ancora tanti suggestivi ponti in pietra, che si sono salvati dall’esplosione, tra cui il ponte degli occhiali del 1634.
Prima di cena decidiamo di tornare nella collina di Glover, per fare alcune foto di Nagasaki by night, davvero molto spettacolare. La città non porta alcun segno dell’esplosione atomica e anche i livelli di radiazioni sono nella norma. Rientrando troviamo un ristorante molto informale, vicino al porto, frequentato da giovani, che si chiama “Gusto”: entriamo e scopriamo che ci sono anche piatti Italiani: curiosi di vedere come se la cavano i Giapponesi con i piatti italiani provo ad ordinare un piatto di spaghetti all’amatriciana (scritti correttamente sul menu, anche se è chiaro che non c’è un solo Italiano in cucina). Incredibile ma vero: sono più che commestibili, quasi buoni! Questi Giapponesi sono degli imitatori nati!

8 aprile mercoledì
Altra giornata impegnativa: alle 9.00 abbiamo l’autobus che ci porterà a Unzen, zona poco frequentata dai turisti stranieri ma molto apprezzata dai Giapponesi, in quanto zona vulcanica e termale.
Il viaggio in pullman dura 1 ora e 40 minuti e attraversa l’aperta campagna giapponese, tra risaie e piccole fattorie isolate. Arrivati a Unzen proviamo a chiedere all’autista se ci lascia alla fermata più vicina all’hotel Yumei, dove abbiamo prenotato www.yumei-hotel.co.jp sito in giapponese! Se volete capirci qualcosa si può prenotare dal sito www.japanican.com L’autista non sa dove sia, ma non rinuncia ad aiutarci: appena scorge una locale, ferma l’autobus e chiede: la donna ci fa segno di scendere e, scaricati i bagagli (al di fuori della fermata ufficiale!) ci accompagna a piedi fino all’hotel, invertendo la direzione verso cui era diretta. Davvero, non possiamo dire nulla sulla cortesia dei Giapponesi. Dopo decine di inchini per ringraziarla (continueremo istintivamente ad inchinarci per altri 10 giorni, una volta rientrati in Italia, suscitando l’ilarità degli amici), prendiamo possesso della camera. Questo è l’hotel più caro tra quelli che abbiamo prenotato ed è un hotel decisamente giapponese per Giapponesi: nessuno parla Inglese, neppure alla reception!
La camera è molto spaziosa, con un locale separato da porte scorrevoli in carta di riso, dotato di tavolino e tatami, dove la sera ci verrà servita la cena.
Prendiamo l’autobus che ci porta al Nita Pass, in piena zona vulcanica, dove abbiamo previsto un trekking di alcune ore. Il sentiero non è difficilissimo, ma ci sono alcuni tratti molto impegnativi, soprattutto per il dislivello: raggiungiamo così la cima del monte Fugen, un vulcano ancora attivo, con le pareti disseminate di sinistre fumarole. In cima troviamo solo una coppia di Giapponesi che stanno consumando il loro pic-nic in silenzio. Ci godiamo la pace che regna sul luogo e torniamo sui nostri passi.
Passiamo la serata in albergo, dove ci immedesimiamo nella vita dei Giapponesi. Vestiamo lo Yukata, ci prepariamo il te verde nelle tipiche tazze rotonde di porcellana, e alle 8.00 arriva puntuale la cameriera che ci serve la cena, compresa nel prezzo della camera, ovviamente giapponese. Non parla una parola di inglese ma mia moglie non si perde d’animo e intrattiene con lei una conversazione: riescono pure a capirsi!

9 aprile giovedì
Il mattino dopo scopro che mia moglie e la cameriera non si erano capite proprio su tutto. Avevamo prenotato la colazione per le 7.30 e pensavamo che ce la portassero in camera. Alle 7.40 squilla il telefono, mia moglie risponde e tra mille “Hay” e “Arigatò” e pensa di capire che la cameriera sta arrivando. Dopo 10 minuti risquilla il telefono, e scopriamo che non si capiscono proprio! Stiamo meditando sul da farsi quando sentiamo bussare: è la cameriera che ci fa cenno di seguirla. Ci accompagna verso una sala al piano di sotto e capiamo che dunque avremmo dovuto scendere! Passiamo in mezzo a 4 o 5 camerieri che si inchinano sorridenti, ma non posso fare a meno di immaginare che in realtà staranno pensando “ecco qua quei due imbecilli stranieri!”. Pazienza, ci siamo almeno divertiti. Anche la colazione è ovviamente giapponese e, come accennato precedentemente, dura da affrontare.
Passiamo la mattinata a visitare i dintorni di Unzen, il lago dalle acque verdi Oshidori - no - Ike e le innumerevoli zone termali che circondano il Paese con fango bollente e pozze calde multicolori per la presenza di zolfo e minerali come ferro, manganese, potassio, etc… Alcune pozze del luogo sono tristemente famose perché furono utilizzate per uccidere i cristiani nel periodo seguente alla presa di potere dei Tokugawa, nel XVII secolo, quando il Giappone si chiuse in se stesso.
Durante la nostra passeggiata incontriamo solo Giapponesi in vacanza e la cosa ci piace.
Rientro a Nagasaki in serata e ritorno all’hotel Monterey

10 aprile venerdì
Ore 7.00: il taxi che abbiamo prenotato la sera prima è ovviamente già lì ad attenderci quando usciamo alle 6.55 e ci porta alla stazione ferroviaria. Il nostro treno parte alle 7.30 e abbiamo il tempo per organizzare la nostra colazione prelevando il tutto dalla vending machine. Le vending machine, ovvero i distributori automatici, sono una rassicurante presenza in tutto il territorio giapponese. I bar come concepiti da noi non esistono e se uno vuole comprarsi soprattutto da bere, ma anche qualche snack da mangiare, si serve dei distributori automatici, che sono sparsi dappertutto, a volte persino nel bel mezzo delle campagne! Nelle grandi città non c’è angolo dove non ce ne sia uno e naturalmente sono tutti ben riforniti e perfettamente funzionanti. Nei distributori si trova di tutto, bibite calde e fredde, spuntini ma ce ne sono alcuni che vendono anche fumetti, libri, medicine, oggettistica varia. Noi compriamo il caffelatte caldo e il te caldo, assieme a qualcosa da mangiare. Stiamo ben attenti a non sporcare il marciapiede immacolato, mentre osserviamo un ferroviere che con uno straccetto sta spolverando (!) un tabellone degli orari già perfettamente lindo: proprio come da noi!
Oggi è previsto l’arrivo a Tokyo, ma non sarà una giornata di solo viaggio: sosteremo infatti 5 ore e mezza a Hiroshima, per visitare, dopo Nagasaki, anche quei luoghi dell’atomica.
La bomba qui esplose in pieno centro, proprio sulla perpendicolare di quella che era allora la camera di commercio, il cui scheletro ora si erge nel bel mezzo di un parco a perenne monito contro la stupidità umana. L’edificio è tanto inquietante quanto affascinante e devo dire che approviamo la scelta della città di non abbatterlo (la diatriba andò avanti per 20 anni tra favorevoli e contrari) ma lasciarlo esattamente come fu ridotto dallo scoppio. L’edificio si salvò parzialmente proprio perché era all’incirca sulla verticale dell’esplosione. Non fu dunque colpito in pieno dal vento atomico, che spazzò via gli altri edifici. Un plastico all’interno del museo, fotografato e incluso nel presente diario, aiuta a capire la dinamica dell’esplosione, che lasciò in piedi alcuni edifici in pietra proprio sulla verticale dell’esplosione, che avvenne a circa 500 metri di altezza.
Il parco che sta intorno è chiamato anche qui il parco della pace, con poco distante l’epicentro dell’esplosione, il museo atomico, diversi monumenti tra cui quello dedicato a Sadako Sasaki: chi ha letto “Il gran sole di Hiroshima” sa chi è: Sadako aveva 2 anni quando scoppio la bomba. Era in casa, a meno di due chilometri dall’epicentro e l’esplosione la lasciò con sole poche ferite superficiali: protetta dalle mura di casa fu solo gettata a terra dallo spostamento d’aria. La madre fu invece accecata dall’esplosione ma si salvò a sua volta. Nove anni dopo Sadako, apparentemente sanissima, tanto che era la ragazzina più veloce della sua classe, si ammalò di leucemia. La bambina non si perse d’animo: conoscendo la leggenda secondo la quale se si riusciva a costruire mille gru di carta con la tecnica dell’origami, gli dei avrebbero esaudito ogni desiderio, decise di darsi da fare. Alcuni dicono che arrivo a poco più di 600, altri che superò le mille, ma la sua vita si spense 8 mesi dopo il ricovero in ospedale e lei divenne il simbolo di tutti i bambini morti nella esplosione atomica. Nel monumento regge a braccia alzate una gigantesca gru, simbolo di vita e purezza. Tutt’intorno al suo monumento i pellegrini lasciano strisce di miniscole gru di carta, che avevamo visto anche a Nagasaki.
Al di fuori del museo, toccante anche la vista di un albero, con il tronco martoriato dall’esplosione, rachitico, ma ancora vivo! Da quell’albero, ogni anno, si staccano talee che andranno piantate ai 4 angoli del Giappone.
Anche qui il tempo vola, la visita del museo è emozionante e molto spesso penosa, tuttavia soprattutto io, che sono un appassionato di vicende della seconda guerra mondiale, sono davvero felice di essere riuscito a visitare entrambi i luoghi che videro l’esplosione atomica.
Da Hiroshima si riparte con il velocissimo Nozomi per arrivare a Tokyo alle 8.00 di sera.
Oggi abbiamo percorso oltre 1.174 chilometri in treno, da Hakata a Tokyo in 5 ore e 10 minuti,alla media di 230 chilometri orari, + oltre 100 da Nagasaki ad Hakata.
Pernottamento all’annexe dell’Hotel Dai-chi, a due passi dalla stazione metro Shinbashi, centralissimo e comodo per la partenza verso l’aereoporto di dopodomani.

11 aprile sabato
Il nostro ultimo giorno in Giappone non possiamo che dedicarlo al mitico Monte Fuji. Abbiamo a lungo temuto di trovarlo incappucciato dalle nuvole, come spesso succede in questa stagione, ma siamo invece fortunatissimi, perché troviamo una meravigliosa giornata di sole. Dato che non abbiamo un mezzo proprio siamo costretti ad aggregarci ad una gita organizzata. I depliants si trovano in tutti gli alberghi e avevamo già prenotato l’escursione al nostro arrivo a Tokyo.
Uscire da Tokyo non è facile e siamo contenti di non dover essere costretti a guidare. La nostra accompagnatrice ci dice che dei 127 milioni di Giapponesi, il 10% vive a Tokyo e c’è una auto ogni due abitanti. Le regole sono molto severe ed è molto difficile prendere la patente ma facilissimo perderla.
Arriviamo in una piazzola che ci permette una meravigliosa vista del Fuji verso le 11.00. Il giro prosegue con una gita al lago Ashi, su una kitchissima nave dei pirati e la visita ad una zona vulcanica attiva in un monte giusto di fianco al Fuji. Essendo il nostro JR pass ancora valido, scegliamo l’opzione rientro in treno, che arriverà a Tokyo molto prima dell’autobus. La gita ci è costata circa 80 Euro a testa, e li vale anche solo per la straordinaria vista del perfetto cono del Fuji. Il resto non è memorabile, anche perché la zona vulcanica di Unzen è molto più interessante di quella visitata oggi. Per fortuna il tempo era bello e il monte sgombro da nubi.
La nostra ultima cena a Tokyo si consuma ovviamente in un tipico ristorante giapponese pieno di giovani festanti, visto che è sabato sera.
In una società come quella del Sol Levante, dove il rispetto delle regole è alla base della convivenza civile, i week end in compagnia dei ragazzi prima dell’età del matrimonio, sono probabilmente tra le poche eccezioni alla regola. I giovani in queste occasioni sono chiassosi, esattamente come da noi e poco inclini all’osservanza delle regole di morigeratezza imposte dalla società tradizionale, tanto che non è raro vederli in giro barcollanti per il troppo alcool ingurgitato. Il fatto che anche la società giapponese stia cambiando contribuisce a rendere queste eccezioni sempre più frequenti ed evidenti: sono sempre di più i giovani che non si sposano, soprattutto donne, o che tardano a farlo. Con il matrimonio la società si aspetta un cambiamento e i giovani sono sempre più restii ad accettare queste regole.
Verrebbe da pensare che tutto il mondo è Paese, anche se tutti i cambiamenti, in questo paese, vengono vissuti “alla giapponese”, ovvero con i dovuti distinguo.
Un classico esempio possono essere le mode che qui vengono tutte elaborate e ridisegnate secondo uno stile “giapponesizzato”. Un osservatore superficiale potrebbe semplicemente bollare come ridicole ragazze che camminano in equilibrio precario su vistosi tacchi a spillo in abiti occidentali dai colori spesso sgargianti, con audaci accostamenti, senza rendersi conto che questo è il loro modo di vivere la moda occidentale che non accettano supinamente ma che trasformano a loro uso e consumo, raggiungendo apici quasi ridicoli ai nostri occhi da tanto sono smaccatamente esagerati.
Ma forse, prima di criticare secondo i nostri canoni di giudizio, dovremmo chiederci se sono forse migliori le nostre ragazzine che annullano la loro personalità vestendo tutte uguali, senza lasciare nessuno spazio alla loro personalità, in nome di una moda imposta da altri e da accettare senza nessuna discussione o spirito critico… Se guardiamo le cose sotto questo punto di vista forse le esagerazioni e le rielaborazioni giapponesi non sono poi così criticabili. D’altra parte, cosa direbbe una Giapponese se vedesse una Occidentale tentare di portare dignitosamente un kimono tradizionale ed imitare la loro complessa gestualità?
Paradossalmente, notare questa diversità nel vivere gli usi e le mode occidentali è forse consolante: significa che il mostro della globalizzazione culturale, pur avanzando inesorabilmente, non è poi una macchina perfetta!

12 aprile domenica
Trasferimento di prima mattina all’aereoporto e rientro via Francoforte. E’ fatta, il primo viaggio in Giappone va in archivio. Mia moglie temeva che non mi piacesse, invece ho trovato l’esperienza entusiasmante e non ho nessun dubbio che torneremo a visitare qualche altra regione, probabilmente l’isola di Hokkaido in inverno oppure in autunno.
Viaggiare in Giappone è uno stimolo continuo, un incontro ininterrotto con usi e costumi diversi, stranezze, novità, un enigma che cerchi sempre di capire o svelare, salvo poi perdere in continuazione il bandolo della matassa. Alla fine ti arrendi, smetti di cercare di capire e ti limiti ad osservare, accettando il fatto che è un po’ come vedere le cose al di qua di un vetro invisibile che ti separerà sempre inesorabilmente dal loro modo di essere.
Come detto prima, non riesci a capirli neppure quando vogliono somigliare a noi!
Resta sempre una impenetrabile barriera che separa la loro cultura dalla nostra. Ma forse il bello è proprio questo, perchè dobbiamo sempre dare una spiegazione secondo la NOSTRA logica razionale a tutto?

 

Nel Paese del Sol Levante al tempo della fioritura dei ciliegi

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