Voilà Paris! La guida definitiva

in viaggio con Hakon in Francia

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Voilà Paris! La guida definitiva

Se è vero che c’è sempre un motivo per tornare a Parigi, è altrettanto vero che è giusto, fecondo e vivificante poter respirare l’aria della Senna nei diversi momenti della vita. Così quando, in una domenica di marzo, i miei figli mi sorpresero con questa richiesta, mi accorsi che erano trascorsi nove anni dal nostro ultimo soggiorno e, considerando che per loro questo lasso di tempo rappresentava davvero più di un passaggio tra epoche geologiche, interruppi bruscamente di fantasticare sulle Lofoten e la Lapponia… sarebbe stata per un’altra volta.
Dunque si trattava per tutti noi quattro di un ritorno, pur avendo ognuno motivazioni e spunti d’interesse diversi. Nel mio specifico accettai la cosa di buon grado perché, avendo pressoché esaurito le visite d’obbligo, potevo con leggerezza assecondare le loro curiosità e al tempo stesso aggiornarmi su qualche novità e semplicemente “vivermi” la mia Parigi con rilassatezza, purché fossi riuscito a mantenermi sufficientemente scevro da intenti pedagogici! Nei mesi precedenti mi era capitato di “accompagnare” con le nostre gradevoli chiacchiere, più di un amico o amica di Ci Sono Stato in partenza per la capitale francese. Ciò era servito sia per esercitare piacevolmente la mia memoria sulle esperienze precedenti, sia per ascoltare, dai loro puntuali resoconti, il battito del cuore di una metropoli in costante evoluzione. Allo stesso scopo ho preso l’abitudine di tenere sottocchio le pagine di Figaroscope per sentire il polso della città, così come quelle di fooding e cityvox per le questioni più squisitamente mangerecce.
Quindi nelle pagine che seguono ci saranno sì l’Arco di Trionfo, il Louvre, la Tour Eiffel e il Sacré-Coeur, ma in veste, non dico di ingombranti comparse, quanto piuttosto di splendido fondale e riferimenti d’orientamento urbano per le nostre passeggiate, che avranno mete qualche volta meno appariscenti e quasi sempre meno scontate…

ORGANIZZAZIONE
Presa al volo la possibilità di un low cost con Transavia, direttamente dalla mia città (circa 170€ A/R per ciascuno), il grosso del lavoro da fare riguardava la scelta dell’alloggio. Ho considerato velocemente che in quattro persone, volendo abitare nel V o VI arrondissement non avrei mai potuto spendere meno di 160-170 € per due doppie o una stanza familiare (rare) in albergo, anche in uno di quelli centrali ed economici di mia conoscenza. Quindi abbiamo deciso di sperimentare la locazione di un appartamento privato.
L’offerta di questo tipo è davvero impressionante anche limitandosi a quella facente capo alle reti immobiliari che assicurano serietà e garanzie di qualità piuttosto che direttamente ai privati. Così ho preso in esame le quattro società che a mio avviso offrivano dalle loro pagine web la migliore facilità di consultazione e completezza d’informazioni. Per ognuna di esse ho selezionato gli appartamenti per noi interessanti per tipologia, prezzo e location. Ho fatto un copia e incolla dei dati in un foglio di excel per meglio confrontare ed infine la scelta, scremando e restringendo sempre più, è caduta sulla “Residence du Pont des Arts” aderente al circuito homeaway. Dopo le ultime volte in cui ho avuto base nel Quartiere Latino, desideravo, in effetti, avvicinarmi alla zona di Saint-Germain-des-Près (VI arrondissement) restando comunque vicino al fiume e soprattutto ad una fermata métro strategica come Odéon e a quella RER di Saint-Michel. L’appartamento di Rue Guénégaud risponde a questa collocazione ed in più ha quell’aria sufficientemente fané che lo rende diverso da un anonimo asettico residence. Compilato il modulo di prenotazione, si fanno vivi con un e-mail ciascuno, prima la “homeaway” e poi il proprietario. Il costo per 10 notti sarà di 1250€, quindi 125€ a notte: un bel risparmio rispetto ad un albergo in quella zona! Unico impegno da parte mia dovrà essere l’invio, unitamente alla copia di contratto firmata, di un assegno (che non verrà versato) di 300€; sarà gradito il saldo dell’intero importo (in contanti) il giorno dell’arrivo, al momento del check out mi verrà restituito l’assegno.
Per la partenza acquisto la guida “cartoville” - versione italiana a cura del TCI della francese Gallimard - giusto per la comodità delle piante pieghevoli che contiene, ma non rinuncio a portarmi la vecchia Paris par arrondissement - editions Coutarel, con stradario, che sarà indispensabile per scovare le vie secondarie e muoversi a piedi nei quartieri considerati “fori mappa” dalle guide. Teoricamente potrei avere a disposizione l’intero web tramite due portatili, ma non rinuncio al “rito” di acquistare il Pariscope nell’edicola di Boulevard Saint-Michel all’angolo col museo di Cluny per avere a portata di mano quello che c’è da sapere su mostre ed eventi.
Itinerario
DIARIO DI VIAGGIO
Consiglio il lettore diligente di munirsi di una pianta della città.

28 luglio 2009
Dopo un volo magnifico di poco più di due ore, arriviamo ad Orly Sud. Siamo in perfetto orario, quindi col cellulare chiamo Vladimir Zoubov, il proprietario dell’alloggio; come convenuto sarà lì ad attenderci per le 14:00. Faccio i biglietti dell’Orlybus (6,40€) ed in breve siamo a Place Denfert-Rochereau. Il tempo di localizzare l’accesso al métro, oltre il semaforo, e siamo ai binari, con trolley e zainetti. Riemergiamo all’Odéon, attraversiamo il Boulevard Saint-Germain e imbocchiamo proprio di fronte la rue de l’Ancienne Comédie. Passiamo accanto al Procope e poi al Pub Saint-Germain. Come sempre tanta gente ai tavolini dei café, il Carrefour de Buci è animatissimo; la strada assume dopo l’incrocio il nome di rue Mazarine, superato il bivio con rue Dauphine, troviamo sulla destra la rue Guénégaud, nobilitata dalla presenza della Monnaie de Paris e resa interessante dalle numerose gallerie d’arte, specialmente africana, e design. Accanto al bar Le Balto riconosco il portoncino blu che avevo inquadrato più volte da “Street View”. Compongo il numero sul tastierino e la serratura scatta. All’interno odore di segatura e due operai al lavoro.
L’avviso era comparso sul sito della residence poche settimane prima:
Gentili clienti,
Ci dispiace dover annunciare che ci sarano dei lavori nel palazzio alla Guénégaud Street a causa dell'installazione di un ascensore da giugnio 2009.
Questo lavoro è di grande importanza per i futuri affiti. Ci scusiamo per gli inconvenienti causati durante il Suo soggiorno.

Gli inconvenienti sono stati in verità molto limitati. I lavori dopo i primi due giorni furono interrotti; di contro l’ascensore pneumatico una volta collocato sarà effettivamente un ulteriore vantaggio per i prossimi ospiti.
A me tocca rassicurare i miei familiari sulla situazione. La scala, in legno, è un po’ stretta ma non eccessivamente ripida, l’appartamento è al secondo piano, suoniamo… poi ritorno al primo e suono al campanello con su scritto “Zoubov”, Vladimir mi apre e risaliamo al secondo. Il padrone di casa è un giovanottone franco-russo che si dilunga molto volentieri nel descrivere tutti i particolari degli arredi e corredi del bilocale, dopodiché mio figlio tocca un tasto che gli è congeniale chiedendogli le modalità d’accesso alla rete wi-fi. Armeggeranno per diversi minuti con computer e router, alla fine la cosa va in porto (fortunatamente) così, consegnatagli la cifra pattuita mi dà il numero del suo amico Philippe che, in sua assenza, effettuerà le operazioni di check out e che io dovrò contattare 48 ore in anticipo.
Quando i nostri stomaci sono ormai rassegnati al digiuno, Vladimir si congeda da noi. Ci avviamo verso il Quai de Conti a poche decine di metri, percorrendo il Pont Neuf, arriviamo sull’Ile de la Cité. Ci sediamo nel bel dehors della brasserie La Rose de France a Place Dauphine; è proprio un bel pomeriggio, la temperatura è ideale e la luce che filtra fra i platani esalta i colori delle insalatone che ci vengono servite e illumina i boccali di blonde à pression.
Torniamo a casa per riposare un po’, dopotutto è stata una giornata di viaggio. L’appartamento non è grandissimo ma accogliente, due grandi finestre alla francese con doppio infisso, dotate di tende e persiane si affiancano sul lato più lungo e, dando sulla strada, fanno filtrare una bella luce nel locale; sulla parete di fondo c’è un classico camino e alla sua destra una libreria incassata con tanti libri, soprattutto guide di Parigi in inglese. Non manca un televisore, che non accenderemo mai, mentre a sinistra del camino un pesante tendaggio divide l’ambiente principale dalla camera da letto con finestra sull’interno. Alzando gli occhi vedo una massiccia trave di quercia. Questa casa potrebbe avere anche duecento anni, penso.
Ricaricati usciamo per trascorrere la prima serata a Parigi. Questa volta passiamo la Senna sul Pont des Arts. Si tratta di una passerelle - cioè di un ponte pedonale - il tavolato di legno è occupato da numerosi gruppi di ragazzi e ragazze impegnati a pic-niquer e quello che ci colpisce è che non si trattano per niente male: vaschette di delikatessen gastronomiche e bottiglie di vino e champagne in secchielli non sono delle rarità!
Giunti sulla Rive Droite, ci portiamo verso la Cour Napoléon; la luce è ancora più calda di poche ore prima ed il sole ancora alto lancia bagliori dalla Piramide di vetro, così la passeggiate tra il Louvre e l’arco del Carousel è uno spettacolo che ci rende euforici. Arriviamo al giardino delle Tuileries e non resistiamo alla tentazione di un giro sulla Grande Roue. Sebbene non sia alta e tecnologica come il London Eye né fascinosa come la vecchia ruota del Prater, i 6€ sono ben spesi. La vista sull’asse degli Champs Elysées, che spazia oltre fino alla Défense, è grandiosa e col disco rosso del sole al tramonto è impagabile! Sarebbe bello continuare a piedi oltre Place de la Concorde e percorrere per intero tutto il viale più bello del mondo, ma dando un’occhiata alle lancette dell’orologio decidiamo di accorciare i tempi col métro. Scendiamo alla fermata George V, individuiamo il ristorante prescelto e prendiamo velocemente un tavolo. Chez Clément è una brasserie dai prezzi onesti e ha il pregio di offrire dalla sua terrasse una splendida vista verso l’Arco di Trionfo.

29 luglio
Sono il più mattiniero, così inauguro quello che sarà un rito di questo soggiorno: scendo per acquistare i croissant per la colazione. Almeno questa è la motivazione ufficiale, in realtà mi consentirò quasi sempre qualche divagazione, mentre gli altri membri del gruppo potranno dedicare più di una buona mezzora alle proprie necessità ed a un graduale risveglio. Sulla rue Mazarine individuo il cancello (aperto di giorno) del Passage Dauphine. Da un arco si accede ad un cortile privato - ma c’è anche una sala da tè ed un centro studentesco - da un secondo arco si sbuca in rue Dauphine. Lì al n°42 trovo la boulangerie Patit Guy, i croissant, il pain au chocolat ed il pain aux rasins sono appena sfornati! Completo la spesa alimentare, con latte e succhi di frutta, al supermercato franprix in rue Mazarine; questo negozio, sempre aperto dalle 8:30 alle 21, sarà costantemente un comodo riferimento per tutte le piccole necessità.
Il programma della giornata prevede un’incursione nell’XI arrondissement, un quartiere dove c’è un’alta concentrazione di tutto quanto fa tendenza, compreso quelle mode giovanili d’origine nipponica che tanto interessano mia figlia. Il suo primo indirizzo, quello della boutique Baby (the stars shine bright Paris), ci porta al 72 Avenue Ledru Rollin. Così, mentre lei è impegnata a provare abitini e accessori, sotto gli occhi di mamma e fratello, io ho il tempo di scovare e fotografare una deliziosa Boulangerie Viennoise in puro stile II Impero.
Nel complesso l’avenue Ledru-Rollin mi piace, ha una tipica compostezza e uniformità haussmaniana ed una misurata eleganza che non mi aspettavo in questo quartiere della parte est di Parigi. Ugualmente è una piacevole scoperta lo Square Trousseau dove ci fermiamo per pranzo nel ristorante omonimo: la terrasse che guarda verso il giardino è allettante, ma anche il décor interno autentico 1900 merita, sullo zinc del bancone c’è perfino l’erogatore di assenzio! Riprendiamo il tour dei negozi: la strada per eccellenza degli stilisti emergenti è la rue Keller che percorriamo avanti e indietro imboccando infine rue Charonne, dove, complice il caldo, è necessario fare una pausa al… Pause Café. Infine dalla rue de la Lappe, una strada della movida parigina con Le Balajo in bella evidenza, ci ritroviamo a Place de la Bastille.
Decidiamo di dirigerci verso la Maison Rouge, un nuovo spazio espositivo: purtroppo quando arriviamo, dopo aver in pratica costeggiato tutto il Bassin de l’Arsenal, gl’impiegati molto correttamente, essendo prossimo l’orario di chiusura, ci sconsigliano d’entrare perché resterebbe poco tempo per visitare la mostra in corso. Così torniamo a casa.
Per la cena scegliamo di non allontanarci dal nostro quartiere, che del resto offre tanto, così andiamo al La Bocca della verità, il primo di una serie di ristoranti italiani che sperimenteremo, non per nostalgia ma per venire incontro ai gusti di mia figlia - vegetariana e amante della pasta - ogni qual volta desideriamo fornirle delle più “sostanziose” alternative alle crêpes-omelette-caprese. Tuttavia devo precisare che non si è mai trattato di scelte di ripiego perché, onore al merito, in questo momento c’è a Parigi una schiera di giovani ristoratori italiani che, lavorando sodo, sta facendo ricredere i francesi più attenti sulla presunta limitatezza della nostra cucina basata sul binomio pasta-pizza, lavorando con prodotti di qualità in ambienti di qualità ben lontani dagli stereotipi della trattoria con le trecce d’aglio e la tovaglia a quadri.

30 luglio
E’ il giorno di Disneyland. Mi limito ad alcune note tecniche. Ho comperato i biglietti già da casa dal sito billetfrancilien, scegliendo una giornata infrasettimanale e realizzando così un risparmio di 20€ a persona. Ci siamo recati alla stazione RER di Châtelet, lì ho acquistato i biglietti necessari per la zona in cui ricade Marne-la-Vallée. Dimenticavo di specificare che siamo andati avanti con i carnet da dieci tickets (11,60€ scontati del 20% rispetto al biglietto singolo) validi per la zona 1, all’interno della quale di norma ci siamo spostati. Il fatto di avere scelto come residenza una via molto centrale ed in un quartiere di per sé ricco di occasioni ha limitato l’uso dei mezzi di trasporto.
Il treno regionale ha impiegato circa 50 minuti per arrivare al capolinea. Sorvolo sulla visita del parco - già vissuta nove anni addietro - sulle attrazioni e le emozioni per grandi e piccini; in confidenza vi dirò che a sera, quando a Place St. Michel ci sediamo da Pizza Marzano, e contemplo dalle sue ampie vetrate la Senna e il Palais de Justice illuminato, sono veramente rinfrancato e molto più a mio agio!

31 luglio
Nella mia passeggiata mattutina mi spingo fino alla rue Jacob, mi godo la sfilza di gallerie d’arte, molte sono chiuse per ferie ma le vetrine si lasciano ammirare ugualmente. Mi colpisce vedere in vendita, anche in rue Collot, opere di autori contemporanei che di solito vedo solo in mostre o musei. Ritornando sui miei passi mi ritrovo nell’incanto di place de Furstemberg.
Tornato a casa, immancabilmente con i croissant, fatta colazione, ci dirigiamo a piedi (il VII arrondissement confina col nostro quartiere) verso il Quai Branly con obiettivo il museo omonimo. Questo si iscrive nella categoria delle novità che ci riserva Parigi ed è in effetti una splendida realtà museale, sia per l’interesse e la rarità del materiale esposto, sia per l’allestimento realizzato da Jean Nouvel che, senza stancare, facilita la visita e rende veramente impossibile “saltare” qualche settore. Ci attardiamo tra totem e copricapo dei nativi americani, così, dopo una visita all’immancabile bookshop, ci fermiamo a pranzare lì stesso al Café Branly.
Con un bel percorso panoramico - attraversiamo la Senna sulla Passerelle Debilly e la vista sulla Tour Eiffel è una delle più belle - guadagnando il dislivello dalla caratteristica scalinata di rue de la manutention, ci troviamo in Avenue du Président Wilson proprio a fianco del Palais de Tokio e quindi a place de Iéna. Qui si trova il Musée Guimet, un conto che dovevo saldare giacché in precedenza, immeritatamente, era rimasto in fondo alla lista dei luoghi da visitare. Invece merita davvero una grossa considerazione per i tanti capolavori di arte orientale che racchiude, magnificamente esposti e ordinatamente suddivisi per aree geografiche ed epoche. Mi rimane comunque un rammarico: completata la visita, chiedo informazioni sul giardino Zen e purtroppo è già chiuso (chiude alle 17, un’ora prima del museo), in compenso apprendo che è sempre accessibile gratuitamente dal n°19 di Av. de Iéna, quindi teoricamente è possibile tornarci in un altro momento.
Dopo questa intensa giornata di visite, dedicata alla cultura e all’arte dei Paesi extraeuropei, ci concediamo un riposino a casa prima di uscire nuovamente per la serata. Anche questa volta restiamo a Saint-Germain e imbrocchiamo due belle scelte: cena a Casa Bini, in rue Gregoire de Tours, dopocena al pub Corcoran’s, in rue Saint-André-des-Arts. Il primo locale è gestito efficientemente, da una simpatica coppia, lei senese si occupa della sala, lui di Fiumefreddo di Sicilia regna in cucina; l’accoglienza è simpatica e calorosa, le loro specialità sono le paste fresche e i carpacci, ma anche i dessert non sono da meno. Corcoran’s è un vero pub irlandese, secondo la migliore tradizione tre sere a settimana è prevista musica dal vivo; noi troviamo un simpaticissimo cantante-chitarrista d’origine tedesca, ha un vasto repertorio di hit ’70-’80-’90 che interpreta in maniera molto personale e non senza qualche venatura d’ironia nei passaggi più struggenti; tra una canzone e l’altra sa come intrattenere il pubblico e il suo bersaglio preferito è la ragazza al bancone. Affascinati e divertiti dalla sua bravura e considerevole presenza scenica, con un solo armonicista ad accompagnarlo di tanto in tanto, ci facciamo durare la pinta di Guinness finché non decide di terminare il suo spettacolo.

1°agosto
Oggi la giornata sarà dedicata al Marais. Intanto nella mia passeggiata mattutina continuo la perlustrazione approfondita del nostro quartiere. Dalla rue Collot, superato il café La Palette, a quest’ora deserto e invece sempre frequentatissimo da giovani parigini all’ora dell’aperitivo, imbocco la rue de Seine fino a giungere, dove la strada curva verso sinistra, ad un passaggio ad arco che immette a sorpresa sul piazzale semicircolare dell’Institut de France. Torno indietro e indugio a sbirciare le vetrine di due negozi (ma il termine non mi sembra appropriato!) che mi affascinano e che dunque desidero segnalarvi: La librerie des Alpes e l’agenzia fotografica Roger-Viollet. Mi inoltro poi nella rue des Beaux Arts, dove ad un certo punto noto una sorprendente e scintillante testa d’ariete che sormonta il portale d’accesso di un albergo - che si chiama semplicemente L’Hôtel - una lapide mi conferma che si tratta proprio di quello dove ha vissuto i suoi ultimi giorni Oscar Wilde. Questa via termina a “T” sulla rue Bonaparte, cosicché la prospettiva dei suoi edifici incornicia la facciata dell’Académie des Beaux-Arts. Giusto all’angolo con rue Jacob, noto la sala da tè Ladurée, dall’aspetto ottocentesco, nonostante sia stata fondata in realtà nel dopoguerra. L’antiquariato vero lo scovo arrivando in rue des Saints-Pères di cui percorro il tratto centrale dove mi avventuro nella cour omonima, vero sancta sanctorum degli antiquari parigini. Mi affaccio su rue Verneuil e dopo pochi passi scorgo un’ambientazione che più diversa non potrebbe essere… un muro graffitato in puro stile metropolitano: sono le dediche dei fans all’indimenticato Serge Gainsbourg, che oltre quel muro, con un cancello che immette in un piccolo giardino, aveva trasformato nel suo hôtel particulier la casa ereditata dal padre nel 1969.
A metà mattinata il nostro gruppo al completo si trova in rue de Rivoli all’uscita Saint Paul del métro (IV arrondissement). Ci inoltriamo così nel Marais; subito ci dirigiamo verso la rue Pavée per osservare, quasi all’incrocio con rue des Rosiers, la singolare sinagoga Art Nouveau progettata da Héctor Guimard e dopo alcune decine di metri, all’angolo con rue des Francs-Bourgeois siamo invece nel Medioevo con la bellissima torre di guardia quadrangolare, alla cui base si scorgono le lettere SC, segnava infatti il limite della tenuta del convento Saint-Catherine-du-Val-des-Écoliers, un tempo proprietario del terreno. La torre fa parte di una delle più antiche dimore del Marais, l'Hôtel de Lamoignon, dove ha sede la Bibliotèque historique de la ville de Paris.
Proseguiamo su rue Payenne. Sostiamo un po’ nelle panchine del delizioso square Georges-Caïn, chiuso sul lato destro da un muro adornato da frammenti di monumenti distrutti, non a caso si trova presso il Museo Lapidario di Parigi, ospitato nell'ex-aranciera dell'Hôtel Carnavalet. Di fronte si trova l'Hôtel de Marle, detto de Polastron-Polignac, sede del Centro Culturale svedese, di cui attraverso le inferriate fotografiamo il bel giardino alla francese e l’elegante facciata.
Proseguendo la passeggiata, passiamo per place de Thorigny (siamo vicinissimi al musée Picasso, già visitato in un precedente soggiorno) e rue de la Perle, poi rue des Quatre-Fils. Queste strade, siamo nella parte “alta” del quartiere (III arrondissement), sono particolarmente silenziose e piacevoli da percorrere. Dopo l'incrocio con la rue Vieille du Temple compare l'Hôtel Guénégaud. Questo hôtel particulier del XVII secolo, sede del Museo della Caccia (che non c’interessa invero) è a quanto pare l'unico di Mansart (l’architetto dal cui cognome deriva il termine mansarda) rimasto inalterato. Arriviamo in rue des Archives. Al n° 58 non può non notarsi il portale fiancheggiato da due torrette gotiche dell'Hôtel de Clisson (incorporato nell'Hôtel de Rohan-Soubise), una delle testimonianze più antiche della capitale. Giriamo a sinistra per rue des Francs-Bourgeois e sotiamo per un pranzo a base di crêpes alla… Crêperie Suzette.
A questo punto desidero raccomandare di effettuare la visita del Marais nella mattinata, per la sensazione di pace e serenità di cui abbiamo goduto, perché invece, quando usciamo dalla crêperie veniamo sommersi da una marea umana che scorre, come fosse composta da tanti automi telecomandati, verso Place des Vosges. Ripieghiamo verso la rue Mahler, dove nella sezione espositiva dalla già menzionata Bibliotèque historique de la ville de Paris, è in corso una mostra sui manga giapponesi. Ci sarà anche un Atelier mangas, ma la partecipazione al workshop, cui i miei figli avrebbero voluto aderire è a numero chiuso e sarebbe occorso prenotarsi, si accontentano così di una minuziosa visita della mostra.
Dopo il riposo tardo-pomeridiano, usciamo in serata, con l’idea questa volta di allontanarci, ma di poco, dal nostro angolo di Saint-Germain, per cenare nella zona pedonale a est di place Saint Michel, per intenderci nel quadrilatero compreso tra rue de la Huchette, rue du Petit Pont, rue Saint Séverin, rue de la Harpe.
Il passaggio dal VI al V arrondissement, che consiste in termini pratici nell’attraversamento della piazza, corrisponde ad un cambiamento di scena che sembra rimarcare distanze siderali a livello - se di stili di vita può sembrare esagerato - sicuramente di stili di consumo e offerta d’intrattenimento. Dispiace notare che alcuni scorci della Parigi medievale siano inquinati visivamente dalla presenza invadente di insegne di dubbio gusto con il richiamo martellante couscous-sandwiches-paninis-crêpes e considerare che la ormai storica pedonalizzazione di queste vie abbia avuto come conseguenza indesiderata la loro trasformazione in una sorta di fiera paesana permanente che esercita un indubbio richiamo verso un tipo di turismo che non apprezziamo particolarmente. Facciamo sosta al Grand Bistrot, un locale a cui si può perdonare l’ambientazione invero abbastanza pacchiana da rifugio di montagna, in virtù del fatto che le specialità savoiarde della sua carta sono eseguite correttamente, anzi, la fondue è decisamente buona e abbondante tanto che alla fine ha la meglio su di noi che non riusciamo a terminarla; in più l’accompagniamo con un piacevolissimo Apremont che ha addirittura l’etichetta dedicata della casa, ed il tutto è condito dalla giovialità del personale greco.

2 agosto
E’ domenica, decidiamo di cominciare la giornata con la visita di un’attrazione adatta per tutta la famiglia, ai margini del Quartier Latin (V arrondissement): il Muséum National d’Histoire Naturelle. Io lo ricordo vagamente, ma sono convinto che, come infatti avviene, li entusiasmerà. Questo museo oltre a essere secondo nel suo genere forse solo a quello di New York (ricordate “Una notte al museo”?), per gli scheletri dei grandi mammiferi scomparsi, mammut, balene e soprattutto sauri preistorici, ha un fascino ineguagliabile - è rimasto proprio com’era - con il suo vecchio parquet incerato, le teche con le targhette scritte a mano, - la splendida architettura del ferro della sua Grande Galerie de l'Évolution, inaugurata nel 1889 col nome - di Galerie de Zoologie. L’insieme del giardino (Jardin des Plantes) e ciò che è all’interno del muro di cinta è oggi classificato monumento storico. - Chiunque abbia dei bambini o ragazzi con sé in visita a Parigi, dovrebbe metterlo in cima alle priorità!
Per trasferirci sull’altra riva, a Bercy (XII arrondissement), mappe alla mano, verifico la convenienza, questa volta, dell’autobus, che, una volta individuata la fermata, attendiamo esattamente per il tempo previsto. Arrivati percorriamo la rue François Truffaut - mi fa effetto leggere questo nome, non ricordavo fosse scomparso - e siamo a destinazione. Bercy-village è - non voglio chiamarlo “centro commerciale” - un insieme di padiglioni in mattoni ad una sola elevazione, un tempo depositi di vini, adesso recuperati per accogliere vari negozi, non solo i soliti Sephora o L’Occitane ma anche altri più particolari come Animalis che entusiasma i ragazzi e Nature et Découvertes che è piaciuto assai a me. Il tutto si svolge lungo un unico asse pedonale chiamato Cour Saint-Emilion (nome altamente evocativo…) ed è qui che si trova il ristorante Chai 33 dove pranziamo. Si tratta in realtà di un tempio del vino (chai=cantina) con un’ambientazione hi-tech strepitosa. Una sua particolarità e punto di forza è che la bottiglia da portare a tavola si sceglie direttamente da una sterminata cave al suo interno; a me capita di intrattenermi - non pensate male! - con la giovane e competentissima sommelière dentro al “Paradis des Blancs” ovvero una cella frigorifera, da cui usciamo alla fine con un delicato e profumato rosé Cotes du Luberon.
Soddisfatti del pranzo e del locale, effettuiamo una rilassante passeggiata digestiva con piacevole sosta presso uno stagno nel non ancora “storico” ma paesaggisticamente interessante Parc de Bercy (1994). Proseguiamo con una lunga camminata che dal quai ci permette d’osservare le quattro torri della Bibliothèque Nationale de France. Ora che finalmente le vedo da vicino fondamentalmente non cambio la mia opinione: credo che - a parte il tonfo e l’incredibile errore delle Halles - sia la meno riuscita delle realizzazioni di architettura contemporanea a Parigi e che il buon Perrec con la sua assai debole trovata retorica dei libri aperti a 90° abbia avuto un bel colpo di... fortuna nel vincere il concorso.
Oggi non torniamo a casa e facciamo un’unica tirata in questa perlustrazione dei quartieri orientali, tuttavia, dopo aver costeggiato il Palais Omnisports, per spostarci verso Belleville (XX arrondissement) utilizziamo il métro. Appena riemersi, manco a dirlo, veniamo accolti da un venditore di pannocchie pakistano, sono cotte alla brace e ne acquistiamo due da sgranocchiare all’istante. Rimontiamo - è effettivamente in salita - la rue de Ménilmontant: è una Parigi diversa, popolare e cosmopolita, raramente rappresentata sulle cartoline. Qui, niente hôtel particulier né grandi monumenti, ma un’edilizia più minuta, negozietti asiatici, take away indiani e cinesi, pasticcerie orientali. I ristoranti, i negozi di alimentari e le botteghe di ogni tipo bastano per riassumere le ondate di immigrazione venute ad arenarsi successivamente a Belleville. Fuggiti dai pogrom all'inizio del XX sec., gli Ebrei russi e polacchi apportano la loro conoscenza del tessile e dell'abbigliamento. In seguito approdano gli Armeni di Turchia; i Greci d'Asia Minore, gli Ebrei tedeschi nel 1933 e i Repubblicani spagnoli nel 1939. Dopo la Seconda Guerra mondiale, è la volta degli Algerini venuti a ricostruire la Francia, poi quella dei "pieds-noirs" (Francesi d'Algeria) venuti dopo l'Indipendenza dell'Algeria. Infine, l'ultima ondata, un'immigrazione cinese fiorente che ha impiantato numerosi ristoranti e negozi di alimentazione e che prevale ora sulla componente arabo-nordafricana.
Ad un certo punto, spicca sulla sinistra la mole, quasi fuori scala, della chiesa di Notre-Dame de la Croix. Dopo un altro strappo arriviamo alla rue Boyer sede della nostra meta: La Bellevilloise. Si tratta di un centro sociale ante litteram, erede di una storia gloriosa, in questo quartiere operaio, prima che multietnico. Eppure Belleville nel Medio Evo era un villaggio di campagna a ridosso delle colline viticole delle grandi abbazie parigine. A partire dal Settecento, i Parigini in gita si arrampicano su per le ripide viuzze e frequentano le guinguettes, i caffè popolari dove si balla e si beve il guinguet, un vinello asprigno prodotto dalle vigne dei dintorni.
Sono le grandi opere di bonifica e di trasformazioni urbanistiche nel centro della capitale, intraprese a partire dalla metà dell'Ottocento a trasformarlo; cacciano gli operai verso la periferia e il borgo vignaiolo diviene un sobborgo sovrappopolato. Nasce allora la leggenda di un Belleville proletario e industrioso. Il quartiere diventa un centro dell'opposizione decimata dalla repressione della Comune nel 1871.
Tornando alla Bellevilloise, oggi è un centro polivalente dove nella sua Halle aux Oliviers si può cenare o bere assistendo a un concerto. Questa sera è di scena un tale Justin James, che come si conviene a un cantante-surfer californiano è biondissimo, abbronzato e porta una camicia colorata a mezze maniche. Le sue composizioni e qualche cover scorrono via per un paio d’ore. Quando usciamo facciamo tutta una bella discesa continuando per la rue Oberkampf; altra musica, più che altro reggae, quella che esce dagli innumerevoli café e disco-bar di questa strada branché. Infine a Place de la République prendiamo il métro per casa.

3 agosto
Voglio assolutamente penetrare in questa benedetta Cour de Rohan! Malgrado un primo tentativo, già andato a vuoto nelle mattinate trascorse, siccome sono tenace, ritorno in rue du Jardinet, una stradina che termina con un cancello. Questa volta il cancello verde è aperto, così entro nel primo cortile - sono tre concatenati - scatto qualche foto, poi - sono fortunato - il postino che esce dal successivo, con fare gentile e complice, mi fa un cenno e mi lascia aperto il - cancello; nell’ultimo si accede passando sotto un arco. Così mi posso gustare l’intero microambiente urbano, fatto di archi, portoncini e rampicanti rigogliosi nonché fare la conoscenza dell’ultimo pas-de-mule, un treppiedi in ferro battuto per facilitare le dame nel montare a cavallo. Dall’ultimo cortiletto, il più piccolo e ombroso, si vede, come avevo supposto, l’accessibilissima Cour du Commerce Saint-André, da cui è separato da un altro cancello perennemente chiuso, col retro del Procope giusto di fronte. Missione compiuta!
Oggi - il tempo, dimenticavo di dire, ci è sempre favorevole, c’è un cielo stupendo - faremo una lunga passeggiata, di quelle definite off the beaten tracks ed in gran parte lo è davvero. Il punto di partenza è la stazione del métro Maison-Blanche in pieno XIII arrondissement. Da lì subito raggiungiamo la rue du Docteur-Leray (le vie di questo quartiere sono quasi tutte intitolate a medici): qui mi sembra di essere in qualche sobborgo londinese o addirittura nella San Francisco dei villini vittoriani anziché in piena Parigi! Le case sono tutte colorate, sormontate da un curioso tetto d'ardesia e precedute dai loro piccoli, incantevoli giardini. Questa singolare strada sfocia nella deliziosa place de l'Abbé-Georges-Hennocque. Anche qui villini a due piani ed un giardino con giochi per bambini al centro della piazza. Osserviamo sopra l'ingresso della Mutua dei Ferrovieri un particolare bassorilievo raffigurante una locomotiva a vapore tra ghirlande fiorite. E’ inutile dire che di turisti non c’è neanche l’ombra. Risalendo la rue des Peupliers - in salita perché ora stiamo, geograficamente parlando, lasciando il vallone un tempo percorso dal fiume Bièvre, dirigendoci verso una delle colline di Parigi - ci soffermiamo in un altro angoletto paradisiaco: lo square des Peupliers, in realtà una viuzza privata a cul-de-sac. Le sue casette costruite nel 1926 come abitazioni economiche adesso rappresentano un’oasi privilegiata immersa nel verde e nel silenzio.
La collina cui accennavo è quella della Butte-aux-Cailles, che conquistiamo dopo aver attraversato la rue de Tolbiac. Ci fermiamo per il pranzo in rue des Cinq Diamants, da Les Cailloux un altro italiano di qualità, ben mimetizzato in questo quartiere tranquillo (non lo era politicamente nel XIX secolo quando fu uno dei fulcri della Comune) e non contaminato dalla terziarizzazione globalizzata. La passeggiata prosegue e anche in assenza di punti d’interesse è sempre un ambiente urbano molto gradevole.
Quando varchiamo il confine col V arrondissement siamo nella piazza della chiesa di Saint-Médard e qui inizia una strada invece giustamente conosciuta: la rue Mouffetard che seguiamo per intero fino alla deliziosa Place de la Contrescarpe. Superata la quale, la rue Mouffetard diviene rue Descartes. Attraversiamo la rue Clovis, dove non si può non notare il murale con l’albero azzurro su una facciata cieca, più avanti si erge la Tour Clovis, oggi inglobata nell’edificio del Lycée Henri IV, unica memoria della cappella abbaziale della patrona di Parigi, che vi era sepolta: Sainte-Geneviève, donde il nome della strada che percorriamo successivamente rue de la Montagne Sainte-Geneviève.
Siamo in pieno Quartier Latin, tra strade a noi ben note - rue des Ecoles, rue des Carmes, rue Dante, rue Lagrange - e la simpatica Place Maubert. Trascorriamo così il resto del pomeriggio trastullandoci tra i negozi nelle adiacenze del Bld. St-Germain.
A sera abbiamo un altro appuntamento: quello con la Dame de fer. Passiamo un bel po’ di tempo incantati a guardarla illuminata, soprattutto nell’animazione di stelle intermittenti che si programma ogni mezz’ora, finché il cielo non è completamente buio. Infatti, quando ci decidiamo a scollarci dalla Tour Eiffel per andare a cena, è così tardi che il cameriere della brasserie Champ de Mars è straordinariamente celere nel servirci, mentre il suo collega già tira su la tenda della terrasse.

4 agosto
Per cominciare la giornata un bel museo e finalmente è un museo di pittura!
Ritornare al Marmottan è una scelte precisa: quella di poter godere della vista di alcuni capolavori assoluti senza affrontare folle e code snervanti. Consiglio tutti di andarci, specialmente coloro che, visto il Musée d’Orsay, volessero completare - con questo e l’Orangerie - una rassegna quasi esaustiva del fenomeno impressionista. Jules Marmottan, grande collezionista, nel 1882 acquistò la residenza di caccia del duca di Valmy per trasferirvi le sue opere. Suo figlio, Paul, trasformò l’edificio in un palazzo residenziale ed alla sua morte, nel 1932, lasciò il palazzo e la collezione all’"Académie des Beaux-Arts". Nel 1957 Madame Donop de Monchy, figlia di Georges de Bellio, grande amico e medico degli impressionisti di origine romena, donò alcune opere tra cui il famoso quadro "Impression, soleil levant" di Monet, da cui era derivato il termine Impressionismo. Nel 1966 Michel Monet, secondo figlio del pittore, vincola all’Académie des Beaux- Arts la proprietà di Giverny e al Museo Marmottan la collezione di quadri ereditata dal padre, dotandolo così della più importante collezione al mondo di opere di Claude Monet. Sette anni dopo si aggiunge per la generosità di Nelly Duhem anche la collezione di Henri Duhem, pittore e compagno d’armi dei post-impressionisti.
Nel 1997 grazie al deposito della Fondazione Denis e Annie Rouart, creata al suo interno, per espressa volontà della benefattrice, il museo ottenne altre centoquaranta opere impressioniste.
Attualmente, oltre a quelle di Monet, all’interno del Musèe Marmottan, sono esposte opere di Eugène Boudin, Gustave Caillebotte, Edgar Degas, Paul Gauguin, Edouard Manet, Berthe Morisot, Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir, Alfred Sisley. Ciliegina sulla torta, abbiamo la possibilità di visitare al secondo piano una bellissima mostra fotografica del grande Lucien Clergue.
Il museo si raggiunge con una magnifica passeggiata attraverso il Jardin de Ranelagh, che può compiersi a partire dalla fermata del métro La Muette, ciò rappresenta una buon occasione per fare la conoscenza con Passy, municipalità inclusa in Parigi dal 1860, diventato nel tempo uno dei quartieri più eleganti della città e, come del resto tutto il XVI, a vocazione squisitamente residenziale. I sapienti ci informano che questa dislocazione dei quartieri chic ad ovest, qui come a Londra, si consolidò nella seconda metà dell’Ottocento, sulla base della constatazione che i venti, di provenienza oceanica, soffiando verso est avrebbero mandato la fuliggine dei riscaldamenti dei ricchi sulle abitazioni dei poveri!
Col solito métro ci trasferiamo verso il centro, per la precisione nella zona dell’Opéra (II arrondissement). A riprova che anche dopo diverse visite a Parigi si possono fare nuove scoperte, ci rechiamo, di proposito, nella defilata idilliaca e pedonalizzata Place du marché St-Honoré, veramente inaspettata in un quartiere così trafficato. Pranziamo nel Bar à vin L’Ecluse. Questo ristorante è da segnalare per la meritoria mission che svolge: quella di offrire la possibilità di pasteggiare con grandi vini bordolesi offerti al bicchiere a prezzi ragionevoli.
Nel pomeriggio esploriamo la rue Sainte-Anne e la rue des Petits Champs con i mei figli a caccia, in questo rione sempre più Jap, di non ben precisati bookshop di manga, finché non ne troviamo uno che li soddisfa alla grande in rue Saint-Augustin. Quando usciamo ci dissetiamo con liquidi in lattina incomprensibili acquistati in un market coreano. Ci inoltriamo nella Galerie Choiseul, uno dei passages della zona, non elegante come la Vivienne o la Colbert, ma affascinante per i negozi che sembrano essersi fermati agli anni ’50. Facciamo poi una breve sosta nei giardini del Palais Royal.
A questo punto, con l’intenzione di tornare a casa a piedi, proseguiamo il percorso rue de Richelieu-place du Carousel. Attraversata la strada, attirati dalla splendida luce che fa brillare la Senna, scendiamo sugli argini del Port du Louvre. Dopo aver fatto qualche foto, risaliamo e imbocchiamo il Pont des Arts, per intenderci quello dove avevamo notato gli studenti gaudenti il primo giorno. La magnifica passerella ci riserva un’altra sorpresa: vediamo un set fotografico con tanto di modella che svetta tra una piccola folla. Mio figlio esclama. “E’ Victoria Silverstedt!” a questo punto anche noi facciamo la nostra parte con qualche raffica non autorizzata.
Dopo esserci riposati, usciamo al tramonto. Percorriamo tutto il quai, dando un’occhiata di tanto in tanto ai bouquinistes, fino al Pont de l’Archevêché. Guardiamo giù in basso verso il port de la Tournelle dove tantissima gente sosta godendosi questi attimi in cui il cielo passa dal violetto al blu intenso, mentre dalla parte opposta è ancora l’oro a dominare e a far stagliare lo skyline frastagliato di questo che è il cuore antico della città. Il quadro è completato dal braccio del fiume che, sotto i ponti in magica prospettiva, si insinua tra l’Ile de la Cité e la Rive Gauche.
Sul Pont Saint-Louis un’orchestrina jazz ci obbliga a soffermarci: sono bravissimi, il cantante è un signore sui settanta, ma c’è anche una ballerina, una signora piccola ed esile, ben più anziana di lui, con cappellino e abito anni ’30. Penso che sarebbero piaciuti un sacco a Woody Allen. Percorriamo adesso la Rue St-Louis-en-l’île, poche altre persone con noi; questa isola nell’atmosfera serale è ancora di più un incanto. Il famoso ristorante Nos ancêtres les Gaulois è chiuso per ferie. Sbirciando tra i locali aperti l’intuito ci spinge ad entrare in uno che ci sembra affidabile e “sincero”: Au Sergent Recruteur. Devo dire che la scelta è stata felicissima, tanto che ve lo raccomando, a patto che siate dotati di buon appetito o meglio di una discreta fame, quando ci andrete. Inoltre è conveniente accettare la sollecitazione dell’oste e optare per il menu a prezzo fisso (40,50 €). Arriveranno come entrées à volonté nell’ordine: la Soupe du Jour, il Panier de saucissons col tagliere annesso, la Corbeille de crudités, ovvero verdure e ortaggi freschi col loro pinzimonio, la Terrine de campagne. Tra i secondi scelgo una tradizionale pietanza del Sud-Ovest, non proprio dietetica, il cassoulet. Ovviamente questo ben di Dio va accompagnato degnamente, così abbiamo sulla bella tavola di quercia una brocca di rosé freddo, una bottiglia di rosso robusto ed un paio di boccali di bionda. Tra i dessert la possibilità di scegliere i gelati del famoso Bertillon.
Sulla strada del ritorno ci fermiamo ad ammirare la facciata illuminata di Notre-Dame, forse per premiare un po’ anche lo spirito…

5 agosto
Se avete visto “Il favoloso mondo di Amélie” ricorderete la scena in cui Amélie bambina rovescia la boccia col pesce rosso, in un canale che è poi lo stesso (con la chiusa verde alle spalle) dove, da grande, fa rimbalzare i sassi sull'acqua.
Fatto costruire verso il 1820, su un progetto di Napoleone (che aveva già realizzato il più ampio Canale dell'Ourq, dove confluisce), il Canal Saint-Martin (X arrondissement) è lungo 4,5 chilometri e scorre a livello della strada, fiancheggiato dagli imponenti e frondosi platani, di cui è bello ammirare il riflesso sulle acque placide, e dai Quais abbastanza trafficati, che presentano una cortina di palazzi non bellissimi ma rallegrati da vetrine colorate. È molto piacevole passeggiare sulle sue pigre sponde e osservare le chiuse in azione. Il tratto che scegliamo di percorrere è quello del Quai de Valmy e poi il parallelo Quay de Jemmapes dove noto l’Hotel du Nord, anch’esso ovviamente caro ai cinéphiles. Questo settore, con le vie adiacenti, è diventato il nuovo quartiere di giovani stilisti, fotografi, artigiani e non mancano di conseguenza negozi interessanti come ad esempio i tre consecutivi di Antoine et Lili, moda donna, decorazione, moda bimbi.
A ora di pranzo ci addentriamo in rue Alibert, qui si trova Ploum, un ristorantino molto semplice nel décor dove una giovane coppia mette in atto una cucina giapponese in chiave francese non male.
Con l’ausilio del métro ci spostiamo poi circa 2km a nordest nel XIX arrondissement e andiamo a visitare la Cité de la Musique o meglio il musée che ne fa parte. Infatti il complesso ospita anche il Conservatoire ed un auditorium. Dal 1997 il museo ospita una collezione di strumenti dal Rinascimento ad oggi. La particolarità che ci diverte e interessa è data dal fatto che la visita si effettua con delle cuffie che non sono solo delle audioguide ma anche uno strumento interattivo per ascoltare la “voce” degli strumenti.
Terminata la visita e documentata a dovere la bella architettura di de Portzamparc, sostiamo al sole, rinfrescandoci per la presenza della fontana dei leoni, nella piazza della Grande Halle de la Villette. Il resto del pomeriggio scorre piacevolmente senza impegni particolari.
A sera siamo ancora una volta vicino casa, proprio nelle immediate vicinanze di Saint-Germain-des-Prés. Al n°16 di rue du Dragon si trova L’Altro. Cucina-laboratorio a vista, piastrelle bianche alle pareti, tavoli nero ebano, lampade industriali che pendono dall’alto soffitto. Cucina italiana contemporanea e ragazze italiane (la gestione è la stessa de Les Cailloux) discrete e attente al servizio. Molto buono.

6 agosto
Mi fiondo fuori casa di buon mattino intenzionato a togliermi un paio di curiosità. Come prima cosa mi dirigo a Saint-Sulpice, perché so che rischio, come spesso accade in viaggio con ciò che è più vicino alla propria residenza e perciò si trascura fino all’ultimo, di non avere altre occasioni per andarci. Lungo la strada passo da rue des Canettes, dove fotografo chez Georges, una mescita di vini poi divenuta famosa come sede di concerti improvvisati - pare che da debuttante vi abbia suonato anche Dylan - e tuttora frequentato da studenti che vi si stipano per qualche spuntino economico durante il giorno e per ballare nella sua cantina, le notti del fine settimana.
Quando arrivo al cospetto della grande basilica ho una piccola delusione per via della facciata coperta per restauri in corso. L’ente preposto però ha allestito in una baracca da cantiere una doviziosa esposizione, con tavole grafiche e fotografie, del progetto d’intervento conservativo. In pratica stanno addirittura sostituendo alcuni blocchi di pietra, c’è pure la descrizione tecnica della produzione delle sagome e modanature originali con i mezzi meccanici attuali. Molto interessante. All’interno della seconda chiesa di Parigi per grandezza, che già conosco, cerco sul pavimento il nastro di rame della meridiana, parte del famoso gnomone che termina con l’obelisco. Per vedere il disco del sole proiettato su di esso bisognerebbe essere lì a mezzogiorno. Di contro noto quello che è stabilmente leggibile: i reggenti della chiesa si sono preoccupati di esporre alla pubblica lettura questa informativa che ho così trascritto:
Contrariamente a quanto afferma un romanzo di recente successo,questo edificio non è vestigia di un tempio pagano, nessun tempio è mai esistito in questo luogo. Essa (la meridiana) mai fu chiamata Linea della Rosa, non coincide con il meridiano di Parigi tracciato attraverso l’asse dell'Osservatorio di Parigi, il quale serve come riferimento per mappe dove longitudine e latitudine sono misurate in gradi est o ovest di Parigi. Nessuna nozione mistica può derivare da questo strumento astronomico, eccetto la consapevolezza che Dio Creatore è il padrone del Tempo. Notare anche che le lettere P e S sulle finestre circolari alle due estremità dei transetti, si riferiscono ai Santi Pietro e Sulpice, i patroni della chiesa e non a immaginari Priorati di Sion.
A questo punto mi accorgo che non sono più solo a fissare quel testo bilingue (francese/inglese) modestamente incorniciato e sotto vetro; altri come me sono arrivati, evidentemente sulle tracce di Dan Brown e del “Codice Da Vinci”, attoniti e col naso in su verso l’obelisco, una, due persone, tre, un capannello, infine una piccola folla. Siamo tutti italiani.
Quando esco mi avvicino, nella piazza alberata, ad una delle 93 fontane Wallace Grand modèle rimaste a Parigi, la fotografo e poi mi disseto, grato al filantropo britannico, alla fonderia della Val d’Osne e un po’ anche al prefetto Haussmann.
Come seconda meta della mattinata individuo la casa museo di Delacroix, in quella nascosta e affascinante place de Furstemberg da cui ero già passato il 31 luglio. E’ piccola e raccolta, ma contiene preziose testimonianze della sua vita artistica e non solo, opere anche dei suoi maestri, dei suoi allievi e dei suoi amici inglesi. In particolare mi è molto piaciuto l’atelier, comunicante con l’appartamento, rivolto verso un delizioso giardino privato.
Dopo il mio rientro e la colazione, andiamo a prendere il métro all’Odéon diretti ad Auteuil. Parte del XVI arrondissement come Passy, ne condivide le sorti di ex villaggio campestre annesso alla capitale e poi diventato quartiere residenziale chic. Noi ci andiamo per scoprire le architetture Art nouveau di Hector Guimard (sì quello del métro!).
Se, appena emersi dal sottosuolo della stazione Mirabeau, ci accoglie la parrocchia che ricorda effettivamente il passato di borgata di Auteuil, quando imbocchiamo la rue La Fontaine meglio si precisano le caratteristiche di fine Ottocento e primo Novecento. Presto al n° 60 vediamo l’Hôtel Mezzara, continuando, al n° 14 il Castel Bérenger, infine tornando indietro più in giù troviamo l’immobile del n° 8 e 10 di rue Agar di cui anche il lettering della targa stradale è opera di Guimard.
Va meno bene con Le Corbusier giacché la Fondazione che ha sede in una suo edificio in Square du docteur Blanche, essendo interessata da lavori di manutenzione non è visitabile. Assorbita la delusione, visto che la passeggiata ci ha messo appetito, riprendiamo il métro per un numero di fermate sufficiente a riportarci in una zona più densa di attrezzature all’uopo. Scendiamo al Trocadéro. Ci sediamo a un tavolo nella bella terrasse della Pâtisserie Carette. È uno di quei luoghi dove il piacere di far condividere le “belle cose dell’esistenza” si eleva a rango di arte. Senza ostentazione di lusso, ma con quella elegante semplicità che fanno il fascino e la reputazione dei posti di questa classe. Dove peraltro, a costi accettabili, è possibile pranzare - come facciamo noi - con club sandwich e omelette. Chi volesse portarsi da Parigi un “dolce ricordo” al cioccolato qui può decidere di acquistare magari quei macarons la cui perfezione è pari a quella degli interni Art déco del 1927 e delle impeccabili cameriere dall’aria così maison Chanel che ti viene da pensare di essere nel 1960 o giù di lì.
Ripiombiamo nel 2009 in clima hip hop quando, affacciati sulla terrazza del Trocadéro, giovanissimi francesi, variamente coulored, ci intrattengono con le loro esibizioni di breakdance al ritmo di un rap gallico.
Dato che siamo in zona propongo di ritornare, questa volta in orario, al n° 19 di Avenue de Iéna, per recuperare la visita del giardino zen. Non c’è verso, mi dicono che il giardino, in via eccezionale è chiuso, aspettavano il giardiniere, che però non s’è fatto vivo, per la manutenzione. Beh, mi dispiace, ma fino a un certo punto; non mi servirà dopotutto un pretesto per poter tornare a Parigi?
Il resto del pomeriggio è abbastanza intenso, con un crescendo di pulsioni consumistiche che ci portano dalla Galerie Lafayette al Virgin megastore all’Hard Rock café per le immancabili magliette. Il riscatto culturale si ha con la visita della grande retrospettiva di Kandinsky al Beaubourg, possibile grazie agli orari prolungati del Centre Pompidou.
È la prima volta, dopo Disneyland, che siamo in coda, il richiamo è grande ed in effetti non è una mostra da poco, ci sono tutte le opere della collezione permanente, nonché quelle del Guggenheim di New York e della Lembach Haus di Monaco, ma anche scritti autografi e disegni. Magnifica! Parecchio stanchi e piuttosto mesti - è l’ultima sera - ceniamo proprio a un tiro di schioppo da casa, appena troviamo posto in uno dei quattro ristoranti che si fronteggiano con i loro tavoli all’aperto, in rue de Buci.

7 agosto
I bagagli sono fatti. L’appartamento è in ordine. Lascio ai miei il compito di ricevere Philippe per la restituzione delle chiavi. Uscendo, noto che il cielo, questa mattina, per la prima volta, è grigio. Tanto meglio! Mi dirigo risoluto verso la Gare de Montparnasse dove dovrò ritirare l’auto a noleggio che ci accompagnerà nel nostro tour della Normandia. Ma questa è un’altra storia!Tutto, ma proprio tutto quello che serve per conoscere i luoghi più celebri ma anche quelli nascosti della capitale francese

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